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Tfr in busta paga, dubbi su tasse e sostenibilità. “Per l’Inps buco da 3 miliardi”

di Redazione Il Fatto Quotidiano | 1 ottobre 2014

 

Per il premier Matteo Renzi è deciso. Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan frena, a dir poco, spiegando che “è un tema in discussione, siamo soltanto a questo livello”. Certo è che l’ipotesi di mettere nelle buste paga dei lavoratori dipendenti del settore privato il 50% del Tfr maturato, con il risultato di appesantirle di 50-100 euro al mese a seconda dello stipendio lordo iniziale, suscita le proteste dei sindacati e più di un interrogativo. A parte i dubbi sulla natura dell’intervento (“Sono soldi dei lavoratori, nessuno racconti che siamo di fronte a degli aumenti salariali”, ammonisce la leader Cgil Susanna Camusso) e sulla sua lungimiranza (riassunti dalla efficace metafora del giuslavorista ex Pdl e oggi Ncd Giuliano Cazzola, secondo il quale ”sarebbe come usare delle banconote da 100 euro al posto della carta igienica“) e le proteste delle imprese, che dovrebbero dire addio a risorse preziose con cui oggi finanziano investimenti, le perplessità riguardano soprattutto la sostenibilità della trovata per il sistema della previdenza pubblica e privata e il trattamento fiscale.

L’ostacolo dei conti Inps – Sul primo fronte, come ricorda un editoriale di Massimo Fracaro e Nicola Saldutti sul Corriere della Sera, “mettendo il Tfr in busta paga all’Inps verrebbero a mancare tre miliardi l’anno”. Ovvero la metà dei 6 miliardi che l’istituto incassa ogni anno sotto forma di flussi di Tfr dei dipendenti privati. In più “i fondi pensione potrebbero contare su meno risorse e la previdenza integrativa continuerebbe ad avere vita stentata”. Infatti altri 5,2 miliardi finiscono proprio nelle casse dei fondi (mentre circa 14 si fermano nelle casse delle piccole e medie imprese). Tradotto: le pensioni, sia quelle garantite dal sistema pubblico sia quelle complementari, il famoso “secondo pilastro”, sarebbero a rischio.

L’ipotesi di un intervento delle banche – A meno che, come propone l’economista Stefano Patriarca su lavoce.info, non intervengano le banche a finanziare l’anticipo. Renzi ha ipotizzato che ”l’Abi, l’associazione delle banche, possa dare i soldi che arrivano dall’Europa, quelli che chiamiamo i soldi di Draghi, alle piccole imprese per garantire liquidità (ma la sola ipotesi di dover ricorrere al credito ha già fatto insorgere le pmi). Secondo Patriarca, che evidenzia anche l’opportunità di rendere facoltativa la scelta se ricevere o meno l’anticipo, un meccanismo simile si potrebbe mettere in campo per evitare il “buco” nei conti dell’istituto di previdenza: “L’anticipo verrebbe operato dal soggetto finanziario e nulla muterebbe per l’Inps”. Tutto però si fonda sull’ipotesi che gli istituti siano disponibili a concedere prestiti a un tasso di interesse calmierato, pur senza rischi perché la potenziale insolvenza dei destinatari sarebbe coperta da un apposito fondo assicurativo presso l’Inps. 

Il nodo del fisco e le entrate aggiuntive per lo Stato - Ma passiamo al fisco. Quando viene erogato alla cessazione del rapporto di lavoro, come avviene normalmente, il Tfr è soggetto a tassazione separata e agevolata. Se quei soldi verranno dati subito, anziché alla fine del percorso professionale, a quale aliquota saranno soggetti? Cumularli con il resto dello stipendio equivale a dire che il lavoratore dovrà versare al fisco l’aliquota Irpef corrispondente al suo scaglione di reddito. Superiore alla tassa agevolata. Non per niente il segretario aggiunto della Cisl Anna Maria Furlan, designata alla successione di Raffaele Bonanni, ha subito avvertito: “Non vogliamo che in questo modo i lavoratori paghino più tasse anche su quello”. Ma su questo aspetto basterebbe un intervento tecnico che stabilisca lo scorporo della quota. Che potrebbe arrivare in tasca al lavoratore anche in un’unica tranche annuale, come una specie di quattordicesima, tassata di meno rispetto alla normale busta paga. Quel che è sicuro, in ogni caso, è che il risultato sarà un aumento immediato delle entrate per lo Stato, che incasserà subito le imposte sul Tfr anziché dover attendere che i dipendenti, di anno in anno, concludano i loro rapporti di lavoro. “Nell’ipotesi di un’adesione all’anticipo in busta paga del 50 per cento dei lavoratori il gettito sarebbe di quasi 3 miliardi”, scrive Patriarca. (Non) pochi, maledetti e subito. Anche qui, tutta questione di lungimiranza.

La beffa del bonus – Ultimo appunto: chi ha un reddito annuo poco sotto i 26mila euro, attuale tetto massimo per ricevere il bonus Irpef di 80 euro introdotto dal governo lo scorso aprile, sommando anche il Tfr rischia di superare la soglia e ricevere solo l’anticipo ma non più il bonus. “Salvi” solo i dipendenti pubblici. Perché per loro il piano di Renzi non prevede questa opzione. 

Levata di scudi dei sindacati: “Non è la strada giusta” – I sindacati, comunque, non ci stanno. Contro l’idea dell’anticipo la levata di scudi è praticamente unanime. “Nessuno dica che si stanno aumentando i salari dei lavoratori”, ha ammonito la leader Cgil Camusso. “Quelli sono soldi dei lavoratori, frutto dei contratti e delle contrattazioni e non una elargizione di nessun governo e non è un nuovo bonus se no, davvero, siamo alla disinformazione”. Entrando nel dettaglio, “abbiamo posto dei problemi di valutazione e vogliamo capire tre cose molto precise”. La prima è se l’inserimento del tfr in busta paga “diventa un aumento della tassazione per i lavoratori o se si mantengono i regimi differenziati di tassazione, la seconda è: se il lavoratore vuole investirlo nella previdenza come fa? La terza è che il lavoratore sia libero di decidere”. Il leader della Uil, Luigi Angeletti, ha invece bocciato la proposta dicendo che “non è questa la strada giusta” e bisogna invece “continuare a ridurre le tasse sul lavoro”. E ha poi ribadito, come Camusso, che “sono soldi dei lavoratori e ogni singolo lavoratore ha il diritto di decidere qual è la destinazione che ritiene migliore”.

p.s

i soldi della ultima supercazzola estratta dal cilindro di cui parla il nostro.. in busta paga ci sono già!

 
 
 

il costo dell'oblio ai più...

Post n°3302 pubblicato il 30 Settembre 2014 da ninograg1
 

SApete quanto costa l'oblio giudiziario se avete soldi in quantità, nome giusto, ecc.? 1000 euro e un anno, sospeso, di reclusione, se fanno i bravi. E' questo il costo, per chi può permetterselo, che devono pagare per, se il giudice è d'accordo, uscire fuori dalla storiaccia delle minorenni che si prostituivano ai parioli..... sia chiaro: mediatore e quelle madri che spingevano le figlie a prostituirsi si son beccati 5 e 6 anni. Ma i clienti, tutti della high society più o meno, o almeno alcuni e escono poco più che puliti..... pena la prescrizione.

Che paese... non smetterò mai di ripeterlo.

Tutto va a rotoli eppure la cosa che conta è il calcio e l'iphone: e per entrambi si fa a cazzotti...

p.s.

naturalmente i tuttologi tirano fuori tutto: la famiglia in crisi; il mkdello proposto dell'arricchimento facile; ecc. in realtà è un insieme di queste cose e altro ed è quell'altro che ci dovrebbe preoccupare...

 
 
 

Renzi a nozze con i poteri forti. Da Cimbri a Palenzona, tutti al matrimonio di Carrai

Post n°3301 pubblicato il 29 Settembre 2014 da ninograg1

ecco un immagine plastica di quelli che di solito definiamo "poteri forti" ...... scene da un matrimonio.

di Davide Vecchi | 28 settembre 2014

Si potrebbe liquidare come semplice gossip, il matrimonio tra Marco Carrai e Francesca Campana Comparini celebrato ieri pomeriggio in San Miniato al Monte a Firenze. E la presenza di Matteo Renzi, insieme al fido consigliere Luca Lotti e all’eurodeputata Simona Bonafè, potrebbe tutt’al più dare alla cerimonia una legittimazione da evento politico. Eppure non si tratta né di gossip né di politica. Ma solo ed esclusivamente di potere. Meglio: di poteri forti. Gli stessi che Renzi sostiene di voler mettere ai margini si sono riuniti per la cerimonia di Carrai. A cominciare da Davide Serra, fondatore e amministratore delegato del fondo di investimento Algebris e finanziatore della prima ora del premier, per il quale nell’ottobre 2012 (Renzi correva per le primarie del centrosinistra) organizzò la discussa cena di finanziamento con il gotha della finanza. E che a sua volta ha ricevuto 10 milioni di euro, sotto forma di investimento in obbligazioni convertibili (co co bond), dalla fondazione Ente Cassa di Risparmio di Firenze, nel cui cda siede Carrai.

Ma a nozze c’era anche Carlo Cimbri, l’ad di UnipolSai indagato per aggiotaggio nell’operazione di fusione tra il gruppo assicurativo delle coop Unipol e l’ex polo della famiglia Ligresti. E tanti manager per i quali le decisioni del governo possono fare la differenza. Vedi la possibilità per le società autostradali (articolo 5 del decreto Sblocca Italia) di ottenere proroghe delle concessioni in cambio di investimenti nella rete. Opzione che interessa non poco a Fabrizio Palenzona, dominus dell’Aiscat, la lobby dei concessionari, nonché vicepresidente di Unicredit. Arrivato alla cerimonia di San Miniato al Monte dall’ingresso laterale insieme ai colleghi banchieri Fabrizio Viola, amministratore delegato di Monte dei Paschi di Siena, e Gian Maria Gros Pietro, presidente del consiglio di gestione di Intesa Sanpaolo oltre che di Atlantia, il gruppo delle concessioni autostradali controllato dai Benetton. L’esecutivo ha pensato anche a loro: se è vero che gli istituti di credito sono stati penalizzati dall’aumento della tassazione delle plusvalenze sulle quote di Bankitalia, inserito nel Dl Irpef, è altrettanto innegabile che la possibilità di demansionare i dipendenti, inserita nel Jobs Act attraverso un emendamento governativo, sia proprio quello che l’Abi auspicava in vista del rinnovo del contratto nazionale. Altro capitolo di sicuro interesse è rappresentato dalla norma del decreto Competitività che consente alle aziende di emettere azioni a voto multiplo: un puntello che fa molto comodo agli (ex) “salotti buoni”, dalle grandi banche a Telecom. Il presidente della compagnia telefonica, Giuseppe Recchi (ex Eni), ha assistito all’intera funzione religiosa e si è poi trasferito a villa Corsini, insieme agli altri ospiti, per la cena. Al fianco del presidente di Snam ed ex membro del comitato esecutivo della Bce Lorenzo Bini Smaghi, sposato con Veronica De Romanis, economista molto ascoltata dal premier. Tra i presenti, poi, anche Roberto Naldi, presidente di Corporacion America Italia. Ovvero la filiale del gruppo di Eduardo Eurnekian che ha conquistato la maggioranza di Aeroporto di Firenze, la società presieduta da Carrai. La stessa che entro il 2017 vuole realizzare nello scalo fiorentino una nuova pista e lo farà con molto più agio dopo che lo Sblocca Italia ha riservato all’opera una corsia preferenziale e uno stanziamento di 50 milioni di euro.E in chiesa non mancava nemmeno l’ex presidente Enel Chicco Testa, socio di Carrai nella C&T crossmedia e oggi al vertice di Assoelettrica, che negli ultimi anni non ha risparmiato gli attacchi ai produttori di energia da fonti rinnovabili per l’eccesso di incentivi. Aspetto su cui il governo è pesantemente intervenuto con una norma del decreto Competitività. Presenti poi Paolo Fresco, ex ad di Fiat, Marco Morelli, ex banchiere Mps, Jp Morgan e Intesa e oggi al vertice di Bofa Merrill Lynch Italia, e il responsabile delle Casse del Centro di Banca Intesa San Paolo Luciano Nebbia.

Ma il mondo di Carrai non si conclude con la schiera di finanzieri, imprenditori, uomini che hanno gestito il potere economico in Italia e non solo negli ultimi decenni. Da Los Angeles è appositamente arrivato Michael Ledeen, 73enne amico intimo di Carrai. Ex consulente di Cia, Sismi, governo Reagan ai tempi della crisi di Sigonella. Uno che teorizza il disordine per mantenere l’ordine, considerata l’eminenza grigia di molti intrecci internazionali degli ultimi decenni. Fra gli oltre 300 invitati anche l’ambasciatore Usa John R. Phillips. In seconda fila il gruppo di potere fiorentino. Alberto Bianchi, tesoriere delle fondazioni di Renzi e nominato dal premier nel cda dell’Enel, Matteo Spanò, presidente della Banca di credito cooperativa di Pontassieve (quella che ha concesso un mutuo senza garanzia da 500 mila euro all’azienda di Tiziano Renzi Chil Post poi fallita) e alla guida del Museo dei Ragazzi del Comune di Firenze, gli imprenditori toscani Marco e Leonardo Bassilichi, quest’ultimo a capo della Camera di Commercio fiorentina, il presidente della Cassa di Risparmio di Firenze Giuseppe Morbidelli, quello della fondazione omonima, Umberto Tombari e Jacopo Mazzei, che siede nel suo cda.

E poi il sindaco ereditario Dario Nardella, il direttore commerciale della Rai Luigi De Siervo e sorella Lucia, accompagnata dal marito Filippo Vannoni, presidente della controllata municipale Publiacqua. Presente anche Erasmo D’Angelis, a capo dell’unità di crisi di Palazzo Chigi. Persino il procuratore generale della Corte d’appello di Firenze, Tindari Baglione, si è arrampicato sulla scalinata per raggiungere la cattedrale. Seguito dal presidente di Rcs Libri Paolo Mieli.

Lo sposo Carrai, fedelissimo fundraiser del premier, ha riunito gli amici di una vita a cui negli anni ha chiesto di finanziare e sostenere Renzi. Ma l’abisso di mondi è evidente. Con Matteo che nonostante il potere sembra l’invitato fuori luogo. Si siede al posto del testimone, al fianco di Bianchi, mentre la moglie Agnese è dietro l’altare a cantare con il coro del Maggio Musicale. Presieduto da Francesco Bianchi, fratello di Alberto. Renzi ha preferito evitare di partecipare al rinfresco serale a villa Corsini. Nell’esercito di smoking, il premier appare ingessato, fuori luogo. In abiti non suoi. Cerca sostegno nel codazzo di fedelissimi che ha voluto portare con sé, come Luca Lotti, invitato nonostante non abbia rapporti con Carrai. Con Alessandro Baricco e il patron di Eataly Oscar Farinetti si conclude l’elenco dei renziani presenti. Maria Elena Boschi è stata esclusa dalla cerimonia.

Nella giornata di ieri, con l’amico Marco impegnato nel suo matrimonio, l’anello di congiunzione tra i due universi è stato Bianchi che, con aspetto signorile e passo nobiliare, ha tentato di sdoganare gli adepti del premier tra banchieri, imprenditori e blasoni presenti. I risultati sono stati decisamente mediocri, ma i mondi sono visibilmente distanti. “Lei considera il ruolo politico di Renzi, è comprensibile, per noi invece è come ad Ascot, nel Berkshire, ha presente?”, commenta uno degli invitati che sostiene di essere amico anche di Serra. Ascot è noto per le corse dei cavalli. “Esattamente, per noi Matteo è un cavallo: lo abbiamo svezzato, allevato e coccolato. Ci ha dato delle soddisfazioni. Abbiamo deciso di scommettere su di lui, ora aspettiamo di vedere se arriva al traguardo da vincente oppure no”. E se perde? “Il mondo è pieno di puro sangue, mi creda, basta allevarli”. Per molti dei presenti il rischio della scommessa è minimo, fuori da questa cerchia invece la posta in gioco su quel cavallo è massima: le sorti del Paese.

Da Il Fatto Quotidiano del 28 settembre 2014. Aggiornato alle 18:30

p.s.

ecco l'immagine plastica di un paese in mano a una banda.. poche persone che decidono per milioni cui vendono fumo e cavalli di razza.... mentre in realtà il tutto è solo plastica. Fanno affari: li hanno fatti con la sinistra e la destra: ora hanno toccato con una mano il paradiso visto che hanno il capo di un partito che, retoricamente, si definisce di sinistra mentre fa una politica che farebbe impallidire i repubblicani americani e si allea con la destra populista italiana.

 
 
 

UCRAINA: La sconfitta di Poroshenko e i prossimi scenari internazionali

Post n°3300 pubblicato il 28 Settembre 2014 da ninograg1
 

dal blog cambiare il mondo

di G.Z. Karl
Dopo alcuni mesi di battaglia, la guerra in Ucraina è finalmente conclusa. È dunque giunto il momento di un’analisi su ciò che è successo, in particolare di un’analisi sulla sconfitta delle forze governative ucraine e sugli scenari internazionali che si aprono inevitabilmente a seguito di questo successo delle forze filorusse.

Le ragioni della sconfitta militare ucraina

Riguardo alla sconfitta delle forze ucraine, perché di ciò si deve parlare, è doveroso premettere che un’analisi militare è oltremodo difficile. I fatti sono stati oscurati dalla propaganda di guerra proveniente da entrambi i lati e, inoltre, non esistono documenti seri e certi relativi alle forze in campo, ai loro movimenti, alla loro organizzazione e così via. Bisognerà, cioè, rifarsi ai fatti per come sono accaduti e per come sono stati riportati (in occidente, al solito, molto malamente dalla nostra stampa).

Partiamo dalla situazione antecedente al conflitto. Col referendum dei mesi scorsi, la Crimea passa alla Russia, che fa sentire il peso della sua forza militare scacciando le truppe ucraine dal territorio della Crimea, sia pure senza sparare praticamente un colpo. Dopodiché è la volta delle province russofone del Donbass a tenere referendum per l’indipendenza e la successiva adesione alla Federazione Russa, che però non ha luogo poiché la Russia preferisce una strategia gradualistica e di guerra a bassa intensità. All’inizio di giugno scatta così l’operazione antiterrorista del governo ucraino. Con l’inizio delle attività belliche il 4 giugno scorso, Poroshenko presume di poter riconquistare in un mese e poco più di tempo il Donbass, regione strategica per l’Ucraina specialmente dal punto di vista economico trattandosi a tutt’oggi di un notevole bacino carbonifero, le cui risorse sono indispensabili alla dissestata economia ucraina.

Perché in un mese e poco più? Perché la storia ci insegna, da ultimo con l’offensiva tedesca del 1941 in URSS e i rovesci che poi ne seguirono, che il tempo dei combattimenti in quella regione del mondo è solo l’estate. Già in ottobre, infatti, con i primi acquitrini, le truppe di terra finiscono inevitabilmente per impantanarsi. Ecco perché Poroshenko scatena il prima possibile l’offensiva. Perché sa che deve chiuderla al più presto, non disponendo di una finestra temporale lunga prima dell’arrivo delle piogge. Peraltro, egli sa bene che attaccare subito gli offre il vantaggio di contare sull’impreparazione dei filorussi.

Questi sono gli elementi a favore di Poroshenko. In più, almeno stando a quanto riportato in occidente, egli dispone di una forza militare di gran lunga superiore a quella male armata, male organizzata e improvvisata dei filorussi, giacché le forze armate ucraine dovrebbero comprendere almeno 800.000 uomini (ma ripetiamo che non esistono cifre ufficiali verificabili).

Questo è il calcolo che spinge Poroshenko all’offensiva. Senonché, sarà proprio questo calcolo la sua tomba militare. Le forze armate ucraine spingono sull’acceleratore nel corso del mese di giugno e nella prima metà di luglio i giornali occidentali, tra cui quelli italiani, annunciano trionfalmente che la guerra sta per finire perché gli ucraini ormai stanno per accerchiare e prendere definitivamente Donetsk e Lugansk. Dopo l’intermezzo dell’abbattimento del volo malesiano i combattimenti riprendono furiosi, ma questa volta sono i filorussi a passare alla controffensiva e a sbaragliare le forze di Kiev. Cos’è successo e soprattutto cos’è accaduto che i giornali (anche italiani) non ci hanno spiegato o voluto spiegare?

Innanzitutto, occorre ricordarsi sempre che, come insegnava von Clausewitz, ogni guerra ha un suo punto “culminante”, il momento cioè in cui i rapporti di forza si rovesciano. Per intendersi e restare in “zona”, la battaglia di Stalingrado fu il punto culminante della seconda guerra mondiale. Ora, il punto culminante non si verifica per mera casualità, bensì per ragioni ben precise e tutte razionali (anche se agli occhi della stampa occidentale queste o si producono perché esistono le streghe che gettano il malocchio o perché il russo è un orco brutto e cattivo).

Vediamo, allora, cosa può essere successo. Sicuramente, le forze militari ucraine, benché preponderanti rispetto alle forze filorusse (godendo peraltro del supporto delle forze aeree), non erano in realtà così numerose e ben armate come la propaganda voleva far intendere. Stando a stime un po’ più realistiche, le truppe effettivamente pronte al combattimento erano, molto probabilmente, pari solo a 40.000 uomini. Come si vede, non certo un gran numero, specie in rapporto a una regione estesa come il Donbass e soprattutto in relazione alla sua conformazione geografica. Di qui l’invio di truppe volontarie e anche di forze paramilitari riconducibili ai partiti Svoboda e Settore Destro, vale a dire forze politiche di chiaro orientamento di estrema destra. Qui veramente ormai non stupisce più la doppia morale dell’occidente. A Poroshenko si permette di inviare forze paramilitari di questo tipo per riconquistare il Donbass, quando Milosevic, a suo tempo dipinto come un nazista, non ha mai impiegato in Kosovo forze paramilitari usando per la repressione le forze del Ministero dell’Interno jugoslavo (e poi serbo). Le truppe irregolari serbe, specie di Arkan, operavano infatti in Croazia e Bosnia, tra il 1992 e il 1995, e non in Kosovo, e oltretutto non si trovavano sotto il comando del Governo di Belgrado, come riconosciuto dalla Corte Internazionale di Giustizia nella sua sentenza nel caso Bosnia contro Serbia.

Già l’impiego di forze paramilitari, e quindi di fanatici ma non certo di professionisti, rivela lo stato di difficoltà in cui versavano e versano le forze armate ucraine.

Queste forze che disponevano comunque della superiorità aerea arrivano alle porte delle due città menzionate prima, ma non riescono a quanto sembra né a chiudere mai l’accerchiamento né tantomeno a entrare nelle città. Difatti, per alcune settimane non faranno altro che colpirle da lontano con l’artiglieria.

Perché ciò? Qui la ragione è da un lato direttamente militare e dall’altro lato è logistica. Direttamente militare perché evidentemente, dopo un mese e mezzo di combattimenti condotti da truppe scarse e malarmate, gli assedianti di Donetsk e Lugansk non ce la fanno più fisicamente. D’altronde, se questi erano gli effettivi, in assenza di turnover è del tutto ovvio che esse iniziassero a dare, come hanno dato, segnali di cedimento. Il problema era poi aggravato da altri fattori: 1) la lontananza dal centro dell’Ucraina; 2) il dover combattere su due fianchi; 3) un sistema economico fragile.

Detto sinteticamente, premesso ancora una volta che il turnover delle truppe ucraine doveva essere praticamente assente date peraltro le distanze tra il Donbass e i quartieri centrali di comando ucraino, la lontananza dal cuore del paese ha tagliato le gambe alle scarse forze armate ucraine dal momento che ne ha reso viepiù difficile, a mano a mano che ci si allontanava verso est, i rifornimenti logistici. L’Ucraina infatti è un territorio vastissimo, in special modo quando le truppe messe in campo sono poche e malarmate.

Queste forze, poi, non hanno dovuto combattere una guerra su due fronti. Questa presuppone, per esempio, un confronto militare contemporaneamente a est e a ovest. Ma di certo esse si sono trovate in una situazione assimilabile, dovendo combattere su due fianchi lontani l’uno dall’altro (Donetsk e Lugansk), con ciò disperdendo forze ed energie, già assai poco ampie e logorate progressivamente, che non potevano essere concentrate su un obiettivo solo (come avviene per l’appunto anche nella guerra su due fronti).

A ciò va sommata la fragilità dell’economia ucraina in questo momento che non permette affatto uno sforzo bellico prolungato con la crisi economica in corso. Ogni sforzo militare di questo tipo richiede, oggi, una economia preparata alla guerra e quella ucraina era ben lungi dal potersi dire pronta ad affrontarne una.

Come si vede, quindi, le condizioni militari di partenza erano, per Poroshenko, solo all’apparenza favorevoli. Esse potevano, in altri termini, dirsi favorevoli, per di più in assenza di rifornimenti da parte occidentale, solo a patto di concludere nel giro di pochissimo tempo il conflitto.

Dall’altro lato, le forze militari di Novarussia erano sicuramente messe ancora peggio delle forze ucraine, non disponevano di aerei ed erano improvvisate. Ma avevano alcuni fattori a loro vantaggio: 1) giocavano in “casa”; 2) non avevano nulla da perdere giacché per loro la repressione ucraina significava solo oppressione e perdita di libertà; 3) guerreggiavano su un fronte per loro più compatto; 4) erano vicinissime alla linea di rifornimento rappresentata dal confine russo; 5) potevano giocare col turnover delle truppe, perché da quanto si è capito, sebbene numericamente inferiori, le truppe filorusse venivano mandate aldilà del confine a riposare per poi rientrare a combattere e, in questo modo, potevano avere la meglio su truppe superiori in uomini ma molto più stanche; 6) avevano un apparato economico e bellico di rifornimento come quello russo alle spalle.

È chiaro, in ogni modo, che i russi sono scesi in campo a combattere a fianco di Novarussia. Ma va detto che ciò non hanno fatto in modo scomposto, bensì mimetizzandosi e con numeri limitati ma bastevoli a fronteggiare paritariamente gli ucraini, in maniera tale da evitare l’accusa di un’aggressione diretta. Di più, i russi hanno fornito, è evidente, il supporto necessario a neutralizzare l’aviazione militare ucraina, offrendo per un verso l’armamento antiaereo necessario alle truppe filorusse sul terreno e, per altro verso, guidando da poco di là del confine, dai propri centri radar, le forze della difesa antiaerea di Novarussia nell’individuazione e nell’abbattimento dei caccia militari ucraini.

Bisogna altresì aggiungere un dettaglio molto significativo dal punto di vista strategico militare. Il conflitto si è giocato dovendosi tenere a mente quattro punti: Donetsk, Lugansk, la Crimea e il territorio ucraino che dalla Crimea si spinge al confine russo verso est, con in mezzo Azov. In questo quadrilatero, ovverosia tra i due fianchi del combattimento in cui le truppe ucraine erano impegnate si è aperto, con ogni evidenza, un buco enorme (per loro) in cui le truppe filorusse si sono buttate per arrivare fino al Mare di Azov, creando così una sorta di “testa di ponte” tra la Crimea e il resto del territorio russo e chiudendo definitivamente agli ucraini ogni possibilità di vittoria, tanto da finire, a propria volta, accerchiati.

Non a caso, infatti, subito dopo Poroshenko ha chiuso un accordo per la tregua militare e la cessazione delle ostilità, ben cosciente della propria disfatta militare (e di riflesso politica).

 

I prossimi scenari

Dietro la sconfitta di Poroshenko si staglia la figura di Vladimir Putin, assieme al suo staff e al suo Stato Maggiore militare. Del resto, non v’erano dubbi attorno al fatto che Putin e i suoi fossero persone dal sangue freddo, preparate, pazienti e tenaci e soprattutto dotate di orgoglio nazionale e di desiderio di rivincita dopo la disfatta russa degli anni ’90 del secolo scorso. Ciò avevano già dimostrato in occasione della crisi siriana del 2013, a seguito della quale gli occidentali avevano voluto prendersi la loro rivincita facendo esplodere, in nome dell’europeismo, la crisi ucraina.

Quest’ultima crisi ha rivelato, da una parte, lo stato di prostrazione delle “potenze occidentali” e, dall’altro, la capacità della Russia di giocare un ruolo sullo scenario internazionale anche in termini di “confrontation”. Certo, la Russia e Putin hanno sfruttato tutti i margini concessi dalla situazione politica internazionale: 1) lo stato di acuta difficoltà economica in occidente; 2) il continuo delle tensioni in Medio Oriente che obbliga la marina degli USA a tenere una parte delle proprie forze bloccate nel Golfo Persico; 3) il progressivo aumentare delle tensioni in Asia che ha costretto buona parte della flotta USA a concentrarsi nelle acque tra le Filippine e il Giappone in virtù degli obblighi militari che gli USA hanno con i paesi della zona in caso di minaccia cinese o nordcoreana; 4) il tutto mentre sempre gli USA sono costretti a parcheggiare una propria parte della flotta a presidio della costa occidentale e della costa orientale del paese onde prevenire nuovi attacchi in stile 11 settembre.

Di qui, con ogni evidenza, l’impossibilità principalmente per gli USA di muoversi a sostegno di Poroshenko, per via del fatto di essere ormai allo stremo delle forze militari e nell’impossibilità in questa fase di puntare a una guerra con un sistema economico in pessime condizioni.

Questo è il contesto mondiale in cui si è inserita la crisi ucraina. È interessante ora vedere quali riflessi avrà l’esito del conflitto. La situazione immaginata da Putin, a quanto sembra, pare assimilabile, a prima vista, a quella del Kosovo. Un conflitto non troppo prolungato, seguito da una fase di stabilizzazione sul terreno che, col tempo, porti poi al distacco formale delle regioni russofone in vista della loro definitiva adesione alla Federazione Russa (in fondo, neanche per il Kosovo è tuttora preclusa questa strada, ovvero della “riunificazione” con la madre terra albanese, il che rischierebbe di portare a un nuovo conflitto balcanico, ma questa volta provocato dal nazionalismo albanese).

Il calcolo di Putin è evidente: a) appropriarsi delle terre nazionali russe localizzate nei confini ucraini; b) impossessarsi delle risorse carbonifere del Donbass; c) spingere ciò che resterebbe dell’Ucraina occidentale verso le fauci dell’occidente. Quest’ultimo aspetto può sembrare paradossale. Eppure, è lecito sospettare che proprio questo fosse e sia tuttora il calcolo politico di Putin. Si potrebbe obiettare che, così facendo, l’Ucraina occidentale entrerebbe nella NATO e i russi si ritroverebbero col nemico alle porte. Questa posizione è apparentemente logica ma non tiene conto di alcuni fattori, segnatamente del fatto che, una volta amputata di un pezzo (peraltro economicamente rilevante), l’Ucraina occidentale si ritroverebbe non a chiedere l’ingresso nella NATO e nella UE, bensì si ritroverebbe alla loro mercé. Per di più, l’amputazione dell’Ucraina ben potrebbe risvegliare, se non ha già risvegliato, gli appetiti nazionalistici di Polonia, Ungheria e Romania.

Con l’esplodere della crisi ucraina, difatti, sono tornati fuori nomi che sembravano scomparsi dai radar internazionali, vale a dire Galizia, Bucovina, Bessarabia, Rutenia subcarpatica. Si tratta di regioni, tutte queste, che hanno formato oggetto di un lungo contenzioso sulla sistemazione dei confini nell’Europa centrale e orientale almeno fino alla seconda guerra mondiale.

Già il partito di estrema destra ungherese, Jobbik, che alle elezioni nazionali è riuscito ad arrivare al 20% dei voti è tornato a sollevare la questione della minoranza ungherese nella Rutenia subcarpatica. Più sopite sono state, invece, le reazioni polacche e rumene e ciò per comprensibili ragioni. Perché la Polonia, tuttora, confina direttamente con la Russia (nell’exclave di Kaliningrad) e, perciò, tra la minaccia dell’orso russo e la volontà di espansione territoriale verso la Galizia deve necessariamente avere come priorità il contenimento dei russi. Perché nella stessa situazione si trova, in pratica, la Romania che confina con la Moldova, mentre le truppe russe si trovano nella provincia separatista della Transnistria (appunto in Bessarabia).

In questo quadro, traspira dalle mosse di Putin un’idea di fondo, vale a dire quella di puntare a risvegliare i nazionalismi ormai sempre meno latenti e sempre più evidenti in quelle regioni per provocare, di conseguenza, una dissoluzione del quadro europeo. Dissoluzione che, d’altro canto, potrebbe essere favorita dalla rottura della zona euro, elemento, questo, che Putin avrà, con ogni probabilità, considerato all’interno della sua cornice strategica di azione.

Anche questo elemento, aldilà delle apparenze, può contribuire a spiegare la reticenza con cui l’Unione Europea ha accolto l’idea di un’integrazione rapida dell’Ucraina al suo interno, essendo del tutto palese che un simile processo potrebbe segnare l’inizio della fine dell’Unione specialmente nell’Europa orientale attraverso la riapertura di discussioni che soltanto all’apparenza sono chiuse, ossia le discussioni sui confini in Europa che, come dimostra la guerra in Ucraina, non sono intangibili.

Ciò posto, appare più che mai complicato rimettere assieme i cocci delle relazioni con la Russia. Non vi sono dubbi in ordine al fatto che, giocoforza, una parte di questi cocci vada ricomposta, tenuto conto dell’ampiezza delle relazioni commerciali con la Russia e dell’importanza strategica delle sue forniture energetiche all’Europa. Ciò non toglie, però, che le relazioni UE-Russia siano andate peggiorando in maniera duratura a causa del carattere fortemente antirusso delle attuali elite europee, che vedono in Putin, e nel suo governo, una sorta di mostro bifronte zarista-stalinista a carattere tipicamente autocratico e illiberale.

In conclusione, è appena il caso di rilevare che da questa crisi potrebbe scaturire una stasi nei rapporti tra Russia e UE molto duratura nel tempo, parallelamente a quella che sarà la fase di congelamento della crisi ucraina e fintantoché essa non avrà termine con la definitiva separazione delle province “ribelli” e la loro adesione alla Russia. Frattanto, però, la Russia non starà affatto ferma, rivolgendo lo sguardo verso oriente e cercando di diventare sempre più protagonista sullo scacchiere asiatico, venendosi così ad aggiungere un ulteriore elemento di tensione in una polveriera. Il tutto mentre l’Europa, crisi dell’euro o meno, diventerà ancor meno rilevante di prima.

p.s.

l'analisi è puntuale.... ma aggiungo solo che è molto probabile che ci sia stato uno scambio, non dichiarato, fra putin e obama: il primo si prende la parte est dell'ucraina il secondo fa quello che vuole in iraq e siria anche perchè gli estremisti li ha finanziati lui o chi per esso quando si doveva combattere Assad

 
 
 

Commercio mondiale, Stiglitz: “No a trattato Usa-Ue, in gioco tutela consumatori”

Post n°3299 pubblicato il 27 Settembre 2014 da ninograg1
 

di Redazione Il Fatto Quotidiano | 26 settembre 2014

 

No al trattato di libero scambio tra Unione europea e Stati Uniti. Che potrebbe rivelarsi “molto negativo” per l’Europa perché lascerebbe “campo libero a imprese pro­ta­go­ni­ste di atti­vità eco­no­mi­che nocive per l’ambiente e per la salute umana“. Parola del premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, che ha ribadito il suo no alla firma del discusso accordo Trans-Atlantic trade and investiment partnership (Ttip) – i cui negoziati sono peraltro in stallo – in un intervento su Il Manifesto. “Gli Stati Uniti, in realtà, non vogliono un accordo di libero scam­bio, vogliono un accordo di gestione del com­mer­cio che favo­ri­sca alcuni spe­ci­fici inte­ressi eco­no­mici”, scrive l’economista noto per le critiche alle politiche del Fondo monetario internazionale. “La posta in gioco non sono le tariffe sulle impor­ta­zioni tra Europa e Stati uniti, che sono già molto basse. La vera posta in gioco sono le norme per la sicu­rezza ali­men­tare, per la tutela dell’ambiente e dei con­su­ma­tori in genere. Ciò che si vuole otte­nere con que­sto accordo non è un miglio­ra­mento del sistema di regole e di scambi posi­tivo per i cit­ta­dini ame­ri­cani ed euro­pei, ma garan­tire campo libero a imprese pro­ta­go­ni­ste di atti­vità eco­no­mi­che nocive per l’ambiente e per la salute umana”.

Ed è per questo, secondo Stiglitz, che il Dipar­ti­mento del Com­mer­cio (così come, peraltro, la Commissione Ue) “sta nego­ziando in asso­luta segre­tezza senza infor­mare nem­meno i mem­bri del Con­gresso ame­ri­cano”. Poi l’esempio di quel che potrebbe succedere, per il Nobel, in caso di approvazione: “La Phi­lip Mor­ris ha fatto causa con­tro l’Uruguay che vuol difen­dere i pro­pri cit­ta­dini dalle siga­rette tos­si­che. La Phi­lip Mor­ris nel ten­ta­tivo di con­tra­stare le misure adot­tate in Uru­guay per tute­lare i minori o i malati dai rischi del fumo si è appel­lata pro­prio ai quei prin­cipi di libero scam­bio che si vor­reb­bero intro­durre con il Ttip. Sot­to­scri­vendo un accordo simile l’Europa per­de­rebbe la pos­si­bi­lità di pro­teg­gere i pro­pri cit­ta­dini. Que­sto tipo di accordi, inol­tre aggra­vano le disu­gua­glianze e, in una situa­zione come quella euro­pea, rischie­reb­bero di appro­fon­dire la recessione“. 

Bocciatura su tutta la linea, dunque, per il trattato che prevede la rimozione dei dazi ma soprattutto l’armonizzazione di normative e regolamenti dalle due parti dell’Atlantico, cosa che secondo il Centre for economic policy research di Londra comporterebbe una crescita di 90 miliardi di euro per l’economia Usa e di 120 miliardi per quella europea. La firma dell’accordo è fortemente voluta dal governo italiano, che stando alle anticipazioni del viceministro allo Sviluppo economico Carlo Calenda farà di tutto perché le trattative si chiudano nei prossimi 12 mesi. Ma, a quanto pare, difficilmente la scommessa di Matteo Renzi sarà vinta: venerdì il commissario Ue uscente al Commercio, Karel De Gucht, ha ammesso in un’intervista al Financial Times che c’è il rischio concreto di uno slittamento sine die. “La mancanza di leadership politica a Washington e a Berlino sta rendendo sempre più improbabile” che il Partenariato trans-atlantico per il commercio e gli investimenti venga siglato entro il prossimo anno. E se non ci sarà un accordo nel 2015 si rischia che la firma del Ttip venga rinviata a tempo indeterminato a causa delle elezioni presidenziali negli Usa. “Questo accordo può essere concluso solamente se c’è una sufficiente guida e volontà politica a farlo”, spiega De Gucht al quotidiano finanziario. “Cosa che da entrambe le parti, sia americana che europea, deve ancora essere dimostrata”. Il commissario Ue riconosce poi che “abbiamo incontrato più ostacoli del previsto e per diverse ragioni. Il commercio è diventato un tema decisamente politico” e “specialmente i partiti di sinistra non sono particolarmente a favore del libero scambio”. Infine, riguardo al ruolo dei gruppi di pressione, De Gucht spiega che “si parla molto delle lobby al Parlamento europeo, ma posso assicurare che al Congresso degli Stati Uniti sono molto più forti”.

p.s.

e vediamo se stavolta si rimangia quanto detto 24 ore prima.. Stiglitz ha già fatto altre volte cambi di corsia....

se volete sapere quando tutto ciò incominciò.. con il trattato di maastricht per l'europa e con l'adesione al trattato istitutivo del wto: indovinate un pò chi era al governo allora? il centrosinistra....

buon week end a tutti

 
 
 
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