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Tsipras, un mese per scegliere: compromessi o default?

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 28 gennaio 2015 di

 

Il destino del governo Tsipras si decide in 30 giorni: il 28 febbraio sarà chiaro se Syriza ha intenzione di fare sul serio con l’Europa, anche a rischio di spingere la Grecia verso un default e verso l’uscita dall’euro. E si capirà se quella di Antonis Samaras e di Nuova Democrazia è stata una sconfitta elettorale o un’abile ritirata tattica per distruggere la credibilità del giovane leader radicale greco.

Il programma economico europeo di Syriza si compone di due parti fondamentali: una conferenza per ridurre il debito pubblico, arrivato al 175 per cento del Pil, e ribellarsi alle richieste della Troika, il trio di istituzioni (Commissione europea, Fondo monetario internazionale e Bce) che vigilano sullo scambio tra aiuti finanziari e riforme per rendere l’economia competitiva (e, in teoria, in grado di rimborsare i prestiti).

L’idea della conferenza sul debito per ora non raccoglie grandi entusiasmi: il ministro delle Finanze di un altro Paese che ha avuto la Troika, l’irlandese Michael Noonan, da Bruxelles ha detto che “il problema è la sostenibilità del debito non la cancellazione”. Noonan, che non vuole mettere a rischio i miliardi prestati dall’Irlanda alla Grecia, è favorevole a una rinegoziazione dei termini dei prestiti – scadenze, interessi, condizioni ecc. – ma non a una cancellazione di parte delle somme. Si è parlato anche di questo, ieri all’Eurogruppo, la riunione dei ministri economici dell’eurozona a Bruxelles. Ma soprattutto si è parlato dei rapporti tra la Grecia e la Troika.

Dopo quasi cinque anni e 240 miliardi di prestiti straordinari erogati, tra Fmi, fondi salva Stati europei e prestiti bilaterali dai governi (Italia inclusa), il 28 febbraio la Grecia dovrebbe liberarsi del giogo della Troika. Non per merito di Tsipras, ma perché così era già previsto. Anzi: l’esame finale con erogazione degli ultimi 1, 8 miliardi di euro di prestiti era fissato a dicembre.

Poi è scoppiata la crisi politica: il governo guidato dal premier di centrodestra Samaras e sostenuto dai socialisti del Pasok non è riuscito a eleggere il presidente della Repubblica e questo, per la legge greca, determina elezioni anticipate, con Tsipras che fremeva per trasformare i sondaggi positivi in seggi. Il 19 dicembre scorso, quindi, il fondo Salva stati Efsf (la versione iniziale, poi inglobata nell’Esm) ha concesso un rinvio dell’esame finale della Troika, dal 31 dicembre al 28 febbraio.

Lo schema delineato dai funzionari di Bruxelles e dai loro omologhi del Fmi a Washington era questo: a fine febbraio la Troika esamina le riforme, la Grecia non rischia la bocciatura perché sta facendo molto soprattutto su fisco e riduzione del numero di statali, dopo la “promozione” arrivano gli ultimi 1, 8 miliardi e soprattutto viene confermato il sostegno da 10,9 miliardi al Fondo Ellenico di Stabilità (Hfsf) che deve intervenire in caso di cresi bancaria.

Da febbraio a giugno la Grecia si prepara a tornare sul mercato dei capitali in autonomia, cioè a emettere debito senza più il sostegno europeo. Secondo i calcoli degli analisti e di Bruxelles, però, la Grecia non può farcela completamente da sola: i suoi titoli a dieci anni oggi sul mercato hanno un tasso di interesse da strozzinaggio, 9, 1 per cento. Ci sarebbe quindi bisogno di quella che si chiama Linea di credito rafforzata, (Eccl) fornita dal fondo Salva Stati Esm. Che, manco a dirlo, presuppone impegni da parte del Paese beneficiario, un nuovo accordo tipo quello che oggi c’è con la Troika. Proprio per liberarsi da ogni vincolo, quando l’Irlanda a dicembre 2013 ha congedato la Troika ha rifiutato questa linea di credito. Ma poteva permetterselo: oggi il rendimento dei titoli decennali di Dublino è 1, 2 per cento, quasi dieci volte meno degli omologhi greci.

Con il suo discorso della vittoria, Alexis Tsipras ha confermato di voler far saltare questo schema: “Il popolo greco oggi annulla il memorandum dell’austerità e mette la Troika nel passato”, ha urlato il leader di Syriza domenica sera dal palco davanti all’università.

Ma cancellare il memorandum e applicare da subito politiche opposte a quelle concordate dalla Troika non è senza conseguenze: significa che a febbraio non ci sarà nessuna erogazione degli 1, 8 miliardi mancanti, che le banche greche non avranno più la rete di protezione europea da 10, 9 miliardi, e questo potrebbe innescare una fuga di capitali (come quella che si è vista prima del voto) e perfino una corsa agli sportelli da parte dei cittadini greci, che sempre più preferiscono tenere i contanti sotto il materasso.

Non solo: sottrarsi a ogni sorveglianza europea significa spingere la Grecia sul mercato senza la linea di credito dell’Esm. E come fa un Paese che ha un deficit previsto per il 2014 del 2, 8 per cento (e con le politiche di Syriza potrebbe aumentarlo parecchio) a pagare interessi al 9 per cento sul debito di nuova emissione? In caso di guai – cioè di mancanza di credito – la Bce non potrebbe intervenire se la Grecia si rifiuta di prendere impegni vincolanti. Tsipras ha soltanto due possibilità: o scende a compromessi, si sottopone all’esame della Troika e a quello dell’Esm, magari rivedendo un po’ le condizioni. Oppure resta coerente col suo programma elettorale, sapendo che può spingere la Grecia verso il default.

“Nei giorni drammatici del 2012 non pensavo che la Grecia potesse uscire dall’euro, oggi non posso più escluderlo”, dice un funzionario europeo. Samaras resta a guardare. Sapendo che, comunque vada, sarà Syriza a pagare il prezzo politico.

p.s.

bè ci sarebbe anche una terza via ossia quella, oltre che creare l'ambito giuridico con due leggine antievasione e corruzione, nominare seduta stante una commissione di studio su come si è creato il debito greco: se ci sono stati comportamenti fraudolenti, speculativi o altro; il tutto con la massima trasparenza naturalmente...... per poi trarne, se necessario, le conseguenze. Fatto ciò se, come credo, dovessero emergere comportamenti e prove fraudolente (una domanda su tutte aspetta risposta.... come mai in un solo anno, nel 2006, il debito è centuplicato?) allora si avrebeb una ulteriore carta in mano per fare pressione sulla troika per negoziare: è stato già fatto in equador con risultati importanti..

 
 
 

Il 2014 è stato per il mondo l’anno più caldo da circa 150 anni. E all’Italia sta andando peggio

Post n°3384 pubblicato il 28 Gennaio 2015 da ninograg1
 

Fonte: greenreport.it

Fonte: 24/01/2015 di triskel182

Icn: «L’aumento delle temperature è stato di +1.45°C rispetto al trentennio 1971-2000».

Il 2014, secondo quanto documentato da Nasa, Noaa, Japan Meteorological Agency, Met Office Uk e dagli altri grandi centri di ricerca che ogni anno analizzano i dati delle temperature globali,  è stato l’anno più caldo da circa 150 anni, cioè da quando esistono misurazioni delle temperature dell’atmosfera. I 10 anni più caldi mai registrati, con l’eccezione del 1998, sono stati tutti dopo il 2000. Una tendenza globale, che trova però la sua conferma anche lungo lo Stivale. Come spiega l’Italian Climate Network (Icn), un’associazione che raggruppa cittadini, aziende, Ong impegnati nel risolvere la questione climatica e assicurare all’Italia un futuro sostenibile, dice che «anche in Italia il 2014 è stato un anno record e i dati confermano come la nostra penisola si stia scaldando più velocemente della media globale e di altre terre emerse del pianeta».

 

Uno dei fondatori dell’Icn, Stefano Caserini, docente di mitigazione dei cambiamenti climatici al Politecnico di Milano e autore del libro “A qualcuno piace caldo”, analizza i dati diffusi in questi giorni e sottolinea che «questi nuovi record segnano l’ennesima smentita delle tesi negazioniste che negli ultimi anni hanno ripetuto che il riscaldamento globale si era fermato. Avevamo detto che non era così e ora c’è la conferma ufficiale. Archiviamo dunque il negazionismo climatico come abbiamo fatto per quello sui danni del fumo delle sigarette e impegniamoci seriamente e con decisione per ridurre drasticamente le emissioni dei gas climalteranti».

Tornando ai dati del  nostro Paese, i ricercatori dell’Icn spiegano che «l’aumento delle temperature in Italia nel 2014 è stato di +1.45°C rispetto al trentennio 1971-2000; rispetto a questo stesso periodo il riscaldamento medio globale nel 2014 è stato di circa 0,46°C. È normale che in un territorio più piccolo la variabilità sia più elevata e quindi ci siano massimi di temperatura più elevati, ma la tendenza del riscaldamento globale per l’Italia è una volta e mezzo quella delle media delle terre emerse e il doppio di quella di tutto il pianeta, mari compresi».

Per Caserini, «non c’è dubbio che la causa del riscaldamento globale siano le emissioni dei gas climalteranti delle attività umane. Ormai su questo la comunità scientifica ha raggiunto un consenso vastissimo. Siamo ampiamente fuori dalla variabilità naturale del clima; il clima cambia velocemente e le attività umane, in particolare la combustione dei combustibili fossili, ne sono la causa principale negli ultimi decenni, come riportato dall’ultimo rapporto Ipcc. Ma una buona notizia c’è: se la situazione del clima è sempre più preoccupante, numerosi studi dimostrano che è possibile ridurre le emissioni senza danneggiare il sistema economico,  in diversi casi addirittura con molti guadagni. Le azioni da mettere in campo sono molteplici e la principale è riuscire a lasciare sottoterra tre quarti dei combustibili fossili conosciuti».

Caserini conclude: «Le politiche sul clima devono diventare uno dei pilastri di un nuovo modello di sviluppo del nostro Paese. Da subito perché il riscaldamento globale continua a crescere mentre siamo impegnati a rispettare il patto di stabilità e a riscrivere la legge elettorale».

p.s.

questa mi sembra la vera notizia da registrare....... perchè hai voglia di parlare e straparlare di crisi, deficit, e altro ma quando il "proprietario (GEA)" decide di sfrattare i suoi 6, e rotti, mld di occupanti son dolori seri.....

 
 
 

Tsipras, le conseguenze della vittoria su debito pubblico e fiscal compact

Post n°3383 pubblicato il 27 Gennaio 2015 da ninograg1
 

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 27/01/2015 a firma lavoce.info)

Chi ha ‘votato’ per Syriza. E chi no

Certo, grazie all’euro, il mondo è diventato un posto ben singolare. Un partito di sinistra estrema prende il potere in Grecia, e di fatto la sua vittoria viene salutata positivamente da vari ambienti finanziari e accademici “main stream”, oltre che da governi e partiti politici europei che più lontani di così sul piano ideologico da Alexis Tsipras non potrebbero essere. Perfino il Financial Times – un giornale non esattamente noto per le sue posizioni filo-marxiste – ha di fatto caldeggiato la vittoria di Syriza, così come un serissimo economista dell’università di Oxford, per non dire di Thomas Piketty che ha affermato: “Syriza vuole costruire un’Europa democratica, che è proprio quello di cui tutti abbiamo bisogno”.
Specularmente, alla faccia del riserbo e della correttezza istituzionale che dovrebbe caratterizzarne l’azione, il primo a esprimersi ufficialmente in merito ai risultati dell’elezioni greche non è stato un politico, ma il governatore della Bundesbank, Jens Weidmann, ovviamente solo per dire che le elezioni greche non cambiano nulla e che pacta sunt servandada qualsiasi governo. Un altro elemento paradossale è che tutto ciò c’entra relativamente poco con la Grecia e anche con la questione della fondatezza o meno della richiesta di Syriza di ristrutturare il debito. Su questo punto, e sul come eventualmente realizzarlo sotto il profilo tecnico, le opinioni divergono ancora.
La spiegazione è un’altra. La verità è che a parte un gruppo di inossidabili (ma assai influenti in patria) economisti ordo-liberali tedeschi, la stragrande maggioranza degli accademici e degli ambienti economici internazionali, compresi i principali governi dei paesi occidentali non appartenenti all’euro, si sono oramai convinti che così com’è l’Unione monetaria europea non va da nessuna parte, salvo che verso l’abisso. La filosofia dell’austerity si è tradotta in politiche fiscali pro-cicliche (cioè eccessivamente restrittive) in un momento in cui ci sarebbe bisogno di tutt’altro, come non si stanca di ripetere Mario Draghi. È un’Unione monetaria sempre sull’orlo della deflazione e della recessione, che in due anni (2013-2014) ha buttato via circa il 10 per cento del suo Pil aggregato e lasciato a casa molti milioni di lavoratori in più di quanti “necessari” a mantenere il tasso di inflazione al 2 per cento (oggi siamo allo 0,3 per cento). Oltretutto, un’Unione monetaria sempre a rischio di dissolversi al suo interno, con impatti devastanti sul resto del mondo, non conviene a nessuno. La piccola Grecia, con tutti i suoi problemi e anche le sue responsabilità, è diventata dunque il simbolo di una modifica possibile nella conduzione della politica economica europea.

Le difficoltà di un compromesso possibile

Ma proprio questo è il problema. Ci sono ovvie ragioni economiche e di buon senso per trovare un accordo tra le richieste del nuovo governo greco, la Troika – cioè la Commissione europea, la Bce e il Fondo monetario – e il resto dei paesi europei. Del resto, da quello che si capisce dal programma di Syriza, le sue proposte non sono poi molto dissimili da quelle che erano già state considerate da funzionari dell’area euro nel 2012 e che sono più volte riemerse nella discussione successiva, cioè la cancellazione di parte del debito e un allungamento delle scadenze per il residuo (una sorta di piano Brady). Non sappiamo quanto sia chiaro a qualche plaudente o preoccupato politico di casa nostra, ma Tsipras non pretende (o almeno non pretende più e non pretende ora) un default totale della Grecia sul debito con soggetti esteri, quindi tutto a carico degli altri paesi europei. Default che sarebbe invece l’ovvia conseguenza di una eventuale (ma non desiderata da Syriza) uscita o “espulsione” della Grecia dall’euro (ammesso e non concesso che una espulsione sia possibile).
Di fatto, nessuno capisce davvero come la Grecia, anche con interessi artificialmente bassi e scadenze allungate, potrà mai restituire un debito che viaggia attorno al 180 per cento del Pil.
Ma il punto è che tutti sanno che non si sta discutendo affatto della Grecia, e che un allentamento dei programmi di risanamento per questo paese si porterebbe inevitabilmente dietro una revisione delle politiche per tutta l’area, rimettendo in discussione i capisaldi del fiscal compact europeo e di conseguenza rilanciando l’idea di una politica espansiva, coordinata a livello europeo, che vada oltre il fumoso piano Juncker e i piccoli passi in merito alla flessibilità introdotti dalla Commissione europea.
Sul piano politico, questa revisione toglierebbe il fiato ai vari movimenti anti-euro nei paesi del Sud d’Europa, ma ne amplificherebbe i toni nel Nord e soprattutto in Germania, una cosa che non è chiaro se Angela Merkel può permettersi, dopo aver già dovuto ingoiare il Quantitative easing della Bce e dovendo fronteggiare i possibili veti della Corte costituzionale tedesca. Dunque, la partita è aperta e non è affatto detto che un compromesso, per quanto ragionevole sarebbe sperarlo, alla fine si trovi.
Resta il rammarico che tutto questa complessa battaglia politica ed economica avvenga sulle spalle di un paese che ha già pagato duramente per il sostegno dell’ortodossia economica europea.

 

p.s.

due importanti voci del mondo economico, quello serio, e delle università che non aprono bocca solo per dargli aria ma sanno vedere oltre le luci, i fumi, i nani e le ballerine.... non si può NON ascoltarli.

 
 
 

Elezioni Grecia 2015, ora a Roma tutti gli asini si aggrappano al carro di Alexis Tsipras

Post n°3382 pubblicato il 26 Gennaio 2015 da ninograg1
 

di |  dal Fatto Quotidiano del 26 gennaio 2015

C’e’ un unico momento in cui i politici italiani si ritrovano tutti d’accordo, pronti a rubarsi le parole di bocca per esprimere il medesimo concetto: quando si tratta di arrancare dietro al carro del vincitore di turno. A quel punto ogni distinzione si annulla, l’orientamento politico diviene irrilevante, quello che si è dichiarato fino al giorno prima sparisce e un coro informe plaude all’unanimità al nuovo re, quasi a rivendicarne una parte di successo.
Ieri sera Alexis Tsipras ha trionfalmente vinto le elezioni in Grecia, dimostrando che un leader giovane e carismatico può stravincere anche sfidando i cosiddetti poteri forti, mantenendo la barra al centro, senza lasciarsi traviare da facili  tentazioni populiste e soprattutto senza vergognarsi di dichiarare la propria ideologia. Tsipras è riuscito a tenere insieme tutte quelle caratteristiche su cui sono cascati invece gli asini nostrani, i quali, nonostante questo, non hanno potuto fare a meno di ragliare il loro entusiasmo e la loro vicinanza al cavallo vincente. A partire dai renziani che si pavoneggiano nell’idea di cambiare tutti insieme verso all’Europa, dimenticando che il primo elemento che Syriza si accinge a contestare è il neoliberismo a cui loro hanno giurato fedeltà nella buona e nella cattiva sorte.
Spicca sul tema il tweet del senatore Pd Andrea Marcucci: “Grande vittoria di #Tsipras. Sarà un sostenitore accanito della battaglia di @matteorenzi in Europa.” Mah…
Poi sfilano i perdenti matricolati della ‘dovrebbe essere sinistra radicale’ e della ‘ci piacerebbe essere di sinistra però cominciamo domani’. Per la prima categoria twitta Nichi Vendola: “νίκη !!!Grazie Alexis, grazie compagni e compagne greci: una speranza contro la cinica politica austerity”: sottotesto ‘andate avanti voi che a noi ce vie’ da ride’.
Del secondo gruppo si fa invece portavoce Stefano Fassina, “Ad Atene si rianima la democrazia. La politica ritorna scelta e vince sinistra con programma alternativo alla svalutazione del lavoro”. Ma purtroppo a lui e ai suoi cugini dissidenti la scelta non è permessa perché devono restare fedeli alla Ditta. Anche se è fallita da un pezzo.
E come poteva mancare un tweet fuoriluogo dell’onnipresente Salvini:
“Elezioni in Grecia, un bello schiaffone all’Europa di #Euro, disoccupazione e banche. Adesso tocca a noi!”. Qualcuno ha spiegato a Salvini che Syriza è la risposta alternativa al populismo euroscettico di cui lui è uno dei principali rappresentanti???
E a condire la mediocrità di surreale ci ha pensato Gianni Alemanno che ancora intontito da Mafia capitale twitta: “Vittoria di #Tsipras in Grecia dimostra che i popoli europei sono stanchi dei vincoli dell’Euro anche se la sinistra sbaglia sempre #noeuro”.
Ma un ultimo dubbio ci assale: se non fosse in quarantena da tweet che perla ci avrebbe regalato Gasparri?

p.s.

i riquadri che provano quanto dichiarato dai neo-syriza italioti sono sull'articolo.. c'è da ridere se non ci fosse da piangere... altro che italiani brava gente piuttosto direi .. opportunisti!!!!
 
 
 

Elezioni in Grecia, exit poll: Tsipras in vantaggio tra 35,5 e 39,5%

Fonte: | 25 gennaio 2015

Syriza verso la maggioranza assoluta, seconda la Nuova Democrazia del premier uscente Antonis Samaras e Alba Dorata quarto partito. I primi exit poll delle elezioni in Grecia consegnano la vittoria al partito di Alexis Tsipras. “Ha vinto la speranza”, è il primo messaggio su Twitter dello staff mentre al quartier generale dello schieramento di sinistra si canta “Bella ciao” e sono iniziati i primi festeggiamenti. Syriza avrebbe raccolto tra il 35,5 e il 39,5% dei voti, conquistando tra i 146 e i 158 seggi: ovvero arriva vicina alla maggioranza assoluta che è di 151 su 300. Nuova Democrazia resta al 23%-27% dei voti. Terzo partito sarebbe ‘To Potami’, con consensi che oscillano fra il 6,5% e l’8,5%, mentre il partito di estrema destra Alba dorata si sarebbe piazzato al quarto posto fra il 6% e l’8%, seguito dal partito comunista Kke fra il 4,7 e il 5,7%, il Pasok con il 4,2%-5,2% e i Greci indipendenti con il 3,5%-4,5% dei voti. “E’ una vittoria storica. E’ la vittoria del popolo che si è mobilitato contro l’austerità”, hanno commentato i responsabili di Syriza al quartier generale del partito.

Atene è tornata alle urne per un voto che potrebbe avere forti ripercussioni politiche ed economiche su tutta l’Unione Europea. Syriza ha affermato con forza la sua intenzione di ridiscutere il debito greco e ha già annunciato che un suo eventuale governo riconoscerà gli obiettivi fiscali fissati dai trattati europei ma non le misure previste dagli accordi firmati dal governo precedente con i creditori della troika (composta da Bce, Commissione Ue, e Fmi). “Oggi – ha detto Tsipras dopo aver votato – è un giorno storico. I greci devono decidere se domani la troika deve ritornare in Grecia per proseguire ciò che ha fatto con il governo Samaras, ovvero tagliare ancora stipendi e pensioni. Il popolo deve votare per difendere la propria dignità e per un governo che proseguirà dure trattative con i creditori internazionali”. 

il resto del lunghissimo articolo lo potete leggere sul link in cima al post del blog (dopo la parola "Fonte"....)

p.s.

Vittoria!!! Finalmente il corpo sociale greco si è risvegliato!!! Ci sono voluti anni e anni ma solo, ed è questa la cosa triste, quando si son ridotti alla vera fame si son decisi a cambiare strada..... faremo così anche noi o ci dovremo sorbire per i prossimi 20 anni ancora un ... Renzi o simil clone?

p.s. 2

Fonte: Il Tirreno del 23/1/2015

Intanto un altra batosta c'arriva, ancora, dall'Europa: il Comitato europeo dei diritti sociali del Consgilio d'Europa nel suo ultimo rapporto ha fotografato la situazione dei lavoratori italiani tra il 2009 e il 2012. Sono tutta una serie di diritti ad essere violati:

  1. preavviso in tempi ragionevoli della cessazione del contratto (e non da ora ma dal 1969);
  2. il diritto de lavoratori a stipendio basso a non vedersi infliggere tassazioni che non permetterebbero più di mantenere se stessi e le proprie famiglie ... dal 1984 (da quando si è cancellata la scala mobile ad iniziativa del Governo, del PSI, di parte della CGIL e del resto del sindacato e..... dello stesso mondo della sinistra).
 
 
 
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