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Salute, lavoro e migranti, una testimonianza diretta di un mese vissuto dentro un grande ospedale di Torino.

Post n°8478 pubblicato il 14 Gennaio 2014 da cile54

Ospedali, malati e badanti :la multiculturalità vista dal pronto soccorso

 “Quanto è bella integrazione: ma si fugge, tuttavia? Chi vuol predicarla, faccia: per tutt’altri, è già certezza!”

Mutuando i celebri versi di Lorenzo de’ Medici, frequentando un ospedale ci si rende conto sia del livello di osmosi interculturale sia di quanto i problemi del quotidiano non siano integrazione, ma la sopravvivenza, tranne che per chi ci marcia e ci costruisce carriere sull’immigrazione, pro o contro.

Ultimamente ho vissuto “vita ospedaliera” per un mesetto per il ricovero di mia madre in un grande ospedale del centro di Torino, quartiere Crocetta.

 L’arrivo, in ambulanza a fine di novembre è stato “come da copione”: condizioni molto critiche (paziente paralizzata, con necessità di intervento parenterale di alimentazione, poiché impossibilitata di deglutire e parlare) ma che vengono diagnosticate come “codice verde” (figurarsi i codici gialli e rossi…), accanto ai tantissimi altri codici verdi, stipati in una babele di lingue votate all’incomprensione, dato che in pochi sembrano comprendere l’italiano tra gli astanti, e in ancor meno sembrano parlare quantomeno inglese e francese (per non parlare di arabo e cinese) tra gli operatori, con conseguente casino pazzesco per le liberatorie sul consenso informato, e il grande sforzo delle dipendenti (quella sera una rumena e una sudamericana) per mediare con i propri connazionali.

Arriviamo nel mentre alla visita, dopo circa un ora, e in piena notte si trova un posto in un reparto di decantazione in attesa di altra sistemazione. Qui, dal mattino (era un sabato), la multicultura si presenta in modo ben diverso da come in genere la si descriva, e dai cliché come quello che vidi la sera prima al Pronto Soccorso.

Nella stessa stanza di mia madre l’integrazione aveva il volto di una signora separata sui 40anni, rumena, che si occupava di un’anziana paziente e viveva, assieme alla figlia adolescente,con lei: se avessero perso la signora improvvisamente avrebbero dovuto trovare un affitto, un lavoro (magari, per la ragazza, lasciare la scuola) e rinunciare al grosso del “benessere”.

Nel mentre, se la signora fosse sopravvissuta, avrebbero dovuto sperare e lottare coi parenti affinché tornasse a casa presto, dato che una lunga permanenza in struttura avrebbe bloccato l’accompagnamento (che si ferma oltre i 30 giorni e in teoria è sospeso per ogni giorno ospedaliero non di Pronto Soccorso) e l’assegno dell’UVG per pagare la badante.

Quindi, ben che andasse, mamma e figlia avrebbero dovuto tirare la cinghia per qualche tempo ancora di più (infatti i parenti pagavano solo le ore pomeridiane che stava in ospedale la mamma, quindi decurtando un notevole emolumento); se andava male, avrebbero perso tutto.

 La figlia di questa signora, a tutti gli effetti, è una 2G, ma della sua precarietà e dipendenza dal welfare altrui difficilmente si parla, mentre nel quotidiano il welfare degli anziani è supporto fondamentale per figli, nipoti e sempre più spesso per stranieri e 2g.

Di contro, nel terzo letto, il cerino acceso era nelle mani di una dolcissima signora filippina, anche lei poco più che quarantenne, che era disperata perché non solo la figlia (che pagava gestendo il conto della madre) le stava decurtando le ore, ma lei viveva in affitto -diviso per sua fortuna con la sorella- e figli ne aveva due (nelle filippine, mandava il mantenimento a loro e al marito); inoltre, la clinica di riabilitazione era fuori Torino e si sarebbe dovuta pagare anche il treno per andare per le 4 ore pomeridiane.

 Per inciso, la figlia pagante era proprio una bella tipa, una sera mi disse che in pratica stava facendo un favore “alla filippina” (sic) nel farla lavorare qualche ora nonostante la madre fosse ricoverata, così se lavorava e anche quattro ore la domenica (quando lei andava in montagna), avrebbe potuto mandare i regali di natale ai figli…

Sono poi “apparsi” volti meno scontati dell’immigrazione e dell’integrazione. Una OSS ecuadoregna che si divideva tra quest’ospedale e l’ospedale infantile, per fortuna spesso in turni non spezzati ma alternati per giorni (i due ospedali son distanti e lei non aveva la macchina), felicissima dell’indipendenza conquistata qui; un’infermiera del Ghana, sposata con un italiano e mamma di due bambini e un medico cinese, senza che nessuna di queste figure, suscitasse la ben che minima interazione, per la nazionalità, con tutti gli altri, segno più che evidente, secondo me, che in realtà più che problemi di integrazione vi son problemi di ceto sociale, sfruttamento e marginalizzazione (italiana o straniera poco importa).

Passano i giorni e arriviamo in reparto, una sorta di “tempio del dolore” con oltre 50 letti, dove i tagli lineari facevano sì che vi fossero nei fine settimana due infermieri professionali e tre OSS per turno (in un reparto di malati gravi) e dove la divisione non era tra “italiani” e “stranieri”, ma tra chi ”aveva la badante” e chi “era abbandonato”, nel senso che se non vi erano le badanti quasi nessuno aveva famigliari presenti nemmeno in orario visite.

Chiaramente, per i primi, l’integrazione significava più cure a minor costo e quindi un miglioramento della propria qualità della vita, considerando che quasi tutte le badanti erano straniere, mentre per i secondi integrazione spesso significava disoccupazione dei figli e dei nipoti (come per la nuova vicina di letto di mia madre che aveva figlio e nipote disoccupata, e l’altro in cassa integrazione, che è integrazione differente…) minori risorse al welfare e, quindi, un peggioramento delle condizioni di vita.

Tra le badanti ( visto che in quel coacervo ci passavo quasi tutto il weekend un ora a pranzo e dalle 19 alle 21 si parla) vi un’ italiana convertita all’islam e con un vistosissimo hijiab, ma in nessuna circostanza, in quel quasi mese, ho sentito nessuno parlare o lamentarsi per i luoghi per pregare, per il cibo, per maschi e femmine: quando si è immersi nel dolore e nella quotidianità, i discorsi sono prosastici: i soldi che non arrivavano perché i parenti non pagano, le pratiche dagli assistenti sociali, i figli lontani e quelli vicini di cui occuparsi (per le badanti, ma anche per le degenti).

Nessuno prestava attenzione alla “stanza del silenzio aperta a ogni religione e anche a chi ritiene di non credere” (sic, senza accorgersi dell’offensività del tono per i non credenti) la cui locandina campeggiava ovunque, ma ci si preoccupava che i cuscini fossero solo 2 per paziente (se ne volevi in più, te li portavi), che gli esami si facessero col contagocce (e quindi se ti muore l’anziano la badante sprofonda nella povertà, sai che gliene fotte se invece di una sanità decente le metti il tempio per pregare in ospedale…), che il cibo fosse scadente e le cliniche di riabilitazione lontanissime e quindi avrebbero costretto le persone che seguono i malati a farsi ore a piedi per lavorare qualche ora durante la riabilitazione, in genere mensile, prima che tornassero a casa; se ci tornavano.

E così, arriviamo alla fine della storia, dato che due giorni prima delle dimissioni, previste per il 20 dicembre, quando eran deceduti nel reparto, in 3 settimane 4 persone, tre di queste portandosi appresso la sicurezza economica di chi lavorava per loro, un’infezione polmonare resistente agli antibiotici ha messo fine al peregrinare per ospedali, e a mia madre.

Una fine rapida, 18 ore dall’esplosione dei sintomi, ma una fine terribile dato che mentre siamo tutti pronti a pensare ai mediatori culturali nessuno lo è stato a pensare alle palliative quando stai morendo improvvisamente, e così non vi è stato verso di alleviare nemmeno di 1 ora quelle 18 ore che ha affrontato cosciente (si fa per dire con la febbre a 41 gradi e passa, vomito dalle vie biliari, tracimazione del catetere) visto che la multicultura (alias le scelte sul vivere e morire, dignitosamente) si fermi quando non si parla di mettere un minareto, una stupa o di consentire la celebrazione del ricordo dei non credenti ma vada a cose più tangibili tipo questa.

Dopo liti interminabili col personale medico che diceva, fino all’ultimo, che non vi era imminente pericolo di vita (e quindi nessuna palliativa, tradotto) alla fine tutto è finito: o quasi.

Sempre per la libertà di scelta (e quindi il rispetto per le culture differenti), vi è voluto l’atto notorio per procedere alla dispersione delle ceneri (pratica “inusuale”, se non peggio, per molti), molti soldi in più per il rito e i discorsi sul “perché non si faccia come tutti i cristiani” (intendendo chiaramente nell’opinione di chi lo ha detto “tutti i civili”) e la dispersione il tardo pomeriggio della vigilia di Natale.

Per mia madre (che da giovane era stata nel basso Congo quando vi fu la morte di Lumumba prima di conoscere mia padre che era fuggito dal sudamerica ed era ricoverato nella clinica per malattie infettive, tbc, dove lei lavorava ), per signora del Marocco che la assisteva prima e all’amica macedone poi, a tutti coloro che erano lì in ospedale nei vari ruoli, credo che l’integrazione sia a fosse essenzialmente avere più sicurezze, una fine dignitosa e una vita decente; e su questo versante integrazione, vi è ancora molto da fare e certo non lo sta facendo chi non si occupa della vita per tutti, ma finisce per mettere stranieri contro italiani in una giaculatoria spesso esasperante quanto in altro fronte lo è quella leghista, e presenta la multicultura come un derby tra due fedi invece come il rispetto per ogni individuo e il suo cross over.

Salvatore

11/1/2014 Fonte www.yallaitalia.it

 
 
 
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