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« La manovra. Ecco un'alt...Finalmente con la senten... »

La violenza sulla persona, solo raccontandola la renderemo visibile, ne acquisiremo consapevolezza, e potremo prevenirla

Post n°8213 pubblicato il 24 Ottobre 2013 da cile54

Come raccontare la violenza sulle donne con disabilità          

Qual è il modo più corretto per parlare della violenza nei confronti delle donne con disabilità, persone che spesso soffrono di una discriminazione multipla, legata cioè sia al loro essere donne che disabili? Proponiamo un’ampia riflessione su alcuni aspetti che si dovrebbero sempre prendere in considerazione, nell’affrontare questi temi

Sebbene negli ultimi anni l’attenzione collettiva riguardo al fenomeno della violenza sulle donne sia sensibilmente cresciuta, rimane ancora poco visibile la violenza rivolta alle donne con disabilità.

 Per comprendere questo specifico aspetto del fenomeno, è necessario tenere presente che, essendo la violenza l’esercizio di un potere oppressivo, tale potere si esercita più facilmente nei confronti dei soggetti più vulnerabili, ed essendo le donne con disabilità (soprattutto quelle con disabilità psichica) più vulnerabili delle altre, esse risultano più esposte al fenomeno in questione.

A questa indicazione preliminare si devono aggiungere diverse ulteriori riflessioni inerenti la disabilità. Occorre considerare infatti che spesso le donne con disabilità sono vittime di una discriminazione multipla, ingenerata dall’essere simultaneamente sia donne che disabili. Alcune disabilità, poi, possono comportare dei limiti d’autonomia superabili solo attraverso un’attività di assistenza prestata da altre persone e quest’ultimo aspetto comporta che le persone con disabilità grave o gravissima si ritrovino costantemente “nelle mani altrui.

«Mani esperte, devote, mani disposte ma straniere. […] Mani materne, mani matrigne, mani benedette, mani maledette, mani necessarie, mani indispensabili! Mani! Mani! Inconsapevoli mani da cui spesso mi sento come scancellata, che del mio corpo leggono i bisogni, mai i desideri…», scriveva Paola Nepi, una donna con disabilità, nel monologo Le mani addosso (Firenze, Edizioni della Meridiana, 2012, pp. 18-19).

 Questa circostanza fa sì che le persone con disabilità (sia gli uomini che le donne) possano essere vittime di forme di violenza specifiche, connesse alla dipendenza dal lavoro di cura. Prestare assistenza senza prestare attenzione alla persona è, ad esempio, una forma di violenza specificamente legata alla condizione di disabilità. Altri esempi sono l’essere considerati asessuati, l’essere guardati con commiserazione, venire ignorati, suscitare paura, l’essere considerati incapaci di vivere le situazioni tipiche dell’età adulta (lavorare, avere una vita amorosa/sessuale, divenire genitore), l’essere sottoposti a sterilizzazione forzata, la presunzione che la condizione di disabilità sia incompatibile con la felicità, la gioia, la bellezza e altri aspetti positivi della vita, ridurre la persona alla sua disabilità ecc.

 Pertanto, quando si parla di violenza sulle donne, è importante integrare le consuete considerazioni che vengono generalmente fatte su questo fenomeno, con quelle specificamente connesse alla disabilità. Se ad esempio colui o colei che esercita la violenza è il caregiver [“assistente di cura”, N.d.R.] della donna con disabilità, non sarà sufficiente ospitare la donna in un luogo protetto, sarà anche necessario fornire un servizio di assistenza personale, e accertarsi che il luogo protetto sia privo di barriere.

La violenza sulle donne (disabili e non) è un fenomeno culturale, e per sradicarlo è necessario lavorare su un immaginario collettivo che tende ancora a negarlo o a giustificarlo. Per questo motivo non basta parlare di violenza, ma si deve anche prestare attenzione al linguaggio utilizzato e agli stereotipi comunemente associati alla violenza sulle donne, alle donne stesse e alle persone con disabilità (nel caso che la vittima di violenza sia una donna disabile).

 Si deve sicuramente evitare di trasformare la lotta alla violenza in una guerra tra i sessi. Non è vero che gli uomini sono violenti e cattivi per natura, né, viceversa, che le donne siano per natura non violente, buone e abbiano ragione a prescindere. Uomini e donne sono sottoposti sin da quando nascono a un processo di socializzazione che definisce in modo rigido la femminilità e la mascolinità e i differenti ruoli ad esse associati. Finché quindi continueremo ad associare la femminilità alla dolcezza, alla docilità e alla disponibilità, e la mascolinità alla forza, all’irrequietezza e al dominio, ci esporremo al rischio di confondere la cultura con la natura, sino ad arrivare ad affermare che la violenza degli uomini sulle donne è fisiologica e immutabile perché connaturata all’essere maschi. Questo non è corretto, e chi parla di violenza deve stare bene attento/a a non veicolare questo tipo di messaggio.

 È vero invece che spesso la violenza è ingenerata proprio dalla mancanza di corrispondenza tra le aspettative suscitate dagli stereotipi di genere appresi nel processo di socializzazione e la realtà. Dunque sono proprio gli stereotipi di genere quelli che devono essere cambiati (destrutturati) e, per fare questo, la collaborazione maschile non è solo auspicabile, è indispensabile.

Va inoltre contrastata la tendenza a raccontare gli episodi di violenza dal punto di vista dell’aggressore o del femminicida. Parlare di “delitto passionale”, o usare espressioni come «l’ha uccisa perché voleva lasciarlo», oppure «l’ha violentata perché aveva la minigonna», significa riproporre acriticamente il punto di vista maschile, suggerendo una lettura che tende a giustificare l’atto violento (“se lei non avesse provato a lasciarlo, sarebbe ancora viva”; “se lei non si vestiva in un dato modo, non sarebbe successo niente”…).

Tali espressioni rafforzano l’idea – sbagliata ma ancora molto diffusa – che i delitti e la violenza abbiano qualcosa a che fare con l’amore e la passione, e che la vittima abbia delle corresponsabilità negli eventi che l’hanno trasformata in un bersaglio di violenza.

 Sbagliato è anche raccontare la violenza sulle donne ricorrendo a espressioni come “raptus” o “follia”, non solo perché quelli che vengono descritti nelle cronache dei media come episodi estemporanei sono spesso il momento culminante di una violenza ripetuta e crescente, ma anche perché quelle parole negano la matrice culturale della violenza sulle donne e sono deresponsabilizzanti (se nel momento in cui si è verificato il fatto l’aggressore non era in sé, perché colto da un raptus o da follia improvvisa, tutto sommato non è così colpevole, e neppure tanto responsabile).

 È dunque importante che chi parla di violenza sulle donne privilegi il punto di vista della donna, raccontando qualcosa di lei, chiamandola per nome (ove è possibile), o comunque con pseudonimi che ne sottolineino l’individualità, e non con espressioni come “la moglie”, “la fidanzata”, “la compagna”, “la sorella”, “la figlia”, “l’amica”, o “l’ex moglie”, “l’ex fidanzata”, “l’ex compagna”, ecc.

Le violenze più frequenti avvengono in famiglia. Anche nel caso in cui la vittima di violenza (o di femminicidio) sia una donna con disabilità, occorre evitare di presentarla in modo passivo o pietistico: è vero che ha subito violenza, ma va sottolineato che lei è una persona con dei diritti, resa più vulnerabile dalla mancanza di servizi adeguati e da quel pregiudizio che considera ancora la famiglia come il luogo più sicuro e i familiari i soggetti più adatti a prestare assistenza a una persona con disabilità. Non è detto invece che i familiari siano sempre i soggetti più adatti: spesso sono semplicemente gli unici disponibili. La mancanza o la scarsità di opzioni alternative alla famiglia e ai caregiver familiari rende pertanto più problematica la risoluzione delle situazioni in cui la vittima di violenza è una donna con disabilità.

 Va inoltre tenuto presente, anche se dovrebbe essere più raro, che talvolta quella che subisce violenza è proprio la caregiver, sottoposta a continue manipolazioni e ricatti affettivi agiti dalla persona con disabilità (in genere maschio, ma non necessariamente).

 E ancora, una riflessione specifica andrebbe fatta sulle donne ricoverate negli istituti, luoghi nei quali i rapporti di potere tra il personale e gli/le ospiti sono talmente sbilanciati da far crescere in modo esponenziale il rischio di violazione dei diritti umani, di discriminazione e di violenze di ogni tipo.

 Secondo un rapporto del Parlamento Europeo di qualche anno fa, circa l’80% delle donne con disabilità istituzionalizzate sono esposte a rischio di violenza. Una corretta divulgazione su questi temi non può pertanto prescindere da una conoscenza generale del fenomeno della disabilità, e dello specifico contesto in cui si è svolto l’episodio di violenza. Riportare, quando sono disponibili, dati e statistiche, o fare collegamenti con episodi simili (magari chiedendo supporto all’associazionismo di settore), è utile a descrivere l’ampiezza e le caratteristiche del fenomeno.

Un aspetto della comunicazione sul quale anche le associazioni di donne commettono – sia pure in buona fede – frequenti errori è quello delle immagini. È infatti abbastanza facile vedere campagne contro la violenza sulle donne che mostrano corpi e volti di donne tumefatti, donne in atteggiamento difensivo che si riparano in qualche modo, donne spettinate ridotte in un angolo con i vestiti strappati ecc.

 Anche riguardo a queste immagini si può osservare che esse mostrano ciò che – presumibilmente – vede l’aggressore, e non il punto di vista della donna aggredita. In secondo luogo, come ha ben illustrato Giovanna Cosenza, docente di Semiotica presso l’Università di Bologna) in numerose occasioni, «non si combatte la violenza con immagini che la esprimono. Né si fanno uscire le donne dal ruolo di vittime se si insiste a rappresentarle come vittime.» (G. Cosenza, «Stai zitta, cretina». E come sempre, le campagne contro la violenza esprimono violenza, in «Dis.Amb.Iguando», 24 novembre 2011).

 Un altro errore frequente è quello di scegliere come testimonial contro la violenza solo donne belle, come se per promuovere una causa fosse necessario utilizzare la bellezza, o come se a subire violenza fossero solo le donne avvenenti. Non è così. Paradossalmente si potrebbe suscitare l’effetto di rendere la violenza seducente, o di rafforzare il pregiudizio secondo cui le donne che non corrispondono a certi canoni estetici non siano toccate da questo fenomeno.

 Forse bisognerebbe provare ad uscire dai binari delle immagini scioccanti o seducenti, incentrandosi di più sulla narrazione (molto interessante, sotto questo profilo, è Ferite a morte, il progetto teatrale realizzato recentemente da Serena Dandini), oppure spostando l’attenzione sull’aggressore (che è ancora poco rappresentato), o, ancora, su un simbolismo inconsueto: come non emozionarsi davanti a Onebillionrising for justice, la danza globale promossa da EveEnsler?

 Realizzata anche in molte città d’Italia lo scorso 14 febbraio, questa danza ha permesso che migliaia di donne e di uomini insieme potessero esprimere un no collettivo alla violenza utilizzando tutto il corpo. Gioia e vitalità contro la violenza: geniale!

 Infine, nel raccontare i dettagli delle violenze, è importante essere chiari, completi e precisi, ma non scadere nel morboso e nel sensazionalistico. Occorre inoltre, ed è importantissimo, prestare attenzione alla riservatezza della vittima e, dunque, evitare di rivelare particolari che potrebbero renderla riconoscibile (nei casi in cui è richiesto l’anonimato), e rintracciabile (qualora sia accolta in un luogo protetto).

Sulla comunicazione e la divulgazione in tema di violenza sulle donne sono state scritte molte cose interessanti. Quelli indicati sono solo dei cenni utili ad aprire una riflessione che meriterebbe ulteriori approfondimenti. Non sappiamo ancora quale sia il modo migliore per raccontare la violenza, quel che è certo è che essa va raccontata, perché solo raccontandola la renderemmo visibile, ne acquisiremmo consapevolezza, e potremmo prevenirla efficacemente.

 

Simona Lancioni

Componente del Coordinamento del Gruppo Donne UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare) e responsabile del Centro Informare un’H di Peccioli (Pisa). Il presente testo è stato esposto in occasione del convegno Violenza di genere e disabilità. Dalle storie di discriminazione alle azioni per contrastarla, Empoli (Firenze), 8 ottobre 2013 ed è già apparso nel sito del Gruppo Donne UILDM. Viene qui ripreso, con minimi riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

15/10/2013 www.superando.it/

 
 
 
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