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Messaggi di Aprile 2019

Terrapiattisti, perché c’è chi si ostina a credere che la terra sia piatta. Nonostante l’evidenza

Post n°4427 pubblicato il 27 Aprile 2019 da ninograg1
 

Fonte: Il Fatto Quotidiano Scienza | 26 Aprile 2019 

 

Già in troppi ne hanno parlato, dando loro una visibilità che non meritano. Se volete andarci, fate pure. Viviamo in un Paese libero. Se volete saperne di più, andate in rete e troverete gli articoli che ne parlano. A me della conferenza Terra piatta: tutta la verità che si terrà a Palermo il prossimo mese di maggio, non interessano i folkloristici relatori e relativi temi, ma il perché.

Il perché va ricercato nella nostra caratteristica, unica fra le specie di questo pianeta, di raccontare storie. Non possiamo vivere le nostre vite senza costruire narrazioni. Quando raccontiamo il nostro percorso professionale, la nostra narrazione è lineare, razionale, logica. Peccato che non sia una storia avvenuta, ma quella che raccontiamo dopo avere cercato e trovato logica a decisioni irrazionali, relazioni di causa-effetto a eventi casuali, strategia e pianificazione quando siamo stati i primi a essere sorpresi dal corso degli eventi. Provate a dire una coppia di parole come gabbia-uccello, tastiera-mano o fiume-ponte. Chi vi ascolta, sempre e comunque, ci costruisce sopra una storia o un’immagine. Anche quando leggiamo coppie di parole apparentemente non correlate come pensionato-guardaroba, il nostro cervello fa di tutto per combinarle insieme (lo state facendo proprio ora).

Creiamo storie per due motivi:

1. Il primo è creare un senso causale del mondo che ci circonda, fornire potere esplicativo per aiutarci a navigare nei mari delle nostre vite.

2. La seconda ragione è darci significato e scopo.

Le storie, complesse e sfaccettate, non sempre del tutto coerenti, non importa se religiose, culturali o scientifiche, ci fanno comprendere il nostro mondo, il nostro posto in esso. Per quello che riguarda la filosofia della natura, la scienza, seduti sulle spalle dei giganti che ci hanno preceduto (non quelli di Tartaria…), basandoci sul loro lavoro, raccontiamo storie che si sviluppano nel tempo. Sempre per comprendere. La narrativa dell’evoluzione, per esempio, fornisce un potere esplicativo mozzafiato. Senza di esso, il mondo è semplicemente un caleidoscopio di forme e colori. Con esso ogni organismo ha funzione e scopo. Allo stesso modo, la storia della formazione del nostro sistema solare è ricca, avvincente e include la spiegazione del motivo per cui la Terra è, in realtà, più o meno sferica ed è così semplice dimostrarlo che ci riuscì Eratostene nel 240 a.C., per giunta misurandola con un errore di circa 1,2% (40mila 500 chilometri contro 40mila 009).

Però c’è chi rifiuta queste evidenze. Perché?

Accettare le principali scoperte scientifiche, il loro racconto, richiede il rifiuto di una narrativa esistente. Questo è il caso dell’evoluzione nel contesto delle interpretazioni fondamentaliste della Bibbia. Per chi crede “alla lettera” al racconto della Genesi, accettare l’evoluzione richiede il rigetto della visione del mondo dettata dalla Bibbia. Essenziale è mantenere la coerenza e l’integrità della narrativa “ortodossa” in uno sforzo di purificazione ideologica. Non importa quanto siano schiaccianti le evidenze scientifiche. Inutile spiegare a Daniele che il leone lo sbrana. Dio è con lui. Fede contro prove sperimentali. Teologia contro Scienza. Teologia e Fede vincono sempre.

Altro motivo per rifiutare le narrative scientifiche è il non ritenere, come individui, che abbiano significato al loro interno, alcun ruolo perché non apparteniamo alla comunità che le ha originate. Nel mondo di oggi c’è così tanta conoscenza e ne deteniamo singolarmente così poca da non considerarci significativi, con una sensazione di mancanza di controllo della nostra vita che alimenta la credenza in teorie cospirative.

La scienza, infine, non sempre è intuitiva, è difficile, richiede studio, allenamento, fatica, tempo. Non sorprende allora che si cerchino scorciatoie, modi di pensare che non chiedano di fare i conti con la scienza e che allo stesso tempo offrano una posizione sociale privilegiata e confortevole. La scienza viene rifiutata. Si accetta l’alternativa di una Terra piatta, pretendendo, appellandosi al senso comune individuale, di essere razionali (negando al contempo la razionalità collettiva della comunità scientifica). Si alimenta così un sentimento di indipendenza e controllo, spostando l’individuo dall’umile periferia della conoscenza e della comprensione a una posizione centrale, privilegiata, fra coloro che conoscono e condividono la stessa “verità“.

In sintesi: se riusciamo a superare la corrente del pensiero dominante trovando un luogo da cui possiamo avere una visione unica e controversa, possiamo sperare di essere più significativi e trovare uno scopo a cui dedicare i nostri talenti.

Ma perché preoccuparsi? Perché volere fare cambiare idea a qualcuno con credenze che spesso sono solo scemenze? Perché non lasciare predicatori, profeti, fanta-, para- e pseudo- scienziati negare? Alla fine dei conti sono solo una minoranza, ogni tanto anche divertente, ai margini del mondo razionale. Perché possono fare grossi, enormi danni. Vedi vaccinazioni e cambiamento climatico. Perché occorre difendere e valorizzare la conoscenza duramente conquistata attraverso l’impegno di vite individuali e gli sforzi collettivi di generazioni dedicate alla sua ricerca. Perché se tutte le narrazioni vengono considerate uguali, qualunque storia non ha valore e questo è una catastrofe di cui saremo tutti responsabili, qualcosa che nessuno di noi dovrebbe accettare. Mai.

Scienza | 26 Aprile 2019

 

 

 
 
 

Putin e Kim Jong-un: storico primo incontro in Russia

Post n°4426 pubblicato il 26 Aprile 2019 da ninograg1
 

Fonte: W.S.I. 25 Aprile 2019, di Alessandra Caparello

 

Storico incontro oggi in Russia tra il presidente Vladimir Putin e il leader nordcoreano Kim Jong-un. L’incontro è avvenuto a Vladivostok e sul tavolo del summit la denuclearizzazione della penisola coreana e le opportunità di cooperazione economica bilaterale.

Si tratta del primo incontro tra i due leader e il primo tra Russia e Corea del Nord dal 2011, quando il leader nordcoreano, Kim Jong-il, padre dell’attuale dittatore, incontrò il presidente russo, Dmitry Medvedev. L’attesissimo summit in Russia fa parte di un “programma molto più ampio di estensione diplomatica” per Kim, ha dichiarato Scott Seaman, analista di Eurasia Group.

“Kim vuole dimostrare – forse non solo al presidente Trump e al mondo esterno, ma anche alle persone all’interno della Corea del Nord – che è al comando, e che questo è un regime che ha opzioni se il rapporto con gli Stati Uniti dovesse deteriorarsi ancora”.

La Russia sostiene e apprezza gli sforzi del leader nordcoreano Kim Jong-un per cercare di migliorare i rapporti con gli Stati Uniti: lo ha detto il presidente russo Vladimir Putin rivolgendosi a Kim all’inizio del vertice. Riporta il Guardian che il leader nordcoreano starebbe cercando l’appoggio di Putin per aggirare le sanzioni imposte dai paesi occidentali, con l’intenzione di concludere accordi commerciali per sviluppare l’economia della Corea del Nord; da parte sua, Putin sarebbe interessato ad assumere un ruolo chiave nei negoziati internazionali con il regime nordcoreano.

“Sono convinto che la sua visita oggi in Russia contribuirà allo sviluppo dei rapporti bilaterali, aiuterà a ottenere una migliore comprensione dei possibili modi per risolvere la situazione nella penisola coreana, per vedere cosa si può fare assieme, cosa può fare la Russia per sostenere i processi attualmente in corso”.

Così ha affermato il presidente russo. L’incontro è visto come un gesto importante per entrambe le parti, ma  gli analisti non si aspettano che la Russia investirà pesantemente nella Corea del Nord.

 

 
 
 

Clima, per evitare il disastro serve un cambio drastico. E il governo sta facendo altro

Fonte: Il Fatto Quotidiano  Ambiente & Veleni | 24 Aprile 2019

di Veronica Aneris* 

Mentre venerdì in piazza del Popolo a Roma migliaia di giovani chiedevano azioni serie e concrete contro il cambiamento climatico, il governo sembrava continuare a fare orecchie da mercante, varando nuove misure totalmente anacronistiche. Un esempio? Il nuovo Piano strategico nazionale della mobilità sostenibile appena presentato dal ministero dei Trasporti, che purtroppo di “strategico” ha ben poco. Il Piano annuncia che i 3,7 miliardi di euro a disposizione del governo per rinnovare la vetusta flotta di trasporto pubblico saranno spesi per bus a metano, elettrici e a idrogeno. E qui, trova l’intruso!

Non si sa più come spiegare ai decisori politici che il gas, anche se si chiama gas naturale, è a tutti gli effetti un combustibile fossile! In quanto tale, non permette di decarbonizzare. Non è una “tecnologia ponte”, ma piuttosto un vicolo cieco, una scelta miope, che rischia di assorbire un’immane quantità di fondi per costruire infrastrutture che andranno smantellate pochi anni dopo. Inoltre, a causa del suo elevato potere serra (pari a circa 30 volte quello della CO2) il metano andrà a consumare in poco tempo una quantità considerevole del prezioso budget di carbonio che ci resta a disposizione.

La stessa considerazione vale per la bozza di Piano nazionale energia e clima 2030 (Pniec), inviata dai ministeri dell’Ambiente e dello Sviluppo economico a Bruxelles il gennaio scorso e per cui la consultazione pubblica sta per concludersi: gas per i trasporti in abbondanza, insieme ad altre misure drammaticamente inadeguate. Ora, arrivare a un trasporto a zero emissioni al più tardi al 2050, come richiede l’accordo di Parigi, non è di certo cosa facile, né ovvia. Non ci si arriva con timide misure di breve termine: bisogna piuttosto prendere il toro per le corna e andare dritti verso l’obiettivo finale.

La prima cosa da fare è prendere coscienza della sfida che abbiamo di fronte. Come mostrato nel recente rapporto di T&E Emission reduction strategies for the Italian transport sector, per rispettare l’obiettivo 2030 nei trasporti dobbiamo tagliare nei prossimi dieci anni circa 23 milioni di tonnellate di CO2 (il 33% dei livelli del 2005) e questo di per sé appare già complicato. Ma il grosso del lavoro viene negli anni successivi, nei quali andranno portate a zero i 77 milioni di tonnellate di CO2 che restano. Quindi la velocità di riduzione post-2030 dovrà essere di gran lunga superiore di quella richiesta nel periodo 2020-2030.

Come si fa? L’unico modo è varare misure scalabili nel tempo che facciano da apripista per la decarbonizzazione del settore. Il gas sarà forse scalabile entro certi limiti, ma essendo fossile va nella direzione contraria all’obiettivo. I biocombustibili, a cui il Pniec sembra assegnare un ruolo prioritario, non possiedono queste carattere di scalabilità: semplicemente, non siamo in grado di produrne a sufficienza per costruirci sopra un intero sistema di trasporti.

Scalabile è invece l’elettrificazione e su questa bisogna investire in maniera molto, ma molto più decisa. Contemporaneamente, va ridotta drasticamente la domanda di energia finale del settore, rivoluzionando il modo in cui muoviamo merci e passeggeri. L’auto privata deve scomparire dalle città una volta per tutte per lasciare il posto a un trasporto pubblico elettrico che collabora e si integra con la mobilità attiva e le nuove forme di mobilità. E anche qui le misure proposte non sono adeguate.

C’è veramente da chiedersi se i decisori politici siano minimamente consapevoli dell’importanza epocale che caratterizza questi documenti programmatici. Le scelte di oggi condizioneranno drasticamente la nostra possibilità, o meno, di mantenere la temperatura del pianeta entro limiti accettabili. Ce lo ricordano i documenti della comunità scientifica internazionale, Greta Thunberg e le migliaia di studenti che manifestano nelle piazze tutti i venerdì nei #FridaysForFuture: la siccità crescente, la frequenza degli incendi e i disastri ambientali di cui il nostro Paese è stato recentemente teatro.

Se vogliamo evitare il disastro, i decisori dovranno armarsi di una buona dose di audacia, coerenza e lungimiranza per varare misure che siano all’altezza, ma soprattutto dovranno essere consapevoli della grande responsabilità che detengono. Si tratta della nostra ultima chance, e bisogna raddrizzare in fretta il timone nella giusta direzione.

*Responsabile per l’Italia di Transport & Environment

 

Ambiente & Veleni | 24 Aprile 2019

 
 
 

Ferie

Post n°4424 pubblicato il 06 Aprile 2019 da ninograg1
 
Tag: auguri, blog

Essendo la settimana del mio compleanno questo blog chiude... ci si ri-legge dal 20/4

 

 
 
 

L’ideatore del deficit al 3%: non ha mai avuto basi scientifiche

Post n°4423 pubblicato il 04 Aprile 2019 da ninograg1
 

Fonte: W.S.I. 4 Aprile 2019, di Alberto Battaglia

 

Il tetto al disavanzo pubblico, la cui entità non deve superare il 3% del reddito nazionale, è una regola che non nasce con il trattato di Maastricht, bensì in Francia, vari anni prima, durante la presidenza di Francois Mitterand. Un funzionario del ministero del Bilancio, Guy Abeille, fu incaricato di elaborare un principio che stabilisse “una regola semplice e utilitaristica” che consentisse il governo di giustificare un freno alla spesa pubblica. Era il 1981, e la Francia era reduce da una svalutazione monetaria, dagli strascichi della crisi petrolifera e da un’inflazione a doppia cifra. La regola del 3% nacque così: “in meno di un’ora, senza l’assistenza di una teoria economica”. E’ quanto racconta lo stesso Abeille in un’intervista rilasciata a Vito Lops sul Sole 24 Ore.

L’aspetto che accomuna il pensiero di Abeille con quello degli euroscettici è che concordano sul fatto che non esistano basi scientifiche tali per cui il 3, il 2 o un altro indicatore del rapporto fra deficit e Pil esprima qualcosa sulla qualità della politica economica e sulla solvibilità di un Paese. La regola, insomma, è servita e serve ancora per sancire il principio (ampiamente condiviso) che il governo non dovrebbe spendere senza limiti. La decisione del 3%, però, fu puramente simbolica: “Un numero, magico, quasi sciamanico”, si pensi alle “Tre grazie, ai tre giorni della resurrezione”.

Entrando nel merito, Abeille, ha affermato che “il deficit/Pil è un rapporto che può al massimo servire da indicatore, ma in nessun caso può essere una bussola perché non misura nulla, non è un vero criterio. Ciò che conta è ottenere un valore che calcoli la solvibilità di un Paese, la capacità di rimborso del debito da un’analisi ragionata”.

Per questo, Abeille ha suggerito di cambiare la regola da egli stesso ideata con un tetto agli interessi pagati dallo Stato e ai titoli di stato che possono essere emessi, in rapporto non più con il reddito nazionale, un flusso, bensì con le risorse nazionali, uno stock. “In questo modo si replica il principio di solvibilità tipico di un’azienda”.

 

 
 
 

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