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« La lotta è contro lo str...Una delle tragiche date ... »

L’Ilva soffoca Taranto. Indagati i padroni Riva. Pagheranno per i loro profitti criminali contro la salute?

Post n°3551 pubblicato il 05 Luglio 2010 da cile54
Foto di cile54

L'acciaieria sotto inchiesta. «Nuvole nere sulla città»

 
Disastro ambientale colposo, avvelenamento colposo di sostanze alimentari e getto pericoloso di cose. Per l'inquinamento prodotto dalla grande industria, la procura di Taranto ha iscritto nel registro degli indagati Emilio Riva, proprietario dell'Ilva, il figlio Nicola, dal 19 maggio alla presidenza della spa, Luigi Capogrosso, direttore dello stabilimento tarantino, e Angelo Cavallo, responsabile dell'area agglomerato 2. L'inchiesta, condotta daL procuratore capo Francesco Sebastio, e dal sostituto Mariano Buccoliero, era partita due anni fa, dopo il ritrovamento di sostanze tossiche (diossine e pcb in particolare) in latte e derivati prodotti in masserie limitrofe all'Ilva da bestiame tenuto al pascolo in zona, le cui carni sono poi risultate contaminate. Gli inquirenti hanno fatto notificare agli indagati la richiesta di incidente probatorio, che sarà il gip a fissare. Attraverso una perizia, dovrebbe dare un'indicazione precisa su chi ha emesso le sostanze nocive.
A marzo scorso - allora l'inchiesta era contro ignoti - la magistratura aveva disposto un'ispezione nello stabilimento per controllare lo stato dell'impianto agglomerazione2. Per verificare la correttezza delle procedure di gestione delle polveri prodotte, trattate e abbattute dagli elettrofiltri, e per individuare possibili fonti di diossine (prodotte nella combustione dei materiali) e Pcb (composti tossici utilizzati nei trasformatori elettrici e banditi in Italia negli anni '70). Tre consulenti della procura e due funzionari dell'Inail hanno effettuato un campionamento di polveri e materiali nel ciclo di agglomerazione, e nei punti di scarico dei sistemi di abbattimento dei fumi primari. Di quei campioni, sottoposti a esame, si attende di sapere. Mesi fa a destare l'allarme pcb è stata l'Arpa, sulla base di rilievi tecnici effettuati e chiesti dalle associazioni ambientaliste della rete Altamarea che denunciano la presenza persistente in prossimità delle ciminiere Ilva di grosse nuvole nere.
La procura dovrà anche chiarire come i pcb siano finiti nell'erba che hanno brucato le migliaia di pecore abbattute in questi anni. Giorni fa la Regione, tramite l'Arpa, ha diffidato l'Ilva, perché adotti il sistema di controllo costante delle diossine, come previsto da due leggi regionali del 2008 e del 2009 (nel 2009 il gruppo firmò anche un protocollo con le istituzioni locali e il governo). L'Ilva ha contestato la richiesta dell'Arpa sostenendo che nella nota del 7 aprile 2010, la stessa avrebbe ritenuto conforme alla legge il piano per il campionamento delle diossine presentato dall'azienda il 22 marzo. E quel piano non prevede controlli in continuo dei camini dello stabilimento. Dunque per l'Ilva la nuova nota dell'Arpa, quella con cui il 10 maggio scorso ha obbligato la società a presentare il piano per il campionamento in continuo, «non appare conforme alla nuova disciplina», e l'Ilva è «adempiente».
Quanto al risarcimento dei danni ambientali, Pietro De Biasi, responsabile delle relazioni industriali del gruppo Riva, intervenuto giorni fa a un convegno sulla città sostenibile organizzato dalla Cisl ha detto: «L'inquinamento della fabbrica non potrà più superare la capacità di rigenerazione naturale. L'azienda continuerà a investire sull'eco-compatibilità e il modello di riferimento restano gli atti d'intesa per individuare le cose da fare. Poi c'è il peso del passato. Per quello deve intervenire lo Stato, ma sarebbe sbagliato se la comunità spingesse verso politiche assistenzialistiche o richieste risarcitorie». Intanto settimane fa tecnici del comune hanno diffuso dati allarmanti sull'inquinamento nel quartiere Tamburi, che sorge a ridosso dell'Ilva. Berillio, antimonio, arsenico, cobalto, pcb e nichel infettano il terreno, e manganese e tricloroetano si sono insinuati nella falda acquifera. Entro settembre dovrà essere bonificato. Probabilmente è la prima volta che in Italia un'amministrazione pubblica decontamina un quartiere abitato da 24 mila persone (su 200mila) per renderlo sicuro e compatibile con la salute collettiva.
L'8 giugno scorso il sindaco Ippazio Stefano (coalizione di centrosinistra), ha firmato un'ordinanza con cui impone all'Ilva la presentazione entro 30 giorni di un piano che elenchi le migliori tecniche disponibili (Bat) da attuare per ridurre al minimo le ricadute della sostanza sulla città e, nello stesso tempo, misure di sorveglianza e monitoraggio per tenere sotto costante controllo le emissioni. La Regione intanto prepara un piano finalizzato all'immediato rientro nei limiti di legge del benzoapirene entro il 2010. Inoltre solleciterà il ministero dell'Ambiente perché includa nel rilascio dell'autorizzazione ambientale integrata (Aia) misure più incisive e stringenti rispetto alle Bat.

RAPPORTO CHOC SUI RISCHI
Lo stabilimento Ilva, nato pubblico e privatizzato nel '95, occupa oltre 13 mila dipendenti e movimenta un indotto di 4mila. Produce dieci milioni di tonnellate d'acciaio l'anno, ma anche il 92% della diossina italiana e il 95% di Ipa (idrocarburi policiclici aromatici) in atmosfera (dati Ines). Dice l'Arpa che a Taranto la quantità di benzopirene (il più cancerogeno tra gli ipa, contenuto ad esempio nelle sigarette - in una sono circa 9 nanogrammi) rilevata in metro cubo di aria è pari 1,1 nanogrammi, mentre il limite di legge è di 1. Da calcoli fatti dall'associazione Peacelink, risulta che al giorno un bambino che risiede nel quartiere Tamburi, inala mediamente l'equivalente di benzopirene contenuto in un po' più di 2 sigarette. Ancora più colpiti gli operai della cokeria: secondo una perizia commissionata dalla magistratura all'Asl nel 99-2000, in 8 ore, nelle postazioni a minore esposizione, inalano l'equivalente di benzopirene contenuto in circa 350 sigarette, mentre si sale oltre 6 mila nei punti più critici.

Ornella Bellucci

 
 
 
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