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Piccolo glossario dei luoghi comuni e delle falsità utilizzate per restaurare il liberismo in crisi

Post n°5543 pubblicato il 18 Novembre 2011 da cile54

Il mercato delle bugie

  

Un clima di panico viene diffuso sul crollo della borsa, le “impennate” dello spread, la catastrofe economica imminente, la bancarotta dello stato. Si tratta di eventi, spesso del tutto infondati, certamente drammatizzati al solo scopo di far passare la linea economica del ripristino del liberismo e del monetarismo in crisi, a danno degli interessi delle popolazioni (e dispiace vedere complice di questo disegno la massima autorità dello Stato, da tutti stimato).

 

Ecco un piccolo glossario delle bugie che vengono diffuse dalla politica e cultura ufficiali e amplificate a dismisura dai media.

 

Lo sviluppo dipende dalla Borsa. Le imprese italiane quotate in borsa sono “storicamente” poche. L’80 per cento dell’apparato produttivo del Paese, quello che genera ricchezza, è costituito da medie, piccole e piccolissime imprese, in genere sottocapitalizzate, nessuna delle quali quotata in borsa, che attingono le risorse per i loro investimenti dai tradizionali mutui bancari o dagli incentivi pubblici. La borsa, in realtà, premia la rendita e la speculazione finanziaria, cioè l’utilizzo del danaro per usi extraproduttivi, tant’è che, nell’epoca del liberismo, si è giunti al paradosso che una impresa vale più se impiega un minor numero di dipendenti, cioè, in definitiva, se produce una ricchezza inferiore alle sue potenzialità. Il “mercato” italiano che ha generato sviluppo è stato tradizionalmente rappresentato dai grandi investimenti pubblici e la decrescita o la stagnazione della crescita segue in Italia (si potrebbe vedere benissimo in un grafico parallelo) il taglio della spesa pubblica.

 

Lo spread fa crescere i tassi di interesse. Si tratta di due cose diverse e, in buona misura, indipendenti. Il tasso di interesse bancario è stabilito dalle banche centrali (quella europea e le banche nazionali). In tutti questi anni di sacrifici, le banche italiane (ma anche imprese con loro collimanti o proprietarie, come quelle assicurative o immobiliari) hanno continuato a lucrare profitti e ad accumulare ingenti patrimoni immobiliari e mobiliari. Esse godono di una legislazione di tutto favore (ad es. le assicurazioni non sono tenute al bilancio preventivo e le Fondazioni bancarie sono oasi di privilegi legislativi e fiscali, oltre che di potere massonico) e l’idea che l’abbassamento dei tassi sui prestiti possa essere attuato (come sarebbe del tutto possibile) attraverso una modesta riduzione dei loro saggi di profitto, non è nemmeno presa in considerazione.

 

L’aumento del differenziale di remunerazione dei nostri titoli pubblici rispetto a quelli più forti (lo spread) in realtà provoca un aumento del debito pubblico. Ma questo è un dato “tradizionale” e strutturale dell’Italia (una novità nelle percentuali di aumento, non nella sua grandezza di base) che non ha il carattere della catastrofe dietro l’angolo e può essere fronteggiato con una accorta politica di gestione del debito in rapporto alla crescita (tenendo anche conto che, sulla base dei dati ufficiali dell’ultimo governo, l’Italia sta per riconquistare l’avanzo primario, cioè il bilancio in attivo, depurato dal debito). Sullo spread incide in maniera determinante la speculazione finanziaria che, come vedremo più avanti, non è per niente un evento naturale incontrollabile.

 

La moneta forte favorisce lo sviluppo. E’ vero l’esatto contrario; per i motivi detti, l’euro “forte” favorisce gli impieghi finanziari e speculativi e penalizza l’uso “produttivo” del danaro. Questa è la storia della crisi europea di questi anni. Per di più la moneta forte favorisce le economie più forti e, senza misure di riequilibrio, è un “disastro” per quelle più deboli e Paesi come l’Italia per lo più esportatrice di beni non primari e di larga concorrenza. Il vantaggio per il nostro Paese nell’importazione del petrolio è annullato dai profitti e dalle speculazioni delle grandi compagnie petrolifere.

 

L’Italia rischia la bancarotta. Altra minaccia sovrastimata. L’Italia non solo conserva un buon capitale produttivo (inteso come apparato e qualità), ben più di Grecia e anche Spagna, ma è il Paese definito, in una recente ricerca, “dei frati ricchi nel convento povero”, cioè con debito pubblico elevato, ma forte risparmio privato. E poi, come tutti possono intendere, i banchieri europei, che alla fine non vogliono “perdere” nemmeno la Grecia, non possono certo far fallire un Paese di 60 milioni di abitanti che trascinerebbe dietro tutti quanti e sconvolgerebbe l’Ue.

 

Non c’è difesa dalla speculazione. Falso clamoroso. La speculazione finanziaria che attacca i titoli di stato più deboli, si potrebbe benissimo contrastare e stroncare con imposte come la Tobin tax e altre misure (liberali, non comuniste) di tassazione delle transazioni, dei trasferimenti di capitali (notorietà dei titoli ecc.) e delle rendite. La verità vera è che questo sistema è imperniato sulla speculazione finanziaria! Essa è elemento costitutivo e propulsivo delle contrattazioni e del “mercato” e, in quanto tale – formalmente nella sua versione “buona”, peraltro inesistente e indistinguibile da quella cattiva – viene preservata e incentivata!

 

Vendere i beni pubblici per lo sviluppo. Vendere (sarà in realtà una svendita) il patrimonio dello Stato e degli enti pubblici e locali è una delle misure più “gettonate” dell’attualità, anche perchè apparentemente meno carica di costi sociali. In realtà, sul piano dei valori, segnerebbe un altro passo verso il crollo di ogni spirito pubblico e in termini aziendali sarebbe un vero e proprio suicidio. Volevano e vogliono lo Stato imprenditore. Che immagine di solidità e che prospettiva può avere un’impresa che, per sopravvivere, si “mangia “ il capitale!? O, per altro verso, che futuro può avere una famiglia, che per tirare avanti, vende la casa!?

 

Il “pubblico” non è al passo col privato. Leggere la crisi attuale come un nuovo fallimento del “pubblico” (termine dove tutto viene confuso e mescolato, dagli sprechi della burocrazia, a quel che resta dello stato sociale, ai costi della politica ecc) è quanto di più lontano dalla verità. Ci vuole una bella faccia tosta a sostenerlo! Le crisi è cominciata in America e si è diffusa in Europa col fallimento delle banche private e gli Stati nazionali si sono dovuti svenare (ecco la causa dell’aumento dei debiti pubblici!) per salvarle!; e si è avuto il paradosso che, dopo venti anni di inni al “meno stato, più mercato”, si è dovuti ricorrere alle nazionalizzazioni per evitare il crollo generale del sistema!

 

Il liberismo su scala mondiale ha prodotto una riduzione dei costi di produzione a scapito dell’occupazione e dei salari. Così nel mercato oggi le imprese riescono a immettere prodotti a minor costo, ma non trovano compratori. Ci si è dimenticati che la banca americana che ha dato origine alla crisi aveva immesso una abnorme quantità di mutui e titoli immobiliari non coperti, per sopperire al calo dei consumi e costituire così una specie di mercato artificiale?

 

Insistere su questa linea è una vera e propria follia! Se non si imbocca al più presto la strada nuova di un rilancio selettivo degli investimenti pubblici e di ripresa dei consumi, non ci sarà bugia al mondo in grado di risolvere una crisi senza soluzione.

 

Leonardo Caponi

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Giorgiana Masi

Roma, 12 maggio 1977

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