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La giornata tipo di uno schiavo moderno

Post n°4056 pubblicato il 13 Agosto 2017 da ninograg1
 

Il Nuovo Mondo


Nell'Era Moderna ogni mattina un uomo si alza al suonare della sveglia, e strappato violentemente dal dolce sonno corre in cucina a prendere la sua dose di caffeina, che una volta entrata in circolo nel suo organismo a stomaco vuoto, lo farà scattare sull'attenti e rendendolo subito iperattivo.

Lavato e cagato di fretta, il nostro superuomo moderno si avvierà verso il luogo di lavoro, tra la rabbia frustante del traffico mattutino, fatto di piccole accelerate e brusche frenate, una marcia lenta e singhiozzante che fa innalzare i livelli di nervosismo alle stelle.

Inizia poi la sua giornata di lavoro, con un falso sorriso stampato in faccia quando il nostro superuomo dovrà salutare colleghi e capi cordialmente anche se gli stanno tutti sul cazzo.

A metà mattina altra dose di caffeina per mantenere stabile in suo livello di produttività...


A mezzogiorno pausa in mensa con cibo spesso scadente e carico di additivi chimici e conservanti, pane con farina 00 raffinata con calce e demineralizzata, acqua di rubinetto al fluoro e un bicchiere di vino ricco di solfiti e pesticidi, una coscia di pollo da allevamento intensivo ricca di pregiati antibiotici e gonfiata di ormoni della crescita e infine un dolcetto ricco di zucchero bianco raffinato, vero e proprio carburante dei migliori tumori in circolazione, e tutto questo ben di Dio, il nostro superuomo lo chiama "cibo".

Ovviamente questo cibo è ricco solo esteticamente, ma in verità è carente di vitamine e minerali, in primis frutta e verdura, che vengono coltivate in maniera industriale e con fertilizzanti chimici derivanti dal petrolio...

Questo causa una seria carenza di vitamine e minerali al nostro superuomo che sarà così costretto a legarsi a vita a vitamine ed integratori "chimici" da prendere una volta al dì, al costo a barattolo di una cassa intera di frutta e verdura fresca di una volta, quella insomma che veniva coltivata in modo naturale e quindi naturalmente ricca di vitamine.

Al pomeriggio ennesima "pausa caffè", il che, con il passare dei giorni creerà una vera e propria dipendenza alla sostanza che produrrà nervosismo e irritabilità, che verranno placati grazie ai "tranquillanti" prescritti dal dottore.


La sera poi, il nostro superuomo moderno afflitto dai mille pensieri quotidiani, dal lavoro alienante, dalle bollette da pagare, dalle rate in corso, dall'affitto e da tutte le preoccupazioni moderne, faticherà a prender sonno e dovrà così ricorrere a potenti sedativi che inducono un sonno artificiale.

E la settimana prosegue così fino a sabato, quando il nostro superuomo finalmente trova riposo e si da all'alcool per evadere nel limite del possibile alla triste realtà a cui è sottoposto e che egli crede essere al sola ed unica realtà.

L'alcool lo inebrierà per qualche ora, rendendolo euforico e sicuro di sé, salvo poi renderlo uno straccio la domenica seguente, dove seguirà una breve revisione della sua vita nell'attesa di ricominciare tutto da capo il lunedì.

Tutta questa ansia, questa fretta, questo calvario fatto di lavoro e lavoro, traffico, stress, cibo artificiale e iperattività, verrà trasmesso ai propri figli e quindi alle generazioni future attraverso l'istruzione scolastica quasi come un "dono".

E la chiamano "educazione", l'addestrare gli esseri umani nati liberi a diventare dei frustati consumatori e infelici che già a 13 anni devono pensare, sotto le pressioni di genitori e insegnati a cosa vogliono fare da grandi, ovvero a quale lavoro dedicheranno l'80% della loro vita in nome di profitto, produzione, consumo di materie prime e distruzione del pianeta, dando così il loro contributo al "progresso".

 


 
 
 

Entro il 2100 le catastrofi climatiche potrebbero uccidere fino a 152.000 europei all’anno

Post n°4055 pubblicato il 11 Agosto 2017 da ninograg1
 

di Umberto Mazzantini Green Report

 

Entro la fine di questo secolo, i disastri legati alle condizioni atmosferiche potrebbero interessare ogni anno circa i due terzi della popolazione europea e, se non vengono adottate subito misure adeguate, questo potrebbe portare ad un aumento di 50 volte dei casi di decessi rispetto a oggi: potrebbero salire dai 3.000 all’anno tra il 1981 e il 2010 a 152.000 tra il 2071 e il 2100. Questa preoccupante previsione emerge dallo studio “Increasing risk over time of weather-related hazards to the European population: a data-driven prognostic study” pubblicato su  The Lancet Planetary Health da Giovanni Forzieri del Joint Research Centre (Jrc), Filipe Batista e Silva, Directorate for growth and innovation Jrc, e Luc Feyen Directorate for Space, security and migration dell’Jrc, il servizio scientifico e conoscitivo della Commissione europea. Lo studio mette insieme informazioni sulle calamità naturali documentate e proiezioni dei rischi e demografiche fino al 2100 nei 28 paesi dell’Ue, in Svizzera, Norvegia e Islanda.

Al Jrc spiegano che «le calamità legate alle condizioni atmosferiche sono considerate quelle con gli impatti maggiori: ondate di caldo e di freddo, incendi, siccità, inondazioni fluviali e costiere e tempeste di vento. Se non contenute, le temperature crescenti e il cambiamento climatico potrebbero esporre ogni anno 350 milioni di europei agli estremi climatici. Questo sostanziale aumento del rischio di pericoli legati al clima è dovuto principalmente ad un aumento della frequenza delle ondate di caldo. Altri fattori dietro l’aumento previsto dei rischi legati al clima sono la crescita della popolazione e l’urbanizzazione». A causare il 99% di tutte le morti sarebbero le ondate di caldo. Le inondazioni fluviali e costiere, che causavano 6  vittime l’anno all’inizio del secolo, potrebbero salire a 233 all’anno entro la fine.

Secondo lo studio ad essere più colpita sarà l’Europa meridionale, con l’Italia che risulta tra i Paesi più a rischio, in particolare quella centrale e settentrionale, con un alto  numero di persone esposte in Veneto ed Emilia Romagna. Al Jrc sottolineano che «gli estremi climatici potrebbero diventare il maggior rischio ambientale per le persone della regione, causando più morti precoci da inquinamento atmosferico».

I ricercatori portano a esempio delle potenziali condizioni meteorologiche future le  recenti ondate di caldo, con temperature record, in Spagna, «dato che entro la fine del secolo eventi di questa intensità potrebbero verificarsi ogni anno».

Lo studio Jrc ha valutato le variazioni durante il tempo, di luogo, intensità e frequenza di questi rischi legati al riscaldamento globale all’interno di uno scenario business-as-usual delle emissioni di gas serra, utilizzando modelli climatici e biofisici. Le dinamiche demografiche a lungo termine sono state modellate utilizzando una piattaforma di modellazione territoriale per rappresentare l’evoluzione dell’esposizione della popolazione umana. La vulnerabilità delle popolazioni agli estremi meteo è stata analizzata sulla base di più di 2.300 dati raccolti dal database delle catastrofi naturali avvenute tra il 1981 e il 2010 che è stato ipotizzato come statico (all’interno di uno scenario di non adattamento).

I ricercatori concludono: «Questo studio contribuisce al dibattito in corso sul bisogno di fermare i cambiamenti climatici e di adattarsi alle sue inevitabili conseguenze, come sottolineato dall’accordo di Parigi approvato dall’United Nations framework convention on climate change. I risultati evidenziano il costo previsto del cambiamento climatico sulle società in diverse regioni d’Europa».

Gli esperti hanno detto che i risultati sono stati preoccupanti, ma secondo alcuni le proiezioni potrebbero essere sovrastimate. Infatti, lo scenario di ricercatori Jrc prevede un livello di emissioni di gas serra che entro la fine del secolo porterebbero il riscaldamento globale a 3 gradi centigradi in più rispetto ai livelli del 1990, una previsione pessimistica ben al di sopra degli obiettivi fissati dall’accordo di Parigi.

Ma Forzieri, intervistato da BBC News, ribatte: «Il cambiamento climatico è una delle più grandi minacce globali per la salute umana del XXI secolo, e il suo pericolo per la società sarà sempre più collegato ai rischi legati alle intemperie. A meno che il riscaldamento globale non venga urgentemente contenuto e che siano adottate misure adeguate, entro la fine del secolo circa 350 milioni di europei potrebbero essere esposti annualmente ad stremi climatici dannosi».

 
 
 

Bretton Woods, epocale conquista di ordine e pace

Post n°4054 pubblicato il 10 Agosto 2017 da ninograg1
 



Tre i capisaldi della Conferenza di Bretton Woods: fu fondato il Fondo monetario internazionale (Fmi), fu creata la Banca internazionale per la Ricostruzione e lo sviluppo e fu fissato il Gold exchange standard per un sistema di scambi monetari il più possibile stabile e agganciato al dollaro, il quale, a sua volta, veniva agganciato al valore dell’oro: potevi avere un’oncia di oro in cambio di 35 dollari di carta.

Dal ’44 in poi si succedettero molte presidenze degli Stati Uniti e si ebbero politiche di varia natura a fronte di diversi problemi, ma fu sempre osservato un sacro rispetto dei patti di Bretton Woods. La gestione americana fu molto oculata e attenta a non stampare dollari/carta. Nonostante questo, l’attenta gestione in 27 anni (1944-1971), gli Usa misero sul mercato ben 12mila tonnellate di oro fino.

Le pubbliche amministrazioni potevano usare solo quegli incrementi di ricchezza in arrivo dalla economia produttiva reale: ogni immissione di denaro proveniente dalla finanza era a somma zero. Non solo, nel 1933 gli Stati Uniti avevano emesso una legge molto importante, valida e severa (la Glass-Steagal Act) che divideva il mondo bancario in due grandi gruppi: quello delle Banche di investimento o d’affari e quello delle Banche commerciali di risparmio. Obiettivo, tagliare l’erba sotto i piedi della speculazione finanziaria: le Banche d’affari non potevano fare raccolta di risparmi, le Banche commerciali potevano raccogliere il risparmio, ma non potevano fare operazioni finanziarie speculative.

Poi venne il Vietnam. Il 15 agosto 1971 il presidente Richard Nixon dichiara decaduto l’impegno americano a mantenere la parità dollari/oro: una decisione epocale. Fine del Gold Exchange Standard. Nixon fu costretto a prendere tale decisione. La guerra del Vietnam (disastrosa) era finita (30 aprile 1975 con la caduta di Saigon): oltre la débâcle morale restavano i debiti contratti dal governo americano per una guerra che – pochi se ne rendono ancora conto – bruciava circa 30 milioni di tonnellate di acciaio l’anno (due volte la produzione – allora – dell’Italia) e che, come tale, rappresentava una forte droga per economia-mondo dell’epoca. Le grandi società di armamenti reclamavano i pagamenti, ma il flusso di ordini di produzione e ricerca verso queste società si era arrestato. La liquidità era finita: bisognava stampare carta/dollari.

E’ così che scoppiò la crisi.

In breve accadde questo: il grande capitale internazionale (Rotschild, Rockefeller, J.P.Morgan, le BIG-Banks, ecc.) proposero al presidente a Nixon di utilizzare l’oro tenuto a Fort Knox come garanzia verso i debitori, i quali in cambio avrebbero fornito liquidità. A Londra, il vero centro finanziario mondiale, il cosiddetto ‘denaro a credito’ viene denominato con una locuzione curiosa, ma centratissima: ‘thin air’, ossia ‘aria fina’: denaro che non c’è. In quel momento fu come se la Banca si sostituisse al ministero del Tesoro americano autorizzato a stampare carta/moneta.

Alcuni grandi gruppi Usa tirarono un enorme sospiro di sollievo: videro saldarsi i loro crediti e tornare copiose le commesse ‘militari’. Idem il mondo finanziario per il quale si aprì una fase di enorme prosperità. Il debito degli Usa prese a crescere vertiginosamente, ma l’arrivo di tanti soldi-carta, oltre a tacitare i creditori, aprì le porte a una crescita economica mai vista.
Accadde, però, un altro fatto centrale: la ‘casta’ militare venne a saldarsi con la ‘casta’ finanziaria, ovviamente in modo del tutto non palese. Non è sciocco dire che negli Usa, oggi, esiste un centro di potere privato parallelo a quello governativo, importantissimo e altrettanto – se non ancora di più – forte.

Per il dollaro fu una débâcle dell’ordine di oltre il 3.500% (tremilacinquecento percento) in termini di perdita di potere d’acquisto. Il cittadino americano è senza dubbio il più indebitato al mondo, ma, sfortunatamente, lo è anche come responsabile di debiti privati e famigliari che sono altissimi. Ancora oggi il governo americano delibera, di tanto in tanto, di aumentare il già altissimo tetto dell’indebitamento statale, per poter pagare le pensioni o i dipendenti pubblici. Altro che debito del cittadino italiano, il quale oltretutto non è così indebitato sul piano privato.

Fu l’inizio di un’era incredibile e inattesa del ‘bengodi’: la gente credette che il sistema capitalistico avesse ormai dato dimostrazione di aver risolto definitivamente il problema del benessere per larghi strati di popolazioni: cibo, salute, casa, automobile, vacanze, viaggi, ecc. Il guaio era – e nessuno se ne accorse, e ancora oggi pochi se ne rendono conto – che tutto questo benessere era poggiato sul ‘debito’. E, come tutti sanno, quando ci si indebita, prima o poi arriva sempre il momento di restituire il credito ottenuto. E’ in quel frangente che possono anche nascere problemi seri.

Di più. In una situazione normale l’aumento della ricchezza concreta (espressa in moneta scambiabile) serve a pagare gli interessi maturati in quell’anno sul debito contratto. Difficilmente si riesce a produrre anche la rata del prestito venuta in scadenza da restituire al creditore. Ma, viste le prospettive, il creditore stesso interviene prestando altro denaro che serve per coprire le scadenze del debitore: nasce così il ‘credito revolving’.

Quella del credito revolving (nuovi prestiti per pagare quelli scaduti) divenne una piaga regolare, la ciliegina sulla torta.
Bingo! L’economia cedette e le garanzie solide persero valore: si arrivò così al 2008.

di | 8 agosto 2017

 
 
 

Cosa succederebbe all’economia mondiale in caso di conflitto fra Stati Uniti e Corea del Nord

Post n°4053 pubblicato il 09 Agosto 2017 da ninograg1
 

9 agosto 2017, di Livia Liberatore

 

Negli ultimi giorni è salita la tensione fra la Corea del Nord e gli Stati Uniti. Martedì sera il presidente Usa Donald Trump ha promesso che se il regime di Kim Jong Un continua con le minacce, il Paese dovrà “fare i conti con le fiamme e con una furia che nessuno ha mai visto“. In risposta dalla Corea del Nord hanno detto di star valutando un piano per colpire l’isola di Guam, nel Pacifico, dove c’è una base militare Usa. Un conflitto fisico ancora improbabile ma gli analisti cominciano alle conseguenze che potrebbe avere, oltre alla perdita di molte vite umane.

Una nota circolata a Capital Economics, compagnia di ricerche macroeconomiche, ha analizzato il potenziale distruttivo di ogni tipo di conflitto sull’economia mondiale. Nei precedenti conflitti, successivi alla Seconda Guerra Mondiale, i Paesi coinvolti hanno visto crolli significativi nella loro produzione economica. La guerra in Siria ha portato a un crollo del 60% del Pil del Paese. Il più disastroso è stato il conflitto fra Nord e Sud Corea dal 1950 al 1953 che per la Corea del Sud ha significato un calo del Pil dell’80%.

Una guerra Usa – Corea del Nord provocherebbe problemi economici nella penisola coreana, che sarebbe l’arena probabile di conflitto, e nel resto del mondo. L’economia della Corea del Sud sarebbe ancora una volta quella che risentirebbe di più di una guerra. L’impatto si allargherebbe poi fuori dalla penisola e visto che la Corea del Sud è responsabile del 2% del Pil mondiale i problemi potrebbero essere gravi.

La catena di approvvigionamento globale potrebbe essere danneggiata. Le esportazioni della Corea del Sud, soprattutto di beni intermedi, sono un flusso rilevante. Il Paese è il più grande produttore di display a cristalli liquidi (ne produce il 40% del totale), il secondo maggiore di semiconduttori, ed è anche uno Stato di aziende automobilistiche e attivo nei cantieri navali. Se la produzione sudcoreana fosse danneggiata, ci sarebbe scarsità di molti beni in tutto il mondo per diversi anni.

Una guerra avrebbe conseguenze anche sull’economia degli Usa, dato il costo alto di un conflitto su suolo straniero. I livelli del debito statunitense potrebbero aumentare in conseguenza di un coinvolgimento di lunga durata nella penisola coreana.

Fonte: WSI

 

 
 
 

F-35, ritardi e costi duplicati: ma si va avanti (Andrea Giambartolomei)

Post n°4052 pubblicato il 08 Agosto 2017 da ninograg1
 

Paradossi – Secondo l’analisi della Corte dei Conti abbiamo investito troppo per ritirarci dal progetto.

Il programma F-35 è in ritardo “di almeno 5 anni” per le “molteplici problematiche tecniche (non ancora tutte risolte)” che hanno fatto anche sì che i costi del super-caccia siano “praticamente raddoppiati”. Pure le ricadute occupazionali e industriali per l’Italia “non si sono ancora concretizzate nella misura sperata”. È un giudizio severo quello della sezione di controllo della Corte dei Conti che ha effettuato un’analisi sul maxi-programma militare. Eppure, affermano i giudici, uscirne vanificherebbe gli investimenti che potrebbero produrre i primi frutti nei prossimi anni.

L’analisi dei magistrati non entra nel merito degli aspetti tecnologici dei contestati F-35, ma soltanto sugli obiettivi economici e ripercorre le tappe del rallentamento, come le due decisioni del governo italiano di ridurre il numero di velivoli e le spese. “La prima (nel 2012) ha ridotto da 131 a 90 il numero di velivoli da acquisire”, si legge. Una decisione in linea con quelle adottate, ad esempio, da altri partner del progetto come gli Stati uniti e l’Olanda. “La seconda (nel 2016) ha impegnato il governo – ricorda la Corte –, per aderire alle indicazioni parlamentari, a dimezzare il budget dell’F-35, originariamente previsto in 18,3 miliardi di dollari”. La prima decisione ha ridotto “le opportunità di costruire i cassoni alari nello stabilimento di Cameri (Novara)”, mentre “i ‘risparmi’ teoricamente ottenuti dalla diminuzione della flotta (5,4 miliardi) si sono riverberati in concrete perdite contrattuali per 3,1 miliardi”. La seconda decisione, invece, ha prodotto “un risparmio temporaneo pari a 1,2 miliardi di euro nel quinquennio 2015-2019, ma senza effetti di risparmio nel lungo periodo”.

Per quanto riguarda le ricadute economiche, la Corte sottolinea come siano sotto le attese anche per colpa del rallentamento del programma. Per l’occupazione “si parla al momento di circa 1.600 unità effettivamente impiegate, a fronte di una ‘forchetta previsionale’ annunciata tra 3.586 e 6.395 unità”, mentre lo stabilimento di Cameri allo stato risulta “sovradimensionato” e sotto-occupato. Ma per la Corte c’è uno spiraglio. I ritorni programmati “non sono però compromessi e il prossimo avvio della piena produzione lascia aperte le prospettive per il futuro”. I magistrati pensano anche all’“impatto del Programma sul sistema Paese”: “Il volume economico stimato per i prossimi 20 anni, pur nella sua visione più ottimistica, assume dimensioni ragguardevoli (circa 14 miliardi di dollari) e non va sottovalutato l’effetto moltiplicatore sull’indotto”.

Articolo intero su Il Fatto Quotidiano del 08/08/2017.

 
 
 
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