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Donne e psicoterapia sociale: esperienze alle porte di Torino. Un contributo pubblicato su Lavoro e Salute cartaceo

Post n°8494 pubblicato il 18 Gennaio 2014 da cile54

 

Donne che si aiutano

Le donne sono sole. Infinitamente sole.

 Le donne sono sole coi loro mariti, coi loro figli, con le loro madri e con le loro amiche.

Le donne sono “sole” sempre, anche nella migliore compagnia.

 Le donne sono sole anche quando un compagno è presente, o quando c’è un figlio che non ha nessuna delle dipendenze oggi in voga: alcool, cocaina  o  gioco d’azzardo.

Le donne sono sole anche quando le cose funzionano. Anche quando c’è il lavoro.

Le donne sono sole anche e soprattutto se sono riuscite ad emanciparsi: quando hanno avuto la forza di ribellarsi ad un matrimonio che si sgretolava sotto gli occhi dei loro figli, quando si sono rimboccate le maniche e hanno cominciato a lavorare a 45 anni in un call center.

 Le donne  sono sole quando hanno rinunciato ad un marito perché sarebbe stato un errore da scontare tutta la vita e si sono cresciute un figlio da sole. E magari hanno solo venti anni. E sembra impossibile che così giovani abbiano in braccio altri figli…

Ancora e ancora le donne sono sole. Oggi, come cento anni fa, oggi come mille anni fa.

Oggi ho conosciuto Lara. E’ venuta nel mio studio dove da ottobre si svolge un gruppo per sole donne intitolato “Donne nel gioco della vita”. Ha accompagnato un’amica, che è una veterana del gruppo.

Lara è una ragazza marocchina (concepita in Italia ma nata in Marocco), con gli usi e i costumi occidentali: fa l’ ”apericena” e fuma le sigarette, veste con i leggins e scherza vivacemente come tutte le sue coetanee. Ha 23 anni e due occhi pieni di amore e di rabbia. 

Eppure anche Lara è sola: lo è perché non indossa il velo, perché non sta relegata in casa a cucinare e servire i suoi fratelli, lo è perché non sta in silenzio quando viene rimproverata e perché non rispetta tutti i dettami religiosi.

Ma lo è soprattutto perché vuole parlare e poter determinare la propria vita.

Lara è uno scandalo per la famiglia del suo fidanzato. E lo è ancor di più perché il suo fidanzato non trova la forza di lasciarla, dal momento che il Corano dà indicazioni piuttosto precise sulle caratteristiche di una donna che dovrà diventare sposa e compagna di vita.

Ma Lara è la maligna seduzione: un uomo nelle sue mani è un burattino incapace di ribellarsi al “mal costume” che porta inevitabilmente alla perdizione. E nessun uomo vuole il disconoscimento dalla propria madre. Quindi Lara non ha nessuna possibilità di immaginare una famiglia con l’uomo che ama, poiché un atto di coraggio nei suoi confronti comporterebbe una irreversibile rottura verso la famiglia d’origine. E ciò non avverrà mai.

Lara ha in grembo un figlio di pochi mesi, e se lo crescerà da sola.

Questa giovane donna è capitata per caso nel mio studio. E nella casualità ha trovato un posto dove due donne l’ hanno ascoltata con gli occhi e il cuore di due sorelle.

Le donne sono sole perché non hanno nessuno che le ascolti.

E le prime colpevoli, senza vena polemica e assolutamente lontana da ogni forma di demagogia, sono le istituzioni. Si dice e si fa un gran parlare dei progetti per le donne, degli sportelli, dei numeri telefonici, dei presidi per le emergenze. Ma i luoghi di incontro dove poter affrontare le problematiche comuni e trovare nell’altro un gesto di conforto alle proprie sofferenze sono sempre più rari. Spesso invisibili, il più delle volte introvabili.

Ogni giorno leggiamo della morte dei servizi rivolti all’aiuto e al sostegno delle persone in difficoltà, e con ciò ci rendiamo conto che la solitudine è la più brutale delle condizioni indotte da queste nostra società “pluri stimolante”. Le donne mi dicono: abbiamo girato tutti i centri commerciali, le discoteche, i bar con la connessione wi fi gratuita. Abbiamo visto tutte le trasmissioni televisive con i salotti psicologici e le sfide culinarie più intriganti. Sarà normale che nonostante tutto ci sentiamo ancora così sole, e pure depresse?

La mia figura di terapeuta avrebbe facilmente potuto dare risposta a queste domande, ma ho preferito affidarmi all’intelligenza e alla creatività di un gruppo di donne che, nella sua costituzione, ho chiamato “Donne nel gioco della vita” in onore ad un gioco da tavolo creato da un grande pedagogista della memoria, e di educazione degli adulti, di nome Duccio Demetrio. Attraverso lui, durante gli anni dell’università, imparai a capire quanto la biografia di ciascuno di noi sia una faccenda seria, molto seria.

“Ripensando alle rinunce e alle conquiste, ai successi o ai passaggi che ci rendono “adulti”, non a caso assumiamo atteggiamenti seriosi, meditabondi, gravidi di nostalgie. Ma la vita, con il suo intricato avvicendarsi di eventi, è in realtà più simile a una commedia che a un melodramma. Se ripensiamo alla nostra storia, da un lato sembra che il destino si sia, in qualche modo, divertito a giocare a rimpiattino con i nostri desideri e le nostre speranze; dall’altro, però, ci accorgiamo che, disposti uno accanto all’altro, i nostri ricordi formano un disegno, un intarsio che dà piacere a guardarlo” (n.d.r.)

Questo gruppo di donne, sotto mio consiglio, ha così deciso di riunirsi e dotarsi degli strumenti di aiuto psicologico adeguati a fronteggiare i propri problemi, le proprie frustrazioni e le proprie perplessità sulla vita adottando, col mio aiuto, un modello terapeutico che a seconda della situazione attingeva ad una metologia e ad una tecnica espressiva diversa. Per prima cosa, con un atto di coraggio han deciso di non ascoltare più il battente messaggio, promosso da tutti i media dal più alto impatto sociale, che proclama come rimedio a tutti i mali della nostra società: esci, divertiti, comprati qualcosa di bello, fatti una piega e vedrai che il mondo poi ti sorride! E in barba all’estetica, e agli acquisti compulsivi, hanno creato con mia grande meraviglia una realtà da “cenacolo”, in cui dieci persone sedute in cerchio hanno riscoperto il valore della solidarietà e del dare gratuitamente. Eh sì, perché ormai tutti pretendono e nessuno è più in grado di dare.

E invece quanto si può dare, con la gioia dell’anima e l’esperienza del cuore.

Basta parlare. Sì, parlare, e raccontarsi. Senza urlare. Non servono clamori e storie straordinarie. E’ sufficiente dir”si”, perché in questo banale esercizio di memoria della propria storia di vita o del proprio quotidiano, si trova immediatamente il rispecchiamento della persona che sta di fronte, la condivisione di chi sta accanto o la commozione di chi ha trattenuto il fiato per tutto il tempo.

Le donne del gruppo erano tutte madri, e per citare una mia cara compagna di letture Concita De Gregorio, proprio un suo libro, nella prefazione dice: “Cosa sia una “buona madre” lo decidono gli altri. Il coro. Quelli che sanno sempre cosa si fa e cosa no. Cosa è giusto, saggio, utile. Quelli che dicono  “è la natura, è così”: devi avere pazienza, assecondare i ritmi, provare tenerezza, dedicarti. Se ti senti affondare è perché sei inadeguata. Se i figli non vengono devi rassegnarti: non accanirti, non insistere. Si vede che non eri fatta per essere madre. Se non ne hai voluti devi avere in fondo qualcosa che non va. Se non hai nessuno vicino che voglia farne con te è perché non l’hai trovato, sei stata troppo esigente, forse troppo inquieta. Se preferisci il lavoro allora cosa pretendi. Se ti stanca sei depressa, se ti fa impazzire sei un mostro…Sei una cattiva madre”. Per fortuna la vita dà un posto alle cose. E nel nostro piccolo posto settimanale abbiamo riso, abbiamo pianto, ci siamo arrabbiate e ci siamo abbracciate.

Il nostro è un gruppo vivace, eterogeneo. Le esperienze di vita sono bagagli pesanti per ciascuna di noi, e poi si sa….ci vuole un po’ di tempo per far condividere le incomprensioni coniugali a due donne che alle spalle hanno l’una la galera e l’altra l’università. E ci vuole un altro po’ di pazienza quando la rabbia esplode dalla selvaggia e indomita bocca di una ragazza madre di vent’anni e si dirige verso il viso luminoso ma rugoso e stanco di una donna che è già quasi nonna. Ma quanto desiderio si è creato nello stare insieme! Quanta luce ha rischiarato quelle solitudini sedute vicine ed estranee, perché il mondo ormai ci rende estranee persino a noi stesse. E che intraprendenza nel fare un salto di qualità e passare dalle tecniche dell’auto mutuo aiuto, a quelle dello psicodramma, o della messa in scena di spezzoni di vita vissuta che lì, solo lì, potevano essere esplorati con l’occhio attento e il cuore aperto. Ecco allora che spesso accadeva che la mano sincera stringeva il braccio quando il tremolio dell’occhio prendeva il sopravvento su una voce che si spezzava nel pianto liberatorio. Concesso, accettato e contagioso nel messaggio di umanità che legava tutte noi. E’ infatti proprio attraverso la condivisione e l'ascolto di problematiche comuni si può scoprire quale profondo potere curativo ci sia all'interno di una cornice  costituita da persone che guardano se stesse e guardano le altre con gli occhi dell'empatia e della benevolenza.

PER CHI VOLESSE ADERIRE al GRUPPO "DONNE NEL GIOCO DELLA VITA"

Per tutte coloro che desidereranno fare parte di questo gruppo che ripartirà nel mese di febbraio 2014, e che rimane aperto a tutte le donne che in questo periodo sentono una particolare fatica nel vivere, ma che vuole includere anche tutte coloro che vogliono intraprendere un viaggio alla scoperta di se stesse per liberarsi dalla routine e da quella cronicità che omologa e fa impallidire le risorse e le ricchezze insite in ogni personalità, potete prendere accordi con la sottoscritta Letizia Coscia referente del progetto.

La partecipazione al gruppo “Donne nel Gioco della Vita” avrà una cadenza settimanale e durerà 1 ora e mezza, massimo 2 ore.

Il periodo previsto è da febbraio ad aprile. Quindi circa 10 incontri

Non vi sarà nessuna esclusione legata a religione, appartenenza, e stato sociale.

La fascia oraria è dalle 18 alle 19,30-20,00

Il numero massimo di partecipanti previsto per gruppo è di 10/12 donne max.

Si richiede solo la maggiore età.

La sede è a Collegno

 

Per ogni tipo di informazione mi si può contattare via e-mail  a letizia.coscia@libero.it, o al mio cellulare 338.9852998 dal lunedi al venerdi. 

Vi aspetto numerose. Ogni viaggio è un viaggio del cuore!                


Dr.ssa Letizia Coscia


Drammaterapista, iscritta presso la Società Professionale Italiana drammaterapia

 

 
 
 
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CON IL POPOLO PALESTINESE

 

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Nel Paese della bugia la verità è una malattia

(Gianni Rodari)

 

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notizie, conflitti, lotte......in tempo reale

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G8 GENOVA 2011/ UN LIBRO ILLUSTRATO, MAURO BIANI

Diaz. La vignetta è nel mio libro “Chi semina racconta, sussidiario di resistenza sociale“.

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Giorgiana Masi

Roma, 12 maggio 1977

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