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Domanda di petrolio raggiungerà il picco entro il 2030

Post n°4091 pubblicato il 17 Ottobre 2017 da ninograg1
 

WSI 17 ottobre 2017, di Alberto Battaglia 

La domanda di petrolio potrebbe raggiungere i livelli massimi entro 13 anni, per via della continua crescita nella diffusione delle auto elettriche e di motori sempre più efficienti sotto il profilo energetico. E’ quanto prevede la Wood Mackenzie in un report nel quale viene previsto il picco della domanda di oro nero entro il 2030. Attualmente, dei 96 milioni di barili consumati ogni giorno, 60 sono destinati al trasporto. “Stiamo diventando sempre più efficienti nell’uso dell’energia”, ha dichiarato l’analista di Wood Mackenzie, Alan Gelder, “le economie crescono in modo meno dipendente dal petrolio e la sua importanza dovrebbe declinare nel tempo”.

 

L’impatto sulle compagnie petrolifere potrebbe essere grave, se si considera che già adesso gli utili sono ben più modesti rispetto a una decina di anni fa: alcune fra le maggiori compagnie petrolifere (Exxon, Shell, BP, Total, Chevron, Petrobas e Statoil) avevano registrato complessivamente profitti a 99,2 miliardi di dollari nel 2004, mentre nel 2016 la cifra è scesa a 10,5 miliardi.

 

In prospettiva, il grosso dei cambiamenti avverrà quando le auto elettriche diventeranno mainstream: “Dopo il 2025 le vendite di auto elettriche decolleranno. Più in là si va nel futuro, più saranno le auto elettriche”, ha aggiunto Gelder aggiungendo che entro il 2030 le vetture ibride plug-in avranno una quota globale di mercato del 10%. Alcuni Paesi come Francia e Regno Unito hanno già previsto per il 2040 l’addio alla vendita di nuove auto a benzina e diesel; questo genere di provvedimenti dovrebbe accelerare il passaggio alle auto elettriche.

 

Un aspetto messo in evidenza dal report riguarda anche le entrate fiscali legate alle tasse sui carburanti: la riduzione nelle vendite di auto dotate dei motori tradizionali rappresenta una sfida per le casse pubbliche, visto che ogni anno il Regno Unito incassa dalla vendita di benzina e gasolio 28 miliardi di sterline. In Italia, l’Iva e le accise sulla benzina hanno portato nelle casse dello stato 38,7 miliardi di euro nel 2016.

 

 
 
 

Vivere e morire a .... Malta

Post n°4090 pubblicato il 17 Ottobre 2017 da ninograg1
 

"Ci sono criminali ovunque si guardi adesso, la situazione è disperata". E' la frase finale dell'ultimo post pubblicato sul suo blog dalla giornalista, mezz'ora prima di rimanere uccisa...... non stiamo parlando dell'Italia ma di Malta, ridente isola del Mediteraneo e nuova meta del turismo europeo, e dove con una bomba nell'auto una blogger, che indagava e faceva denunce contro la corruzione imperante e l'affaire migranti, è stata uccisa. La cronista, 53 anni, aveva indagato sul coinvolgimento di personalità maltesi nei cosiddetti Panama Papers (MaltaFiles), un’inchiesta internazionale indipendente secondo la quale “lo Stato nel Mediterraneo fa da base pirata per l’evasione fiscale in Ue“. E nelle quali nel 2016 era spuntato il nome della moglie del premier laburista maltese, Joseph Muscat, che ha sempre respinto ogni accusa.

.... insomma da un lato potremmo dire che non siamo soli e dall'altro che sempre più è necessario un cambio culturale altrimenti non come italiani o maltesi o europei.. ma come razza umana non abbiamo alcun futuro!!!

 
 
 

LE VITTIME DELLA THYSSEN SENZA GIUSTIZIA (PAOLO GRISERI)

Post n°4089 pubblicato il 15 Ottobre 2017 da ninograg1
 

IL MINISTRO della Giustizia Andrea Orlando ha sollecitato il governo tedesco ad eseguire la sentenza nei confronti dei vertici Thyssen responsabili del rogo di Torino del 6 dicembre 2007, della morte di sette dipendenti tra atroci sofferenze e della loro agonia durata settimane. Il fatto che anche Harald Espenhahn e Gerald Priegnitz scontino la pena in carcere, come stanno facendo i loro colleghi italiani condannati in via definitiva diciassette mesi fa, è un principio di civiltà. Un atto di giustizia non solo nei confronti dei familiari delle vittime ma anche, e forse soprattutto, nei riguardi degli italiani e dell’idea stessa che esista un’Europa unica, uniforme nei diritti e nei doveri.

 

Senza colpevoli di serie A, che rimangono a casa anche dopo una condanna a nove anni di reclusione, come sta accadendo ad Espenhahn, e colpevoli di serie B che dal giorno successivo alla condanna definitiva trascorrono le notti nelle carceri della Penisola.
Per il momento il passo del ministro italiano è una semplice raccomandazione. Non ci sono ragioni, si faceva osservare ieri negli ambienti di via Arenula, per ritenere che il governo di Berlino non intenda eseguire la sentenza nei confronti dei cittadini tedeschi. Ma quello di Andrea Orlando è, al tempo stesso, un avvertimento. L’Italia non può accettare che di fronte a una tragedia dal forte impatto sull’opinione pubblica, come fu il rogo di Torino, possa prevalere e vincere l’ambiguità. Ancora ieri, a dieci anni dal dramma, la madre di una delle vittime, Giuseppe Demasi, quasi implorava che «tutti i condannati paghino per quel che è accaduto. Ce lo chiedono i nostri figli morti, la giustizia è per loro».
Demasi fu l’ultimo ad andarsene. Aveva 26 anni. Furono due mesi di calvario, uno stillicidio di drammi familiari con i funerali che percorrevano le vie del centro cittadino a cadenza settimanale. Chi ha vissuto quei giorni e chi ha partecipato anche da lontano a quel dramma collettivo non può accettare oggi che i principali colpevoli escogitino furbizie levantine, sperino nella lentezza della burocrazia, tentino di farla franca aggrappandosi alle lungaggini di una traduzione dall’italiano al tedesco. Gli stereotipi sono sempre da rifuggire ma è un fatto che nel caso della Thyssen la giustizia di Roma è stata più rapida e inflessibile di quella di Berlino. Per ridare forza all’idea di Europa, oggi non certo in salute, serve che queste ambiguità vengano spazzate via in fretta.
Articolo intero su La Repubblica del 13/10/2017.

 
 
 

Matteo Renzi vs Romano Prodi: scrittori a confronto su sfiducia, economia e politica

Post n°4088 pubblicato il 14 Ottobre 2017 da ninograg1
 

di Giancarlo Bertocco*
I media hanno dato molto risalto alla recente pubblicazione del libro di Matteo Renzi (Avanti. Perché l’Italia non si ferma, Feltrinelli). Meno attenzione ha suscitato la contemporanea uscita del libro di Romano Prodi (Il Piano Inclinato, Crescita senza Uguaglianza). Le due opere hanno, evidentemente, caratteristiche differenti. Renzi si pone l’obiettivo di ricordare i successi e gli insuccessi dei suoi mille giorni di governo e di presentare un programma politico per la prossima legislatura. Prodi si concentra sulle cause del profondo deterioramento delle condizioni economiche e sociali della classe media in tutto l’occidente e in particolare in Italia, e sottolinea il ruolo fondamentale che la politica deve svolgere per superare questo problema. Nonostante il diverso profilo, i due libri offrono l’occasione di confrontare il programma economico dei due leader del centrosinistra.

I due autori concordano nell’individuare il problema centrale che schiaccia la società italiana: la profonda sfiducia nel futuro prodotta dalla grave crisi economica. Si distinguono invece, quando spiegano l’origine del problema e presentano le proposte per superarlo. Questa distanza si coglie osservando il punto del libro in cui i due autori sollevano il problema della sfiducia. Prodi lo esplicita nella prima pagina. Renzi invece, ne parla nel penultimo capitolo intitolato Il futuro della sinistra. La diversa collocazione riflette una significativa differenza di analisi.
Prodi dedica molto spazio alla spiegazione delle cause della Grande Recessione, che ha provocato una profonda incertezza nei confronti del futuro. Renzi, invece, non fa alcun cenno all’evoluzione del sistema economico negli ultimi decenni e ai fattori che hanno provocato la crisi. Ciò emerge ad esempio, quando Renzi considera l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori come il simbolo di un mondo, quello del 1970, che è scomparso, senza ricordare né le caratteristiche di quel mondo, né di quello che l’ha sostituito nei decenni successivi. Egli esprime un riferimento indiretto alla condizione economica della classe media italiana quando ricorda che l’obiettivo del bonus 80 euro consiste nel: “difendere le fasce medio-basse dal rischio di essere risucchiate nella zona di povertà” (Renzi, p. 66), e quando sottolinea le difficoltà delle donne ad affrontare la maternità.
Prodi fornisce una descrizione incisiva del deterioramento delle condizioni della classe media e delle sue cause. Egli divide il periodo che va dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi in due sottoperiodi. Durante il primo, che arriva fino agli anni Settanta, si sviluppa nei paesi occidentali un modello economico che è stato definito capitalismo regolato, le cui caratteristiche sono state influenzate dalle politiche keynesiane. La crisi degli anni Settanta, associata al fenomeno della stagflazione (stagnazione e inflazione) indusse gli economisti ad abbandonare le teorie keynesiane e a recuperare le conclusioni fondamentali della teoria neoclassica prekeynesiana. La controrivoluzione teorica  iniziata negli anni Settanta costituì il fondamento teorico dell’ideologia neoliberista che spinse i governi occidentali, a partire dagli Stati Uniti con Ronald Reagan e dalla Gran Bretagna con Margaret Thatcher, ad adottare politiche di liberalizzazione dei movimenti di capitale, di deregolamentazione dei mercati e di privatizzazione delle aziende pubbliche.
Prodi sottolinea almeno due conseguenze negative del passaggio dal capitalismo regolato a quello che è stato definito capitalismo neoliberista. La prima riguarda il forte peggioramento della condizione dei lavoratori. La seconda conseguenza è costituita dalla crisi finanziaria che ha dato origine alla grande recessione. La crisi è stata provocata dall’ipertrofia del settore finanziario resa possibile dalle politiche di deregolamentazione dei mercati finanziari e di liberalizzazione dei movimenti di capitale  adottate a partire dagli anni Ottanta (Prodi, p. 40).
Il diverso modo in cui Renzi e Prodi analizzano i fattori che generano il diffuso sentimento di sfiducia nel futuro condiziona, evidentemente, la definizione del loro programma economico.
Continua su Economia e politica
*Università degli Studi dell’Insubria

di | 13 ottobre 2017
 
 
 

Il carbone per Trump (FEDERICO RAMPINI)

Post n°4087 pubblicato il 12 Ottobre 2017 da ninograg1
 

Viaggio in Ohio, dove il dietrofront ambientale degli Usa è già realtà “Così le energie fossili saranno di nuovo la prima fonte d’America”

Nella “terra nera” delle miniere Usa “Addio rinnovabili”.

RITORNO AL PASSATO.
BELLAIRE (OHIO) – «Cinquant’anni fa questa era la terra del King Coal, il re carbone. Oggi non siamo più dominanti ma siamo pur sempre della famiglia reale». Così riassume la rinascita del capitalismo a carbone Ed Spiker, manager di Westmoreland Resources. Mi rivela in anticipo un sorpasso clamoroso: «L’anno prossimo, secondo i dati ufficiali del governo, il carbone tornerà ad essere la prima fonte di alimentazione delle centrali elettriche americane, il 38% della corrente la produrremo noi, contro il 36% del gas naturale ».

 

È un’inversione di tendenza che sarebbe stata impossibile sotto l’Amministrazione Obama, che in omaggio agli accordi di Parigi fece di tutto per penalizzare le energie fossili. Ma Donald Trump sconfessa la lotta al cambiamento climatico e accelera la deregulationenergetica. Proprio in queste ore, applicando gli ordini del presidente, l’Environmental Protection Agency smantella i limiti alle emissioni carboniche delle centrali elettriche. In mezzo a questo revival del carbone incontro Spiker sul suo luogo di lavoro: in riva al fiume Ohio che dà il nome allo Stato. È una di quelle autostrade fluviali che sono le arterie strategiche del trasporto merci, l’Ohio confluisce nel Mississippi.
Siamo circondati da un viavai ininterrotto di camion. Arrivano dalle miniere a cielo aperto delle colline cicostanti, rovesciano carbone sulle montagne nere di questo vasto deposito. Da un silos il carbone viene trasportato su carrelli mobili che finiscono nella pancia delle chiatte fluviali attraccate sul molo qui a fianco. Ogni 35 minuti viene riempita una chiatta da 1.700 tonnellate, che parte lungo il fiume per raggiungere le centrali elettriche della regione: Ohio, Pennsylvania, Kentucky, West Virginia. «È per questo che noi del Midwest paghiamo bollette della luce più basse di voi newyorchesi, la nostra elettricità va a carbone», mi dice Spiker.
Un’altra varietà di questa “terra nera” – il coaking coal – finisce nelle tante acciaierie di questa zona. Per arrivare fino al porto di Bellaire, in un’ora e mezza di strada da Pittsburgh, ho attraversato quello che fu il cuore del primo capitalismo americano. Qui hanno costruito le loro fortune le famiglie Carnegie, Mellon, Frick, i protagonisti della rivoluzione industriale che fecero affluire immigrati dall’Italia, dalla Polonia, per lavorare nelle miniere e negli altiforni. Oggi questa Rust Belt, “cintura della ruggine”, è afflitta dalla deindustrializzazione, impoverita e spopolata dopo decenni di concorrenza cinese. Ma chi non si rassegna al declino ha trovato il suo profeta: Trump ha promesso una seconda vita al Re carbone. È una delle ragioni per cui oggi si trova lui alla Casa Bianca.
«Un anno fa – ricorda Spiker – Hillary da queste parti venne a dire che le miniere andavano chiuse, che il futuro è delle energie rinnovabili. Molti dei miei collaboratori e dipendenti, che avevano votato sempre democratico, a quel punto hanno scelto Trump». Voti decisivi, in questi “swing State” del Midwest che sono passati dalla casella democratica a quella repubblicana. Proprio qui si è giocata su minuscole frazioni percentuali l’elezione dell’8 novembre scorso. E Trump oggi restituisce il favore. «Le leggi di Obama – dice Spiker – ci stavano facendo parecchio male, la svolta di Trump è ottima per noi». A 61 anni, con alle spalle una formazione in Scienze politiche, questo manager che ama le canzoni di Celentano e ha una famiglia multietnica (nuore e generi cinesi e ispanici) non è un “trumpiano” a oltranza. La sua difesa del capitalismo a carbone è moderata. «Voi ambientalisti – dice – ci considerate persone malvagie, ma l’industria del carbone oggi deve rispettare standard di sicurezza molto severi, e le ex-miniere esaurite le riconvertiamo all’agricoltura. Certo questo presidente a volte ci fa inorridire e anch’io sogno per i miei nipoti un pianeta senza inquinamento, senza energie fossili. Solo che non è realistico immaginare di arrivarci subito. Carbone e gas naturale allo stato attuale delle conoscenze tecnologiche sono le uniche fonti disponibili alle tre di notte, quando il sole non c’è. O in un lungo inverno gelido senza vento, quando le pale eoliche si fermano. Del resto continuiamo a esportare carbone in paesi ambientalisti come la Germania e l’Olanda. Ne esportiamo in Cina e in India, che pure hanno firmato gli accordi di Parigi ».
Articolo intero su La Repubblica del 12/10/2017.

 
 
 
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