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Casa Italia? Ok, ma i soldi? Quanti e dove?

Post n°3808 pubblicato il 25 Agosto 2016 da ninograg1
 

Premessa:

rispetto ad alcuni predecessori non ci sono roboanti dichiarazioni nè idee su 'new town' ecc.... dato a Cesare (..) quel che è di Cesare in realtà l'unica novità è che di soldi non se ne vedono; è vero che in questo paese di soldi buttati in grandi opere in seguito ad eventi cataclismatici ce n'è a iosa: se solo la metà di questi fosse davvero stata realmente usata per quel che cui era destinata questo paese molti problemi non lo riguarderebbero se non come problema altrui, così come se le centinaia di milioni stanziati negli scorsi anni per mettere in sicurezza in edifici pubblici e privati non ci si fosse messa di mezzo la 'solita' burocrazia forse qualche problema sarebbe risolto..

L'idea

Ideona. Come faccio a spostare l'attenzione? Come mandare sul binario morto le polemiche? In realtà però stavolta, oltre alla doverose parole nei confronti delle vittime e degli uomini della Protezione Civile delel forze armate ecc., di soldi veri non se ne vedono proprio oltre alla sospensione delle tasse (sospensione non significa niente tasse sia chiaro, ossia prima o poi il Fisco le recupererà: c'è da sperare senza interessi) di altro non se ne ha notizia. Però come riempire il vuoto? Semplice lancio una grande opera.. intellettuale: Casa Italia. Ossia la chiamata alle armi, e alla discussione sul da fare, di tutti i soggetti interessati per varare un piano di prevenzione nazionale per l'edilizia futura e passata da mettere a norma; grande idea che riempie i cuori ma le tasche e le mani da infilarci dentro non se ne ha notizia.Tutto rimandato: a nulla servono il Piano Gabrielli del 2004; i vari studi degli enti preposti; i piani edilizi; ecc. sono solo background ossia un terreno di partenza da cui partire per un piano ambiziosissimo che in prospettiva renderà prospettivamente il nostro paese più sicuro.. prospettivamente però. Serve un salto culturale, dice, ma questo salto culturale lo fai se non fai: condoni; se le tasse non le fai pagare proprio; se stanzi soldi in ricostruzione  vera vigilando che no ci si mettano di mezzo i cavilli burocratici per farli perdere nel fiume carsico del tangentismo; ecc. ecc.

Alla fine temo che avrà ragione la Cassandra che risponde al nome di Antonello Caporale che in un articolo di ieri sul FattoQuotidiano.it dal titolo molto esemplificativo:  Terremoto Centro Italia: oggi lacrime, domani sorrisoni e dopodomani grandi opere ..

... spero caldamente si sbagli. A 56 anni ne ho sentiti di discorsi come quello fatto dal Capo del Governo, anche più ispirati se è per questo ma poi è stata solo una tavola imbandita per pochi a scapito dei tanti che ancora aspettano una casa: è vero che ci sono novanta cantieri all'Aquila ma è anche vero che il centro storico è ancora lì sotto le macerie per la maggior parte; per tacere di quelli precedenti... troppe parole e troppi soldi sprecati.

L'oggi

L'oggi è questo: la fatica degli uomini per strappare dalle macerie i sopravvissuti; i paesi distrutti; le vittime e i feriti e l'inverno che pur si dovrà affrontare in qualche modo; i 50 mln per le prime cose e poc'altro!!!! Vincoli di bilancio ed europei naturalmente..... ma è davvero poco, troppo poco.

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Sviluppo Italia; Cresci Italia; e ora Casa Italia: non vi dice proprio nulla? Da tutte queste parole forti ne è mai venuta qualcosa di buono? Che io ricordi.. no!

 
 
 

Una storia insolitamente nostrana..

Post n°3807 pubblicato il 24 Agosto 2016 da ninograg1
 

 

"Tutto quello che ci faceva paura del comunismo - che avremmo perso le nostre case e i nostri risparmi, che ci avrebbero costretti a lavorare per un salario scarso e che non avremmo avuto alcuna voce contro il sistema - è diventato realtà grazie al capitalismo!"

(Jeff Sparrow, da Facebook)

Il vero problema dei due sistemi è la loro diametralmente opposta visione del redistribuzione sociale: il comunismo non sa creare ricchezza mentre il suo clone oscuro, il capitalismo, non la sa redistribuire... possiamo dire che è giunta l'ora di cancellarli entrambi, non credete?

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Ora stanotte l'ultimo lembo di zolla africana ficcato nel cuore dell'europa, un lembo che noi chiamiamo Italia, ha datto una ulteriore prova che siamo su un pianeta vivo e che ogni tanto da degli scossoni: stavolta fra Lazio, Marche e Abruzzo è arrivato un forte scossone, 6° scala Richter, e tutta una serie di paesi di quella zona sono stati praticamente rasi al suolo: decine di morti, altrettanti, e più, feriti e migliaia di sfollati... i soccorsi sono stati relativamente celeri ma, come sempre (e visti i tagli orizzontali impostici dall'europa e accettati, da veri vassalli quali siamo, dai nostri politici per continuare a sedersi alla tavola imbandita, li rendono ancora più problematici) accade sempre problematici.. e ancora ora in alcune zone ci sono solo nuclei e non le strutture. E' sempre dura parlarne ma non è ammissibile che in un paese civile la protezione civile conosca l'onta dei tagli nelle finanziarie, anzi (insieme a scuola, università e cultura) dovrebbe vedere concentrati i pochi soldi a migliorare le proprie  strutture: ma non è così e ogni volta abbiamo lo show delle polemiche sia sulla rapidità dei soccorsi sia sulla loro poco celere diffusione sul territorio e nel frattempo tutti incollati alla tv a cogliere sofferenza e news: dei veri guardoni del XXI secolo..... è uno dei lati oscuri della rete quello di renderci spettatori e non partecipi, ma forse questa è voluta come forse è voluta anche  che la protezione non fosse al 100% altrimenti come si fa ad incaricare terzi per cose che dovrebbe fare lo Stato? Personalmente avrei gito diversamente: ok fare attivare la Protezione civile ma in quella zone ci sono ben tre installazioni militari e nessuno che avesse alzato il telefono e ordinato a loro di alzare la chiappe e, almeno, farsi un giro a dare una mano laddove riuscivano ad arrivare.... o forse è fuori dai protocolli?

 
 
 

A Ventotene va in scena il funerale dell’Ue. Ma perché Berlino invita i tedeschi a fare scorte?

Post n°3806 pubblicato il 23 Agosto 2016 da ninograg1
 

Di Mauro Bottarelli , il 22 agosto 2016 dal blog Rischio Calcolato

Italy_default3
A Ventotene, Matteo Renzi, Francois Hollande e Angela Merkel si incontrano per parlare di Europa e del suo futuro, evocando lo spirito del manifesto di Altiero Spinelli dopo lo shock del Brexit. Cazzate. Renzi ha bisogno di flessibilità a tutti i costi, perché non può permettersi che la crisi economica si tramuti in un elemento determinante nel voto al referendum costituzionale di novembre, quindi blinderà i due leader su una nave della Marina militare e gli dirà quanto segue: voi non ostacolatemi in sede di Commissione Ue nelle richieste che avanzo e io faccio in modo che i profughi restino in Italia. Insomma, Renzi versione Erdogan. Perché Francia, Svizzera e Austria avranno anche sigillato i confini ma se dal lato italiano la polizia comincia a guardare dall’altra parte, state tranquilli che ci vuole poco a far fiorire il business degli spalloni di uomini. Si chiama realpolitik, fa schifo ma c’è sempre stata.
Angela_merkel1

Il problema vero è che per quanto Renzi cerchi di fare i salti mortali, ora evocando attraverso il ministro Del Rio la panacea keynesiana dei mitologici investimenti pubblici, il destino del Paese è segnato. Di più, è l’Europa stessa ad aver quasi raggiunto il punto di non ritorno. “Tra due mesi o tra due anni ma quel che è certo è che siamo alla vigilia di una nuova grave crisi stile 2008 o peggio”, ha dichiarato in un’ intervista pubblicata ieri del quotidiano belga “Le Soir” Carlo De Benedetti, uno che parla poco ma quando lo fa, è per mandare messaggi in codice. Dichiaratosi “sorpreso” dalla Brexit, definita “l’inizio di un ripiegarsi su di sé come lo sarà il voto per Trump”, il presidente del Gruppo L’ Espresso ha inoltre affermato che nella Ue “oggi non abbiamo dirigenti all’ altezza, Merkel è la sola leader in Europa”.
Renzi1
Insomma, l’Ingegnere ha scaricato Renzi: vuoi vedere che quel “comunque vada si vota nel 2018” era solo la spacconata di chi sa che i poteri forti gli hanno detto addio e gioca la carta del tutto per tutto? Ma sempre ieri, un altro giornale ha lanciato un attacco molto netto contro l’Italia, per l’esattezza contro le sue banche. Il “New York Times” ha infatti messo nel mirino i prestiti concessi alle imprese che, nonostante le iniezioni di liquidità, faticano a tenere i conti in ordine. Tra gli esempi, il quotidiano cita Feltrinelli, la quale dal 2012 a oggi ha totalizzato quasi 11 milioni di perdite eppure ha continuato a essere sostenuta da Unicredit e Intesa Sanpaolo. L’analisi parte da un report del Center for economic policy research e punta il dito contro gli istituti di credito che, nell’ ultimo anno, in Borsa hanno perso il 70%.
Italy_bank1
Oltre alla casa editrice, finiscono nella lista dei cattivi anche i Benetton. Ma a preoccupare sono soprattutto le migliaia di piccole imprese che sono state colpite duramente dalla recessione: stando ai calcoli del centro ricerche, il 17% dei prestiti è finito a chi non lo meritava. “Una situazione che ricorda quella greca”, chiosa il quotidiano statunitense.

Insomma, De Benedetti è certo che un’altra violenta crisi finanziaria sia alle porte. Non è il solo. Questo grafico
Disintegration
è relativo all’ultimo sondaggio di Bank of America tra i fund manager relativamente al “tail risk” che temono maggiormente. Come vedete, gli attacchi di Nizza e Monaco hanno fatto aumentare la percezione di rischio legato al terrorismo, assente a luglio ma la preoccupazione maggiore, non presente un mese fa, è quella relativa alla disintegrazione dell’Ue. Eppure grazie agli acquisti della Bce gli spread sovrani sono calmi e le aziende si finanziano attraverso emissioni obbligazionarie a pioggia: perché questa paura? Perché il mondo annega nel debito ed è in condizioni macro molto peggiori di quelle del 2008, quindi è naturale che prima o poi anche la droga delle Banche centrali non basti più e le bolle esplodano. Guardate questo grafico
defaults
relativo ai default corporate: da inizio anno siamo a 113, pari al totale dell’intero 2015 e il 57% di più rispetto ai primi otto mesi dell’anno scorso. Per trovare un tasso di fallimenti simile, dobbiamo andare indietro al 2009. Ma come ci mostra questo altro grafico,
default2
grazie all’operato onnivoro della Banche centrali, gli spread sull’alto rendimento Usa non solo non si ampliano ma calano, nonostante l’aumento dei default. Può durare in eterno una dinamica simile? Chiedetelo a chi nega l’esistenza della Scuola austriaca e vediamo cosa risponde. E senza scomodare i multipli di utile per azione da manicomio degli indici Usa, è la realtà macro a dirci che se la Fed si azzarda ad alzare i tassi a settembre, si ballerà sul Titanic. E guardate questo altro grafico,
vancouver
il quale ci mostra come a Vancouver il prezzo medio di un’abitazione sia di 1,1 milioni di dollari, in calo del 20,7% rispetto a soli 28 giorni fa e giù del 24,5% negli ultimi tre mesi. Bolla in piena regola, mercato devastato, oltretutto con l’industria dello shale oil che non garantisce più l’effetto ammortizzatore sull’economia reale. Eppure per i fund manager interpellati da Bank of America il rischio è l’Ue. Forse perché gli Usa hanno tutto da guadagnarci a far esplodere una crisi del debito o bancaria lontano dai loro mercati, patendo quindi meno l’effetto contagio diretto e garantendosi l’effetto collaterale positivo di poter riattivare le presse dello stimolo a causa della nuova emergenza esterna.

E come potrebbe accadere? Questo grafico
Portugal_bonds2
ci mostra come le banche portoghesi, già di per sé debolissime, abbiano quasi raggiunto quelle italiane nella non invidiabile classifica del cosiddetto doom loop, ovvero il circolo vizioso tra debito sovrano e detenzioni bancarie. La logica è chiara e semplice: più uno Stato emette debito, stimolato dagli acquisti della Banca centrale che garantisce rendimenti sotto zero in molti casi, più le banche commerciali comprano quel debito, certe della garanzia governativa sullo stesso, implicita o esplicita che sia. Ma se i bilanci delle banche peggiorano a causa delle sofferenze, questo di fatto porta a un impairment della garanzia governativa finale sul quel debito. Insomma, basta uno shock sugli spread e boom.
EU_collapse
Oggi le banche lusitane detengono debito sovrano pari al 10% degli assets totali, in aumento dal 7% di soli due anni fa: avanti di questo passo, nel 2018 arriveranno al nostro livello di esposizione. Il problema è che il Portogallo ha un ratio debito/Pil del 129% e ha mancato, insieme alla Spagna, i propri obiettivi di deficit per il terzo anno di fila. Inoltre, il debito portoghese è acquistabile della Bce solo perché ritenuto ancora investment grade dall’agenzia canadese DBRS, mentre per le “tre sorelle” è junk. Se si arrivasse a un downgrade, sarebbe la catastrofe: senza il backstop di Francoforte, lo spread portoghese volerebbe alle stelle e contagerebbe immediatamente quello spagnolo. Per capirci, un calo del 15% nel prezzo dei bond sovrani eroderebbe il 35% del capitale delle banche italiane, il 22% di quelle portoghesi e il 18% di quelle spagnole. E questo grafico
Portugal_bonds2
ci mostra come lo spread dei bond portoghesi sia cominciato a salire negli ultimi giorni in contemporanea con i rumors che vedono il proprio quel rating investment grade sempre più a rischio. Il capo dei rating sovrani della DBRS, Fergus McCormick, interpellato dalla Reuters riguardo lo stato di salute dell’economia portoghese, ha parlato chiaro: “Il dato sul Pil del secondo trimestre, un misero +0,2%, ha fatto aumentare le nostre preoccupazioni riguardo le prospettive di crescita del Paese, il quale ci appare nettamente in rallentamento nel trimestre in atto”. Ad oggi la valutazione di Lisbona ha outlook stabile ma andrà in revisione il 21 ottobre prossimo, soltanto una settimana dopo che il Portogallo sarà chiamato a fornire alla Commissione una lista di nuovi tagli ritenuti necessari per rispedire il deficit di budget sotto il 3% del Pil.
EU_implosionL’incertezza relativa al come ottenere queste misure unita al contraccolpo politico che nuova austerità potrebbe avere sulla già fragile coalizione di centrosinistra fa crescere i timori in McCormick, a detta del quale non è affatto escluso che “si debba operare un salvataggio di alcune banche, tra cui Caixa Geral de Depositos e BCP, attraverso soldi pubblici”. O, peggio, con il meccanismo del bail-in.

Ma c’è dell’altro. E di peggio. Perché per la prima volta dalla fine della Guerra Fredda, il ministero dell’Interno tedesco ha emanato un piano di emergenza in base al quale i cittadini dovranno obbligatoriamente creare scorte di acqua e vivere per almeno dieci giorni di sussistenza. Il motivo? Ufficialmente, un enorme attentato o una catastrofe. La notizia è stata rivelata dal Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung, il quale rende noto che il piano – denominato “Concetto per la difesa civile” – è stato commissionato a un comitato apposito nel 2012: ovvero, dopo la crisi dei debiti sovrani del 2011 che sembrava poter distruggere l’eurozona. Smentite dal governo? Nessuna, anzi il portavoce del ministero dell’Interno ha confermato che il piano è stato discusso dall’esecutivo mercoledì scorso ma ha rifiutato di offrire altri dettagli.
Germany_crime
Nel report si cita la necessità di “prepararsi appropriatamente per uno sviluppo che potrebbe minacciare la nostra esistenza e che non può essere categoricamente escluso”. Un’altra priorità sarebbe aumentare il supporto della popolazione nei confronti delle forze armate: le stesse che, dopo gli attentati di luglio, sempre più politici vorrebbero nelle strade al fianco della polizia per prevenire le minacce terroristiche. Ora la domanda da farsi è semplice: politici e intelligence tedeschi sanno qualcosa che noi non sappiamo o sta proseguendo la politica in base alla quale un popolo spaventato può essere influenzato e controllato meglio? Magari per affrontare un’altra emergenza, quella di una Ue che crolla.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

 

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immagino che i veri europeisti a partire da Spinelli e Giannini si stiano rivoltando nella tomba nel vedere in mano a chi è finita l'europa...... sempre più ci sventolano la crisi ma qui la vera crisi non è quella dei mercati quanto quella in arrivo ai confini del mondo occidentale con Russia, Cina e satelliti e vassalli degli USA!

 
 
 

Acqua, bus e rifiuti aumenti alle stelle e servizi scadenti “Ultimi in Europa” (ROSARIA AMATO)

Post n°3805 pubblicato il 22 Agosto 2016 da ninograg1
 

22/08/2016 di triskel182

Lo studio.La Confartigianato ha calcolato le tariffe nei 32 paesi europei dal 2011 al 2016. L’Italia è quello dove ci sono stati i maggiori rincari e il livello di soddisfazione dei cittadini è il più basso. Roma peggiore capitale del continente.
ROMA – I prezzi salgono ma la qualità scende. In altre situazioni si cambierebbe fornitore, ma in questo caso non si può: si tratta dei servizi pubblici. Tra l’aprile 2011 e l’aprile 2016, calcola un’indagine di Confartigianato, le tariffe dei servizi pubblici locali (fornitura acqua, raccolta rifiuti, trasporti pubblici) sono aumentate del 22%, contro un’inflazione ridotta al minimo, salita in cinque anni solo del 4,9%. E contro soprattutto un potere d’acquisto falcidiato del 5,5% nello stesso periodo, calato ancor più del Pil pro capite (meno 5%). Colpa della crisi? No perché la crisi c’è stata anche nel resto dell’Eurozona, dove al contrario le tariffe sono salite della metà nel periodo considerato, in media dell’11,4%.

 

All’aumento inoltre non corrisponde un miglioramento, piuttosto il contrario: solo il 39% degli italiani si dichiara soddisfatto della qualità dei servizi pubblici, contro una media europea del 61%. Si tratta di una media che non considera solo i 28 Paesi Ue ma anche Turchia, Islanda, Norvegia e Svizzera, e l’Italia riesce ad essere ultima comunque, preceduta da Slovacchia e Grecia dove comunque la quota di cittadini soddisfatti arriva al 45%.
Gli aumenti dipendono soprattutto dalle tariffe per la fornitura di acqua, che crescono in cinque anni del 34,8%, contro il 13,5% dell’area euro, e da quelle per la raccolta dei rifiuti, in aumento del 19,2%, 11,3 punti in più rispetto alla media dell’Eurozona, mentre i trasporti stradali di passeggeri hanno un andamento più moderato e crescono del 10,9%, meno che nell’area euro (più 12,3%). Si tratta in ogni caso di dinamiche ben lontane dai meccanismi di mercato, dal momento che, ricorda Confartigianato, «le partecipate pubbliche operano frequentemente al riparo dai meccanismi concorrenziali: il 95% delle amministrazioni locali affida i servizi pubblici con modalità diretta, ovvero senza procedure ad evidenza pubblica ». Risultato, come emerge da uno studio della Banca d’Italia, una produttività inferiore dell’8% delle partecipate pubbliche rispetto alle imprese private, e il gap sale al 15% per le imprese controllate al 100% dalle amministrazioni locali. Alla scarsa produttività si affianca l’altissimo tasso di insoddisfazione da parte dei cittadini: nella classifica sulla qualità della vita connessa ai servizi pubblici locali sono tre città italiane ad aggiudicarsi gli ultimi tre posti, e cioè Palermo, Roma e Napoli (a Palermo dunque il “primato” negativo generale, a Roma quello tra le capitali europee). Tra le città italiane fanno abbastanza bene Verona (che comunque arriva al 53esimo posto), Bologna (sessantunesima) e Torino (sessantasettesima). E dall’Eurobarometro sulla pulizia della città risulta che a Roma la soddisfazione si ferma al 9%, contro il 45% di Berlino e il 67% di Londra, ma anche il 30% di Atene. Al primo posto ex aequo Oviedo e Lussemburgo con il 95%. Eppure Roma registra un costo medio pro capite per il servizio di igiene urbana superiore del 50,9% alla media nazionale. Gli italiani sono estremamente insoddisfatti anche dello stato di strade e palazzi: con un tasso del 35% la soddisfazione è praticamente equivalente al 34% per pulizia delle città, contro una media europea del 64%.
Articolo intero su La Repubblica del 22/08/2016.

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e se a dirlo è la Confartigianato.... ma ci svegliamo a no?

E che dire del mercato elettrico e del gas dove le inchieste, mai ficcanti sul serio, fioccano a go go?

 
 
 

Brexit, nel primo mese dopo il referendum aumentano le vendite al dettaglio: +1,4%

Post n°3804 pubblicato il 21 Agosto 2016 da ninograg1
 

di | 18 agosto 2016
Nel primo mese dopo la Brexit, aumentano in Gran Bretagna le vendite al dettaglio. Merito della sterlina debole che ha incoraggiato i turisti a spendere. Le vendite, secondo i dati diffusi dall’Ons, l’istituto nazionale di statistica britannico, sono cresciute dell’1,4%, dopo il -0,9% di giugno, superando nettamente le attese degli analisti che si erano fermati ad un +0,1%. Le vendite al dettaglio esclusi i carburanti segnano +1,5%. Nell’intero Regno Unito, tra l’altro, le vendite al dettaglio hanno registrato una crescita del 5,9% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente e un aumento dell’1,4% rispetto a giugno 2016.

E se sono aumentate le vendite al dettaglio, il mese di luglio fa registrare anche l‘aumento dell’inflazione: il tasso annuale dei prezzi al consumo ha segnato +0,6%, un incremento superiore alle attese degli analisti, dopo il +0,5% di giugno. Anche in questo caso l’aumento dell’inflazione è da collegare alla debolezza della sterlina: la Bank of England aveva sottolineato che la decisione di uscire dall’Unione europea avrebbe fatto aumentare i costi di importazione sostenuti dalle imprese e di conseguenza spinto in alto il livello dei prezzi.

di | 18 agosto 2016

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al solito i dati hanno diverse chiavi di lettura a seconda se siete liberisti o altro.... secondo me questi dati sono la conferma che conviene stare fuori dall'euro al di là del terrorismo dei media e dei politici
 
 
 
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