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M5S, gli autogol che ne oscurano i successi

Post n°3277 pubblicato il 20 Agosto 2014 da ninograg1
 

di Andrea Scanzi | 19 agosto 2014

 

È più forte di lui, ogni tanto Beppe Grillo deve farsi male da solo. L’ultimo caso è l’avvincentissimo sondaggio sul “Giornalista dell’anno 2014“. Che senso aveva farlo? Nessuno. Il sondaggio, vinto con 3.822 voti su 16.260 da Giuliano Ferrara (Premio Stercorario 2014), è una sorta di greatest hits della rubrica “Giornalista del giorno”, che a sua volta ha generato gli spin-off  “Vignettista del giorno” e “Blogger del giorno”: spesso ci sono finiti disegnatori e blogger di questo giornale, notoriamente house organ del Movimento 5 Stelle. Grillo dirà che è una goliardata, e certo le cose gravi in Italia sono altre. Ma proprio di questo dovrebbe parlare, magari sottolineando come perfino Delrio abbia dovuto ammettere che gli 80 euro erano poco più che una sòla, o rivendicando come il M5S avesse ragione quando avvertiva che la ripresa tanto millantata dal governo Renzi fosse lungi dal verificarsi. Invece no: Grillo trova urgente lanciare il Premio Stercorario.

Da sempre il suo blog alterna articoli stimolanti (per esempio i contributi di Aldo Giannuli) e controinformazione meritoria a sfoghi ridicoli di yesmen ottusi e articolesse bolse dei primi Becchi che passano. Giornali e tivù, quasi sempre, rilanciano solo ciò che, ancor più se estrapolato arbitrariamente, può mettere i “grillini” in cattiva luce: un alibi innegabile per Grillo, ma qualcosa non torna. In primo luogo, agli italiani interessa poco di quel che scrive un giornalista. Al di là di qualche caso sporadico, i giornalisti sono emeriti sconosciuti. Nel momento in cui Grillo li espone al pubblico ludibrio, non solo li rende martiri (regalando ai detrattori ulteriori argomenti per la mitraglia) ma li toglie pure dall’oblio. Tra i nominati ci sono figure che godono a essere odiate (Ferrara, Giordano, Sallusti), persone nel frattempo scomparse (Federico Orlando) e una galassia di oscuri carneadi. Chi è Tony Jop? Chi è Michele De Salvo? Chi lo ha mai letto Stefano Menichini? Nessuno, e infatti i giornali su cui firmavano son tutti morti per mancanza di masochismo (cioè di lettori disposti a leggerli). Grillo ha regalato scampoli di celebrità a firme che, spesso, neanche vengono riconosciute quando entrano in casa loro. Figuriamoci dagli italiani.

Il secondo punto debole risiede nella sensazione sgradevole che provoca quella rubrica: spesso Grillo si è limitato a pubblicare stralci fedeli degli articoli sgraditi, senza commenti ulteriori (se non dei lettori del blog, e non erano missive d’amore). E molti di quegli articoli, in effetti, facevano abbastanza pietà. Era però nel loro diritto: Repubblica, Huffington Post o L’Unità (che nel frattempo ha chiuso i battenti) hanno tutto il diritto di criticare ferocemente il Movimento 5 Stelle. Sono giornali vicini al Pd, spesso gli dettano la linea (e vanno capiti: se aspettano Renzi, buonanotte). E Grillo e Casaleggio tutto sono fuorché infallibili. Sta poi al letttore capire chi scrive il giusto e chi no. Grillo ha fatto un calderone indistinto, al cui interno ci sono mediani del potere e talenti autentici. Per esempio, e non è l’unico in quella lista, Michele Serra. Grillo lo conosce bene. Un tempo erano amici e adesso no.

Lamentare la pochezza di Pigi Battista è come dire che l’acqua è bagnata: una banalità. Attaccare Serra perché oggi è renziano e forse (anzi sicuramente) ai tempi di Cuore non lo sarebbe stato neanche sotto tortura, è una reazione infantile. Grillo e Casaleggio, a questo punto, direbbero che nessuno come i 5 Stelle è stato massacrato a prescindere nella Seconda Repubblica. Hanno ragione, e la semplificazione vile (“Di Battista sta coi terroristi“) di un lungo post criticabile ma certo non “terroristico” (“Non sto né giustificando né approvando, lungi da me. Sto provando a capire”) è solo l’ennesimo caso di un giornalismo che ai 5 Stelle fa le pulci e ai renziani perdona tutto. Eppure i casi politicamente disperati, da quelle parti, non sembrano mancare: basta pensare alle Boschi, alle Bonafè, alle Picierno. Tutto vero, ma non è abbastanza per lanciare quel sondaggio. Non serve a niente e non frega a nessuno.

E poi c’è il terzo punto. Il più importante. Ora che quasi tutti i media incensano il “Pacioccone” Mannaro Renzi; ora che l’Europa comincia a rendersi conto che l’unica differenza tra lui e Berlusconi è che il primo ascolta gli U2 e il secondo Apicella; ora che i soli a fare opposizione e difendere la Costituzione sono i 5 Stelle: ora che tutto questo è evidente, quei nove milioni che hanno votato M5S nel febbraio 2013 – e che nel frattempo guarda caso son diminuiti – ne hanno pieni gli zebedei di questa inclinazione tafazziana. Errori simili rischiano di vanificare tutto il lavoro fatto. Non c’è più tempo per il cazzeggio, peraltro autolesionistico, e le urgenze – per i 5 Stelle, ma più che altro per il paese – sono davvero altre.

p.s.

All'analisi, che evidentemente condivido, di Scanzi aggiungo:

  1. era necessario buttar fuori l'ala "pontista" verso la Nuova destra MEGLIO NOTA COME "PD" visto che poi si son seduti allo stesso tavolo ... o forse si deve pensare che ci si voleva rinchiudere i un guscio che badasse al proprio orticello anzichè veleggiare in mare aperto?
  2. era proprio necessario sparare ad alzo zero contro il pelo (leggi i giochini in cui cadono per inesperienza i suoi deputati e senatori o le dichiarazioni, tranne quella di Di Battista che condivido in TOTO) e non la trave ossia le leggi che gli stanno passando sotto il naso e contro cui fanno solo una sterile, quanto (sempre) utile, opposizione?
  3. si vogliono proprio ridurre a una qualunque Tsipras o Sel che dir si voglia
 
 
 

Prescrizione, in Italia “lo famo strano”. La patata bollente nelle mani di Renzi

Post n°3276 pubblicato il 19 Agosto 2014 da ninograg1
 

di Mario Portanova | 19 agosto 2014

La riforma della giustizia di Matteo Renzi dovrebbe arrivare in consiglio dei ministri il 29 agosto, ma c’è un nodo gigantesco che rischia di restare irrisolto: la prescrizione. La macchina giudiziaria italiana è ingolfata anche perché molti imputati che si sanno colpevoli preferiscono puntare al colpo di spugna finale percorrendo tutti i gradi di giudizio, invece di chiudere subito la partita accettando le pene scontate previste dai riti alternativi. Questo vale soprattutto per i colletti bianchi, tanto che l’Unione europea ha più volte chiesto ufficialmente al nostro Paese di riformare la prescrizione che, per come funziona ora, garantisce l’impunità a un imputato per corruzione su dieci.

L’ultimo richiamo è contenuto nelle raccomandazioni del Consiglio europeo all’Italia del 29 maggio 2013: “Occorre dar seguito alla legge anticorruzione del novembre 2012 e vi è margine per migliorare ulteriormente l’efficacia della repressione della corruzione, in particolare agendo sull’istituto della prescrizione, caratterizzato attualmente da termini brevi”. La richiesta è rimasta lettera morta per più di un anno, ma a quanto è trapelato finora la riforma annunciata da Renzi sarà ben lontana dal soddisfarla. 

OGNI ANNO 100MILA PRESCRITTI. In Francia la prescrizione si interrompe appena l’autorità giudiziaria compie qualunque atto d’indagine, così come in Germania, mentre nel Regno Unito neppure esiste. E in Italia? In Italia “lo famo strano”, con un sistema che porta alla morte di oltre 100mila procedimenti penali l’anno. Anche da noi la clessidra riparte da zero ogni volta che la giustizia interviene con un ordine di custodia cautelare, una richiesta di rinvio a giudizio, una sentenza di condanna e simili, ma la legge “ex Cirielli” del 2005 (con Silvio Berlusconi premier) stabilisce che per i non recidivi (quindi la stragrande maggioranza dei politici e dei colletti bianchi coinvolti in inchieste su corruzione e criminalità economica) la prescrizione non possa essere comunque superiore al tempo fissato dalla legge (legato alla pena massima prevista per il reato) aumentato di un quarto. In Germania, tanto per dire, il limite massimo comprese le interruzioni arriva al doppio dei termini originari. 

40MILA PROCESSI “SPRECATI”. L’annunciata riforma del governo Renzi, che dovrebbe essere discussa in Consiglio dei ministri il 29 agosto, potrebbe contenere soluzioni ancora più originali, secondo le indiscrezioni riportate da Repubblica: la prescrizione si fermerebbe in caso di condanna di primo grado, ma continuerebbe a correre in caso di successive assoluzioni. Una possibilità prevista anche dalla Commissione Fiorella istituita nel 2012 dall’allora ministro della Giustizia Paola Severino: l’idea, si legge nella relazione del 23 aprile 2013, è che “a ogni riscontro processuale della fondatezza dell’ipotesi accusatoria corrisponda la necessità di bloccare almeno temporaneamente il decorso della prescrizione, così da assegnare alla giurisdizione un tempo ragionevole per compiere la verifica della correttezza della decisione nei gradi di impugnazione”. Rimarrebbe così irrisolto uno dei principali problemi legati alla prescrizione all’italiana: nel 2012, sono stati quasi 39mila i colpi di spugna arrivati mentre erano in corso i processi di primo grado o di appello, con un evidente spreco di uomini e mezzi, entrambi scarsi nella macchina ingolfata della giustizia di casa nostra. Nel 2007 il governo Prodi approntò un ddl che non solo allungava i tempi, ma stabiliva che la prescrizione cessasse di scorrere in caso di condanna in appello. Ma la legislatura finì prima della sua approvazione definitiva. 

Come per la legge elettorale, invece di mutuare sistemi che in altri paesi sono consolidati da anni il governo scegli vie impervie e inesplorate. Soprattutto su temi caldi per i quali l’accordo con il centrodestra – Ncd e berlusconiani – è da confezionare con il bilancino. Non a caso la riforma della prescrizione è stata un nodo di scontro durissimo tra i componenti della larghe intese di Monti, all’epoca della discussione della nuova legge anticorruzione poi approvata nel 2012, con Berlusconi pronto a far cadere il governo, nonostante il momento di massima emergenza economica, se i tempi fossero stati allungati. I “12 punti” sulla riforma della giustizia annunciati dal governo il 30 giugno – con rituale conferenza stampa in pompa magna – affrontavano il tema (al punto 9) con la dovuta cautela: “Accelerazione del processo penale e riforma della prescizione”.

I RICHIAMI DELL’EUROPA: “TROPPI CORROTTI IMPUNITI”. Eppure anche questa è una cosa che “ci chiede l’Europa“. Lo ricorda l’Ufficio studi della Camera, che il 26 maggio ha prodotto un corposo dossier sul tema: “Il rilievo dell’eccessiva brevità del termine di prescrizione è emerso in diverse sedi sovranazionali (per esempio, nel Rapporto Ocse del maggio 2013 sulla corruzione) e, in special modo, nel Consiglio d’Europa”. Proprio sul fronte della corruzione, l’ufficio studi della Camera ricorda il Rapporto del Greco (il Gruppo di Stati del Consiglio d’Europa contro la corruzione) del 2 luglio 2009, nel quale si sollecita l’Italia “ad adottare misure tali che la pronunzia giudiziale di merito sui reati contro la pubblica amministrazione pervenga in tempi ragionevoli, sottolineando che l’estinzione dei reati per prescrizione, pur in presenza di compendi probatori solidi e affidabili, costituisce motivo di sfiducia della collettività nella giustizia”. Un richiamo rinnovato nel rapporto anticorruzione della Commissione europea del 3 febbraio 2014, che sottolinea l’inadeguatezza della legge “Severino” del 2012 su questo fronte. Il rapporto cita uno studio secondo il quale i procedimenti per corruzione estinti nel nostro Paese per scadenza dei termini di prescrizione sono intorno al 10% ogni anno, contro una media negli altri Stati Ue dallo 0,1 al 2%.

Nel 2012 (ultimo dato ufficiale disponibile) sono stati dichiarati prescritti 113mila procedimenti penali, il 7% di tutti quelli giunti a una conclusione. Un dato in calo (erano 207mila nel 2003), ma pur sempre “un’intollerabile abdicazione” dello Stato, l’ha definita il presidente della Cassazione Giorgio Santacroce all’inaugurazione dell’anno giudiziario 2014.  In Cassazione, sottolinea l’ufficio studi della Camera, il 13,7% delle prescrizioni riguarda i reati contro la pubblica amministrazione. I presunti tangentisti sono tra i principali beneficiati della prescrizione all’italiana. I termini scattano dal momento in cui il reato vine commesso, in genere molto prima che si apra la relativa indagine, e le pene lievi (leggermente inasprite dal nuovo testo anticorruzione del 2012) comportano altrettanto brevi tempi di scadenza. Il resto lo fanno i buoni avvocati che spesso i colletti bianchi possono permettersi. Risultato, ha rivelato l’Espresso nel febbraio scorso, in un Paese sempre punito dalle classifiche internazionali sulla trasparenza, tra i detenuti in carcere “si contano soltanto 11 accusati per corruzione, 26 per concussione, 46 per peculato, 27 per abuso d’ufficio aggravato”.

GERMANIA, PER I POLITICI LA PRESCRIZIONE E’ LUNGA. La prescrizione è una garanzia per il cittadino, e infatti è prevista da molti ordinamenti. Solo che altrove  è regolata in modo più lineare. E’ sempre l’Ufficio studi della Camera a informarci che in Francia il termine per perseguire i reati più gravi ( i “crime”, crimini, nel diritto francese) è di dieci anni, ma “possono essere interrotti da qualsiasi atto di istruzione e di azione giudiziaria”. In Germania i tempi sono ancora più lunghi, ma soprattutto: “Nel caso di reati compiuti da membri del Parlamento federale o di un  organo legislativo di un Land”, la prescrizione viene computata non da quando è stato commesso il reato, ma “a partire dal momento in cui viene avviato il procdiomento a carico del parlamentare”. Ecco un’altra pratica che difficilmente troverà spazio nella riforma della giustizia targata Renzi-Alfano-Berlusconi. In uno Stato indubbiamente di diritto come il Regno Unito, la prescrizione in sé non esiste, e limiti all’inizio di un’azione penale sono posti solo per i reati più lievi, mentre per i più gravi, le “indictable offence”, “non sussitono limiti temporali”, e comunque è il giudice che valuta caso per caso “la sussistenza del’interesse pubblico nell’esercizio dell’azione penale” anche se è passato molto tempo dal fatto.

p.s.

aggiungo solo che se queste sono le riforme..... se ne può fare volentieri a meno sia di queste che di tutte le altre!

 
 
 

Debito pubblico, il dilemma di Renzi. Ecco tutte le ipotesi in campo per tagliarlo

di Redazione Il Fatto Quotidiano | 18 agosto 2014

Che la vera emergenza italiana sia la zavorra del debito pubblico non è certo una notizia. Ma in questa seconda metà di un agosto caldissimo sul fronte dell’economia è diventato evidente che, più del paletto del 3% per il rapporto deficit/Pil, la partita cruciale che il governo Renzi si prepara a giocare con Bruxelles è proprio quella sullo stock del debito, che ha appena toccato i 2.168 miliardi di euro. Così, mentre qualcuno ipotizza negoziati più o meno segreti per ottenere dalla Commissione sconti sul “rientro” imposto a partire dal prossimo anno dal Fiscal compact, economisti e opinionisti si sbizzarriscono nel mettere sul tavolo proposte più o meno risolutive per scalfire la montagna di un disavanzo salito oltre il 135% del Prodotto interno lordo. Le trovate qui sotto. Si va dalla “parziale ristrutturazione” ipotizzata da Lucrezia Reichlin, ex direttore della ricerca della Bce e ora docente alla London Business School alla creazione, sostenuta dal sottosegretario Angelo Rughetti e dall’imprenditore vicino al premier Marco Carrai, di fondi garantiti dal patrimonio pubblico le cui quote andrebbero vendute a investitori istituzionali e famiglie. Il ricavato andrebbe, appunto, a tagliare il debito. Meccanismo simile per i “mattone bond” lanciati dal Sole 24 Ore e da affiancare a “un ritocco contabile” sui versamenti dell’Italia al Fondo europeo di stabilità finanziaria. Peccato che dalle pagine del Corriere della Sera Lorenzo Bini Smaghi, ex membro del comitato esecutivo della Banca centrale europea e oggi nel consiglio di amministrazione di Morgan Stanley international, geli chi “si illude” di poter “effettuare operazioni di riconversione o ristrutturazione del debito in modo ordinato”: “Non esistono soluzioni miracolose”, è l’ammonimento. E l’Italia, diversa,emte da Atene nel 2011, “di alternative, ancora (per un po’) ne ha”. Che probabilmente il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan sottoscriverebbe. Non è un mistero infatti che via XX Settembre punti sulle (seppur lente e difficoltose) privatizzazioni, da cui spera di ricavare ogni anno lo 0,7% del Pil, e sia invece contraria a qualsiasi intervento shock che possa spaventare gli investitori esteri. Non per niente il Tesoro nei primi sei mesi dell’anno, approfittando dei bassi tassi di interesse, ha anzi “messo fieno in cascina”, emettendo più titoli di Stato del necessario e accumulando liquidità per oltre 105 miliardi

La linea Rughetti: un fondo con immobili e società statali – Il sottosegretario alla Pubblica amministrazione Angelo Rughetti ha detto al Messaggero che “con il solo avanzo primario non usciremo mai” dalla spirale del debito. Per questo l’esecutivo dovrebbe dare “un segnale” collegando alla Legge di Stabilità “un’operazione che contenga un piano a 20 ani a per la riduzione del debito pubblico con la creazione di un fondo dove immettere il patrimonio pubblico, mobiliare e immobiliare, e poi cedere il 49% delle quote del fondo stesso”. La misura “potrebbe essere inserita in un disegno di legge ad hoc” e “dovrebbe riportarci sotto il 100% del rapporto tra debito e Pil”. Da notare che per riuscirci occorrerebbe ricavare oltre 500 miliardi di euro, cioè appunto la differenza tra l’ammontare del “rosso” italiano e il valore del prodotto interno. Facile a dirsi. Anche perché è ben noto che i “gioielli” italiani, soprattutto quelli immobiliari che il Demanio e i governi di ogni colore da anni tentano di piazzare, non presentano particolare appeal agli occhi degli investitori.

Il fondo Patrimonio Italia di Carrai – L’idea del renziano Carrai riprende quella avanzata nel 2005 (ma all’epoca il debito era al 106,6% del Pil) dal giurista Giuseppe Guarino: creare un maxi-fondo a cui conferire “gli asset morti dello Stato per estrarne valore”. “L’immenso patrimonio immobiliare pubblico”, ha scritto su Mf il presidente del Cambridge Management Consulting Labs, “si può considerare dal punto di vista reddituale patrimonio morto”, “per non parlare del patrimonio spesso in capo agli enti locali o al forze armate non utilizzato e non a reddito”. Gli attivi del fondo verranno venduti “una parte a investitori istituzionali e fondi sovrani ma anche al cosiddetto Bot People”. Con il risultato di “abbattere di circa 2-300 miliardi il debito pubblico dello Stato”.

La ristrutturazione invocata da Reichlin e ModyLucrezia Reichlin e l’economista indiano Ashoka Mody, ex funzionario del Fondo monetario internazionale e oggi ricercatore del think-tank Bruegel, propugnano una vera e propria ristrutturazione del debito. Mody è arrivato a dichiarare al Telegraph che le autorità italiane dovrebbero iniziare a consultare “brillanti avvocati esperti in debito sovrano” per capire come non ripagare interamente gli interessi ai possessori di titoli di Stato. Anche Reichlin, in una recente intervista a Repubblica, ha rispolverato quello che da sempre è il suo cavallo di battaglia: una “redenzione” di parte del debito. “Assumiamo che per l’Italia il 40% del debito sia dovuto alle crisi: questa parte viene cartolarizzata e acquistata a sconto da una bad bank europea che poi la rimette sul mercato”, ha spiegato al quotidiano di Largo Fochetti. “Con un debito così alleggerito l’Italia può finanziare le iniziative di rilancio”. 

Il taglio da 200 miliardi in tre mosse proposto dal SoleIl quotidiano di Confindustria, alla vigilia di Ferragosto, ha messo sul piatto una proposta articolata in tre mosse per ridurre il debito di 300 miliardi: una società-veicolo con in pancia immobili per 60 miliardi, un “ritocco contabile” sul contributo di Roma al fondo salva-Stati e la privatizzazione delle società municipalizzate già contenuta nel piano del commissario alla spending review Carlo Cottarelli. Il primo punto prevede la nascita di una società ad hoc a cui trasferire attivi per 60 miliardi. Quest’ultima venderebbe poi le proprie quote a investitori privati e utilizzerebbe l’incasso per acquistare gli immobili riducendo il debito pubblico per la stessa entità. Per pagare gli interessi potrebbe contare sul “pagamento dell’affitto che lo Stato andrebbe a pagare sugli immobili”. Secondo il Sole, la proposta risulterebbe appetibile per l’investitore privato “a caccia di rendimenti sicuri con una remunerazione più elevata rispetto ai Bot e ai Btp”. Il secondo comparto del pacchetto consiste nel trasferimento al nuovo Meccanismo europeo di stabilità (Esm) delle passività del Fondo europeo di stabilità finanziaria (Efsf) nato nel 2010, perché i titoli emessi dal primo non vanno a pesare sui debiti pubblici nazionali. La decisione, tuttavia, spetta a Bruxelles. Infine la privatizzazione delle municipalizzate, processo “che attiverebbe anche risparmi da 800 milioni l’anno”.

Il piano di Mediobanca con il coinvolgimento di Cdp- Non si contano, d’altronde, le proposte taglia-debito avanzate negli anni da economisti e esponenti politici e rimaste nel libro dei sogni: dagli eurobond” di Alberto Quadrio Curzio e Romano Prodi, di recente rilanciati anche dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Graziano Delrio ma avversati strenuamente da Angela Merkel, al piano di Paolo Savona e Angelo Maria Rinaldi basato su fondo partecipato da Cassa depositi e prestiti e Fintecna. La Cdp è stata chiamata in causa anche da Antonio Guglielmi, capo analista di Mediobanca Securities, che nel 2012 ha illustrato al Cnel un’operazione di dismissione di partecipazioni statali, immobili e riserve auree di Bankitalia per un valore di 200 miliardi. La Cassa, a cui sarebbero state trasferite, avrebbe poi dovuto finanziarsi emettendo obbligazioni “garantite” da quegli stessi “gioielli” e dunque meritevoli di un rating superiore anche a quello dei titoli sovrani italiani.

p.s.

vacanze finite... ma non va meglio. I peggiori incubi si stanno avverando: con gli incapaci che ci governano e le lobby che succhiano soldi a sbafo. nostri, non c'è scampo: (s)vendere, (s)vendere questa è ormai la parola d'ordine del giorno. Altro che riforme e specchi per le allodole, qui il vero problema è una clase dirigente che VA cambiata a partire dagli alti colli per finire nelle più piccole viuzze dello spreco pubblico e privato.

 
 
 

Recessione, Draghi sfiducia Renzi. E il premier dice ‘in vacanza belli allegri’

Post n°3274 pubblicato il 08 Agosto 2014 da ninograg1
 

di Giorgio Meletti | 8 agosto 2014

In preda all’estasi comunicativa che gli italiani hanno conosciuto con B., Matteo Renzi ha salutato i telespettatori della trasmissione di La7 In Onda con un “gli italiani vadano in vacanza belli allegri”. Gaffe memorabile. Nella testa delle moltitudini che in vacanza non ci possono andare è risuonato l’originale di Dario Fo: “E sempre allegri bisogna stare che il nostro piangere fa male al re”.
 
I casi sono due. O i drammatici dati economici gli provocano effetti allucinogeni e, come il maestro, l’allievo ha visioni di ristoranti pieni. O più semplicemente fronteggia le difficoltà con il mai rottamato sistema democristiano della dissimulazione.
 
La mazzata di Mario Draghi (“in Italia le riforme non sono condotte con sufficiente impegno”) viene ammortizzata con un abbraccio: “Ha detto una cosa sacrosanta”, come se il presidente della Bce non parlasse di lui. È stata una delle più drastiche bocciature che mai si siano sentite nelle ovattate conferenze stampa di Francoforte. Tanto più che Draghi chiede perentoriamente ai Paesi in ritardo con le riforme economiche una “cessione di sovranità”.
 
Insomma, un preannuncio di commissariamento che Renzi ha liquidato da par suo: “Non ha detto che l’Italia deve andare verso una cessione di sovranità”. Ecco. Nel bel mezzo del mitico semestre di presidenza italiana, l’Europa ci fa sapere che le riforme forse ce le fa lei. E Renzi, anziché fare i conti con una minaccia per la democrazia peggiore della stessa Troika, fa finta di non capire e sfodera nuovi “renzini”: “Con le riforme l’Italia torna a crescere e volare”. Allegria.
 
p.s.
 non so chi di voi ha avuto modo di leggere il Fincial Times di oggi.. ha completamente delegittimato il governo e di conseguenza tutto quello che c'è dietro: è un chiaro segnale della comunità finanziaria, quella che:
  1. preme affinchè diventiamo un enorme parco buoi di consumatori che devono imparare a cavarela da soli;
  2. quella che con le sue dark pool, leggete su wikipedia, e le masse di capitali ha causato volontariamente tutto ciò solo per creare il sogno di qualunque speculatore ossia un enorme mercato senza regole e senza confini dove ognuno va per se e gli speculatori sono sugli spalti non a godersi lo spettacolo della scannatoio ma pure a farci soldi sopra...

con questo il blog chiude fino al 18 agosto per ferie: divertitevi ... lo dice anche Renzi

 
 
 

Europa, il mercato unico ha arricchito Germania e Danimarca. Meno l’Italia

Post n°3273 pubblicato il 07 Agosto 2014 da ninograg1
 

di Redazione Il Fatto Quotidiano | 5 agosto 2014

 

L’Europa ci ha salvati dall’instabilità e dagli attacchi speculativi. Macché, la moneta unica e la centralizzazione delle decisioni a Bruxelles sono la principale causa dell’impoverimento delle famiglie e della stagnazione dell’economia. Il partito pro-Unione europea e quello che predica la necessità di uscire dall’euro non sono mai stati tanto agguerriti. Ma non sempre documentano le proprie tesi con dati “solidi”. Qualche risposta su chi e in che misura abbia tratto effettivamente vantaggio dal mercato unico, cioè l’area di libera circolazione di merci, servizi e persone nata nel 1993 e sfociata dieci anni dopo nell’adozione dell’euro, arriva ora dalla tedesca Fondazione Bertelsmann. Che, pur posizionandosi senza alcun dubbio tra i favorevoli, in uno studio appena pubblicato riconosce che i Paesi del Sud Europa, tra cui l’Italia, hanno avuto benefici di gran lunga inferiori rispetto a quelli goduti per esempio da Germania e Danimarca.
 

In particolare, i ricercatori della fondazione hanno confrontato i dati sul prodotto interno lordo registrato in 14 dei 15 Stati aderenti al mercato unico nel 1992 e nel 2012. E hanno calcolato quanto sarebbero cresciuti se non avessero preso parte al processo di integrazione. Risultato: per Roma l’aumento del pil pro capite è stato di soli 80 euro all’anno. Cifra che ci posiziona al decimo posto nella classifica. Vantaggi minori li hanno ricevuti solo i cittadini di Spagna (70 euro a testa), Grecia (idem), Portogallo (20 euro) e Gran Bretagna, con soli 10 euro a testa in più. Ma in questo caso potrebbe aver pesato la decisione di non adottare la moneta unica. Al contrario, nello stesso ventennio il Pil dellaGermania è cresciuto in media di 37 miliardi l’anno, pari a un aumento di 450 euro annui per abitante. I danesi, primi in graduatoria, si sono ritrovati nel portafoglio addirittura 500 euro in più ogni anno. Seguono gli austriaci, con 280 euro all’anno in più, gli abitanti della Finlandia, che ci hanno guadagnato 220 euro e quelli della Svezia, con 180 euro.

Il presupposto per la creazione del mercato unico, ricorda lo studio, è che “con l’eliminazione delle tariffe doganali può incoraggiare la crescita economica tramite più canali”. Dal punto di vista dei consumatori, la riduzione dei prezzi dei prodotti importati “aumenta il potere d’acquisto dei loro redditi”, mentre per le imprese “cresce la possibilità di commercio con gli altri stati membri”. Da che cosa dipendono allora le importanti disparità registrate? L’analisi non lo spiega nel dettaglio, ma si chiude spiegando che un aumento dell’integrazione non potrà che aumentare i vantaggi, grandi o piccoli che siano, per i Paesi coinvolti. Per questo secondo la fondazione è opportuno eliminare le barriere residue che ancora limitano gli scambi nel settore dei servizi e nel mercato del lavoro

 
 
 
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Ciao Nino, come tu stesso hai scritto "era necessario...
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:)
Inviato da: ninograg1
il 20/08/2014 alle 18:24
 
nagi51 il 20/08/14 alle 09:11 via WEB un bel rientro con...
Inviato da: ninograg1
il 20/08/2014 alle 18:24
 
jigendaisuke il 20/08/14 alle 00:18 via WEB dici che non si...
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