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Tre anni fa la strage alla ThyssenKrupp di Torino. Il 14 dicembre le richieste di condanna contro gli imputati

Post n°4116 pubblicato il 13 Dicembre 2010 da cile54

Ora il tempo della giustizia

 

Tre anni dalla tragedia alla ThyssenKrupp di Torino, tre lunghi anni trascorsi aspettando il tempo della giustizia, la verità, infatti, grazie alle tante prove e testimonianze raccolte è sotto gli occhi di tutti:

l’incidente che è costato la via ad Antonio Schiavone, 36 anni, Rosario Rodinò (26 anni), Rocco Marzo (54 anni), Roberto Scola (32 anni), Angelo Laurino (43 anni), Bruno Santino (26 anni), Giuseppe De Masi (26 anni) poteva essere evitato, se solo i vertici dell’azienda avessero fatto il proprio dovere. Ad ottobre 2010 è iniziata la fase conclusiva del processo in Corte d’Assise, sei dirigenti della ThyssenKrupp imputati, per loro l’accusa è di omicidio con dolo eventuale, cioè con accettazione del rischio. Ma ricordiamo cosa accadde la notte tra il 5 e 6 dicembre 2007. E' l'1,15 quando alla linea 5 una fuoriuscita di olio bollente fa scoppiare un incendio: la fiamma si sprigiona, gli operai sono in uno spazio assai ristretto e tutti, invece di scappare, tentano di domare e spegnere l'incendio. Una decisione che si rivela fatale: il primo operaio prende l’estintore ma è vuoto, stessa sorte tocca agli altri, allora di corsa verso il tubo dell’acqua ma anche qui nulla. Solo l’impotenza ed il fuoco che avanza quando ormai è troppo tardi per scappare. Antonio muore subito, per gli altri sei compagni di lavoro una lunga agonia prima della morte. Erano a lavoro da 12 ore, la fabbrica era in dismissione ma era arrivato un nuovo lavoro che a Terni non si poteva fare, allora tutti di nuovo in fabbrica: si rientra dalle ferie forzate, si rimette in moto la macchina della produzione, non si ricaricano gli estintori, non si controllano le misure di sicurezza, i telefoni sono guasti, ma tanto andrà bene, l’importante è consegnare il lavoro. La linea 5 avrebbe chiuso a febbraio, figuriamoci investire un euro in sicurezza! Di lavoro si muore troppo in Italia, e lì, alla Thyssen, gli incidenti erano già successi. Cinque anni prima a Torino era andato a fuoco un treno di laminazione, l'incendio era durato tre giorni. Nel 2006 un altro incendio aveva interessato alcuni impianti dello stabilimento di Krefeld della ThyssenKrupp Nirosta. Questa volta, l'ultima, a Torino gli estintori erano rotti e scarichi, negli idranti non c'era l'acqua, delle squadre antincendio nemmeno l'ombra.

Le indagini partono subito, coordinate dal procuratore Guariniello. Controlli della Asl con “preavviso” di due giorni, denunce degli Rls ignorate, da tutti, 35 violazioni in materia di sicurezza ignorate dall’azienda. Dopo due mesi e 19 giorni di indagini, la procura di Torino contesta all'amministratore delegato del gruppo italiano, Harald Espenhahn, l'omicidio volontario con dolo eventuale. Importante anche un rapporto di Axa Assicurazioni inviato ai dirigenti della Thyssen, due dei quali figurano tra gli imputati: un vero e proprio atto di accusa, un tassello importante nel processo. Nel “Rapporto sul deficit di prevenzione”, inviato all’azienda il 26 giugno 2006, si legge quanto segue: «La struttura mostra diversi pericoli connessi con grandi quantità di olii idraulici/lubrificanti, installazioni elettriche, uso di gas naturale, idrogeno e altri gas tecnici, presenza di materiali plastici, utilizzo di soluzioni corrosive». Ed ancora: «Non c'è una squadra antincendio, serve inoltre una squadra di seconda emergenza». Esse, precisa il consulente dell’Axa, «dovrebbero comprendere da 3 a 5 pompieri per turno, totalmente addestrati». Poi, in riferimento alla famigerata linea 5, si afferma: «E' stato notato che in queste linee alcuni sistemi elettrici sono in cattive condizioni: cavi scoperti e/o scollegati...». Infine si raccomanda l'istituzione di un sistema di spegnimento anche nella linea 5, descritta come non conforme alle indicazioni tecniche dell'assicurazione. Eppure, malgrado tutto ciò, Espenhahn accetta il rischio di infortuni, anche mortali, decidendo di posticipare al periodo 2007/2008 gli investimenti necessari per le misure antincendio, ben sapendo che per quella data è stata programmata la chiusura di tutto lo stabilimento. Il risparmio che scaturisce dalla studiata e consapevole decisione di Espenhahn è, a dir poco, notevole.

Ma nel novembre 2008, e cioè prima dello scadere di un anno dalla tragedia - come promesso dal procuratore Raffaele Guariniello - il giudice per le indagini preliminari, Francesco Gianfrotta emette la sentenza di omicidio volontario con dolo eventuale nei confronti di Harald Espenhahn. Una decisone destinata a fare scuola, ad essere un precedente importante per tutti i processi dove ci sono morti sul lavoro. E’ la prima volta che un amministratore delegato deve rispondere all'accusa di omicidio volontario per la morte di lavoratori. Per gli altri cinque imputati, Marco Tucci, Gerald Priegnitz, Daniele Moroni, Raffaele Salerno e Cosimo Cauferi, l'accusa è di omicidio colposo plurimo con l'aggravante della previsione dell'evento ed omissione volontaria delle dovute precauzioni.

Da qui il processo va avanti, registrando fino ad oggi circa 100 udienze. Per il 10 e 14 dicembre sono previste le udienze conclusive in Corte d’Assise, dove ci auguriamo venga stabilito che morire di lavoro non è una tragica fatalità.

 

Alessandra Valentini  

6-12-10

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