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Una versione insultante, trita e ribollita di idiozie politiche, causa delle brutali condizioni di vita dei lavoratori italiani

Post n°8488 pubblicato il 16 Gennaio 2014 da cile54

JobsAct: Matteo e i suoi “ragazzi” scrivono pensierini vecchi come il cucco

Forse sarò un po’ choosy, ma - anche se cala lo spread sui bond - dopo la firma del fiscal compact e le passate e presenti spending review, la eNews in cui Matteo lancia il suo JobsAct, chiedendo poi con un tweet “idee, critiche e commenti”, fa venire voglia di accogliere l’invito e contraccambiare con qualche pensierino.

“Nessuno si senta escluso”, precisa Matteo, ad esprimersi su questo documento aperto, di cui pdnetwork (vedi: la Direzione del Pd) discuterà il prossimo 16 gennaio. Un documento pensato insieme a Marianna e Filippo (che non sono gli operatori del call center che vi chiama all’ora di cena mentre state inforchettando il primo boccone - e tantomeno due evangelisti meno noti - ma Madìa e Taddei), rispettivamente responsabili Lavoro ed Economia nell’attuale segreteria di quello che i sondaggi accreditano come il primo partito italiano.

 Il JobsAct non è dunque un omaggio a Steve Jobs, ma “uno strumento per aiutare il Paese a ripartire”. È un sommario, spiega Matteo. E in effetti buona parte dei punti contenuti nel JobsAct non si discostano dalla semplice enunciazione di generici intenti e, in quanto tali, passibili di un’altrettanto generica approvazione: abbassare le tasse, tagliare i costi della politica, rendere la P.A. più trasparente; rafforzare settori come cultura, turismo, agricoltura e cibo, ecc. ecc. .

 Per ora è rimandato a future elaborazioni il “piccolissimo” dettaglio del come si intenda realizzare tali propositi, da cui potrebbero scaturire esiti molto diversi e persino contrapposti. Ma se le premesse hanno una qualche importanza, quelle apposte al JobsAct fanno cader le braccia in quanto a vetustà.

 Il “giovane” Matteo, con suoi “boys and girls” della segreteria (o forse dovremmo definirli tutti “PD crew”?), rimacinano un logoro approccio ai problemi del lavoro: “Non sono i provvedimenti di legge che creano lavoro, ma gli imprenditori”, scrive Matteo, che dopo la solita esecrazione di tutti coloro che lo hanno preceduto (“una classe dirigente mediocre che ha fatto leva sulla paura per non affrontare la realtà”) nel suo progetto relega i lavoratori e le lavoratici ad un ruolo di pure comparse.

 Al massimo destinatari di un “assegno universale” quando disoccupati (non sappiamo se una mancia, un reddito di cittadinanza o un sussidio almeno equiparabile a quelli erogati nella maggior parte dei paesi europei), i lavoratori italiani potranno avere dei rappresentanti sindacali nei cda delle aziende: sindacati che cogestiscono - e magari licenziano insieme ai padroni al momento della dolorosa ma necessaria ristrutturazione. Anche la stessa formazione dei lavoratori, secondo Matteo, dovrà esser condizionata alla “effettiva domanda delle imprese”.

Se poi il futuro “codice del lavoro”, da preparare in otto mesi, conterrà l’annunciato contratto di ingresso per i giovani, a “tutele crescenti”, la ricetta ancora una volta sarà: più deregulation, sottrazione di diritti, allargamento della precarietà e della ricattabilità. Una ricetta che, alla prova dei fatti, si è già dimostrata del tutto inefficace. In Italia sono stati varati nel tempo una sfilza di provvedimenti in quella direzione (dal 1997 c’è il “pacchetto Treu”, dal 2002 la legge 30, dal 2012 i “licenziamenti economici” della riforma Fornero), che hanno precarizzato i lavoratori e le lavoratrici senza generare aumenti significativi dell’occupazione: se ci fosse un rapporto direttamente proporzionale fra deregulation e creazione di posti di lavoro, non avremmo l’attuale 41,6% di disoccupazione giovanile attestato dall’Istat.

 Quando le teorie vengono smentite dai fatti, continuare imperterriti a perseguirle – magari condendo quelle stesse teorie in altre salse - può derivare da una fede cieca. E nulla ha di nuovo quella in un’ideologia che pone la salvezza in un’impresa con le “mani libere” su tutto e su tutti, anche sui diritti e la dignità delle persone. Fra i suoi cantori, Margaret Thatcher, Ronald Reagan, Tony Blair (per ricordarne alcuni che l’hanno tradotta in atti politici), a loro volta seguaci di una visione – per nulla divina - di una “mano invisibile del mercato”, che tutto regola e a tutto provvede. Un residuo dei secoli passati, merce contraffatta ed inadeguata ad intervenire sulla complessità di un presente che ci richiederebbe ben altre visioni, realmente innovative e coraggiose.

 Quando di quella fede si va a riproporre una versione trita e ribollita (stile “italian job”?), ci vuole un bel coraggio ad esortare: “E allora basta ideologia e mettiamoci sotto”, come è scritto nel JobsAct. Poi, se il Renzi premier sarà come il Renzi sindaco, per i lavoratori italiani ci sarà ben poco da gioire. Infatti, mentre Matteo esecrava con toni durissimi la trattenuta di 150 Euro agli insegnanti (“non siamo su scherzi a parte”), nella “sua” Firenze ha chiesto indietro ai dipendenti comunali parte del salario accessorio corrisposto in nove anni: cifre fra i 100 ed i 18mila euro, mediamente fra i 4mila e i 6mila euro a lavoratore (attivo, pensionato e precario scaduto), scrive il Fatto Quotidiano. I dipendenti fiorentini hanno perso la voglia di scherzare e manifestano, come oggi i 70 lavoratori delle biblioteche comunali, che rischiano di andare definitivamente a casa.

 Forse, c’è anche la fede nel fatto che gli italiani, con la loro scarsa conoscenza delle lingue straniere compreso l’inglese, continuino a farsi abbindolare da ulteriori oscure esterofilie. Ma la lingua, quando viene usata come arma di potere per escludere dalla comprensione e al tempo stesso conferire aura di sacro, prima o poi si sgonfia: persino la messa, dopo il Concilio Vaticano II, ha fatto a meno di tutto il “latinorum”.

Redazione Today

14/01/2014 www.liberazione.it

 
 
 
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