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Capitalismo, sei mosse per uno scacco matto

Post n°3286 pubblicato il 01 Settembre 2014 da ninograg1
 

di Roberto Marchesi | 1 settembre 2014

Nel suo più recente best-seller “Ogni nazione per conto suo: cosa succede quando nessuno controlla il mondo?” l’economista geopolitico Ian Bremmer simula una specie di partita a scacchi tra il capitalismo globalizzato e il resto del mondo e, come magistralmente scrive Paul B.Farrel nel suo articolo su Market Watch (WSJ) lui riassume la partita in 5 mosse che consente ai capitalisti di aver ragione di tutti gli avversari, compreso i politici, e di arrivare a dominare molto rapidamente il mondo intero. Il mondo però non si ferma alla quinta mossa, quindi Bremmer prevede che tutto questo genererà altrettanto rapidamente anarchia e caos.

Se questo racconto fosse solo un’abile narrazione di fantapolitica, saremmo tutti contenti del brivido lungo la schiena che i bravi Bremmen e Farrel sono riusciti a darci, ma il guaio è che ci sono troppe cose nella loro esposizione dei fatti che assomigliano tremendamente alla realtà. Cose che non è detto che avvengano tutte esattamente nel modo narrato, ma che è del tutto possibile che accadano. Infatti attualmente il mondo è già, o è molto vicino, al punto G-Zero, ovvero quella fase in cui più nessuna leadership, né di una singola nazione né di gruppi riuniti in G8, G20, ecc. riesce più a definire una leadership alla quale gli altri si adeguano.

La prova di questo, nell’esempio illustrato da Farrel, è che quasi contemporaneamente alle sanzioni che nei giorni scorsi l’America comminava alla Russia, colpevole delle invasioni territoriali in Ucraina, i leaders dell’americana Exxon Mobil e della russa Rosneft, ovvero due abilissimi alfieri del capitalismo globale, si stringevano le mani per siglare un accordo sulle esplorazioni petrolifere nel continente artico.  

Business is business, come insegnano ormai in tutte le scuole del mondo, ma lo schiaffo alla leadership di Obama in questa occasione è piuttosto serio, e i repubblicani (avversari politici di Obama) non mancano di far notare la debolezza politica e strategica della linea scelta da Obama.

Quindi G-Zero? Sembra di si, perché è proprio quello che Farrel mette nella prima mossa, quella che definisce l’incapacità o impossibilità di ciascun leader politico mondiale di prendere decisioni in grado determinare la condotta che verrà seguita dai partners e temuta dagli avversari.

La seconda mossa è quella che definisce la salita alla ribalta del potere mondiale di quello che viene definito il capitalismo di Stato ovvero quello, per esempio, della Cina, che pur essendo guidata da un regime sostanzialmente dittatoriale comunista, nel business copia ormai in tutto e per tutto il sistema capitalista, con l’unica differenza che il capitalismo cinese è controllato rigidamente dal partito unico cinese. E poi ci sono le monarchie arabe, e le democrazie di facciata come quella russa le quali, pur avendo un rigido controllo governativo su ogni cosa, lasciano a individui privati la possibilità di avviare iniziative imprenditoriali sul modello capitalista.  

Ma il capitalismo di Stato è come il cavallo di Troia, se te lo metti in casa ben presto ti brucerà la casa e si impossesserà di tutto.

Infatti (terza mossa) il capitalismo moderno non è più quello di Adam Smith, oggi sono le ideologie estreme del liberismo di Milton Friedman, di Any Rand, di Ronald Reagan a dettare la dottrina capitalista, quella che predica lo Stato come il principale avversario della libera impresa, quindi da demolire il più possibile (salvando ovviamente le funzioni di sovvenzionatore quando le cose vanno male).

In questa fase però il capitalismo ha trovato la sua più rapida e imponente crescita, determinata anche dall’accaparramento di quote di ricchezza che prima raggiungevano altre fasce di popolazione. Bremmer e l’economista francese Nouriel Roubini rilevano nell’avidità, arroganza, individualismo ed egocentrismo dei nuovi capitalisti la ragione prima di tale crescita.

Ecco perciò la quarta mossa, quella che congela la situazione creatasi col G-Zero.

Non essendoci più leaderships capaci di regolare i conflitti piccoli e grandi tra gli interessi dei vari soggetti (persone o nazioni), i conflitti aumenteranno di numero e di intensità e insieme a questi incominceranno a sorgere i primi focolai di anarchia. Ognuno curerà esclusivamente i propri interessi incurante degli effetti che provocherà intorno.

Quinta mossaL’inazione dei governi, incapaci di agire singolarmente e/o tramite nuovi accordi internazionali apre la strada a conquiste possibili mediante l’uso di imponenti masse di capitali, ovviamente manovrate da singoli capitalisti o da gruppi di loro aventi il medesimo interesse. In breve il mondo non sarà più controllato dai Parlamenti e dai governi nazionali, ma dai capitalisti, che col potere dell’immensa quantità di denaro in loro possesso potranno controllare governi, banche, televisioni e intere nazioni.

In questa fase, che si potrebbe consolidare già nei prossimi 5 – 10 anni (fonte: Pentagono), la vittoria del neo-capitalismo libertario sarà totale.

Ma la gente sarà soddisfatta?

Sesta mossa. L’emergere un po’ ovunque di miliardari che drenano gran parte della ricchezza prodotta dalle nazioni ricche ha già prodotto una forte e crescente disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza. Oggi ci sono al mondo già 1.645 miliardari. Nel 2000 erano solo 322. La ripartizione dei miliardari tra le aree geografiche (secondo la rivista Forbes) è questa: Usa 492, Europa 468, Cina 358, Russia 111, America Latina 85, India 65, Canada 29, Africa 29, ecc. Tra i più ricchi ci sono quindi 67 miliardari che da soli posseggono metà di tutta la ricchezza del mondo. Di questo passo (dice Credit Suisse) entro il 2100 ci saranno 11 super ricchi che arriveranno a possedere più di un trilione di dollari ciascuno (1 trilione = mille miliardi).

Prima del 2100 si moltiplicheranno però anche altri effetti originati da G-zero e dall’assenza di leaderships dei governi: ci saranno ribellioni, lotte di classe, rivoluzioni, guerre e forse persino l’utilizzo di armi nucleari ad effetto limitato.

La descrizione finisce qui, ma lo scenario è davvero pessimo, e anche tremendamente prossimo (2020). E’ possibile tutto questo? Purtroppo si. E probabile? Per fortuna no.

Bremmer e Farrel danno per scontato che i governi non facciano niente per parare questi rischi e per mettere il guinzaglio a questo disastroso neo-capitalismo. Non è detto che finisca così, ma questo dipende più da noi che dai governi, perché i governi in democrazia siamo noi a sceglierli.

p.s.

come dice l'articolista sembra tantapolitica ma, purtroppo, non lo è; anzi potremmo dire che se proprio vogliamo un esempio dello scenario basta riguardare agli ultimi 10 anni e ben si comprende come poche migliaia di individui con un enorme ricchezza, quindi un enorme potere, possano condizionare una massa di 6 md di persone.... con la complicità dei corifei servili sempre prontio a raccogliere l'elemosina che gli viene lasciata.

 
 
 

Deflazione, l’Italia è a rischio

Post n°3285 pubblicato il 31 Agosto 2014 da ninograg1
 

di | 31 agosto 2014

 

L’Italia rischia la deflazione, un male forse peggiore dell’inflazione a giudicare dalle difficoltà pluri-decennali che il Giappone continua a incontrare per uscirne fuori. La deflazione è in effetti l’opposto dell’inflazione poiché i prezzi invece di salire scendono: la loro caduta, a sua volta, fa crollare investimenti, salari e occupazione. In ultima analisi la deflazione distrugge ricchezza.

L’aspetto più pericoloso è, come nell’inflazione, quello psicologico. L’economia si contrae anche perché la gente, anticipando prezzi futuri sempre più bassi, pospone gli acquisti, e così facendo deprime il consumo, che a sua volta fa scendere la domanda globale, la produzione, l’investimento, insomma un cane che si morde la coda.

L’importanza che l’aspetto psicologico gioca nel fenomeno della deflazione dipende dalla composizione demografica del Paese in oggetto e dalle dimensioni del debito. Va da solo che più vecchia è la prima e più grande è il secondo tanto più difficile sarà contrastare le spinte inflazioniste.

In Giappone una popolazione in via d’invecchiamento è da almeno vent’anni convinta che prima o poi questo debito dovrà essere pagato, ciò fa presagire un futuro ancora più nero del presente. Fino ad oggi tutti gli sforzi del governo per far ripartire la spesa sono falliti proprio perché la popolazione è sicura che lo stato per ripagare il debito continuerà a tagliare salari, pensioni e assistenza sociale, ciò equivale a dire avrà un comportamento deflattivo. Di fronte a queste aspettative la gente non spende anche se il tasso d’interesse è a zero e la banca centrale pompa liquidità nel sistema, piuttosto risparmia quel poco che ha e quindi deprime ulteriormente l’economia.

L’esempio del Giappone, una nazione in deflazione dalla metà degli anni Novanta, ben illustra quanto sia difficile interrompere la spirale deflazionista una volta che il processo economico e quello psicologico si auto-alimentano.

In Europa, l’Italia e la Spagna sono le prime nazioni che rischiano di scivolare lungo la spirale deflazionista. L’Italia è insieme alla Germania quella che assomiglia di più demograficamente al Giappone ed anche quella con un rapporto debito pubblico/PIL più vicino in termini percentuali a quello giapponese.

Per ora le prospettive per il Bel Paese sono pessime: in agosto l’indice dei prezzi al consumo prodotto dall’Istat è sceso dello 0,1 per cento rispetto ad agosto del 2013. E’ la prima volta dal 1959 che questo succede, ma allora l’economia era in fase ascendente anche grazie agli aiuti economici del Piano Marshall e alla ricostruzione del dopoguerra. Oggi la situazione è ben diversa. Tutti gli indicatori economici sembrano preannunciare un autunno di deflazione: il tasso di disoccupazione è tornato al di sopra del 12 per cento ( 12,6 per cento); il Pil è sceso dello 0,2 per cento su base annuale; le esportazioni sono aumentate (1,9 per cento) meno delle importazioni (2 per cento).

A questo scenario sconfortante si deve aggiungere la dura posizione assunta dalla Germania nei confronti della politica monetaria espansiva ventilata da Draghi, che molti sono convinti aiuterebbe l’economia. Il ministro delle finanze tedesco, Wolfang Schaeuble, ha infatti dichiarato che la banca centrale europea ha esaurito le munizioni per aiutare l’eurozona e ha aggiunto che il problema non è la scarsa liquidità ma l’eccessiva quantità di moneta in circolazione.

Secondo il governo di Matteo Renzi, invece, il problema centrale della nostra economia è proprio la mancanza di liquidità, che si manifesta attraverso la scarsa presenza di capitali esteri per l’investimento. Dato che non possiamo stampare moneta l’unico modo per ottenerla è farla arrivare dall’estero.

Ma pochi sono disposti a investire in un Paese dove il sistema legale è al collasso e quello di tassazione è tra i più alti al mondo. Ecco quindi la necessità di un pacchetto di riforme per far ripartire l’economia. Tutte approvate dal governo e ora da passare al vaglio del Parlamento.

Funzioneranno? Solo se non verranno annacquate dai politici per difendere le varie lobby o per tagliare le gambe a Renzi, ma soprattutto se riusciranno a rompere la paura psicologica che la popolazione ha di spendere e quella degli investitori stranieri di investire in una nazione in deflazione. Certo dopo anni di crescita negativa e di promesse infrante, trasformare il pessimismo in ottimismo è quasi impossibile.

Una soluzione radicale, che forse anche il Giappone dovrebbe prendere in considerazione è l’abbandono delle dottrine neo-liberiste, sulle quali, va detto, poggia l’apparato monetario ed economico dell’Unione Europea, a favore della nazionalizzazione del debito, con relativa cancellazione. Ma anche questa manovra rivoluzionaria potrebbe non funzionare se la popolazione non è disposta a cambiare in positivo le aspettative future e a rinegoziare la maturità dei titoli di stato per una data lontana nel futuro. Tutto ciò potrebbe richiedere il rinnovamento dell’intera classe politica.

 
 
 

stupirci? c'è riuscito.. "Italia in deflazione per la prima volta dal 1959. E torna a salire la disoccupazione"

di | 29 agosto 2014

Lo spauracchio tante volte evocato negli ultimi mesi, quello della deflazione, si materializza per l’Italia proprio nel giorno del già ridimensionato Consiglio dei ministri con cui Matteo Renzi voleva “stupire” gli italianiE va a braccetto con un nuovo scatto in avanti della disoccupazione. In agosto l’indice dei prezzi al consumo misurato dall’Istat ha segnato un calo dello 0,1% rispetto allo stesso mese dello scorso anno. Insomma, i prezzi hanno invertito la rotta. A luglio salivano ancora (+0,1%), come è normale in un’economia in salute, ma in dieci grandi città, tra cui Roma e Torino, erano già in discesa. Un campanello di allarme che ora suona come l’anticipazione di una tendenza generalizzata. E quasi inedita: è la prima volta dal settembre del 1959, quando però l’economia era in forte crescita. A peggiorare il quadro c’è il fatto che sono scesi anche i prezzi del cosiddetto carrello della spesa, cioè l’insieme dei beni essenziali che comprende l’alimentare e i prodotti per la cura della casa e della persona. Il ribasso annuo in questo caso è pari allo 0,2%, anche se in recupero rispetto al -0,6% di luglio. E’ l’Italia, dunque, il primo Paese dell’Eurozona a vedere concretizzarsi lo spettro che, dopo la frenata di Germania e Francia, è al centro del dibattito europeo. In questo quadro, da Berlino arriva anche un avvertimento a non aspettarsi troppo dalle mosse della Banca centrale europea. A cui i mercati guardano sperando in un rapido e energico intervento per contrastare il calo dei prezzi. Wolfgang Schaeuble, ministro delle finanze tedesco, ha infatti detto in un’intervista a Bloomberg Tv che “la Banca centrale europea ha esaurito le munizioni per aiutare l’Eurozona”. Il falco Schaeuble, che due giorni fa aveva smentito l’interpretazione pro-flessibilità delle recenti parole di Mario Draghi a Jackson Hole, ha aggiunto: ”Ad essere sinceri non penso che la politica monetaria della Bce abbia gli strumenti per combattere la deflazione”. E comunque ”la liquidità sui mercati non è troppo bassa, anzi è troppa”.

Un circolo vizioso che porta alla stagnazione –  La notizia dell’ingresso in deflazione è una doccia gelata per il governo, che venerdì pomeriggio si riunisce per dare il via libera al decreto Sblocca Italia e al pacchetto giustizia, dopo che la riforma della scuola è stata rimandata a settembre. Il calo dei prezzi è una vera batosta, su molti fronti: sulle prime può sembrare positivo per i consumatori, ma innesca in realtà un circolo vizioso che conduce alla stagnazione dell’economia. O non le permette di uscirne. Perché i cittadini rimandano gli acquisti più corposi sperando di poter risparmiare di più in futuro e di conseguenza le aziende investono meno e non assumono. Così la disoccupazione sale, nel Paese circola meno denaro e l’intero motore economico riduce i giri. Come è accaduto in Giappone negli anni 90, non per niente noti come “il decennio perduto” del Sol Levante. Non basta: più scende l’inflazione più il tasso d’interesse reale pagato sui titoli di Stato diventa svantaggioso. Il che, con un debito pubblico a 2.168 miliardi, è l’ultima cosa di cui l’Italia ha bisogno

Disoccupazione di nuovo in salita. Le donne senza lavoro aumentano del 9,3% rispetto a luglio 2013 – Una spirale in cui di fatto l’Italia è già precipitata, come dimostrano il nuovo ingresso in recessione nel secondo trimestre dell’anno (quando il Pil è calato dello 0,2%, come confermato dai dati definitivi dell’Istat) il ristagno delle vendite al dettaglio, il crollo della fiducia di consumatori e imprese, le retribuzioni praticamente ferme e i dati sui senza lavoro. Questi ultimi sono stati aggiornati dall’istituto di statistica sempre venerdì: in luglio il tasso di disoccupazione è tornato al 12,6%, in aumento dello 0,5% sui dodici mesi e dello 0,3% rispetto a giugno. Non prosegue dunque l’inversione di tendenza registrata prima dell’estate, che aveva fatto ben sperare il ministro del Lavoro Giuliano Poletti e indotto Renzi (era il 10 luglio) a rivendicare “54mila posti di lavoro in più”, “un dato che non passa mentre quelli negativi sì”. Oggi però di dati positivi da sottolineare non ce ne sono. Lo scorso mese si è registrato un calo degli occupati pari a 35mila unità: come se si fossero persi più di mille posti al giorno, ha calcolato l’Ansa. In Italia i senza lavoro sono a questo punto 3 milioni e 220 mila, in aumento del 2,2% rispetto al mese precedente (+69mila) e del 4,6% su base annua (+143mila), mentre gli occupati calano a 22.360.000, 71mila in meno su base annua. Rispetto al mese precedente la disoccupazione aumenta sia per la componente maschile (+3,3%), sia per quella femminile (+1%). Ma se il confronto è con luglio 2013, le disoccupate risultano in salita del 9,3% contro il +0,9% degli uomini. Il divario tra uomini e donne sul mercato del lavoro, insomma, resta enorme. Lo attesta soprattutto il tasso di occupazione, che per i primi è stato in luglio del 64,7%, mentre le lavoratrici erano solo il 46,5% del totale delle donne attive. Entrambi i dati sono in calo dello 0,1% sull’anno prima. 

L’incidenza dei disoccupati tra i giovani sale dell’1,1% – L’unico segnale positivo arriva dalla disoccupazione giovanile, con il tasso che scende al 42,9%, -0,8 punti rispetto al mese prima. Si può ipotizzare che sia l’effetto del lavoro stagionale, che fa anche salire il numero degli occupati a 939mila, +36mila in confronto a giugno. Ma allargando lo sguardo a un periodo di tempo più lungo si vede come il tasso di disoccupazione resti più alto del 2,9% rispetto al luglio 2013. Non solo: l’incidenza dei disoccupati di 15-24 anni sulla popolazione in questa fascia di età è pari all’11,8%, +1,1 punti su base annua. 

Sempre più precari e lavoratori part time – Basta poi uno sguardo alla tabella Istat con i dati sulla tipologia di occupazione per rendersi conto che gli assunti a tempo indeterminato diminuiscono per lasciare il posto a lavoratori precari e spesso a tempo parziale. Nel secondo trimestre dell’anno gli “stabili” sono scesi di 44mila unità rispetto allo stesso periodo del 2013, mentre i dipendenti a termine sono saliti di 86mila unità di cui però 56mila a tempo parziale. 

p.s.

eppure avrà una bel pò di voti!

come sempre

buon week end

 
 
 

Economist, in copertina Renzi, Merkel e Hollande sulla barca Eurozona che affonda

Post n°3283 pubblicato il 28 Agosto 2014 da ninograg1
 

di Redazione Il Fatto Quotidiano | 28 agosto 2014

Il settimanale economico britannico titola: "Quella sensazione di affondare (di nuovo)". E, nell'editoriale, spiega che "l’euro potrebbe essere condannato" se i leader dei maggiori Paesi "non riusciranno a trovare il modo di rimettere a galla l’economia". Quanto a Draghi, l'unico che nella foto tenta di salvare la barca, "nonostante i suoi sforzi la politica monetaria e fiscale è troppo restrittiva"

Una barchetta fatta con un banconota da 20 euro che rischia di affondare. A bordo Matteo Renzi che tiene in mano un gelato e davanti a lui, a prua, Francois Hollande che scruta l’orizzonte e una soddisfatta Angela Merkel. A poppa, Mario Draghi che cerca di svuotare lo scafo dall’acqua che lo sta sommergendo. E’ la copertina con cui l’Economist lancia l’allarme sui nuovi rischi per l’economia dell’Unione e la stabilità dell’euro, dopo “l’illusione” di essere riusciti a superare la tempesta. “Nelle ultime settimane i paesi dell’eurozona hanno ricominciato a fare acqua”, scrive il settimanale economico nell’editoriale che dà il titolo alla copertina, “Quella sensazione di affondare (di nuovo)”. “Se Germania, Francia e Italia non riusciranno a trovare il modo di rimettere a galla l’economia dell’Europa, l’euro potrebbe essere condannato”, avvisa il giornale britannico. “Le cause profonde dei nuovi malanni dell’Europa sono tre problemi ben noti e correlati” scrive l’Economist, riferendosi alla mancanza di leader con il “coraggio per le riforme”, ad un’opinione pubblica ancora non “convinta della necessità di cambiamenti radicali e ad un “sistema monetario e di bilancio troppo rigido”. Mali che vengono “drammaticamente rappresentanti dalla Francia” di Hollande, scrive l’Economist, che ha parole molto severe per il presidente francese. Mentre concede ancora un’apertura di credito a “Renzi che ha coraggiosamente spinto per drastiche riforme”, pur “ancora comunque da portare a termine”. Quanto a Draghi, “nonostante i suoi sforzi la cornice di politica monetaria e fiscale è troppo restrittiva e soffoca la crescita”.

p.s.

e cosa mai vuoi aggiungere quando si supera anche il limite del ridicolo?

 
 
 

“La sinistra è ipocrita: dalla pace alle armi”

Post n°3282 pubblicato il 27 Agosto 2014 da ninograg1
 

“La sinistra è ipocrita: dalla pace alle armi” (Alessio Scheisari).

“Nel 2003 erano tutti a manifestare in piazza, ora hanno cambiato idea perché sono tornati al governo. L’Isis? Dei sanguinari. I kalashnikov ai curdi? Pericoloso, è il regalo per gli amici del momento”.

L’intervista Gino Strada, Emergency.

“Jihadisti sanguinari, ma sono anche il prodotto della politica delle armi”.

Una volta che ho deciso di andare ad ammazzare qualcuno, la modalità è secondaria perché sto facendo la più grande cazzata che un essere umano possa fare”. Gino Strada vive e lavora in Sudan, ma è in contatto quotidiano con i medici della sua Emergency che gestiscono ospedali e campi profughi ad Arbat e Choman (nel Kurdistan iracheno), dove sono confluiti   migliaia di sfollati in fuga dalle regioni sotto   attacco dell’Isis e   dalla guerra civile   in Siria.   Che cosa sta succedendo in Medio Oriente?   Ho vissuto tre anni e mezzo nel kurdistan iracheno. Era il 1996 ed era in corso una guerra civile tra le due fazioni curde: il Pdk di Masoud Barzani (l’attuale presidente del Kurdistan iracheno, ndr) e l’Upk di Jalal Talabani. Quando il Pdk stava per essere sconfitto, chiamò in aiuto i carri armati di Saddam Hussein.

E quella era una guerra tra curdi. Quello che intendo è che in quello spicchio di mondo lì chi oggi è un nemico forse tra quattro mesi diventerà un alleato . Guardi quello che sta accadendo con al-Assad in Siria.   Noi cerchiamo sempre di dividere il mondo in buoni e cattivi.   Non è semplice. Faccio un altro esempio: nel 2003, prima dell’invasione Usa, andai a parlare con il ministro della Sanità iracheno e con Tareq Aziz (vice primo ministro sotto Saddam, ndr). L’incidenza di tumori e leucemie infantili era aumentata di dieci volte a causa delle armi chimiche e radioattive della guerra con l’Iran e del Golfo del ‘91, ma i medicinali non erano disponibili a causa dell’embargo. Proposi di fare arrivare un aereo 747 carico di anti-tumorali, ma mi disse di no.   Preferiva usare l’embargo come tema politico contro gli Usa?   Non ho più voglia di occuparmi delle ragioni degli uni e degli altri. Ciò che conta è che sono morti mezzo milione di bimbi.   E quindi cosa dovrebbe fare,   oggi, l’Occidente?   Tenere a mente che ogni volta che si decide di combattere una guerra – che significa andare ad ammazzare qualcuno – si peggiorano situazioni spesso già disastrate. Non è bastata l’esperienza delle primavere arabe? Tre anni dopo, cos’è rimasto? In Egitto si condannano a morte i civili a cinquecento alla volta. In Libia c’è una guerra civile di cui non frega più niente a nessuno.   Ma le immagini che arrivano da Iraq e Siria sono raccapriccianti. Tagliano le gole, e non solo al giornalista americano.   Non mi illudo che l’Isis sia democratico e liberale, figurati! Ma in questo disastro c’è tutto il Medio Oriente, un’area completamente esplosa. Il punto è che quando uno decide di ammazzare qualcun altro, la modalità è secondaria. C’è chi taglia la gola, chi usa armi chimiche, chi bombarda coi droni: ognuno con le sue armi cerca di fare la pelle a qualcun altro.   L’Italia cosa dovrebbe fare?   Se io ragionevolmente credo che tu sia un pazzo scatenato, dal punto di vista della sicurezza del mio Paese sono più sicuro se metto in mano le armi al tuo nemico o se non gliele do? Se vogliamo che tra due anni qualcuno ci faccia un attentato, siamo sulla strada giusta. Il ministro degli Esteri, Federica Mogherini, usa argomenti assurdi per giustificare la decisione di dare quella ferraglia ai curdi.   L’arsenale della Maddalena?   È folle! Come cavolo è possibile che la Marina militare abbia disobbedito alle decisioni della magistratura, che ordinò la distruzione di quelle armi di contrabbando? Oggi quella roba lì, che non dovrebbe nemmeno esistere, è il regalo per gli amici del momento. Non rispettano la Costituzione, le convenzioni internazionali né la buona pratica di non vendere armi ai Paesi in guerra.   Il pacifismo che fine ha fatto?   Quando, nel 2001, il governo Berlusconi decise di invadere l’Afghanistan erano quasi tutti d’accordo. Solo Emergency e pochi altri parlavano ad alta voce contro quella guerra. Due anni dopo, c’è stata Piazza del Popolo, la più grande manifestazione pacifista di sempre in Italia. Tanti politici di centrosinistra si erano ravveduti: quelli che avevano votato per la guerra in Afghanistan, avevano scelto di dire “no” a quella in Iraq. Me li ricordo mentre sfilavano con le sciarpe arcobaleno addosso.   E poi cos’è successo?   Poi sono tornati al governo e hanno cambiato di nuovo idea. Ma io i politici li capisco: non sanno nemmeno dove sia l’Afghanistan, anche se siamo lì dal 2001. Invece non capisco la stampa: perché nessuno fa un’analisi e si chiede quante vite abbiamo perso in questi tredici anni, quante persone abbiamo ucciso, se abbiamo raggiunto gli obiettivi che ci eravamo prefissati? La verità è che sulla guerra esiste ormai il pensiero unico.   Forse perché le guerre oggi sono più difficili da raccontare: si usano tanti droni e meno soldati.   No, viene da più lontano. Tutto comincia con i giornalisti embedded. Nella più grande operazione militare della storia della Nato, ad Helmand, in Afghanistan, non c’era nemmeno un giornalista che non fosse embedded. Quando la gente vede certe immagini medievali, come Abu Ghraib, prende coscienza, perché capisce quanto la guerra faccia schifo.   Ci sono tanti giovani occidentali che ne rimangono affascinati: partono e diventano jihadisti.   È lo stesso meccanismo. Quando si accetta la possibilità di ammazzare, si diventa gli esseri umani peggiori. L’unico approccio umano alla guerra è l’abolizione, com’è successo con la schiavitù.

Da Il Fatto Quotidiano del 27/08/2014.

 
 
 
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