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Perché diventiamo Neet? Siamo colpevoli di aver assecondato le nostre inclinazioni

Post n°4133 pubblicato il 13 Dicembre 2017 da ninograg1
 

Fonte: Il Fatto Quotidiano Lavoro & Precari | 13 dicembre 2017 
 

di Stefano Menolascina

Conseguire al giorno d’oggi una laurea magistrale, uscire dall’ovattato mondo universitario e arrabattarsi a cercar lavoro significa imbattersi in ostacoli insormontabili e delusioni cocenti: è il destino di chi detiene una delle cosiddette “lauree deboli”, anche se ottenuta con il massimo dei voti e con la lode.

Iniziano le vane e umilianti peregrinazioni dai Centri per l’impiego alle Agenzie private di somministrazione, le lunghe attese davanti agli sportelli, gli umilianti colloqui con addetti spesso annoiati, a volte infastiditi, raramente empatici e gentili. I rituali d’ingresso si susseguono invariabilmente secondo lo stesso copione, inesorabilmente identici, monotoni, frustranti, tanto nel pubblico quanto nel privato. Nasce qualche sospetto che le domande di routine servano esclusivamente ad arricchire le banche dati.

S’inviano centinaia, se non migliaia, di curricula, corredati da opportune lettere di presentazione, ovviamente stilate ad hoc, in cui si ha l’impressione di doversi pubblicizzare come merce in vendita, ma che raramente conducono all’agognato colloquio presso un potenziale datore di lavoro. Ci si dichiara disponibili a tutto, anche a stage non retribuiti, a tirocini sotto pagati, persino a lavorare gratis. Al nulla di fatto segue la disperazione, per cui si finisce per rivolgersi ai Centri d’orientamento, o a psicologi, con il risultato di uscirne frastornati, con la consapevolezza di essere le persone sbagliate, al posto sbagliato, nel momento sbagliato.

Ci si rassegna a gravare ulteriormente sul magro bilancio familiare e ci s’imbarca in uno dei costosi master post-lauream proposti dalle varie università. Ma, poiché la situazione resta immutata, ci si auto-accusa per aver voluto assecondare le proprie inclinazioni, disobbedendo alla ferrea volontà del dio mercato, che esige informatici, ingegneri, tecnici, non certo degli umanisti. A che servono infatti coloro che possiedono una cultura, magari vasta, poliedrica e plurilinguistica? Non sono certamente utili a una società globalizzata e tecnologicamente avanzata, senza dubbio non sono le risorse necessarie ai mercati, alle aziende, alle multinazionali.

È stato un disastroso flop il tanto atteso progetto Garanzia giovani, che si sperava avrebbe risolto il problema dell’inoccupazione, o perlomeno ci avrebbe condotto all’acquisizione dell’esperienza indispensabile ad accedere al mondo del lavoro. Nella maggior parte dei casi la pluriennale iscrizione al piano non sortisce né lavoro, né esperienza, né formazione; sovente tutto si risolve in un colloquio con il personale dei Centri per l’impiego, e nella stesura di un piano d’azione individuale che non genera nessuno degli effetti auspicati.

Al fine di rendersi più appetibili agli occhi del mercato, si affrontano ulteriori esborsi, sempre alle spalle della famiglia, per colmare le lacune della propria formazione: si seguono corsi ad hoc e s’intraprendono percorsi di studio e lavoro all’estero. Al ritorno in patria, ci si scontra con le dure leggi di un mercato che non valorizza conoscenze, competenze e talenti. Le barriere innalzate dalle aziende e dagli intermediari sono insormontabili: è indispensabile risiedere nelle immediate vicinanze del luogo di lavoro – inutile dichiararsi disponibili a trasferire il proprio domicilio – è tassativo non aver superato l’età d’apprendistato, è categorico aver maturato una pluriennale esperienza specifica.

I pochi colloqui che si riescono a spuntare a volte conducono a episodi paradossali e grotteschi, se non fossero frustranti e tragici. Si può essere arruolati “in prova” per solo un giorno e, concluso il lavoro necessario, essere congedati con pochi soldi a titolo di rimborso spese, con i pretesti più astrusi, magari affermando che non c’è stato feeling con le colleghe. Si può essere criticati e messi in discussione non per questioni di skills, ma per lo standing non sufficientemente curato, o perché il paletot non ricade con un perfetto aplomb. Si può essere convocati per un colloquio, percorrere decine di chilometri e sentirsi riferire che il responsabile del personale o il titolare dell’Azienda sono indisposti, per cui l’incontro è rinviato sine die.

Anche le più estenuanti e caparbie ricerche di lavoro finiscono per essere vanificate da un sistema perverso: aziende e intermediari non attestano la ricezione del dossier di candidatura, i selezionatori dopo il colloquio o non forniscono il feedback fondamentale per migliorare le proprie performance, oppure lasciano l’aspirante lavoratore in perenne attesa di Godot, trincerandosi dietro un silenzio assordante. Se osiamo sollecitare il responso utilizzando il perentorio linguaggio giuridico, talvolta veniamo liquidati con risposte monolitiche, preconfezionate, generiche, elusive, a volte scortesi. Abbiamo l’impressione di esserci auto-lesi, poiché abbiamo osato troppo, apparendo così fastidiosi e importuni.

Ecco perché frustrati, delusi, finiamo per arrenderci, per vivere alla giornata, per sentirci ormai vecchi, sfiniti e privi di speranza a 30 anni.

Non ci è nemmeno concessa la chance di reinventarci imparando un mestiere: l’età d’apprendistato termina a 29 anni. Siamo diventati dei Neet.

Lavoro & Precari | 13 dicembre 2017

 
 
 

Italia, lavoro “a termine”: 33% contratti a tempo dura un giorno

Post n°4132 pubblicato il 12 Dicembre 2017 da ninograg1
 

WSI 12 dicembre 2017, di Mariangela Tessa

 

 

Migliora la situazione occupazionale in Italia, che ritorna ai livelli pre-crisi, anche se a riportare i numeri in alto sono i contratti a termine, specie se brevissimi, mentre crollano gli autonomi e i giovani stentano a inserirsi.

È una fotografia a luci e ombre quella emersa dal primo primo rapporto sul mercato del lavoro frutto della collaborazione di ministero del Lavoro, Istat, Inps, Inail e Anpal.

Ma vediamo nel dettaglio i numeri. Nel primo semestre 2017 in Italia gli occupati erano circa 23 milioni, cifra vicina ai livelli pre crisi del 2008, sebbene in termini di ore lavorate per addetto il gap resti rilevante: quasi il 6% in meno. Conseguenza diretta del calo dell’attività produttiva e dell’incremento dei posti a tempo parziale.

La crescita è basata prevalentemente sui contratti a tempo determinato (che nel 2017 hanno toccato i massimi dal 1992 a 2,7 milioni di persone), e nei settori agricoltura e servizi. E oltre 500mila lavoratori “somministrati“, che lavorano nel 95% dei casi con contratti brevi. O brevissimi. Il dato medio è di 12 giorni, ma il 58% viene chiamato in servizio per meno di sei giorni e il 33,4% (era il 30,5% nel 2012) addirittura per una sola giornata.

E i tanto attesi “effetti Jobs Act“? Nel 2015 e 2016 gli sgravi contributivi per le assunzioni stabili hanno fatto “crescere significativamente” l’occupazione a tempo indeterminato, ma non tanto da riportarla al massimo storico fatto segnare prima della crisi. Come emerso da tempo, poi, la ripresa occupazionale ha beneficiato soprattutto i lavoratori senior. Nel periodo 2008-2016 il tasso di occupazione in Italia per i 15-34enni è diminuito di 10,4 punti rispetto al 2008, a fronte di un aumento di 16 punti per i 55-64enni e di 1,5 punti per i 65-69enni.

 

 
 
 

Caso NSA, Kaspersky aveva ragione?

Post n°4131 pubblicato il 11 Dicembre 2017 da ninograg1
 



Roma - Negli Stati Uniti si torna a parlare di Kaspersky e della sua presunta collaborazione con i servizi segreti russi, uno sviluppo che in realtà rappresenta la prima, vera conferma di quanto ha sempre sostenuto l'azienda: i file segreti della NSA sono stati intercettati dall'antivirus ma solo perché erano sul PC di un dipendente piuttosto incapace in fatto di OPSEC.

Il dipendente in oggetto sarebbe quindi Nghia Hoang Pho, sessantasettenne del Maryland che ha lavorato per anni presso la divisione Tailored Access Operations (TAO) di NSA, e che ora si è dichiarato colpevole davanti ai giudici federali di possesso "consapevole" di materiale e informazioni di proprietà della Difesa.

Hoang Pho ha collaborato con la sezione di hacker dell'intelligence sin dal lontano 2006, e nel 2010 ha cominciato a "portarsi il lavoro a casa" copiando i file di NSA sul proprio PC. L'emorragia di informazioni sarebbe durata dal 2010 al marzo del 2015, e ora l'uomo rischia una pena massima di otto anni di galera.

Le fonti dicono che Pho è il principale responsabile della saga di "Kaspersy contro Washington", visto che dal suo sistema gli analisti moscoviti avrebbero sottratto informazioni e binari riconducibili alle cyber-armi dell'intelligence russa.

Kaspersky ha sempre professato la propria innocenza dicendo di essersi trovata tra le mani i file grazie alle analisi automatizzate del proprio antivirus, mentre la violazione dei segreti di NSA da parte del Cremlino sarebbe riconducibile a un'infezione da malware presente sul sistema di Hoang Pho.

Di certo la vicenda rappresenta l'ennesima conferma del fatto che, in quanto a OPSEC, nemmeno alla NSA difetta l'incapacità: Nghia Hoang Pho è solo l'ultimo di una serie di leak clamorosi di materiale informatico riservato o segreto, solo nell'ultimo periodo si contano i 50 Terabyte sottratti da Harold Thomas Martin III e la soffiata di Reality Winner sulle indagini di NSA nel Russiagate.

Alfonso Maruccia

 
 
 

Sanità Lombardia, i percorsi di cura sono il nuovo business?

Post n°4130 pubblicato il 07 Dicembre 2017 da ninograg1
 

Economia & Lobby | 3 dicembre 2017 () Il Fatto Quotidiano

Ho partecipato, sabato 18 novembre, alla presentazione dell’assessore alla sanità della Regione Lombardia Gallera presso il palazzo della Regione, dei “vantaggi del nuovo percorso di cura per il paziente cronico”. I punti positivi sono elencati nel libretto di presentazione:
1. Più qualità della vita;
2. Più personalizzazione delle cure;
3. Più accompagnamento.

Io sono rimasto basito dalle parole dell’assessore che ha reso positivo qualcosa che, a mio avviso, di positivo ha poco. Intanto non ha ricordato che una delle “menti” della ennesima riforma sanitaria, Fabio Rizzi, è stato arrestato e l’ex assessore Mantovani è nuovamente indagato per appalti in sanità. Diciamo una riforma che proprio non ha garanti iniziali affidabili.

Ma poniamo che possa passare anche attraverso le imminenti elezioni regionali lombarde, ha effettivamente quei punti positivi citati? Intanto i numeri. A Milano solo il 30% dei medici di base, che prendono per ogni paziente 32 euro l’anno circa per “prendersi cura” del paziente, ha accettato di prenderne altri 35-45 l’anno (a seconda della gravità della cronicità) per far da “badante” e da “segretario particolare”. Quindi vuol dire che fino a ora questi pazienti cronici non sono stati curati con cure personalizzate come indica l’assessore Gallera? Mi vorrebbe dire che un diabetico ed un iperteso ha assunto da quando c’è il sistema sanitario nazionale terapie non idonee?

Altra cosa è pagare un “gestore” che faccia quel che la tecnologia e il paziente stesso potrebbe fare con una spesa molto inferiore per la comunità (3 milioni di pazienti cronici in Lombardia per una media di 40 euro fanno la bellezza di 120 milioni di euro l’anno).

Senza contare che, restando a Milano, il 70% dei cronici saranno gestiti da strutture sanitarie che potranno molto probabilmente essere private accreditate e che aumenteranno i loro introiti in esami “utili” al percorso: senza controlli appropriati credo che questo sicuramente avverrà. Credo invece che i vantaggi si possano avere solo istituendo dei presidi di medici di zona presso ospedali o cliniche accreditate che possano fare da filtro iniziale, per ridurre gli accessi inutili ai pronto soccorso, e di accompagnamento per le cronicità.

Medici del territorio già pagati per quel che svolgono (32 euro circa per un massimale di 1500 cittadini fanno 48.000 euro all’anno) che coprono i turni ospedalieri di presidio 24h24 utili anche per il loro aggiornamento e confronto con i colleghi. Poche ore in più di lavoro, più a contatto con la salute vera e meno con la burocrazia, per una nuova sanità meno dispendiosa e più partecipe.

Economia & Lobby | 3 dicembre 2017

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Buon weekend

 
 
 

Sanità, Unipol: “Collettivizzare la domanda di welfare per un’alleanza pubblico-privato”. Ma l’efficacia è dubbia

Post n°4129 pubblicato il 06 Dicembre 2017 da ninograg1
 

Puntuale come un orologio, Unipol torna a bussare alla porta del governo di turno. E lo fa chiedendo maggiori incentivi fiscali per il welfare privato, cioè per quella fetta della popolazione che, talvolta in proprio, ma soprattutto per il tramite della propria azienda o cassa previdenziale e simili, decide di sottoscrivere una polizza assicurativa per mettersi al riparo dai possibili imprevisti della vita in campo sanitario. La richiesta del gruppo delle coop è arrivata al ministro del Lavoro – ed ex numero uno di LegaCoop – Giuliano Poletti, nel corso del frequentatissimo convegno annuale di Unipol sul tema. Eloquente il titolo scelto per l’edizione 2017 che cade a una manciata di mesi dalla prossima tornata elettorale: “A ognuno il suo welfare. Bisogni mutevoli, scelte individuali, risposte integrate”.

Il numero uno della terza compagnia assicurativa del Paese, che volente o nolente sarà tra i protagonisti del salvataggio in corso di banca Carige, ha spiegato che gli incentivi fiscali varati dal governo di Matteo Renzi in tema di welfare aziendale nella legge di Bilancio per il 2017 non bastano già più. Lo Stato deve nuove concessioni per favorire l’ascesa delle assicurazioni nella sanità. “Il welfare aziendale è certamente in forte ascesa, complici anche i primi incentivi introdotti dal governo – ha spiegato Cimbri – Certo, va stimolata e accelerata una tendenza che è già in atto con una maggiore a più ampia incentivazione fiscale”. Secondo il numero uno di Unipol non c’è più un unico interlocutore sul welfare, ma c’è “spazio per tutti. Per il pubblico, ma anche per noi privati”. Per questo è sostanziale “collettivizzare la domanda di welfare e giungere ad un’alleanza pubblico-privata”, ha spiegato ancora Cimbri.

Sul come raggiungere questo obiettivo, l’ad di Unipol non ha dubbi. Due gli strumenti principe: da un lato fondi territoriali che possono nascere su iniziativa pubblica ma vengano gestiti poi da privati, dall’altro il welfare aziendale. Un’area quest’ultima che Unipol conosce bene. E’ proprio qui, infatti che punta maggiormente la controllata UniSalute, molto attiva negli accordi collettivi che stanno dando i loro frutti. Il “centro di eccellenza di Unipol nel comparto salute” ha chiuso il 2016 con 5,4 milioni di clienti e oltre 40 milioni di utili, forte di premi in crescita del 13% circa a quota 400 milioni di euro, quasi metà andati in risarcimenti. Su questo fronte, all’aumento delle denunce di sinistro (440mila in più del 2015) non è corrisposto un pari incremento di liquidazioni (230mila in più del 2015). Quasi raddoppiati, invece, i reclami dei clienti contro la compagnia rilevati nel registro della vigilanza sulle assicurazioni: oltre 2100 più della metà dei quali sono stati accolti.

Quanto alle richieste alla politica, non è la prima volta che Unipol va alla carica. Del resto, un maggiore sostegno pubblico al welfare privato spalancherebbe alle compagnie le porte di un promettente mercato: gli italiani spendono infatti circa 37 miliardi l’anno per pagare di tasca propria le spese mediche. Di questa cifra attualmente solo il 10% è intermediato dalle compagnie. Non si tratta certo di bruscolini neppure per Unipol che attraverso UniSalute a fine 2016 controllava il 13% circa del mercato del ramo malattia. Il problema è però che per la collettività il welfare privato non è affatto un grande affare: “Incentivandolo con soldi pubblici, si taglia a tutti per dare a pochi”, sintetizza Stefano Cecconi, responsabile welfare e sanità della Cgil. “Le agevolazioni fiscali non sono altro che denaro dei contribuenti che va a vantaggio solo di un numero ristretto di persone. Non è questa la strada per il futuro. Bisogna invece riprendere a investire nella sanità pubblica”, puntualizza aggiungendo che al massimo è possibile immaginare forme private di welfare integrativo. Certamente non di carattere “sostitutivo” che possono mettere a rischio il modello universale della sanità italiana e spingere il Paese verso un sistema simile a quello americano dove solo chi ha i soldi può poi realmente curarsi.

Non solo. Quando poi arriva il sinistro, non è detto che il sistema assicurativo risponda come ci si attende. “Al momento della sottoscrizione della polizza, non ci sono mai problemi. I guai arrivano poi quando ci si ammala perché le assicurazioni si appellano ai mille cavilli nei contratti, di difficile interpretazione persino per gli specialisti del settore, per respingere le richieste di rimborso”, spiega Massimo Quezel, fondatore e responsabile di Studio Blu, network specializzato nel settore recupero danni. “Si tratta ormai di una modalità operativa per ridurre gli esborsi e fare una sorta di scrematura iniziale che scoraggia e sfianca l’infortunato il quale si trova in uno stato di debolezza e ha bisogno di denaro per curarsi”, prosegue. Insomma, “il rischio che la copertura non sia garantita è sempre dietro l’angolo – spiega l’esperto – Mi è capitato il caso di una cliente che, con il marito, aveva sottoscritto una polizza assicurativa a garanzia del prestito bancario, la quale avrebbe dovuto, in caso di morte di uno dei contraenti, coprire il debito residuo con la banca. Ebbene, il marito della signora viene a mancare dopo due anni a seguito di un grave tumore ai polmoni (patologia coperta dalla polizza) ma, poiché il malcapitato soffriva di ipertensione arteriosa, la compagnia negò l’indennizzo in quanto tale patologia non era stata segnalata in sede di stipula del contratto”.

La questione si complica se poi a scegliere il contratto non è stato un privato, ma il datore di lavoro grazie agli incentivi offerti dal governo per il welfare aziendale. “Quando queste polizze sono proposte come fringe benefit dovremmo chiederci chi gode realmente del ‘beneficio’ – conclude Quezel – Senz’altro il datore di lavoro ha un vantaggio fiscale, ma si può realmente dire che ha un beneficio anche il dipendente? In altre parole, siamo sicuri che quella polizza, alla prova dei fatti, sarà un prodotto valido e in grado di garantire adeguate coperture? Il dipendente dovrebbe essere informato sulla reale qualità del prodotto che gli viene fornito in luogo di un riconoscimento economico, perché se ottiene come fringe benefit una polizza che, nella pratica, prevede vincoli e franchigie troppo restrittive, di fatto non avrà alcun vantaggio concreto”. E, alla fine, non solo lo Stato avrà investito nel welfare privato magari a danno della sanità pubblica, ma, lungi dal proteggere anche solo una fetta più piccola di cittadini, avrà finito solo col rimpinguare le casse delle compagnie assicurative mancando l’obiettivo della copertura sanitaria universale.

Resta da capire quale sarà la forza di persuasione di Unipol che già in passato si è distinta per una incessante attività di lobby. Come quella per modificare a proprio favore la riforma della Rc Auto nel 2013-14. Manovre in seguito finite al vaglio della magistratura torinese come reso noto la scorsa estate dalla Stampa, alla quale Cimbri ha risposto con una denuncia per rivelazione del segreto istruttorio sfociata in immediate perquisizioni a carico dell’autore dell’articolo. La denuncia però in pochi giorni si è rivelata talmente infondata che il perquisito ha ricevuto una lettera di scuse dalla procura del capoluogo piemontese.

di | 6 dicembre 2017

 
 
 
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