Creato da alfazulu31 il 06/07/2011

AlfaZulu

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Solco su vinile: inciso, graffiato, inceppato.

Post n°146 pubblicato il 31 Maggio 2014 da alfazulu31


Si è prodotta una traccia dentro il mio vagare. Ne sono consapevole da anni. Quotidianamente ripercorro lo stesso percorso, faccio sempre gli stessi giri. La puntina graffia sempre lo stesso solco dove sempre di più affonda ed io sprofondo. E’ una programmazione autogenerata nel tempo e imposta dagli eventi. La si accetta perché non si ha più forza per risalirne il bordo sempre più alto, più verticale. Un canyon da cui, sprofondati, diventa difficile saltarne fuori. Ci fosse almeno sul fondo acqua smeraldina da fare scif sciaf con i piedi e fresche correnti d’aria. Quando sei così in basso le mani non riescono più a raggiungere gli scaffali alti della libreria, resta un archivio impolverato lassù, pensieri abbozzati e lasciati morire. La bocca respira aria viziata, la gola, giù nella gola del solco, brucia, infettata da germi che attaccano tutto quello che tende a condurre fuori dall’incavo.

Guardo con l’occhio della memoria cosa c’è nel solco. Una serie di eventi ripetuti.

Sveglia, caffè e cornetto, sigarette da dieci. Se il bar è quello del paese due chiacchiere con la solita gente, non sono propriamente amici, quelli stanno su un altro solco (forse senza nemmeno saperlo) più giù, più su, un po’ più ad est, in un'altra traiettoria diversa.

Accendo il pc, lo osservo scaldarsi, apro la mail, si sa mai che sia arrivata un offerta di lavoro. Nulla, tutto tace. Arriveranno le chiamate di emergenza, sono qui per questo, vogliono il risolutore, colui che cava il ragno dal buco della inefficienza ed inefficacia che contraddistingue la loro organizzazione.

Vediamo sui social network  cosa si dice. Giretto veloce: linkedindondan, facebook, i blog… qualcosa mi attrae. Ci casco ancora e se ne va almeno mezz’ora, devo comunicare, sono un drogato. Dovrei smetterla, che ne so se dall’altra parte davvero c’è chi è interessato al mio pensiero? Risse sui forum professionali come bere acqua a litri, ho quasi smesso, sono diatribe sterili, circoli chiusi a volte autoreferenziati, nicchie di clientela che si vuol far credere pregiata, colleghi che non sanno nulla delle piccole entità in cui regna l’ignoranza assoluta, in cui domina il prodotto, e lo comprendo, e si deve tirare avanti e il padrone e il lavoratore battono all’unisono in queste realtà. Circoli chiusi, nomi che conosco e accade di trovarli invischiati in qualche trappola che prima o poi ci taglia la strada.

Chiudo tutto e inizio a lavorare, faccio finta almeno. Sistemo i file elettronici, ne compilo altri. Ristudio per l’ennesima volta il caso, domani avrò la riunione, non sopporto farmi trovare impreparato, non è mai accaduto che mi abbiano beccato impreparato. Scarico mille teorie che riguardano la mia professione, le analizzo tutte e le seziono nei minimi particolari. Faccio elenchi delle cose che condivido e di quelle a cui sono contrario e che quindi dovrò modificare, catalogo in base al valore che io assegno (ne so abbastanza per potermi permettere di farlo).

La famosa pausa caffè e sigaretta non mi appartiene, sarebbero troppi i caffè. Invece le sigarette quando sono finite le dieci non ce n’è più di pause. Le pause le faccio in modo disordinato. Le pause mi riportano giù nel solco profondo della rete: riapro le mie mail (nessuna novità), social network…

Altri giorni può essere che salti tutto il loop del pc e salga in auto, mi infili nel traffico, raggiunga un cliente, faccia un giro in reparto e due chiacchiere con gli operai (non riesco a farne a meno e poi in quelle giornate ho saltato il giro al pc, sento i dolori tipici della “scimmia”), gli presenti la relazione, mi renda conto che non gliene frega nulla, che mi inviti fuori a pranzo (raro, sia che mi inviti sia che accetti)

A pranzo ormai da anni vado a random, non so mai dove sono di preciso, spesso salto, incredibile come sia sempre in soprappeso.

Non faccio la pennichella. Al pranzo, quando lo consumo, non dedico più di dieci minuti e poi riprendo nell’assenza di orari precisi, tutto senza programmazione eppure so che il circuito mentale mi riporterà ancora sempre negli stessi posti. E’ apparente l’assenza di organizzazione, la verità è che qualcuno la impone dall’esterno. Lo so bene, lo so da sempre. Sono dinamiche apparentemente complesse, in effetti sono semplici meccaniche mentali di autoinduzione della soddisfazione dei propri bisogni (accennerei alla piramide di Maslow, ma dopo si capisce che ne so qualcosa e non mi va di passare per uno che se la tira). Input esterni ti danno l’illusione di esserci, ancora prima di essere.

Accendo skype, di solito è spento perché dopo iniziano alcuni colleghi a rompermi le scatole, infatti ecco il cicalino che mi avvisa. A volte non rispondo, dirò che stavo fuori al bar per una Coca, glielo dirò con un messaggio più tardi, forse anche il giorno dopo, richiameranno ahimè.

Alla cena dedico qualche minuto in più dell’improbabile pranzo, poi torno giù nella mia tana e riprendo il mio lavoro: non c’è dubbio che sia uno stacanovista nell’applicarmi. La sera è il momento più disorganizzato del “solco”, non c’è nessuna regola, salto da un foglio excel con calcoli più o meno complicati ad un video su you tube, da un notizia dell’ultima ora su qualche agenzia (non guardo la tivù e mi tocca tenermi informato così e poi è una sfida alla tentazione di farsi un giro, basterebbe un clic malandrino) ad un test di cui alla fine non so mai la soluzione perché mi chiedono di inserire mail, dati ecc…e non sono uno che gliela dà la possibilità di inviarmi fastidi in mail, anche se poi a volte ci riescono ugualmente.

In questi giri, più o meno articolati, sempre dentro il solco, che sia pseudo-virtuale o pseudo-reale, c’è una nota positiva: gli incontri. Maschili pochi, femminili tanti. Qualcuno/a mi ha scritto: “chissà quante fidanzate hai?” Me la rido da questa parte dello schermo e fuori dallo schermo, incredibile come le parole possano creare personaggi inesistenti, meravigliosi, straordinari, o insensibili, crudeli, incredibile come ci sia tanta, troppa gente, che interpreta i pensieri altrui adattandoli come abito alle proprie esigenze, disegnando le linee caratteriali di chi resterà, con un’alta probabilità di accadimento, uno sconosciuto.

Questo solco mi obbliga a stare sul binario dell’apparente libero arbitrio, e mi sta sfiancando nel sottrarmi tutto quello che c’è fuori.

Non leggo più, mi muovo sempre meno. E’ ora di rileggere i classici e colmare le lacune. Mi farò un elenco di ciò che non si può perdere e butterò via tutto il resto. Toglierò i sassi dallo zaino, mi rimetterò gli scarponi e riprenderò il passo.

Non mi interessa se gli altri si movono di più o sono ancora più fermi, ognuno ha il suo solco, ogni solco sta a diversi stati di energia, siamo atomi e per non scontrarci seguiamo linee ben definite, ovvero casuali e causali.

Riprenderò ad occuparmi delle piccole cose, in fondo non ho mai abbandonato lo sguardo sul dettaglio. Riprenderò a respirare aria dai quattro quadranti. Riparerò il solco e lentamente riemergerò. Raggiungerò la piana, piatta, troppo piatta. Mi conosco non avrò altra chance che iniziare a salire. E’ un altro solco, lo so bene, ma non è per tutti. E’ il negativo dell’abisso, è l’altorilievo costruito dai materiali asportati dalla routine, scorie a volte, gemme preziose altre. E’ un solco solitario dove ruota una sola gemma. Darà mai origine a vita?

 

 

AlfaZulu31

 

 

Ragazzo di campagna.

Spesso si sente dire: “dall’avvento del rock quale è la canzone più bella di tutti i tempi?”

Scelgo questa, almeno per oggi è questa, anche per il titolo.

James William Somerville, detto Jimmy, artista indimenticabile, Smalltown Boy by Bronsky Beat

Mi fa piangere questo video, è di una delicatezza impossibile

 

* scritto in prima persona perché mi piace così, sono un organismo semplice primitivo, attingo alla fascia superficiale delle intuizioni, è un processo apparentemente autobiografico. Non credete a tutto, soprattutto quando “parlano (loro)” di fidanzate a gogò…

 

 
 
 
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