Creato da alex.canu il 28/01/2012

alessandro canu

arte, racconti, idee

 

 

LA TASCA DI STEVE JOBS parte prima

Post n°119 pubblicato il 02 Maggio 2014 da alex.canu
 

   Xin Li, ha occhi piccoli e capelli neri. Come la notte buia della città rurale da cui proviene. L'unica risorsa sono i giovani che, come lui, sempre più numerosi e a buon mercato, le abbandonano, preferendo il caos distruttivo delle città in costruzione.                               

Xu Tien ha due anni più di Xin Li, e lo tiene stretto al collo, mentre con l’altra mano, chiusa a pugno, gli da dei colpi affettuosi sulla testa.                                                                     

- Lasciami, - gli grida Xin Li, ridendo e godendo dell’amicizia di Xu Tien. Ha un paio di occhiali rettangolari, con la montatura in metallo grigio che gli fanno sembrare gli occhi ancora più piccoli. Indossa una maglia a righe, col numero e il nome di un calciatore che gioca in un club europeo stampato sopra. E` lui che ha convinto Xu Tien ad abbandonare la città rurale, per andare insieme a Beijing a cercare nuove opportunità di lavoro.

 

 

   A Cupertino, nella calda contea di Santa Clara in California, un uomo alto e magro, con occhiali rotondi, si gratta la barba diventata ormai grigia. I capelli si sono fatti radi e non accolgono più il gesto imperioso delle dita che scavano fra le chiome alla ricerca di impossibili risposte. Tutte le domande che si era posto sono state soddisfatte, alcune addirittura prevenute. Il sacro terrore che destava fra i suoi collaboratori era pari solamente alla loro adorazione. Si muove a suo agio sul palcoscenico dove prova il discorso che dovrà tenere ad una platea di centinaia di investitori e addetti ai lavori. In mano stringe un nuovo telefono cellulare. Slide, presentazioni, collegamenti e poi il momento cruciale, quando mostrerà, a tutto il mondo, il nuovo oggetto che ridisegnerà la mappa dei desideri e che sposterà, di parecchi centimetri in alto, l’asta per una concorrenza da sempre priva d’immaginazione.

 

  Xu Tien si pizzica il lobo dell'orecchio, su cui è infilzato un orecchino che ha la forma di una piccola lancia, mentre si lascia convincere facilmente da Xin Li ad andare insieme a Beijing. Riempiono in un pomeriggio due zaini, con poche cose prese in casa, caricano le tasche con qualcosa da mangiare per i primi giorni e con un camion scoperto, affollato da tanti altri Xin Li e Xu Tien come loro, partono la mattina presto per Beijing.                                             

- Dicono che sia molto grande, - dice Xin Li, - troveremo un lavoro qualsiasi che faccia per noi, tanto per iniziare, poi sicuramente le cose miglioreranno e quando avremo guadagnato un po’ di soldi apriremo un negozio nostro. Al loro arrivo a Beijing però, i camion non si fermano davanti alle fabbriche, ma vengono inspiegabilmente dirottati verso una delle stazioni secondarie, dove un lungo treno, in partenza per Zheng Zhou, nella provincia centrale dell’Henan, aspetta di completare il suo carico di giovani come loro.                        

- Salite, presto, andate li, il lavoro non manca di certo, - gli dicono. - Guadagnerete fino a cinque volte di più, e la paga è in yuan che potrete, fin da subito, convertire in dollari sonanti.                                                                                              

I due amici non se lo lasciano ripetere due volte e gettano i loro zaini nel primo scompartimento, sognando dollari verdi, anziché rosa yuan. I progetti dei giovani cambiano rapidamente, sono plastici e adattabili. Aderiscono pienamente alla vita, nel suo scorrere disordinato e tumultuoso e ogni novità pizzica la loro curiosità, come l’amore, quando solletica alla radice dei capelli.

 

 L’uomo alto e magro, con i capelli grigi e radi, indossa un paio di blue jeans sbiaditi e non appare per nulla tranquillo. Ha la faccia scavata, come di chi ha fame, e lo sguardo da folle. Forse per quello che, alcuni mesi prima, dopo un normale controllo, i suoi medici, con molto tatto, gli hanno detto. Un cancro al pancreas se lo sta portando via. Non un “normale” tumore al pancreas, ma un carcinoma delle cellule neuroendocrine pancreatiche. Solamente 5 casi su cento di tumore al pancreas presentano questa anomalia, e lui è uno di questi cinque casi supersfortunati. Non è mai stato nella media, d’altra parte, neppure adesso nella malattia più crudele del mondo. Ora passa metà del suo tempo a studiare la forma e la possibile origine di questa patologia. Analizza decine di casi simili al suo. Trova un conforto sordo e impotente nel passare ore davanti al computer, ordinando in rassegna le immagini di uomini ben pettinati e di donne con fragili e patetiche messe in piega che, sorridenti e probabilmente già morti, lasciano le loro foto in formato passaporto, commentate da post, carichi di parole di speranza, della loro angosciata agonia.

 

 Xin Li e Xu Tien partono finalmente con quel treno speciale che, lentamente e a scossoni, li porta nella fabbrica di Zheng Zhou, nella lontana provincia dell’Henan, di cui fino a quel momento non avevano mai sentito neppure parlare. Ridono e fanno progetti per il loro futuro, insieme a cento altri giovani che con i loro zaini disordinati riempiono lo scompartimento. Accanto hanno preso posto alcune ragazze di Beijing, molto disinibite e allegre, salite all’ultimo momento, che mettono in imbarazzo i due giovani contadini. Xin Li ha afferrato al volo i loro bagagli facendogli spazio accanto ad essi.                                      

- Guadagneremo 2550 yuan al mese, che saranno circa quattrocento dollari americani, e con quelli ci potremo comprare tutto quello che vorremo. - Dice Xin Li a voce alta, sognando a occhi spalancati.                                                                                                           - Manderemo una parte dello stipendio alle nostre famiglie. - Risponde allegramente Xu Tien, partecipando all’entusiasmo contagioso dell’amico.                                                       

- Non credo proprio, - risponde con una risata di scherno una delle ragazze che divide il loro stesso scompartimento. - 1800 yuan completamente rosa, questa sarà la nostra paga, 285 dollari al mese, che sono molto al di sotto dei 2700 yuan pagati regolarmente ai quattrocentomila operai di Beijing. Non manderete niente alla mamma, ci dovremo comprare da mangiare nei Loro spacci e pagare l’affitto della stanza che Loro ci daranno e dove andremo a dormire dopo 12 ore di lavoro. Non vi rimarrà niente da mandare a casa, belli. Morirete di fatica come tutti gli altri o diventerete duri come le pietre del fiume e neppure allora vi rimarrà nulla, neppure per piangere per voi stessi. Io me ne andrò via molto presto, un anno al massimo, non spenderò niente di quello che guadagnerò. Se i miei genitori si aspettano che gli mandi qualcosa, stanno freschi quei due. Ogni giorno, dopo il lavoro, frequenterò un corso serale da estetista e aprirò una mia attività e sarò io a far la padrona. Xin Li osserva le due ragazze e pensa che sono matte, ma una delle due, l’estetista, gli piace subito e la tocca sulla schiena, quella si gira e gli ricambia il sorriso, ma stavolta un’ombra oscura la sua acerba bellezza.                                                                

- Come ti chiami? - gli chiede, con una voce fattasi d’improvviso dolce e accogliente.           - Xin Li, - le dice, - e lui è Xu Tien, il mio migliore amico. Tu come ti chiami?                       - Niu Xiaobei, - risponde la ragazza, mentre il treno corre rapido da Beijing verso la lontana provincia di Zheng Zhou, che nessuno di loro ha mai visto.                                                 - Ti piacciono i miei capelli? - dice Xin Li, facendosi più audace, avvicinandosi alla compagna di viaggio.                                                                                                                       - Non tanto, ragazzino, - risponde con una risata Niu Xiaobei. - Quanti anni hai? si può sapere.                                                                                                                           - Io ne ho diciannove. Tu come me li faresti allora?                                                             - Te li tirerei su, portando avanti delle ciocche sulle orecchie. Sembreresti più grande. Non li hai mai visti i ragazzi di Beijing? Hai da fumare?

 

   L’uomo alto, con gli occhiali dalla montatura rotonda, mangia strane erbe che, qualcuno gli ha detto, riportano il suo magro corpo ad uno stato alcalino accettabile. Combatterà così la terribile malattia che inizia già, rabbiosa, a ruggirgli dentro. Non ha accettato di sottoporsi a nessuna operazione chirurgica. La sua guida spirituale vegana gli ha detto che non dovrà far altro che mangiare delle erbe che lo strapperanno all’acidità dell’incubo nel quale è precipitato, gli ha detto.                                                                                                   - Il segreto di tutto sta nella parola ‘alcalino’. Ripeterla spesso, come un mantra: Al-ca-li-no, Al-ca-li-no. Passerà tutto. Da quando si è diffusa la notizia della sua malattia, le azioni quotate in borsa della sua azienda sono calate. L’uomo alto, col maglione scuro, i jeans sbiaditi e le scarpe da ginnastica, mostra un volto smagrito, spaventato, il suo mostro personale si chiama ‘metastasi al fegato’, ma questo è bene non pronunciarlo come il mantra dell’alcalinità. Le cellule impazzite del suo pancreas si spostano senza documenti, da una regione all’altra del suo corpo, mentre lui sale sul palcoscenico, stringendo in una mano il suo piccolo telefono inutile. Quando infila il cellulare nella tasca posteriore dei blue jeans, la platea, colma di invitati in abito elegante, applaude e lui con la voce stanca, appena riscaldata da un sorriso tirato, annuncia la più grande rivoluzione della storia delle comunicazioni via web. Cammina nervosamente davanti al grande schermo alle sue spalle, mentre osserva le persone sedute sulle prime file. Molti di loro hanno affittato per l’occasione giacca e cravatta abbinati, a prezzi ragionevoli, da restituire il giorno successivo.

 

  Alla stazione di Zheng Zhou, migliaia di formiche operaie scendono dai vagoni, lanciando dai finestrini, borse e sacche piene di pane sbriciolato e ingenue illusioni, ancora prima che le loro antennine percepiscano il lento rallentare del treno. Quando le lamiere degli scompartimenti si aprono, tonnellate di carne in scatola con occhi come fessure e braccia strette a sopportare il freddo ghiaccio del mattino, si riversano nelle strade e nei cavalcavia. A migliaia si toccano gomiti e ginocchia senza conoscersi affatto, tutti uguali, drammaticamente giovani. Tutti verso un’unica direzione, tre ore di lavoro, pausa di un’ora, dalle undici a mezzogiorno, per il pranzo nella mensa aziendale, poi una volata fino alle cinque del pomeriggio; più almeno due ore di straordinario, sempre. Sono tutti ragazzi, ridono e gridano migliaia di nomi contemporaneamente. Giacche, maglioni, giubbotti jeans in disordine e capelli tenuti su dal gel. Altri, nelle banchine delle stazioni accolgono i nuovi arrivati, stupiti e felici di ritrovare amici e parenti che avevano lasciato mesi prima, sepolti in chissà quante zone rurali e inaccessibili di quell’immenso Paese.                                       

Xin Li afferra la mano di Niu Xiaobei e grida qualcosa al suo amico Xu Tien. Si ritrovano, tutti insieme, a camminare in una gigantesca piazza sterrata, dove palazzine di sei piani, costruite come alveari dormitorio, crescono così rapidamente che, man mano che i lavori vanno avanti, le persone già abitano i piani finiti. Alle pareti enormi neon colorati riproducono i nomi dei nuovi totem dell’era capitalista, Nokia, HP, Apple, Samsung, Dell. Dalle finestre, chiuse da grate in metallo, panni di ogni colore stesi sui riquadri delle inferriate ad asciugare, volano strappati dal vento, come a salutare festosamente i nuovi operai, i nuovi schiavi di quella macchina dell’inferno, come nelle carceri di ogni parte del mondo. Qualsiasi essere umano appare come un puntino infinitesimale, un pixel neutro, insignificante ma necessario, un abbozzo primitivo di quella che potrebbe essere considerata la cellula base della vita umana, se non servisse esclusivamente come manodopera per produrre merci a basso costo.                                                                                             I tre amici salgono sopra un ponte provvisorio di metallo che, con una serie di angoli e serpentine improvvise, porta sull’altro lato della piazza polverosa, scavalcando i camion e le betoniere che scaricano calcestruzzo, dentro capaci gabbie fatte di tubolari di ferro che saranno i pilastri su cui si reggeranno quegli immensi alveari di esseri umani. Il clima che respirano è di attività frenetica e follia collettiva. Sull’altro lato del grande sterrato, decine di camion raccolgono tutti quei giovani. Una voce che grida da un altoparlante li informa che possono raggiungere gratuitamente le fabbriche, salendo ordinatamente sui camion. Si raccomanda di tenere stretti i bagagli e di avere particolare cura per i documenti. Niu Xiaobei ride, felice di quella confusione. Ha trovato il luogo ideale dove nascondere le sue insicurezze. Di Beijing si è già dimenticata, ha trovato un nuovo fidanzato, ingenuo e bello, pensa. Dormiranno insieme e lavoreranno in una fabbrica che produce componenti per quelle famose multinazionali occidentali, di cui ha visto i neon illuminati sui muri dei palazzi. Quando il camion dove i tre amici hanno trovato posto riparte, Xin Li abbraccia Niu Xiaobei e ha ormai un vago ricordo della campagna dei genitori che si è lasciato alle spalle. Xu Tien sorride, osservando con un po’ d’invidia il nuovo amore del suo amico, hanno diviso sempre tutto, pensa, divideranno anche quello.

 

  L’uomo alto e magro, nella sua lussuosa casa in California, guarda per la centesima volta un video scaricato da You Tube. In queste immagini, vestito con una toga nera, parla ad un gruppo di studenti dell’ultimo anno alla Stanford University. Sta dicendo della sua lotta al cancro che lo divora, mangiandogli la carne, pezzo a pezzo, come un raffinato gourmet impazzito.                                                                                                                       - I medici mi avevano dato appena tre o sei mesi di vita, - dice, con un sorriso tirato, fissando un ragazzo delle file centrali. - Mi hanno infilato un tubo dritto nella gola e poi nella pancia e fino al pancreas. Non sapevo neppure cosa fosse, il pancreas, fino ad allora. Hanno fatto una biopsia e quando i medici hanno visto i risultati si sono messi a piangere per me. Mi hanno detto di mettere ordine nei miei affari e salutare i miei figli. Il cancro si è poi rivelato di una forma curabile con un'operazione, e ora sto bene. 

Applausi dei giovani studenti americani. La, tutto finisce sempre bene. 

Quando spegne il televisore, prende in mano alcune foto sbiadite e le avvicina, sovrapponendo i lembi inferiori. Vi compaiono due giovani, un uomo e una donna. Lei ha già l’aspetto di una signora, è svizzera. Lui è invece uno studente siriano di scienze politiche dall'aria sonnacchiosa. In un’altra foto, un signore con i capelli pettinati, una camicia bianca a maniche corte e la cinta dei pantaloni, lava l’automobile e sorride ad una donna, forse sua moglie, che indica con evidente orgoglio la nuova casa che hanno appena acquistato. Un’altra immagine mostra una donna sorridente, capelli lunghi e naso aquilino, come il suo. E`una scrittrice di successo, ha sposato un uomo che fa Appel di cognome, non è curioso? L’uomo magro consegna la sua testa alle sue proprie mani che l’accolgono con rassegnazione. Gli occhi si chiudono, come due pixel quadrati e vedono Woody, un pupazzo di plastica vestito da cow boy, con le mani nella sua stessa identica posizione.                     

- Verso l’infinito e oltre, - mormora, e nonostante tutto, sorride.

 

 

   Nel grande edificio a sei piani della Foxconn, Xin Li e Niu Xiaobei lavorano senza sosta per 14 ore al giorno. Indossano delle magliette bianche, con la scritta, ‘I Love Foxconn’ e una fascia che gli copre la testa, per evitare che i capelli possano cadere accidentalmente nei delicati componenti elettronici che stanno assemblando. Ogni più piccolo pezzo che toccano ha una graziosa mela stampata sopra, ma loro non ci fanno più caso ormai. Xin Li si è dimostrato essere violento talvolta, Niu Xiaobei ne è rimasta spaventata. I ritmi ossessivi di lavoro non consentono a nessuno di stabilire dei rapporti sereni con i propri compagni. Appena arrivati in fabbrica sono stati aggrediti dal frastuono e dall’indifferenza dei compagni di lavoro. Oltre trecentomila giovani come loro che si alternano in turni che tengono le luci della fabbrica accese ventiquattro ore su ventiquattro, come nei pollai della sua città. Niu Xiaobei vorrebbe tornare a casa, ma il contratto in bianco che ha firmato volontariamente la obbliga a restare. Nello stesso contratto gli operai assunti liberano l’azienda da ogni responsabilità circa i disumani orari di lavoro. Si impegnano, sottoscrivendo una clausola obbligatoria, a non suicidarsi e ad essere felici. La maglietta bianca che indossano è un’assunzione d’impegno e di amore verso alla fabbrica che gli da lavoro. La Foxconn ha bisogno del loro incondizionato affetto, oltre che delle numerose ore di lavoro. Niu Xiaobei non crede più alla felicità, da quando ha visto dita tranciate di netto, da quando è costretta a lavorare, per tante ore, stando in piedi; da quando, l’unico momento di riposo è diventato il far cadere a terra qualcosa per potersi chinare a raccoglierlo. Le guardie allora, con dei bastoni, picchiano gli operai sulle gambe, ma lei sa come tenerseli buoni.

 
 
 

LA TASCA DI STEVE JOBS parte seconda

Post n°118 pubblicato il 02 Maggio 2014 da alex.canu

 

 

L’uomo magro ha la barba corta e ispida. Il suo maglione, nero a collo alto, gli conferisce un aspetto inquietante, da sacerdote di un nuovo culto, ascetico e tecnologicamente progredito. Nel suo pantheon immaginario il corpo del Sacro Cuore di Cristo ha 250 gigabyte e nella mano destra tiene un hard disk esterno da un tera. Nessuno osa mai contraddirlo e le sue intuizioni sono, come sempre, accolte come segni della sua indiscussa genialità. Ha costruito una nuova religione, virtuale e definitiva. Il suo logo è una mela a cui è stato dato un morso, perfettamente rotondo, preciso e calcolato. Quella mela morsicata che rappresenta il peccato di presunzione dell’uomo su Dio, la rivendicazione della centralità dell’Uomo e della subalternità del dio. Nel Paradiso terrestre personale dell’uomo magro, un dio impacciato e piccino si avvicina alla Mela e misura l’apertura del suo arco dentale sul compasso perfetto di quel morso: non coincide, quel segno non è suo, niente più gli appartiene. Questa volta sarà l’Uomo a cacciare via dio dal suo Paradiso, come l’angelo ubbidiente di Masaccio, brandendo in mano non la spada di fuoco, ma un nuovo, tecnologicamente perfetto, smart phone.                                                                     Steve sorride, quel logo gli è venuto per caso, in quel periodo ascoltava troppo il disco bianco dei Beatles e frequentava poco i corsi regolari all’università che i suoi genitori adottivi gli pagavano, indebitandosi per lui.

 

Niu Xiaobei in piedi, china sul tavolo nel suo reparto, incastra con attenzione e rapidità il vetro touch-screen sul nuovo apparecchio che, a milioni di esemplari, da qualche settimana si stanno producendo. Liu Zhi Yi, il nuovo caporeparto, giovane e severo, che da qualche tempo sostituisce quello più anziano sparito chissà dove, grida continuamente che devono essere più rapidi e produrre di più. Minaccia gli operai che gli farà levare un quarto dello stipendio se non ne produrranno un numero superiore al minimo richiesto. Liu Zhi Yi ha un contratto di lavoro a percentuale, se non raggiunge gli obiettivi fissati, via, e avanti un altro. I suoi subalterni sputeranno il sangue per lui. Niu Xiaobei è stata spostata in quel reparto proprio grazie a Liu Zhi Yi. Incastrare vetri, sui nuovi telefoni cellulari della mela morsicata, è meno faticoso che sistemare i piccolissimi componenti elettronici. Xin Li la sera a letto la picchia, non sa in quale altro modo scaricare la sua rabbia e la sua gelosia. A Liu Zhi Yi non importa nulla delle botte che il ragazzo di Niu Xiaobei le da, basta che lavori più rapidamente delle altre ragazze e che, a un suo comando, lei lo raggiunga nel bagno dei capireparto. Tre minuti, a Liu Zhi Yi, bastano appena tre minuti, per venirsene dentro Niu Xiaobei, senza bisogno di spogliarsi, senza dire una parola, solo un oh, alla fine dei centoventi secondi. In perfetto stile Foxconn. Per non perdere tempo prezioso, Niu Xiaobei, gli ha proposto di portare con se una decina di vetri da incastrare, mentre lui la sta montando dietro. Così vedrebbe com’è brava e rapida, ma Liu Zhi Yi gliel’ha negato, con un sorriso appena sporcato da denti troppo irregolari. 

 

Alla conferenza annuale degli sviluppatori del logo di elettronica più famoso al mondo, l’uomo coi jeans e le scarpe da ginnastica appare ancora più magro e fragile. Quando sale sul palco, per un istante appena, si ferma affascinato ad osservare la platea di centinaia di persone, emozionate quanto lui. Aspettano, prigionieri di un fragile sorriso inchiodato agli angoli della bocca, che lui accenda il microfono e parli. Non riesce a trattenere un colpo di tosse che viene amplificato dal grande schermo alle sue spalle. I denti, in eccessiva evidenza, sono ormai un monito di quello che sta per accadere. Gli zigomi scavati e le occhiaie infossate lasciano poche speranze per progetti a lungo termine. L’uomo magro osserva le donne e gli uomini che lo guardano, alza le mani in un gesto che vuole chiedere silenzio e attenzione. La sua voce si sposta a proprio agio nelle pieghe rotonde dell'inglese dei californiani, si accovaccia sorniona sulle pause studiate. Gli occhi fanno da contrappunto alla voce che si appoggia saggiamente ad una vena di lieve ironia. L’uomo magro che parla conosce benissimo il vuoto esistenziale che i suoi costosi giocattoli riempiono, con display colorati e app intuitive. Parla delle prodigiose potenzialità del nuovo apparecchio, pronuncia parole chiave come: push-email, global address list, device configuration, push-calendar, remote wipe. Quindi tace per un istante e taglia il grande schermo alle sue spalle con un morbido sorriso di trepida attesa. Un effetto di teatro, certamente, imparato quando era ragazzo e aveva capelli lunghi e non sapeva ancora di avere sangue arabo che gli inquinava le vene.                                                                                                                            - Hello. Come stai? - gli ha scritto il suo padre siriano, un giorno che ha saputo che il figlio che aveva abbandonato era diventato uno dei cinque uomini più ricchi al mondo. Il silenzio é stata la sua unica risposta. Estrae dalla tasca dei suoi jeans un telefono cellulare con gli angoli arrotondati, un miracolo di tecnologia e raffinato design alla portata di tutti. Per un breve istante lo osserva, con incredulità, prima di alzare la mano e mostrarlo alla platea. Ed è a questo punto che il suo volto si fa scuro e le sottili labbra gli si serrano, avvelenandogli il sangue. 

 

Xin li lavora da qualche tempo con un orario di sedici ore che lui stesso ha scelto liberamente di fare. E`una forma di suicidio anche questa, ha pensato. Mangia quando può, dorme quando capita e dove gli capita. Di Niu Xioabei, quella puttanella di Beijing, non ha saputo più niente. Xu Tien è scomparso improvvisamente un paio di mesi prima, portandogli via i soldi che aveva nascosto e non ha la più pallida idea di immaginare in quale fogna possa trovarsi adesso. Lo ucciderà, non appena gli metterà le mani addosso, di questo può stare certo.                                                                                                                 - Magari sta a poche decine di metri da me, quello stronzetto, ma non si fa vedere. Siamo tutti uguali qui. - Pensa Xin Li. Dopo alcuni mesi che si lavora alla Foxconn, con quei ritmi di 12 o 16 ore al giorno, la fisionomia delle persone cambia. Le cellule stesse subiscono una mutazione genetica che le invecchia. Le occhiaie si fanno profonde e la fatica scava la carne fino a portarla al livello delle ossa. La stanchezza annulla ogni diversità, come non avrebbe mai potuto fare meglio neppure il Compagno Máo Zédōng, quando costringeva contadini e intellettuali ad essere una cosa sola col suo libretto rosso stretto fra le dita. Da poco tempo ha saputo che la Direzione ha fatto mettere una rete protettiva, appena sotto il sesto piano del dormitorio aziendale. Un suo compagno si è lanciato nel vuoto per protestare contro gli orari eccessivi di lavoro. A Xin Li non gl’importa un bel niente, lui sarebbe disposto anche a lavorare venti ore al giorno, se fosse possibile, pur di guadagnare di più e andarsene via di li, oppure morirci, ma saltare nel vuoto certamente no. Di Niu Xiaobei non sente la mancanza; cioè, ogni tanto. E`l’assenza di Xu Tien che gli brucia di più, sarebbe disposto anche a perdonarlo per i soldi che gli ha rubato. Che fine avrà fatto?

 

 

Le prime file della platea, dove l’uomo alto e magro sta presentando efficacemente il nuovo smart phone, sbiancano in volto quando vedono le rughe del loro amministratore delegato addensarsi in pieghe orrende sulla sua fronte. Non capiscono cosa sia potuto accadere, ma sanno per esperienza che quel segnale porta sempre burrasca, cioè scatole di cartone da riempire con i propri effetti personali e scrivanie che devono essere liberate dai pupazzetti portafortuna entro tre ore. Nessuno, fra quelli che occupano le prime file, vorrebbe che quella presentazione avesse mai fine. Friggono, agitandosi sulle loro poltroncine imbottite. Si guardano, interrogandosi silenziosamente l’un l’altro con la coda degli occhi, nascondendo le labbra tremanti dietro le mani appoggiate al mento. Accavallano nervosamente le gambe e cambiano troppo spesso posizione, mentre si domandano che cosa può aver fatto aggrottare le sopracciglia del loro capo. Quale può essere il motivo del suo improvviso disappunto? Quale errore possono mai aver commesso? L’uomo alto e magro, malato di cancro al pancreas e con un fegato nuovo, continua nella sua brillante presentazione. La gente ride e sembra divertirsi, lui sa come si racconta agli altri un’invenzione, sa come renderla affascinante e necessaria. Srotola dati, stabilisce confronti vincenti con altri competitor, gioca con le parole, parla voltando le spalle al pubblico come una rock star, è una rock star. La platea applaude, risponde alle sue sollecitazioni, lui si lascia amare, come nelle magliette Foxconn a migliaia di kilometri di distanza, dall’altra parte del mondo, dove le paure però sono di un’altra specie. Nelle prime file gocce di nervosismo iniziano già a distillare dalle cravatte con i personaggi dei cartoons stampati, come a dire: - siamo i più fighi, ma non ci prendiamo troppo sul serio; siamo degli eterni Buzz Lightyear, ragazzacci dell’hi-tech. Il loro Amministratore delegato ha quasi finito il suo numero. Dopo saliranno i tecnici a spiegare gli applicativi, a toccare i tasti giusti e a combinare relazioni tra software e hardware, connessioni h24 e apps dedicate. Fra poco capiranno perché gli occhi di Steve, affettuosamente così, si sono oscurati e il suo volto si è arricchito di quelle orribili pieghe antiestetiche.

 

 

Niu Xiaobei pesa la metà dei chili che aveva quando è arrivata a Zheng Zhou, nella provincia centrale dell’Henan. Il caporeparto finge adesso di ignorarla, attratto da altre lavoranti. E`alla Foxconn da quasi un anno e non è riuscita a mettere da parte neppure uno yuan. Rimedia qualcosa dandosi agli altri compagni di lavoro, accovacciata nei bagni o inginocchiata lungo i corridoi meno usati, nelle poche pause che ha, poco prima di cadere addormentata dalla fatica. Morta dal sonno che la divora e dal dolore alle gambe, ormai costante e ipnotico. Non lava più neppure la sua biancheria intima, d’altronde a chi importa più della sua pulizia? L’operaia Niu Xiaobei, una degli oltre trecentomila lavoratori di quella fabbrica, passa il suo tempo nella lunga catena di montaggio, insieme a trecento altri ragazzi, ad incastrare rettangoli di vetro e a pulirli con un panno imbevuto di una sostanza tossica che li ha fatti sentire male tutti. Li hanno portati via e lasciati senza assistenza nei corridoi, al freddo. Per questo, la Direzione ha dovuto chiudere il reparto per due giorni, perdendo consistenti somme di denaro e rallentando la produzione. Liu Zhi Yi, il giovane caporeparto è stato allontanato e retrocesso a lavorante semplice, prima di sparire definitivamente nel pozzonero Foxconn. La Direzione dell’azienda ha però risolto brillantemente il problema della perdita economica, dovuta al forzato arresto della produzione, recuperando una parte cospicua della grossa somma, trattenendola direttamente dallo stipendio dei lavoratori, spalmandogli quel debito in sei rate. D’altra parte era colpa loro se la diluizione del prodotto irritante non era stata fatta secondo la corretta procedura. Quindi, gli operai stessi avevano causato un danno, forse voluto e preparato dalle associazioni sindacali che, in maniera subdola, si stavano iniziando ad organizzare all’interno della fabbrica. Un cancro, che la Direzione non avrebbe tollerato, e che avrebbe estirpato all’origine.                                                                                                       Una volta le è capitato di vedere da lontano un tizio che somigliava a Xin Li. Percorreva una lunga strada, stretta fra due palazzoni altissimi, pieni di tovaglie, lenzuola e mutande di ogni colore, stesi ad asciugare in quell’aria malata. Teneva in mano una busta di plastica bianca, con dentro, forse, qualche camicia da lavare. Gliel’avrebbe pulita volentieri lei stessa se non avesse percepito nel suo camminare qualcosa di vago e penoso. Camminava e si fermava, come combattuto da un dubbio testardo. Guardava ottusamente nel vuoto e poi dentro la busta, quindi riprendeva ancora la sua strada, con quel procedere irrequieto e ondivago. Per un tratto l’aveva seguito e gli era andata persino vicino, ma lui non l’aveva riconosciuta. Il suo volto era pallido e scavato, si capiva che non mangiava con regolarità, in tutto il suo corpo era incollata una patina opaca di sudiciume.                                                                

- Xin Li! - l’aveva chiamato, - ti ricordi di me? Sono Niu Xiaobei, Xin Li, Niu Xiaobei. Ci siamo tenuti per mano, durante il nostro viaggio in treno, da Beijing fino qua. C’era anche il tuo compagno, Xu Tien, che non vediamo più.                                                                    

- Ancora altri quindicimila yuan, solo altri quindicimila yuan e me ne andrò via. Dovrò lavorare per otto mesi ancora, sedici o diciotto ore al giorno, per andarmene via. Devo ancora tanti soldi per l’affitto del letto e per il mangiare e poi andrò via.                              

 - Xin Li, non andremo mai via di qui. Non ci lasceranno andare, si prenderanno tutto di noi, la nostra forza, la nostra giovinezza, la nostra stessa vita.                                                   

- Ancora altri quindicimila yuan, solo altri quindicimila yuan...  Poi Xin Li, o chissà chi altro poteva essere, era entrato dentro un portone aperto. L'aveva seguito salire le prime due rampe di scale, fin quando era sparito alla sua vista. 

 

 

L’uomo alto e magro osserva lo schermo del suo computer. Uno schermo grande e piatto. Tiene le mani con le dita intrecciate dietro la nuca, lasciandosi scivolare lungo la sedia, in una posizione che qualsiasi medico fisiatra sconsiglierebbe. Sul tavolo carte, libri, fogli, ammucchiati uno sull’altro, senza un ordine apparente, pronti a cadere ad ogni piccolo scossone. Un telefono fisso, tutto spigoli e tasti, un modello antiquato, in bilico sulla sinistra della piccola scrivania, continua a squillare. Una luce arancione lampeggia, ma l’uomo magro non risponde, continua a fissare lo schermo del Mac, dove due bambini gli sorridono. Sotto il tavolo, un cestino per la carta vuoto, è apparentemente l’unica cosa in ordine dell’intero ufficio. Delle tende bianche, alle due finestre sulla sua sinistra, diffondono una luce mattutina incoraggiante. Lo studio dell’uomo alto e magro non ha lampade postmoderne, né quadri di pregio alle pareti o boiserie raffinate e calde. Il pavimento è fatto di semplici listelli di legno grezzo. Tutto sembra provvisorio e incerto, come appena uscito da un kit di montaggio di un catalogo Ikea. In Piedi, addossati alle pareti, alcuni membri del Consiglio di Amministrazione e due capi progettisti attendono che lui si volti. L’uomo magro lascia che una delle sue mani corra rapida alla tasca dei suoi jeans sdruciti e ne estragga il telefono cellulare che ha trionfalmente presentato davanti ad una platea virtuale di milioni di persone. Lo tiene alto con una mano e contemporaneamente si alza in piedi. Nell’ufficio si sente un muoversi di piedi imbarazzato e uno spostare il peso sull’altra gamba, accompagnato da un tossire imbarazzato, mani unite in attesa davanti alle braghe dei pantaloni. L’uomo alto e magro, ammalato di cancro al pancreas e con un fegato non suo dentro il corpo, grida qualcosa a proposito del vetro del suo smart phone. Urla e si leva gli occhiali, mostrandoli ai suoi collaboratori che, allibiti, non comprendono il senso di quel confronto. Avvicina le lenti al vetro del nuovo telefono cellulare e parla ancora ad alta voce, arrabbiandosi sempre di più. Ripone gli occhiali nella tasca dei suoi jeans e li toglie immediatamente dopo, mettendoli sotto il naso dei suoi dipendenti. Li insulta, li offende con parole volgari e umilianti, parla di tecnologia tradita, di concorrenza che si frega le mani, di perdite secche. Indica grafici disegnati a mano libera con la penna, danni ai suoi consumatori che da lui, dice, si aspettano il meglio.                                                            

- Siamo Noi, il metro di confronto per i nostri avversari. Noi, stabiliamo gli standard a cui, Loro, si devono attenere, ma dobbiamo essere Noi, gli unici a superarli e anticiparli. Noi, siamo i nostri diretti concorrenti, non loro. L’uomo magro e malato mostra il suo nuovo telefono cellulare, sul quale un’ombra, come un piccolo graffio, rompe la perfezione luminosa del vetro. Un segno che sarebbe stato apprezzato da un artista, non da lui. Un segno, che si sarebbe potuto facilmente scambiare per una sbavatura e pulirlo con una pezzetta per gli occhiali.                                     Qualcuno dei presenti trova il coraggio di far notare che un telefono cellulare non andrebbe mai messo dentro una tasca di pantaloni in tela grezza. L’uomo magro sibila inviperito che lui l’ha appena fatto, e se lo fa lui lo faranno milioni di persone in tutto lo stronzissimo mondo che, di loro e dei loro costosi prodotti, si fidano, come di una reliquia taumaturgica. Alla gente che ha speso tanto, per avere il meglio, non farà certamente piacere estrarre il proprio nuovo smart phone dalla tasca dei jeans e ritrovarsi il vetro rigato; se, quindi, per favore: “vi volete incaricare di sostituire quei vetri, con altri che abbiano la gentilezza di non rigarsi?”                                                                                                                           Le ultime frasi dette in un crescendo, isterico e aggressivo, del tono di voce.

 

 

Niu Xiaobei sta preparando in fretta una valigia di finta pelle, decisa a metterci dentro le ultime tracce di dignità che le sono rimaste. Determinata ad abbandonare lo stabilimento di assemblaggio di componenti elettronici della città di Zheng Zhou, nella lontana provincia dell’Henan. Perderà l’ultimo stipendio, lo sa, le verrà trattenuto per pagare i costi del suo mantenimento in fabbrica. La sera prima ha preparato finalmente un bucato fresco che ha steso in cima al grande terrazzo oltre il sesto piano, più in alto della rete di protezione che la direzione ha fatto tendere per limitare i suicidi. Magliette bianche, calzini e asciugamani, sventolano, forse già asciutti e pronti per essere ritirati. In casa dei suoi genitori non la vorranno più e finirà col vendersi a Beijing, come d’altronde ha sempre saputo che sarebbe andata a finire. Improvvisamente sente bussare alla porta e quando apre trova Liu Zhi Yi, il suo ex giovane caporeparto, che le dice frettolosamente che non può partire, perché tutti sono stati chiamati a lavorare, per un turno giornaliero di diciotto ore, per almeno dieci giorni.                                                                                                                               - E`un’emergenza, - le dice, - dobbiamo sostituire tutti i vetri degli smart phone americani con altri, nuovi, che non si rigano. La direzione offre un supplemento di stipendio e ha dato a me un’altra possibilità.                                                                                                     

- Io me ne sto andando via, - replica indifferente Niu Xiaobei.                                              

- Non ti restituiranno i documenti, se non accetterai. La Direzione si riserva di denunciare tutti quelli che non si presenteranno al lavoro, con l’accusa di boicottaggio della produzione e del buon nome internazionale del nostro amato Paese. La ragazza posa la valigia sul pavimento e, mentre Liu Zhi Yi esce elettricamente carico di nuovo entusiasmo, chiudendosi la porta alle spalle, Niu Xiaobei si siede sul letto e piange. Appena ha finito si asciuga le lacrime e si ricorda dei suoi panni stesi, ormai certamente asciutti. Il vento che sta soffiando potrebbe strappare le mollette e portarseli via. Sale su fino al grande terrazzo e si lascia trasportare dal vento fortissimo che vi soffia. Si sporge dal muro basso per guardare giù in fondo e si accorge di uno spazio vuoto lasciato dalle reti tese. Un varco di un paio di metri che, forse, hanno dimenticato di unire, oppure l’hanno lasciato così di proposito.                                                                                                     - Che fine avrà fatto Xin Li? - si domanda la ragazza. - E quel suo amico del treno, Xu Tien?; forse mi sarei dovuta legare a lui, era più timido e carino. Un pesciolino nella rete, questo mai.                                                                                                                     Si sporge oltre il muro, forse troppo, per raccogliere un calzino più lontano, o forse no. Niu Xiaobei vola giù, attraversando quello stesso varco nella rete che hanno attraversato altri dodici suoi compagni prima di lei. Lasciato aperto, forse per pietà, come unica via di fuga da quell’inferno. Quando gli infermieri dell’ambulanza la raccolgono dalla strada, sulla maglietta macchiata di sangue leggono la solita scritta che avevano anche gli altri: “Noi amiamo la Foxconn”. A pochi metri dal luogo dov’è caduta quella povera ragazza, alcune mollette per il bucato avvalorano la tesi di un malore, o forse di scarsa attenzione, mentre si sporgeva per recuperare il suo bucato.                                                                                                     

- Chi era? - chiede qualcuno, osservando il corpo della donna che sta per essere caricato dentro l’ambulanza.                                                                                                           

- Non saprei, - risponde un altro. - Poi, con un sorriso di complicità maschile, dice, - mi è sembrata quell’operaia che arrotondava la paga nei cessi della Foxconn.

 

 

Qualche settimana dopo, dall’altra parte del mondo, un uomo malato di cancro al pancreas, con un fegato non suo, il volto magro e intelligente, estrae il suo nuovo giocattolo tecnologicamente avanzato dalla tasca posteriore dei suoi eterni jeans sbiaditi. Lo estrae e lo ripone, premendolo intenzionalmente sulla tela ruvida. Lo osserva con orgoglio; i suoi adoratori, come sempre, avranno il meglio. Un altro morso alla mela che, da decenni ormai, detta le regole dello schizofrenico mercato hi-tech. La concorrenza dovrà faticare parecchio stavolta, se vorrà tenere il passo. Sorride, mentre squilla il suo solito telefono antiquato:     

- Hello? - dice, con un tono di voce asciutto e consapevole.                                                 

- Ciao, Steve, sono tuo padre. Ho saputo che sei molto malato; mi dispiace enormemente di averti abbandonato da bambino, ma, vedi, i genitori di tua madre non volevano un siriano, come papà del loro nipotino. Ti sono vicino, chiamami quando vuoi, se hai bisogno di me.     

- Grazie. - Risponde appena l’uomo magro. 

 

Anche stavolta, la partita a scacchi con la morte, l’ha vinta lui.

 
 
 

FRAGILE: 6 Uova

Post n°117 pubblicato il 18 Aprile 2014 da alex.canu

 

   Stamattina, verso le undici, sono entrato in un negozio di frutta e verdura. Un signore anziano dall'aria mite aspettava il suo turno. Quando la signora con l'impermeabile abbottonato che gli stava davanti è andata via, con la sua borsa carica di carciofi, la donna dietro il banco con la bilancia e i guanti di plastica gialli, gli ha chiesto familiarmente: 

- A Cè, che te do stamattina?

Cesare si è tirato più su gli occhiali sul naso e dopo un attimo passato a consultare un foglietto a righe, le ha risposto così:

- Amà, damme sei ova, prima che me scordo.

Quando è arrivato il mio turno la signora Amalia mi ha chiesto gentilmente:

- Che glie damo a sto signore?

- Un chilo d'arance. - Ho detto, rispondendo un po' troppo precipitosamente. Ho sorriso, ho pagato la mia frutta e sono uscito, sentendomi leggero.

 

- Ho ancora molto tempo, - ho pensato - prima di.

 
 
 

FRAGILE: IL TRENO DI DUCHAMP

Post n°116 pubblicato il 07 Novembre 2013 da alex.canu

 

   Domenica 3 novembre 2013, Il mio treno, proveniente da Pisa e diretto a Roma è in sosta alla stazione Ostiense per qualche minuto appena, il tempo di far scendere i passeggeri e proseguire diretti a Termini. La mostra di Duchamp, re-made in italy, alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna è stata inaugurata da poco e mi riprometto di trascorrervi tutta la mattinata. La giornata è inondata da un sole troppo caldo, considerata la stagione, che mi fa quasi rimpiangere di non essere andato al mare. Musica da IPod con auricolari sub-woofer conficcati nelle orecchie.

   Su una banchina, due binari più in la, una giovane donna fotografa due uomini che si abbracciano virilmente. Un bambino dell'età apparente di circa 5 anni spinge un trolley giocattolo. Sulle spalle tiene uno zainetto da viaggio adatto a lui. La donna fa cenno ai due uomini di fare spazio anche al bambino quindi fotografa il gruppo. Il bambino ha i capelli biondi, come la madre, lunghi fino alle spalle. Indossa una polo rossa e un paio di jeans abbondanti. Anche gli uomini e la donna indossano un abbigliamento comodo da viaggio. Uno dei due uomini è più alto, porta i capelli cortissimi. E`leggermente stempiato e porta occhiali da vista con una pesante montatura. L'altro uomo ha capelli neri, appena macchiati di grigio e una bella barba scura, un paio di occhiali da sole gli danno un'aria giovane. La donna chiede al bambino di spingere il suo trolley e di fare ciao con la mano. Il bambino ubbidisce e spinge il suo carrello mentre agita la mano come gli ha chiesto di fare la mamma. La donna lo fotografa con evidente soddisfazione. L'uomo alto con gli occhiali da vista si avvicina al bambino e chinandosi fino alla sua altezza, lo abbraccia da dietro, la donna scatta una foto. Anche l'uomo con la barba e gli occhiali da sole, dopo una lunga insistenza della donna, si china accanto al bambino e la giovane mamma, dopo aver affidato la macchina fotografica all'uomo alto con gli occhiali da vista si china verso il bambino e lo bacia, mentre abbraccia l'uomo con la barba. Il bambino spinge quindi il suo trolley e riprende il suo gioco solitario.

   Marcel Duchamp, (28 luglio 1887 – 2 ottobre 1968), è stato un pittore, scultore e scacchista francese naturalizzato statunitense nel 1955.

   Rumore di treni in transito e altoparlanti che annunciano altri treni in arrivo e partenza in due lingue diverse: inglese e italiano. I due uomini e la donna parlano, sorridono e controllano l'ora sul grande quadrante bianco dell'orologio della stazione. L'uomo con la barba scura prende la macchina fotografica e la consegna al bambino. Gli da delle istruzioni sommarie e gli fa vedere come deve inquadrare, quindi si avvicina all'uomo alto con gli occhiali da vista, lasciando al centro uno spazio per la giovane donna che li abbraccia alla vita tutti e due sorridendo al bambino con la macchina fotografica. I tre adulti dicono cheese e sorridono a tempo. Il bambino coi capelli lunghi e biondi restituisce la macchina fotografica all'uomo alto con gli occhiali da vista e riprende a giocare col suo piccolo carrello colorato. La donna si stringe all'uomo con la barba e i capelli leggermente brizzolati, mentre l'uomo alto con gli occhiali con la pesante montatura sporge dalla manica della felpa il suo orologio da polso e controlla l'ora. La donna bionda si spinge verso il binario nella direzione dalla quale dovrebbe arrivare il suo treno. L'uomo con la barba scura e gli occhiali da sole accarezza sulla testa il bambino e gli scarmiglia dolcemente i capelli. Tutti osservano l'ora, il treno sta per giungere.

   Considerato fra i più importanti e influenti artisti del XX secolo, nella sua lunga attività si occupò di pittura attraversando le correnti del fauvismo e del cubismo. Fu animatore del dadaismo e del surrealismo e diede poi inizio all'arte concettuale, ideando il Ready-Made e l'Assemblaggio.

   Una voce maschile campionata annuncia, in arrivo sul quarto binario, il treno proveniente da Roma Termini e diretto a Genova Brignole, allontanarsi dalla linea gialla. Un'altra voce campionata, stavolta di genere femminile, avvisa i signori viaggiatori che il treno proveniente da Pisa centrale e diretto a Roma Termini è in partenza dal secondo binario, la polizia vigila costantemente sui bagagli lasciati incustoditi. L'uomo con la barba abbraccia l'uomo alto e stempiato con gli occhiali da vista, la donna li guarda entrambe e sorride. L'uomo alto stringe a se la donna con i capelli biondi e il bambino, questi si protende verso l'uomo con la barba che lo prende in braccio sorridendo. Il treno proveniente da Roma Termini e diretto a Genova Brignole tarda ad arrivare, mentre il mio comincia già a chiudere le porte. La gente sulla banchina del binario quattro inizia ad arretrare, il treno sta per arrivare. I due uomini e la donna si abbracciano, il bambino si tiene alla mano della madre.

   In occasione del centenario del primo Ready-Made creato da Duchamp, Ruota di bicicletta, 1913, la Galleria Nazionale d'Arte Moderna ha organizzato una mostra dove saranno presentati i quattordici Ready-Made donati da Arturo Schwarz al museo nel 1997, accompagnati da una selezione di importanti opere e di documenti originali, fondamentali per la comprensione del percorso duchampiano.

   Il mio treno ha appena iniziato ad avviarsi. Faccio ancora in tempo a vedere la donna sollevare la sua leggera trousse da viaggio, mentre il bambino con i capelli biondi tiene ora per mano l'uomo con la barba scura e i capelli leggermente brizzolati. L'uomo alto con gli occhiali da vista solleva il bagaglio più pesante. Il mio treno si allontana dalla stazione Ostiense, mi incollo al finestrino sporco, cerco di cogliere gli ultimi fotogrammi della scena per capire finalmente quale dei due uomini sia il padre del bambino, ma già i viaggiatori in attesa del treno iniziano ad accalcarsi sul binario quattro. Perdo completamente di vista la donna, il bambino e i due uomini con gli occhiali. Chi di loro rimarrà a terra lasciando gli altri tre? Il mio treno affronta una leggera curva che lo porta fuori dalla stazione, sento, dietro di me, il rumore dei freni metallici stridere sulle rotaie di ferro del quarto binario. Proprio ora, penso con disappunto, ancora pochi secondi soltanto e avrei saputo chi sarebbe rimasto a terra a salutare gli altri tre.

   Il progetto espositivo si concentra su lavori organici e non convenzionali, legati alla parola come formulazione del pensiero: l'arte di Duchamp si concentra sulla dissociazione tra il concetto e il titolo, perché vede nello sviluppo degli oggetti comuni la metamorfosi di un pensiero che diventa azione.

   Il diretto Pisa-Roma Termini compie il suo ultimo faticoso tratto. Dal finestrino vedo lo scheletro metallico del gasometro stagliarsi nel cielo in perenne attesa di una foto neorealista e i primi tristi condomini che stendono i panni ad asciugare direttamente sui binari dei treni frecciarossa. Passiamo a fianco di un tristissimo rudere non identificato di tempio romano. Ci sovrastano a destra le rampe tentacolari della tangenziale che taglia in due il dialogo che Alberto Sordi ha con se stesso, mentre si interroga sulla vita e sulle giuste raccomandazioni chieste ai suoi superiori, per l'imminente concorso del figlio ritardato al ministero.

   Questa esposizione vuole anche testimoniare l'influenza che Duchamp ebbe sulla scena artistica italiana quando, in seguito alle mostre personali presso la Galleria Schwarz di Milano, dal 5 giugno al 30 settembre del 1964, e a Roma presso lo spazio Gavina di via Condotti, nel giugno 1965, Duchamp diede l'occasione ad alcuni artisti italiani di entrare in contatto diretto con lui. In questa esposizione sono infatti presenti anche opere di Baj, Baruchello, Dangelo, Patella, ecc.

   E`libero? si informa una anonima signora sudata e grassa con una pesante valigia fra le mani. Non lo vede? rispondo sgarbato alla donna, che si siede risentita accanto a me. La monografia su Duchamp che tengo fra le mani mi è improvvisamente intollerabile, forse non passerò tante ore a guardare ruote di bicicletta rifatte e copia di copia di copia di orinatoi Mutt. Forse approfitterò del miracoloso ed originalissimo sole di questa giornata, penso, facendo ripartire la musica addormentata dentro il mio IPod.

 
 
 

LA CENA DEI MORTI

Post n°115 pubblicato il 01 Novembre 2013 da alex.canu
 

 

   - Sshh, zitto, eccoli, stanno salendo, li senti?

- Io non sento niente, sei sicuro che verranno stasera?

- Vengono tutti gli anni, nella notte dei morti, appena il babbo e la mamma spengono le luci.

   Il buio che si crea improvvisamente dentro la casa è totale e definitivo, carico di una paura nuova, sconosciuta e minacciosa. Non è una notte come le altre questa, la mamma è stata insolitamente più gentile oggi. Ha dato ai figli un pezzo di pane con la sapa a testa, preparato con l’aiuto di tia Mantòi. Le due donne hanno lavorato insieme, in silenzio, come non le si vede mai. Prima la mamma è andata da lei, poi è venuta la zia a casa loro. Il risultato è stato una còrbula grande di pabassinos e pane ‘e saba che sono stati nascosti e accuratamente protetti da una coperta di lana, sotto il lettone grande.

- Non dovete toccarli, bambini, - ha detto Aisentha, la mamma, minacciandoli col dito,        - questi sono per loro.

- Loro chi? - ha chiesto intimorito Ghelànu a suo fratello quando sono rimasti da soli, con una voce da femmina di cui si è vergognato subito.

- I morti, ha detto lui, - stasera vengono i morti a casa nostra.

   Nughavi, il suo fratello più grande, lo spaventa sempre, gli piace mettergli paura e poi ridere di lui. Si nasconde dietro gli angoli dei muri o dietro le porte al buio e quando passa gli strilla forte. Ghelànu urla per lo spavento e lui ride e lo insulta chiamandolo cagasotto. Più d’una volta é dovuto intervenire il babbo per punire gli eccessi del figlio maggiore che talvolta umilia pesantemente il fratellino.

- Sssh, stanno venendo, presto nascondiamoci sotto le coperte.

- Ma io ho paura, frigna il fratello, - chi deve venire a quest’ora?

- Vengono loro, il nonno, lo zio Angelino disperso nella Guerra Grande, il fratello della mamma, quello che hanno trovato morto a trent'anni, preso da una fucilata alla schiena. 

- Viene anche la sorella del babbo, quella che aveva i figli morti dentro la pancia prima che nascessero?

- Vengono tutti stasera, verrà anche lei portandosi i cadaveri dei figli in braccio. Hanno fame, non mangiano da più di un anno.

   La casa di Aisentha Chnua è composta da quattro stanze in tutto. Due al piano di sotto, un ingresso e cucina, che danno direttamente sulla strada dove lei ogni mattina spazza, prima di preparare la colazione a suo marito e ai suoi due figli maschi. Nughavi, il maggiore, ha sette anni e mezzo e un carattere ribelle e rancoroso. Ghelànu ha da poco compiuto sei anni ed è più disponibile a sorridere con la mamma. Anzichu se lo porta volentieri dietro con se sull'asina a lavorare in campagna, dove il bambino va a caccia di piccoli animali. Gli piace vederlo rincorrere le lucertole o prendere delicatamente fra le mani gli uccellini piccoli caduti dal nido. Nughàvi le uccide le lucertole, gli strappa la coda e le zampette prima di inchiodarle all'albero di olivo. Anzichu ha segnato con una croce quell’albero, ma a niente sono servite le cinghiate che gli ha dato. Quando trova quelle povere bestiole crocifisse guarda con pena impotente a suo figlio. 

   Ghelànu vorrebbe accendere la luce e sbirciare per la stanza, il buio gli mette angoscia e Nughavi non fa niente per tranquillizzarlo. Trattiene il fiato e cerca di bucare il buio con i suoi occhi di gatto, ma non funziona, stasera pare che i suoi super poteri siano inutili.

- Eccoli! dice Ghelànu soffocando la voce con la mano, - zitto ora. Ricordati: qualsiasi cosa dicano o facciano tu non devi mai rispondere alle domande che ti faranno, giuralo.

- Lo giuro, - dice il fratello mentre inizia a piangere di un pianto angosciato e ancora infantile. - Ho paura, cosa ci chiederanno?

- Non lo so, - gli risponde infastidito Nughavi, - chiedono pane, chiedono se ci siamo comportati bene quest'anno, se facciamo i compiti o se aiutiamo il babbo e la mamma.

- Noi li abbiamo sempre fatti i compiti vero? e il babbo e la mamma li abbiamo aiutati, si ?

- Non sempre, a volte ci siamo comportati molto male, ma tu non glielo devi dire, non gli rispondere mai.

   Le stanze dei bambini e dei genitori sono attigue, su al primo piano. Una rampa buia  di sette scalini d’ardesia nera, sui quali Nughavi disegna animali fantastici col gesso, separa la cucina dal piano di sopra, dove sono le camere da letto. La luce non vi è mai stata messa e adesso è tutto sepolto dentro un buio infinito che ha inghiottito la casa. Improvvisamente, dal piano di sotto, si sente come uno spostare di sedie, uno strascicare pesante di piedi che si avvicinano faticosamente alle scale. I due fratelli, protetti dalla coperta, sono paralizzati dalla paura. Un lamento sommesso, addolorato, carico di note rancorose, si alza dal fondo degli scalini intrufolandosi nel buio fitto della casa di Aisentha e Anzichu Chnua.

- Mira chi semus pighendhe sa primma ischalina, 

   ohi Maria... mama din doj!

   Nughavi e Ghelànu rimangono immobili sotto la coperta, il più piccolo si pente di non essere andato in bagno quando il babbo gliel’aveva detto. Proprio quella sera non gli scappava, tanta era la curiosità dei morti, ma ora vorrebbe correre e chiudersi dentro. 

   Oggi Aisentha Chnua ha apparecchiato di nuovo la tavola dopo cena. Ha dato il pane ‘e saba tradizionale ai figli e una frittata di uova, dicendo che per stasera bastava così. I figli hanno provato a chiedere qualcos'altro, ma il babbo non ha voluto che prendessero niente di più. Dopo cena la mamma ha sparecchiato tutto, in fretta. Ha lavato per bene piatti e bicchieri poi ha iniziato a cucinare un sugo di carne, denso e saporito, quello che piace a tutti loro e che lei non prepara quasi mai.

- Buoono! ha detto Ghelànu, - adesso lo mangiamo?

- No, - ha detto la mamma, sorridendo tristemente, - non è per noi.

Non gli è piaciuto il modo come l’ha detto, il suo tono di voce era misterioso e inquieto, carico di oscure allusioni.

- Mira chi semus pighendhe sa segundha ischalina, 

   ohi Maria... mama din doj!

- Se non è per noi per chi prepari? - insistette il figlio.

- Per i morti, - ha detto lei, facendosi improvvisamente seria, - per i nostri cari defunti, stasera li sentirai, se starai sveglio.

- Mira chi semus pighendhe sa terzha ischalina, 

ohi Maria... mama din doj!

   La mamma ha messo la tovaglia più bianca, senza macchie, la più pulita fra tutte. Il profumo caldo e pieno del sugo di carne era intollerabile. Sull'altro fornello una pentola piena d'acqua iniziava già a borbottare. Gli spaghetti erano pronti per essere buttati dentro. Sulla tavola sono state messe le forchette per la pastasciutta, i tovaglioli puliti, frutta e un dolce fatto con lo strutto. Vino rosso e acqua della Fontana Nuova, pane fatto quel giorno stesso e il formaggio coi vermi che il babbo ha portato sù dalla cantina, dove lo conserva per gli ospiti importanti.  Intanto Anzichu Chnua attizzava il fuoco sul braciere, lo ravvivava con dei pezzi di sarmento secco e aggiungendo altro carbone. Era una cosa insolita, perché alla stessa ora,  le altre sere, iniziava invece a coprirlo con la cenere. 

- Posso assaggiare il sugo, mamma? i morti si arrabbieranno?

- Non si arrabbierà nessuno, ma ricordati che non devi toccare niente di quello che è abbiamo preparato per loro.

- Mira chi semus pighendhe sa quartha ischalina, 

ohi Maria... mama din doj!

- Sei un cagasotto fifone, - gli dice Nughavi, assestandogli una gomitata su un fianco. 

- Sono già arrivati al quarto scalino, ancora altri tre e saranno qui da noi. Ghelànu si fa coraggio e sporge appena la testa fuori dalle coperte. Tira su naso e occhi e guarda verso la porta.  Dalle fessure scorge un bagliore sinistro, si ripete che sono solo le fiamme del braciere, ma pensa invece che siano le fiamme alte dell’inferno, quelle stesse che don Quirico Usai, qualche giorno prima, gli ha fatto vedere in una immaginetta sacra: - Questo è il demonio, - gli ha detto, - è malvagio e crudele e se la ride di tutti noi.

- Ma il demonio, ha detto la mamma, che non esiste - si difende il bambino.

- Altrocchè se esiste, - ha rincarato il parroco, caricando la voce. - Il male è dappertutto, ha contagiato il mondo.  

   Sulle scale si sente un rumore soffocato di passi, come di un lungo corteo che inizi appena a salire, respirando con affanno. Forse sono i morti che nel salire le scale si appoggiano faticosamente al muro.

- Ma i morti ci vedono al buio?

- I morti vedono tutto, dice il fratello a bassa voce, - vedono e sanno tutto. Sanno anche che ora te la stai facendo addosso.

- Non è vero, non me la sto facendo addosso, anche tu hai paura!

 Nughavi tace, il fratello più piccolo sente il suo respiro farsi pesante, le sue mani gli prendono il braccio e lo stringono con forza.

- Mi fai male, - gli dice Ghelànu con una vocina lamentosa, - lasciami. Ho visto il bagliore del fuoco sulle scale, i morti stanno per arrivare. Secondo te si accorgeranno che ci siamo nascosti qui, sotto le coperte?

- Non ci toccheranno, i morti hanno paura dei vivi. Se si accorgeranno di noi ci chiederanno da bere, oppure faranno domande sui loro cari che hanno lasciato qui sulla terra. Parlano con voce bassa, lentamente e piangono chiedendo dei loro bambini o dei morti in guerra. Domandano pane, mentre ripetono sempre la stessa parola, pietà. Ma tu non ti lasciare convincere se con lamenti penosi ti chiederanno, per favore, di mostrarti. Non gli rispondere mai, sennò ti prendono e ti portano via con loro. Dei bambini che si sono portati via non li hanno mai più restituiti ai loro genitori e ora se li trascinano appresso, come dei cagnolini morti.

- Mira chi semus pighendhe sa quinta ischalina, 

ohi Maria... mama din doj!

   Mancano ancora due scalini, poi i morti entreranno nella stanza. La porta era stata  chiusa da Nughavi, ma adesso non è più tanto sicuro di averla chiusa bene. 

- Forse non l’ho accostata completamente, - dice al fratello, - vai tu a vedere se è chiusa.

- Non ci voglio andare, - risponde Ghelànu seccamente.

- Mira chi semus pighendhe sa sestha ischalina, 

ohi Maria... mama din doj!

 

   Dalla cucina si sente il crepitare del fuoco e l’odore pungente del sugo di carne si mescola a quello della paura. 

- Avranno mangiato tutto quello che gli ha preparato la mamma? - chiede Ghelànu a Nughavi.

- I morti non lasciano mai niente in tavola. Mangiano una sola volta all’anno e se il cibo non gli piace urlano e bestemmiano dio e i santi. La carne la tagliano con i denti, strappandola, perché non bisogna mettere coltelli sulla tavola. Loro non li devono neanche vedere, ma si arrabbiano e li cercano dappertutto. Gridano che non possono mangiare in quella maniera e aprono i cassetti buttando a terra tutto. La mamma li deve nascondere bene e anche il coltello a serramanico che il babbo porta nella tasca della giacca, stanotte deve lasciarlo fuori casa.

- Mira chi semus pighendhe sa settima ischalina, 

ohi Maria... mama din doj!

   Il corteo dei morti si muove lentamente, ha salito le sette scale una dopo l’altra, cantando quella sinistra melodia, cadenzando l’avvicinamento ai due bambini, in un avvicendarsi ritmico di rumori e voci. Nughavi e Ghelànu si stringono fino a farsi male, conficcandosi le unghie dentro la carne. Fra un attimo la porta si aprirà e i morti entreranno nella loro stanza.

   Ghelànu sente la maniglia abbassarsi con uno scatto morbido e percepisce il leggero cigolare della porta girare lenta sui cardini. Un rumore soffocato di passi e vestiti che strusciano sui muri viene avvertito dai due fratelli. La porta è stata lasciata aperta e attraverso le coperte di lana filtra una luce aranciata che illumina appena i loro volti. Nughavi si muove lentamente emettendo un leggero gorgoglio della pancia ed è a quel punto che Ghelànu si copre gli occhi con le mani lasciandosi andare ad un pianto soffocato e nervoso. Il silenzio dentro la stanza è insopportabile e quel lieve gorgogliare della pancia, unito al ridicolo pianto a cui non ha resistito il fratello più piccolo, tradisce la loro presenza. 

   Dopo una lunga pausa, lo strascicare dei piedi dei morti si fa ancora sentire. Respirano un’aria densa e satura a cui non sono più abituati, tossiscono come i vivi, mentre si avvicinano al loro letto con un mormorio appena sussurrato, denso di pena. Forse tireranno via le coperte rivelando la presenza dei due bambini. Forse li porteranno via con loro e non li restituiranno mai più ai loro genitori. Improvvisamente Ghelànu e Nughavi sentono il materasso abbassarsi, come se la stanchezza di una persona vi si fosse adagiata sopra. Il più piccolo percepisce con la mano la depressione creatasi sul bordo del letto, ma ogni suo muscolo è paralizzato dal terrore, come se un’oscura minaccia lo stesse artigliando saldamente. I due bambini si scambiano una rapida occhiata quando sentono il defunto, seduto accanto a loro, tirare sù un lungo, faticoso, respiro. Poi una voce amara e oscura inizia il suo doloroso racconto:

-  Avevo anch’io due bambini come voi, pietà per me, paurosi e disubbidienti. Non gli piaceva molto andare a scuola. Volevano solo giocare e divertirsi a uccidere gli animali più piccoli e innocenti, torturandoli e crocifiggendoli senza alcuna pietà agli alberi.  Poi un giorno si sono allontanati dalla loro casa, senza chiedere il permesso ai genitori e qualcuno ha trovato i loro quaderni in fondo ad un burrone a baddhe enthu. Il lamento del maestrale faceva girare vorticosamente le pagine, ma niente vi era mai stato scritto sopra. I loro cadaveri sono stati ritrovati sui rovi del lentischio e delle more, imprigionati nel groviglio dei loro lunghi rami stravolti e spinosi. I volti infantili dei miei figli erano ancora imbrattati del viola del succo delle bacche.  Siete anche voi così?

    Ghelànu respira affannosamente, Nughavi piange, schiacciato dalle sue colpe, resistendo alla tentazione di gridare: - No! Noi siamo disubbidienti, ma non facciamo mai del male a nessuno! A quel punto il misterioso defunto si alza dal loro letto e i due fratelli sentono chiaramente il materasso sollevarsi producendo un lieve fruscio della lana di cui è imbottito.

- Andiamo, dice questi agli altri morti, qui non abbiamo più niente da fare, la pietà non è conosciuta da questi due bambini.

   Il tetro corteo si avvia muto verso la porta ed esce dalla stanza, si odono attutiti i loro passi pesanti scendere le scale. La lugubre litania riprende. 

- Mira chi semus falendhe sa settima ischalina, 

ohi Maria... mama din doj!

- Mira chi semus falendhe sa sestha ischalina, 

ohi Maria... mama din doj!

- Mira chi semus falendhe sa quintha ischalina, 

ohi Maria... mama din doj!

   Quando i morti si allontanano i due fratelli sentono una lontana fiducia restituire energia alle loro membra intorpidite. Riescono già a muovere braccia e gambe.

- Mira chi semus falendhe sa quartha ischalina, 

ohi Maria... mama din doj!

- Mira chi semus falendhe sa therza ischalina, 

ohi Maria... mama din doj!

 

   Il canto funebre si fa più flebile e lontano, Nughavi e Ghelànu finiscono col non udirlo più, sentono in lontananza lo scatto metallico della serratura della porta di casa, quindi questa richiudersi pesantemente con un tonfo sordo. Ghelànu avverte ancora le dita del fratello che lo stringono, ma quella pressione ha ora il potere di rassicurarlo. Non corrono più pericoli, i morti sono andati via. Lui non ha risposto alle loro domande, come gli aveva ordinato Nughavi. Certo aveva pianto un po’, ma anche il fratello si era lasciato spaventare. Ora si sentiva al sicuro, sporse un poco la testa da sotto la coperta e si bevette tutto d’un fiato  quel buio nero. Nell’aria aleggiava ancora un vago sentore di ragù e di formaggio coi vermi. Le campane della chiesa di san Bartolomeo suonarono i dodici tocchi della mezzanotte. Il bagliore del fuoco nel braciere si era attenuato e non scoppiettava più come prima. Fu l’ultima cosa che i due fratelli sentirono e videro quella notte, prima di cadere nel sonno atteso. 

   Il buio più profondo si impossessò della casa di Aisentha e Anzichu Chnua. L’indomani al loro risveglio i due bambini non troveranno neppure una briciola della cena dei morti. Fra un anno, chissà, non crederanno più a quelle oscure voci.

 

 

 
 
 

FRAGILE: Cronache di un mentitore (Prima parte)

Post n°114 pubblicato il 23 Marzo 2013 da alex.canu

 

Cronache di un mentitore

Prima parte

 

 

     Mentire è un bisogno, una condizione necessaria di sopravvivenza. Mentire sempre, comunque. Mentire a prescindere dalla sua reale utilitá, dal bisogno immediato che ne fa uno strumento di salvezza. Mentire significa alterare la realtá, distorcerne il senso a proprio piacimento, manipolare coattivamente il suo sviluppo cronologico. (La verità, come la luce, acceca. La menzogna invece è un bel crepuscolo che mette in risalto tutti gli oggetti). Mentire é un atto deliberato e consapevole che libera immense risorse ed energie crudelmente positive. Mentire é un atto di difesa, di orgoglio messo a dura prova, persino di coraggio, é il montaggio dei fatti non come si sono svolti realmente, ma come si sarebbero dovuti svolgere. Mentire è un atto di grama vigliaccheria che può rendere eroico qualunque attimo della quotidiana banalitá. Mentire ricrea e potenzia un'emozione che svaporerebbe altrimenti  nel nulla e nell'inutilitá dell’azione che l’ha generata. Sempre mentire nel gioco, in amore, nelle alleanze politiche. Mente la madre al proprio figlio, nella forma più subdola e devastante. Il dir menzogne è l'unica arte della bassa capacità e il solo rifugio dei vili. Mente qualunque religione, quando promette un aldilá luminoso e senza fame, oppure crudele ed eterno, quando annienta e annichilisce con storie a cui non crederebbe neanche un bambino. Tutte  le religioni reggono le loro traballanti architetture sulla menzogna, non possono farne a meno. Una fede religiosa che dicesse chiaramente la verità crollerebbe dopo tre secondi appena. Mentono gli scrittori, i poeti, gli artisti, gli architetti del vuoto-e-del-pieno, sono proprio questi i primi a utilizzare la menzogna come fonte inesauribile di ispirazione.(Eppure fra tutte le menzogne l'arte è ancora quella che mente di meno). Mente l'alta finanza quando commercia in titoli tossici e ti riempie le tasche di derivati a un tasso di 4,60 netti. Mentono le banche costruite-intorno-a-te che strozzano i loro clienti come polli, dopo aver promesso loro comprensione e umanitá. Mentono le pompe di benzina verde che  mostrano automobili sempre piú grandi e sole  e promettono libertá che non ci possiamo più permettere. Mentono le mozzarelle di bufala, i biscotti di un mulino bianco mai esistito, l'amaro Averna sapore-vero, con i suoi aeroplanini di carta stagnola e i suoi  musicisti-bugiardi abbandonati in mezzo al mare. Mente la Conad sotto-questo-cielo, la Coop sei-tu, il Nescafè solo-per-lei-mister-Clooney. Mente l’acqua che bolle quando si butta giù la pasta. Mentono i tortellini di giovanni rana e il pollo-parola-di-francesco-amadori. E alla fine, in culo a tutto, mentono anche i rotoloni regina che-non-finiscono-mai. Mentono la cocaina e le droghe che fanno credere di essere quello che non si potrà esser mai, mentono gli amici che  ti passano quella merda. (Solo le donne e i medici sanno quanto la menzogna è necessaria e benefica agli uomini). Mentono i bambini, gli adulti, le mogli e i mariti. Il matrimonio regge la sua inconsistenza su un fraintendimento, ovvero su un patto che tutti e due sanno coscientemente di non poter rispettare. Mentono i testimoni al tuo stesso matrimonio facendone una farsa deliberata e pretesa, portata al suo livello più alto e sacramentale. Mente la pelle liscia delle suore, levigata da anni di clausura, che accettano di essere  escluse da tutto. Mentono gli omosessuali che fingono di essere gay in diretta televisiva, mentono le lesbiche avvelenate, i froci e i transessuali brasiliani. (La verità è un simbolo perseguito da matematici e filosofi. Nei rapporti umani la menzogna vale più di mille verità). Mentiva Gesú Cristo quando non sapendo come giustificare la propria grandezza si sminuiva facendosi chiamare semplicemente figlio di dio. Mentono gli avvocati parassiti, i passanti ai quali si chiedono indicazioni stradali. Mentono i romani-da-sette-generazioni, le compagnie telefoniche che ti ricaricano- mentre-parli. Mente l’acqua-che-elimina-l’acqua, Federica Pellegrini che non-sa-cosa-fa-quando-non-si-allena. Mentono i ciclisti della domenica, che a grappoli, con i loro deretani larghi, occupano le carreggiate provinciali, e se li mandi a quel paese mentre li sorpassi, ti mandano a fare in culo, minacciandoti col pugno alzato. Mentono i calciatori idolatrati che vendono le partite dei loro tifosi a organizzazioni criminali con sede a Singapore. Mentono le diete sette-chili-in-sette-giorni. Mente l’Alitalia che usa in maniera fraudolenta compagnie sgangherate. Mentono gli uomini politici che hanno case vista-colosseo a loro insaputa, vacanze pagate su yacht di lusso a loro insaputa,  appartamenti a Montecarlo di cui giurano di non sapere niente. Mente il comandante ¡Schettino-vada-a-bordo-cazzo! Mente ikea che da ai suoi lavoratori carne di vitello con dentro pezzi di cavallo carichi di anabolizzanti, mente il mio vicino di appartamento, quando giura che non sa di cosa parlo quando gli faccio notare la pipì del suo pitt bull sulle scale condominiali. (Talvolta la menzogna dice meglio della verità ciò che avviene nell'anima). Mente il sindaco della mia città quando dice che la centrale a carbone non è dannosa per la salute, perchè tanto il vento gira sempre in tondo e manda le polveri sottili agli altri. Mentiva mia madre quando mi diceva che la gravidanza era andata bene, quando mi assicurava che, benchè ultimo di troppi figli, ero stato voluto e cercato. Mentiva mia moglie quando rispose Si, senza riflettere, mente anche adesso quando dice di odiarmi e che vorrebbe che andassi via dalla Sua casa. Mente mia zia quando umilia sua sorella perché gelosa di lei, mentiva il prete del mio paese quando accarezzandoci la pancia e la schiena diceva che eravamo i prediletti del signore. Mente un popolo corrotto quando fa finta di credere che una puttanella di 17 anni è la nipote di un dittatore egiziano. Mente il meccanico che ripara la mia automobile, il professore di mio figlio che sbadiglia della sua stessa lezione, la slot-machine che promette vincite e felicità, mente Costa-Crociere quando sostiene che quello scoglio non era segnato sulle carte nautiche. Mente trenitalia con i suoi vagoni sporchi. Mentono i bambini-x-box viziati e odiosi, i cani da compagnia col cappottino burberry che abbaiano in una lingua sconosciuta, le iguane che stanno immobili per mesi su un sasso dentro gli appartamenti riscaldati, i rettili attorcigliati e gelidi, gli uccellini in gabbia che cinguettano cose senza senso. Mentono le ragazze anoressiche e i maschi palestrati e gonfi. Mentono i social-network, mente facebook, you tube, la pornografia, la televisione, i giornali, i new media, i sondaggi elettorali. Mente persino lo specchio dove mi guardo stupefatto ogni mattina. Mente la schiuma da barba e il mio rasoio a tre lame la-prima-tira-fuori-il-pelo-la-seconda-lo-taglia-la-terza-non-si-sa. Mente il tubetto del dentifricio che promette un sorriso smagliante, mente il rubinetto dell’acqua calda, la donna che non può entrare in asensore, no-problem-molli, la-vita-è-bella, ho-un-bruciore-intimo-, dove-c'è-barilla-c'è-casa. Mentira, todo es mentira.

     ¿E allora, perchè non dovrei mentire anch'io? Io che sono cosí piccolo, inutile, futile, vigliacco e infingardo, naturalmente incline alla codardia e alla diserzione. Io che ho fatto dell'infingimento, della simulazione, del doppio senso, dell'ambiguità, il nord che mi guida. Chiedo perdono a tutti se tradiró qualcuno che aveva sinceramente creduto in me. Non ne sono degno e adesso lo dimostreró. 

     Ho sempre fatto il portiere di notte, in grandi alberghi come in piccole pensioncine da poco prezzo, per me non faceva alcuna differenza. L’unica cosa che contava veramente era la libertà che avevo alle tre di notte di mettere mano allo sportello del frigo del bar, stapparmi una bottiglia e scolarmela in santa pace. Non avevo preferenze, poteva essere qualsiasi cosa non ero schizzinoso, vino da poco, birra in lattina, o l’anice con cui allungavo il caffè dei clienti, era la stessa cosa. Verso le due e mezza facevo il giro completo dell’albergo, ispezionavo i corridoi, i sottoscala, uscivo in giardino a dare un’ultima occhiata alla piscina, rientravo e ricominciavo il giro dalle stanzette delle guardarobiere. Fatto il tour completo iniziavo a sentire la bocca seccarsi dalla sete ed ero costretto a inumidirmi le labbra con la lingua, impastata dalla fretta di finire e dal desiderio di infilarmi nell’angolino più buio del bar.  Prima però dovevo abbassare le serrande, chiudere la porta a chiave e spegnere le luci, lasciando soltanto due lampade che rischiaravano appena la hall dove più tardi mi sarei addormentato sotto una coperta di lana, sdraiato sopra un divano. Per ultimo dovevo battere a macchina il menù del giorno dopo, ma questo lavoro richiedeva non più di quindici minuti. Le due ore che mi separavano dalla fine del turno di notte avrebbero attenuato e mascherato gli effetti dell’alcol, dandomi anche il tempo di gettare bottiglie e lattine nel sacco della spazzatura e chiuderlo per bene. Le bottiglie e le lattine brillavano all’interno del frigo, rischiarate dalla luce che si accendeva non appena aprivo lo sportello. Alle tre di notte non accade nulla in un albergo, tutti dormono o fanno all’amore, non ci sono altre alternative. Gli agenti di commercio dormivano, confortati dalle innocue bottigliette di plastica da mezzo litro d’acqua che si portavano in camera, accompagnati dagli sbadigli della buonanotte. Dalle tre alle quattro bevevo e leggevo romanzi americani e quando sentivo che il calore del mio corpo aveva raggiunto la giusta temperatura allora smettevo, preparavo il divano con una coperta di lana e barcollando mi ci infilavo sotto. Non dovevo attendere molto prima che mi addormentassi. Due ore dopo solitamente, il camion che veniva a caricare i rifiuti col suo rumore di ferraglia mi richiamava al dovere delle sveglie ai clienti. Scherzavo con loro, li immaginavo nei loro letti o già in bagno: buon giorno, dicevo con voce bassa, sono le sei e trenta e fuori c’è un bellissimo sole. Oppure, buon giorno, purtroppo una pioggia sottile scende giù dal cielo grigio, stamane. Ai clienti piaceva essere svegliati così, sentivano di essere trattati come esseri umani e quando partivano mi lasciavano sempre qualcosa in più di mancia. Ecco, questo era all’incirca il mio lavoro, mi piaceva, lo devo dire con totale sincerità. Ma fra un paio di mesi al massimo lo avrei perduto, come avevo perduto tutti gli altri impieghi. Non avrebbero tollerato ancora gli errori di battitura sul menù, le schede dei clienti non compilate, le sveglie ritardate di mezz’ora. Per tacere delle bottiglie che sparivano dal bar e che il cameriere a volte copriva con altri carichi, ma che prima o poi si sarebbero scoperte. Aspettavo quel momento con ansia, lo provocavo io stesso, ne acceleravo la venuta, la fine del lavoro e il ritorno a casa dei miei a quarant’anni suonati. A nessuno gliene importava un fico secco di chi io fossi, purchè svolgessi con precisione le poche mansioni che mi venivano affidate. Alle tre, luci spente e tutti a ninna; alle sei, sveglia e giro completo di scampanellate: sveglia e tutti a lavoro, non era poi così difficile tenerselo stretto. Questa era la mia vita, fino a quel mattino, quando arrivò la telefonata più strana e inattesa della mia vita.

     ¿Signore mi conferma il suo nome? Mi chiese una voce da oro-saiwa all’altro capo del telefono. Confermai senza nessuna difficoltà e quella come se non avesse dato alcun peso alla mia risposta parlò così rapidamente che fui costretto ad interromperla e farle riprendere tutto il discorso da capo. Ehi, vada piano, le dissi, di che diavolo sta parlando. ¿Lei è il professor Del Bravo? chiese ancora voce-saiwa con tono leggermente più gentile. ¿Il professore chi? dissi io stupito. ¿Del Bravo, professor-Ettore-del-Bravo, è lei? Io sono Ettore del Bravo, ma non sono un professore, dissi, domandandomi chi fosse all’altro capo del telefono a quell’ora del mattino e se non si trattasse di uno scherzo, magari di uno dei camerieri o delle donne ai piani, che chiamavano da una delle stanze dove stavano facendo le pulizie. Senta, proseguì oro-saiwa, dovrebbe darci la sua disponibilità per una cattedra di diciotto ore settimanali a tempo indeterminato per Storia dell’arte, accetta? Avrei dovuto dire, senti oro-saiwa, di che cazzo di diciotto ore parli, che cosa dovrei accettare? che non ho capito niente di quello che mi stai dicendo, storia dell’arte? Io non mi ricordo più una sega di storia dell’arte, è stato tutto molti anni fa, quando ero studente e mi sentivo che avrei fatto qualcosa di grande, ma ora sono solo un cazzo di alcolizzato. Avrei voluto dirle così, ma oro-saiwa mi incalzò dicendo, domani mattina si deve presentare alle otto e trenta nei nostri uffici, ¿sa dove stanno i nostri uffici, professor Del Bravo?         Fu quel “professor Del Bravo”, detto in un tono che lasciava immaginare ancora del rispetto che mi fece decidere in un attimo. Accetto, dissi, frugando nelle mie corde vocali bruciate un estremo residuo di dignità. Mi darebbe cortesemente l’indirizzo, signora…, Aurora, mi chiami Aurora, professore, domattina, alle otto e trenta, si ricordi. Seguì l’indirizzo e come arrivarci coi mezzi pubblici.

   Quando posai la cornetta del telefono, mi resi conto, all’improvviso, di quanto la stanza dove vivevo fosse silenziosa, di quanto le pareti fossero ingiallite e le tende alle finestre mai lavate. Professor Ettore del Bravo, quel titolo mi suonava strano eppure così familiare. Mi diressi verso il mobile dove conservavo ancora alcuni vecchi libri e ritrovai i volumi della Storia dell’arte italiana di Giulio Carlo Argan. Le copertine verdi erano gualcite e rotte in diversi punti, presi il terzo volume e aprii a caso a pagina 157, un’immagine a colori sbiaditi dell’Assunta aveva resistito agli anni, schiacciata tra pagina 156 e 158. La maturità di Tiziano, fig.115: Con la pala dell’Assunta, Tiziano spezza il legame che univa la pittura di tono all’intimismo giorgionesco: dimostra di poter fare una pittura monumentale con la sola struttura coloristico-tonale, senza impalcature prospettiche e architettoniche; afferma che un’intensa emozione visiva può aprire orizzonti spaziali e comunicare una concezione universale della realtà, anzi del rapporto tra il naturale e il soprannaturale, come e meglio che una costruzione intellettuale tradotta in immagine.

L’Argan terrorizzava tutti col suo linguaggio colto e privo di ammicamenti agli ignoranti. Si arrivava a quei quattro volumi perché si era scelto quello e  chiedeva fedeltà cieca, condivisione piena di astratti ideali filosofici, impegno e costante studio. Superare l’Argan, prescindere dall’Argan, ho studiato sull’Argan, ho preparato gli esami con l’Argan, non trovo più il quarto dell’Argan, a chi l’ho prestato? Sembrava che esistesse solo quello, gli si era fedeli come ad un dio, nessuno l’aveva mai visto in faccia questo signor Argan, ma lo immaginavamo con occhiali spessi dentro una casa con le stanze ampie in penombra, lontano, circondato da immense opere d’arte e volumi rilegati, ammucchiati dappertutto. Richiusi il libro e sentii la bocca asciugarsi e la lingua che lavorava a mulinello nel tentativo di inumidirne le pareti senza successo. La gola era secca e mi sfregavo le mani senza riuscire a smettere, professor Del Bravo, io. Dopo la laurea mi ero dimenticato in fretta di tutto quanto, non amavo l’arte, non l’ho mai potuta soffrire, non l’ho mai capita. La scelta di quell’indirizzo di studi fu dettata dalla pigrizia esiziale alla quale sono soggetto, dall’incapacità ad immaginarmi un futuro, dalla convinzione che fosse un corso di studi opaco, privo di quei pungoli e quelle spine che altre facoltà ponevano e fornivano in gran quantità. La mia famiglia premeva per una mia rapida scelta, mi chiedevano in continuazione, e adesso che farai, che cosa sceglierai? Di cosa ti vorrai occupare? Dissi all’improvviso, Storia dell’arte, senza riflettere, giusto per levarmeli dai coglioni e finii col crederci anch’io.

 

 

 
 
 

FRAGILE: Cronache di un mentitore (Seconda parte)

Post n°113 pubblicato il 23 Marzo 2013 da alex.canu
 

 

Cronache di un Mentitore

Seconda parte

 

 

   ¡Ah, l’arte, gli artisti! Frequentavo le gallerie, i musei, partecipavo alle discussioni, ma non esprimevo mai la mia opinione, non ci capivo niente. Scambiavano il mio silenzio per profonditá di analisi, concretezza di pensiero, dolorosa dissonanza dal coro. Le mie bevute e le mie troppe sigarette per un pugno in faccia al perbenismo moralista e bacchettone. Mi ero giá fatto un nome senza proferire una sola parola nella critica d’arte, ostinatamente tacendo. Era una forma di menzogna anche quel mio silenzio programmato e ambiguo che avevo imparato a gestire con una leggera alzata di sopracciglio o con una lieve smorfia di disgusto. Bastava esibire un silenzio accompagnato da un’alzata di spalle davanti ad un’opera esposta, un tirar dritto all’entrata di una galleria dove un’apprezzato artista esponeva i suoi lavori o un gesto di sufficienza per una installazione in un chiostro quattrocentesco, per suggerire dubbi ai miei colleghi di studio e renderli più prudenti sui giudizi. ¿Potevo dire apertamente e con sincerità ai miei giovani amici entusiasti che io ero li con loro per errore, per un malinteso, per dare una copertura istituzionale alla mia incapacitá? Imparare il linguaggio dell'arte, fatto di vuoti poetico-lessicali, di sterzate immaginifiche e di "quasi-come",   non fu certo difficile, era sufficiente sapersela cavare a scrivere roba del genere:                           

     “l’artista invita a considerare in senso visuale le molteplici dimensioni dell’oblio, (spaziale, temporale, valoriale), prodottosi incessantemente nella generazione di strutture materiali, così come nell’accumulo di sovrastrutture simboliche, ideali e teoriche, proprie del mondo contemporaneo. L’operazione si tiene dunque scientemente al di fuori di un approfondimento psicoanalitico sulle modalità della rimozione (individuale e collettiva) quasi ai margini della denuncia sociale, assumendo i toni della riflessione intima sui destini incongruenti e aleatori dei corpi e dei costrutti. Accanto, o meglio insieme e attraverso… ”.                       

     Bello, non è vero? solo che non significa niente. La sostanza delle cose non cambia e la sostanza era che la scultura rinascimentale e barocca non la digerivo, l’architettura gotica mi sembrava di una futilità mortale, quelle chiese tutte uguali, le infinite volte a crociera, gli amboni, i presbiteri e i transetti. La pittura dell’ottocento mi annientava con tutti  quegli eroi, le spade, i mossi drappeggi. Le avanguardie novecentesche mi sembravano esercizi velleitari di artisti altrettanto indolenti come me, solo più furbi. L’arte moderna e contemporanea mi causava un mal di pancia che iniziai a calmare col bere. La casa in mezzo al fiume di Lloyd-Wright? una bottiglia di vino bianco, leggermente fruttato. Le serigrafie a colori sgargianti di Andy Warhol? un martini dry con oliva. Le scolature e il dripping di Jackson Pollock? birra a fiumi. I buchi di Fontana? un porto rosso, corposo e asciutto. Questo i primi tempi, dopo imparai ad essere meno esigente e a mandare giù tutto quello che capitava.  Divenni un mancatore di parola, un mentitore di professione, un’acrobata della mistificazione. Tendevo i miei fili tra due verità possibili e li attraversavo leggero, un po’ ubriaco forse, ma libero di qualsiasi emozione.  Delle inaugurazioni, dei vernissage, mi ricordo solo il tavolo dei liquori. Delle interminabili discussioni sull’arte  povera di Beuys e Kounellis conservo vaghi ricordi di contraddizioni palesi, si finiva sempre col citare le scatolette merde-d'artist di Piero Manzoni e a quel punto voleva dire che la serata era davvero conclusa. Dopo Manzoni c’erano solo i, buonanotte, ci si vede domani a lezione. E tutto finiva li, più disperati di prima, perché nessuno di noi sembrava capirci niente, ma nessuno aveva mai il coraggio di dirlo per primo. Dopo la laurea, me ne andai via per un paio d’anni, a zonzo per l’Argentina, il Venezuela, imparai quel poco di spagnolo e di inglese che conozco e mi costruii la fama di viaggiatore e pseudo-artista che da li in avanti mi fregò per sempre. Non produssi mai niente, non scrissi mai neppure un rigo su un qualche sconosciuto artista locale, che ne so, un tardo-impressionista di paese. Negli anni che viaggiai nei paesi latino-americani, non entrai mai in una chiesetta, mai in un museo, mi disintossicai dall’arte e spacciai eroina e cocaina coi cartelli di Medellin. Era la mia vita, era quello che volevo veramente fare, bere, fumare, annientarmi al sole del sudamerica, dove i suoi abitanti sono pigri quasi quanto me, ero felice e sazio. Non durò molto naturalmente. La polizia porteña mi fermò con il doppio fondo di una ford, con cinque pani di cocaina grezza, mentre cercavo di imbarcarmi dal porto di Buenos Aires verso l’Uruguay, dove l’avrebbero raffinata. L’avrei dovuta riportare indietro in cambio di un bel gruzzolo di pesos, invece trovai la polizia che mi tenne in carcere per qualche tempo. L’ambasciata e i miei genitori mi riportarono a casa, si inventarono che la ford non era mia, che non ero cosciente di quello che conteneva, che ero un alcolista, malato, e che avevo bisogno di cure urgenti nel mio paese. Così mi ritrovai con questa etichetta di  alcolista incollata addosso. Grazie alle due lingue che conoscevo trovai un posto di lavoro nella reception di un grande albergo, ma dopo neanche un mese di lavoro il direttore mi propose uno scambio che non potevo assolutamente rifiutare, o un impiego nello stesso albergo, con lo stesso vestito e la stessa cravatta, ma in un orario leggermente diverso, in differita per così dire, oppure aria, via rapidamente. Lo facevano per il mio povero padre, mi disse, solo per il rispetto e la stima nei suoi confronti, che non meritava un figlio come me. Accettai di indossare la stessa camicia dalla mezzanotte alle sette del mattino, come portiere di notte e lì scoprii i vantaggi della mia nuova solitudine.

 

   Non lo dico per nessun’altra ragione al mondo, non mi vanto di questo, è il caso, il dna, i geni che non mi sono certamente scelto io. Lo dico con la più sincera indifferenza e il distacco che mi da l’essere cosciente della mia nullità, so vestire, so come si indossa un abito elegante. So come entrare dentro una giacca classica in grisaglia e uscirne indenne, dandomi un leggero colpetto coi guanti sui pantaloni. Conosco i completi in flanella grigia, l’occhio di pernice o principe di galles a cui abbinare il velluto a coste. So scegliere la praticità del taglio sportivo in tweed, piuttosto che il cammello o il cachemire. Ho usato queste mie conoscenze per cercare altri lavori che mi permettessero di stare almeno con un piede attaccato al mondo. Non sono mai stato quel tipo d'uomo per il quale le femmine si strappano il reggiseno di dosso, ma Conobbi una donna una volta. Una di quelle con un giro di perle attaccato al collo e un marito lontano anni luce dalla sua dolorosa sensibilità. Si appassionò al mio maglioncino in mohair e quando le parlai della cappella di Mark Rothko si prostrò letteralmente ai piedi, e badate che non c’è nessun doppio senso. Mi disse che il nero di Rothko le comunicava un gran senso di spiritualità, ma che allo stesso tempo le faceva venire una gran voglia di vodka ben ghiacciata. Le proposi di berne una insieme e finimmo in tre dentro un letto. La cosa andò avanti finchè durò il bisogno di dividerci la vergogna, poi sparì anche lei, come una nave che esca da un porto e si diriga in mare aperto. Ogni volta che  bevo una vodka penso all’eleganza con la quale sapeva indossare il suo giro di perle e alle sue braccia con le vene azzurre e i bracciali d’oro ai polsi. Alcuni di quei suoi bracciali trasmutarono rapidamente dallo stato solido a quello di liquido, finchè il marito se ne accorse, le mise un altro bracciale meno prezioso al collo e se la portò via, in una clinica a dire a tutti, ciao, io sono Angelica e sono un’alcolista. Ciao Angelica…

   Ma adesso eccomi qua, stavo per diventare un vero professore di Storia dell’arte e me la stavo facendo addosso dalla paura. Mentire, dovevo solo ricordarmi di mentire, sempre. Inventare storie, fantasiose e plausibili, come faceva Mastro Battista, un uomo che al mio paese era noto a tutti per le bugie più improbabili e strampalate che solo lui sapeva inventare. Tutti lo conoscevano, faceva il rappresentante di tovaglie e biancheria intima, esibiva un grosso anello d'oro con iniziali non sue al mignolo della mano sinistra e tutti erano stati vittime delle sue storie surreali. Non sapeva trattenersi dal rinvigorire la altrimenti piatta e banale cronaca  della sua giornata, con un episodio completamente inventato, che però le dava senso, arricchendola di sostanza. Mastro Battista sapeva prendere il resoconto di un semplice episodio della più noiosa quotidianità e convertirlo in un racconto fantastico. Animali enormi e terrificanti si materializzavano nel buio, che era però stranamente luminoso, come nessuno mai l'aveva potuto vedere, in una notte che rientrava da solo dal lavoro in compagnia di un negro dell'africa. Un viaggio per nave era tempestato da onde alte come un palazzo di tre piani con le finestre, i vetri, le tegole e tutto quanto; un incidente con la macchina aveva coinvolto tre autoarticolati che, improvvisamente, passavano tagliandogli la strada, come una sarta con la sua grossa forbice; una donna era uscita di senno per aver visto il figlio morto mentre questo le stava ancora in grembo, al calduccio dentro la sua pancia; un uomo era entrato per scommessa di notte nel cimitero e il suo cappotto era rimasto impigliato al chiodo di una tomba e lui aveva creduto che fosse il morto a trattenerlo, avvinghiandolo con le sue mani cadaveriche. Lo avevano ritrovato al mattino, disteso sulla tomba, con la bocca aperta per il terrore e i capelli diventati di colpo tutti bianchi. Le donne e i bambini ammutolivano ai suoi racconti e gli uomini se lo contendevano nelle lunghe serate invernali seduti al bar. Una volta che passava di gran fretta per la piazza, alcune donne per farsi due risate innocenti gli chiesero di inventare una bugia delle sue, la prima che gli venisse in testa, ma mastro Battista, non accennando a fermarsi, anzi accelerando il passo, si scusò con le donne dicendo che aveva fretta di arrivare al mercato del pesce, perchè quel giorno davano le anguille a venti lire il chilo La voce si sparse nel paese in un lampo e le donne corsero al mercato con le sporte, ma non trovarono altri che mastro Battista comodamente seduto a ridersela della loro credulità. Rimproverato aspramente dalle donne replicò candidamente, non mi avevate chiesto voi di dirvi una bugia? Più la menzogna è fantasiosa più è credibile, importante è avere un canovaccio su cui lavorare. Ad esempio,  la base del lavoro all’estero su cui improvvisare funzionava sempre, l’importante è fornire quei piccoli dettagli della minuzia del racconto, cose di questo genere: Sono stato all’estero alcuni anni per affari. Come? Che tipo di affari, dice? Export, mi occupavo di consulenza per il commercio di opere d’arte. Statuine azteche, maya, tutte regolarmente registrate dai governi locali. Importazione di vasi etruschi per conto di società di intermediazioni bancarie. ‘Trust companies’ che arredavano i loro uffici agli ultimi piani. Che dice? Come mai ho lasciato quel lavoro per mettermi ad insegnare? Beh, ultimamente, non si riusciva più a garantire prezzi competitivi e poi i governi locali avevano operato un giro di vite sulla possibilità di esportare e vendere oggetti d’arte, insomma, i guadagni si erano notevolmente ridotti e così,… ah! buon giorno preside, sono il professor Del Bravo, di Storia dell’Arte. Mentire, per non dire che io non so un cazzo di Storia dell’arte, mentire per non dire che io odio la Storia dell’arte, mentire sempre e sopratutto sorridere. Da questo momento in poi solo giacche di tweed.

   Me ne stavo in piedi davanti allo specchio del comò in camera, nient’altro addosso che la giacca del pigiama e la barba di cinque giorni, a ripetere le risposte alle domande che immaginavo mi avrebbero fatto. L’etichetta in finti caratteri cirillici della bottiglia si rifletteva all’incontrario, ma già da molto tempo non prestavo più attenzione alla qualità e alla marca dei liquori. Provai a concentrare le mie capacità sullo sforzo inutile di leggere la scritta,  awo-ro-byW, ma mi richiedeva una fatica e un dolore fisico che non ero in grado di compiere. Afferrai la bottiglia e lessi, servire ghiacciata. Mi versai un chupito e lo tenni su, all’altezza della spalla, mentre mi guardavo allo specchio, notando quanto il liquore che stavo per bere somigliasse effettivamente all’acqua. Ne aveva la sua stessa cristallina trasparenza, il suo stesso innocente nome, Vodka, ¿non vuol dire proprio così, piccola acqua? Vuotai il bicchiere e continuai a fissare l'immagine riflessa allo specchio, mi sfidava, ne ero certo. L’uomo allo specchio non abbassava lo sguardo e non si decideva ad uscire dal quadro, mi teneva testa in un modo che mi innervosì parecchio. Riempii ancora il bicchiere e lo vuotai con la stessa rapidità con cui mi avevano insegnato a farlo degli amici russi, gola aperta e giù tutto d’un fiato. Poggiai il bicchiere sul piano del comò e afferrando la bottiglia col preciso impegno di non toccarne più una goccia, riavvitai il tappo dorato di alluminio. L’uomo allo specchio continuava a fissarmi e ora mi sembrava che se la stesse ridendo di me. Alzai la bottiglia, come avevo fatto col bicchiere all’altezza della spalla, risvitai il tappo e guardando l’uomo allo specchio mi attaccai al suo collo, come a una bella signora che mi invitasse fatalmente a prenderla. Se un uomo mai osasse tradurre tutto quel che ha nel cuore, mettere giù quella che è la sua vera esperienza, quel che è veramente la verità, io credo che allora il mondo andrebbe infranto, che si sfascerebbe in frantumi, e nè dio, nè accidente, nè volontà potrebbe mai radunare i pezzi, gli atomi, gli elementi indistruttibili che componevano il mondo.

    Aurora si rivelò essere una persona molto comprensiva e cordiale, mi fece scegliere fra due cattedre disponibili e si meravigliò quando le dissi che non ricordavo più di aver fatto il concorso per l’abilitazione all’insegnamento. ¡Ma lei l’ha vinto quel concorso, professore!, mi disse stupita, e poi notando il leggero tremolio alla mano mi chiese se andasse tutto bene. Le assicurai che andava tutto bene e che stavo in gran forma e dopo aver balbettato qualche complimento la ringraziai con affettazione. “Professore”, sentir ripetere quel titolo mi emozionò ancora e forse il leggero tremolio alla mano che mi era comparso all’improvviso dipendeva proprio da questo. Per il nuovo lavoro fui costretto a trasferirmi in un’altra città, trovai un appartamentino grazie ad alcuni conoscenti della segretaria che ne avevano uno disponibile da affittare. Il preside non mi fece alcuna domanda fra quelle che mi sarei aspettato, mi chiese soltanto se io fossi parente di un altro Del Bravo del quale lui era stato allievo all’università alcuni anni prima. Al mio diniego si limitò ad un sorriso di circostanza, mi fece firmare le carte di rito, mi strinse frettolosamente la mano e mi accompagnò in classe. Fece una rapida presentazione agli alunni, tossì, diede tutte le raccomandazioni, minacciò e poi, con una graziosa piroetta, se ne andò lasciandosi dietro la porta aperta. Mi appoggiai alla cattedra aggrappandomi con le mani e fissai a lungo il pavimento, il cuore era in subbuglio, cercavo di ricordare, chissà poi perché, la data del concilio di trento, ero convinto che bisognasse iniziare da li. Mi passai la lingua dentro la bocca e tra le labbra e le sentii asciutte, avevo bisogno di bere, la gola era arida e mi pizzicava come se dentro avessi della polvere di vetro. Il rumore del traffico che entrava dalla finestra aperta e che sentivo come un suono remoto filtrato dalle spesse pareti della scuola, non mi aiutava a ricordare le cause di quel concilio e neppure quelle poche nozioni che mi avrebbero permesso di improvvisare una lezione accettabile. Il concilio di trento fu convocato per… Mi bloccai li, alzai uno sguardo disperato e lo incrociai con quello degli studenti che mi osservavano imbarazzati. Mi venne in mente quel che diceva una mia vecchia professoressa ogni volta che passava dietro il mio banco. Si chinava leggermente e sussurrando a voce abbastanza alta da farsi sentire da tutti, mi regalava chissà perchè questa massima, la verità brucia, ma non deve far male. Lasciai allora che le parole sgorgassero da sole, libere, crudeli, patetiche, non mi opposi alla loro violenza. Io sono un bevitore d’alcol, dissi semplicemente, fissando una ragazza dai capelli lisci. Il pulviscolo dorato che le danzava attorno glieli rendeva luminosi di luce, costringendomi ad arrendermi ai suoi 17 anni. Lei si alzò e mi chiese il permesso di chiudere la porta e quando lo fece notai il suo sorriso pieno di garbo. Il mondo rimase fuori e la ragazza dai capelli luminosi lasciò fuori anche l’uomo che ero diventato. ¿A che punto siete arrivati? Chiesi, dopo una breve pausa. Al Concilio tridentino, rispose la ragazza dai capelli luminosi. Non ne so niente, replicai con una smorfia che poteva essere scambiata benissimo per un motto di spirito. Il concilio di trento fu in realtà il diciannovesimo concilio ecumenico della corrotta chiesa cattolica romana, iniziò a recitare un ragazzo secco e allampanato,  venne convocato da papa Paolo Terzo nel 1545, ma già Martin Lutero ne aveva chiesto la convocazione ben ventotto anni prima, quando nel 1517 attaccò le sue novantacinque tesi sulla porta della sua cattedrale, rifiutando l’invito del papa a ritrattare  le sue pericolose teorie  e bruciando la bolla pontificia.

    Il silenzio era sceso nell’aula, i ragazzi attendevano che io continuassi la dove essi avevano interrotto, ma io aspettai in silenzio il suono della campana. Quando finalmente l’ora finì e gli studenti uscirono fuori dall’aula, fui vinto dalla bellezza di quelle semplici parole. Il Concilio di Trento, era davvero l’origine di tutto, la risposta multipla, l’abc di tutto il pensiero e l’arte a venire. Domani sarei ripartito da quel lontano 1517, quando un uomo, testardamente, da solo, aveva combattuto contro tutti i potenti corrotti della sua epoca e aveva vinto. Se a volte incontriamo pagine esplosive, pagine che feriscono e bruciano, che strappano gemiti e lacrime e bestemmie, sappiate che son parole di un uomo alle corde, un uomo a cui non resta altra difesa che le parole e le parole sono sempre più forti della menzogna. Queste parole le ha scritte Henry Miller, uno che la menzogna non sa neanche dove stia di casa.

   Anche per me era era giunto il tempo di ricominciare.  

 

 
 
 

FRAGILE: Otto modi stupidi di ferirsi

Post n°112 pubblicato il 31 Gennaio 2013 da alex.canu

 

 

 

Primo modo

 

La lavatrice ha appena finito di fare il bucato. Li metto dentro una bacinella di plastica azzurra e decido di stenderli nel terrazzino a cui accediamo dalla porta finestra del soggiorno, non è un bucato impegnativo, quel piccolo filo sarà sufficiente. Ma no, mi dico, perché non approfittare del bel sole che abbiamo oggi? Così cambio idea e li porto su nel terrazzo grande, quello che d’estate ci infuoca la casa e che d’inverno ci ghiaccia come in siberia. Adesso però è primavera, la stagione ideale. Decido di stenderli sul grande filo condominiale all'aria aperta e al bel sole di oggi, in tre ore sarà tutto asciutto. Prendo uno straccetto e lo inumidisco, con quello pulirò il filo che non usiamo più dall’estate scorsa. Carico la bacinella azzurra e faccio a piedi il piano che mi separa dalla pesante porta di ferro color ruggine. Non calcolo bene la spinta dell'apertura della porta e questa, sbattendo sullo stipite, torna violentemente indietro e mi colpisce in pieno sul naso. Cado a terra stordito, il sangue esce copioso, il naso è rotto. Stendo comunque i panni e quando torno giù a casa mi stendo sul divano. Metto del ghiaccio che mi fa dolere ancora di più la botta. Telefono che domattina non potrò essere al lavoro. La segretaria con voce spenta mi avverte di portare il certificato e farle sapere al più presto quanti giorni mi darà il medico. Prometto che farò tutto per bene e riattacco ringraziando. Un’ora dopo mi guardo allo specchio. Il mio non è mai stato un naso bellissimo, ma adesso così deformato sembra finto, non appartiene allo stile del mio volto che è fine, elegante, intelligente. Quando qualcuno nota questa dissonanza stilistica e mi chiede come mai, spiego che me lo sono rotto facendo a botte quando ero ragazzo e scapestrato. Mi invento ogni volta una storia diversa, quando una rissa da ubriachi, quando un fidanzato tradito, quando per il semplice gusto di provocare e fare a botte con qualcuno. Mi piace dare questa immagine da gaglioffo marsigliese di me.

 

 Secondo modo

 

Sono andato a correre, otto kilometri, in mezzo alla campagna, che meraviglia! penso. Appena torno a casa una bella doccia calda e un buon tè bollente. Faccio un po’ di stretching e degli di esercizi di allungamento, la fatica si sente. Tornato a casa entro in bagno e mi chiudo la bella porta di cristallo del nuovo box doccia. Faccio scorrere l'acqua, fredda, calda, giusta. Afferro il grosso flacone del bagno schiuma, ma scivola dalle mani e cadendo ruota fino a colpirmi col tappo aguzzo sul dorso interno del piede. Tappo rotto, ferita di due centimetri. Il sangue esce abbondante, lascio scorrere l'acqua, attorno alla ferita tutto diventa blu. Che cazzo! mi dico. Finisce li, alcool, cerotto e ghiaccio.

 

 Terzo modo

 

Nella maremma toscana, una escursione in alta collina. Daini, lepri, cinghiali sgrufanti, alberi meravigliosi, sole stupendo, lei dolce e innamorata. Superiamo avventurosamente torrenti e piccoli crepacci. Salto atleticamente tra due alberi secolari caduti a terra, ma poggio il piede sull'unica tavoletta piatta che ha l'unico chiodo di tutta la maremma. Sento la suola delle mie scarpe da ginnastica che si buca e un dolore acuto sulla pianta del piede. Mi lascio cadere a terra con un grido appena soffocato. Lei si spaventa e chiama soccorso, ma non c'è nessuno. Sento la scarpa riempirsi di sangue denso e appiciccoso. Finalmente, dopo una mezz’ora  passa una camionetta guidata da una guardia forestale, un ragazzo bellissimo, un tipo moro, capelli ricci e forti, mascella forte e volubile. La divisa da guardia forestale lo fa sembrare un indiana jones, ne esalta il braccio saldo che tiene il volante e non permette alla jeep di ribaltarsi sui sassi. Lei fingendo di niente lo guarda ammirata. La mia ferita passa in secondo piano, il mio dolore non conta più. Lui e lei, (la mia lei), parlano della natura e dell'importanza di proteggerla, parlano della ripopolazione del cervo maremmano e del problema dei bracconieri. Si intendono perfettamente, sono sicuro che lei abbandonerebbe tutto, me compreso in quel momento stesso, per andare a vivere con lui in rifugio per guardie forestali in mezzo alla natura selvatica. Finalmente arriviamo al pronto soccorso, indiana jones ci lascia suo malgrado, ma faccio appena in tempo a vedere un bigliettino che lascia scivolare nella mano di lei. Il dottore che viene subito chiamato mi ordina di levare la scarpa, ma non si vede alcun lago di sangue al suo interno, solo una macchia e una ferita lieve. Lei ci rimane male quando il medico deluso mi propone di fare lo stesso l'antitetanica.

 

 Quarto modo

 

Il mio dito medio sinistro è normale, bello e affusolato. Le donne mi dicono sempre che ho delle belle mani. Il mio dito medio destro è però deformato. Se vengono messi a confronto, uno accanto all'altro, si nota la differenza. Io ci scherzo su, mostrando con un sorriso paraculo prima il medio sinistro e poi quello destro. Pensano che lo faccia apposta e talvolta lascio che la cosa prenda una piega ambigua. Stavamo allestendo una mostra di otto giovani artisti lapponi. Quelli sono partiti dalla loro desolata terra ghiacciata a bordo di un pulmino rosso fragola su cui avevano caricato le loro opere e tutto, tra cui una scultura in granito lappone di 120 kg. Un monolito lungo e sottile alto un paio di metri che chiamarla scultura era un’offesa all’arte mondiale. Quando sono arrivati alla frontiera e sono passati in territorio italiano, hanno riempito il pulmino-fragola di vino rosso piemontese in cartone e si sono ubriacati alla grande. Giunti a Roma in condizioni preoccupanti abbiamo scaricato le opere d’arte sepolte sotto montagne di bricchi vuoti e schiacciati di tavernello. Loro ridevano come folli per ogni stupidaggine, ci abbracciavano dicendoci con voce impastata cose nella loro lingua che nessuno di noi riusciva a capire, ma partecipavamo alla loro nuova allegria perché le loro risate erano contagiose. Quando abbiamo trasportato dentro il monolito di granito eravamo in sei, cinque lapponi e me, continuavamo a ridere senza più alcun motivo, semplicemente per la parola “gradino”, perché qualcuno di noi aveva detto, attenti al gradino e questo li aveva fatti ridere. Continuavano a ripetere “cratino” e giù risate a non finire. Arrivati nella sala dove il monolito doveva essere esposto, poggiamo la base per terra e  al tre si doveva lasciare, ma hanno contato in Sami e io non capisco il Sami, cosi 120 kg. di granito Lappone hanno schiacciato un piccolo dito medio sardo. In un attimo si è gonfiato, poi è diventato blu, pensavo che si sarebbe potuto staccare da un momento all'altro. Non sono andato al pronto soccorso, dovevo lavorare e così è rimasto. Quando il tempo cambia il mio dito deformato mi ricorda sempre di otto artisti pallidi ubriachi. Ho provato a imparare la lingua Sami, ma non è facile. Anche tagliare quell'unghia mi è più difficile delle altre.

 

Quinto modo

 

Una contusione al gomito destro, ma con versamento di sangue, cioé un colpo secco che mi ha fatto vedere le stelle. Andavo in giro con una vespa bianca, un 150cc di cilindrata che mi permetteva di raggiungere i 120 kilometri orari. Una volta durante una discesa lunga e impegnativa, sotto Vignola prima di arrivare a Costa Paradiso, io e il mio amico Salvatore Ruiu, stavamo piegati in due per tagliare meglio l'aria che ci ostacolava. Avevamo levato il pesante parabrezza di plastica per filare dritti e veloci. Il portapacchi era carico con due zaini e la chitarra legata stretta con gli elastici. A metà della discesa si rompe improvvisamente la ruota posteriore mentre eravamo lanciati a 110 orari. Tutta la moto prese a sculare pericolosamente a destra e sinistra. Il mio amico gridava, mamma mia siamo morti! e si disperava. Io mantenendo la calma lavorai abilmente di manubrio per controbilanciare gli sbandamenti. Non toccai mai i freni, lasciando che la moto si stancasse da sola, e quella scema piano piano rallentò. Arrivammo al piano e riuscii a portarla verso una piazzola. Il copertone era completamente andato, ma per fortuna avevamo la ruota di scorta. Aprii il cofano e mi diedi da fare con bulloni e chiavi inglesi, mentre il mio amico si mise a terra sdraiato che ancora non credeva che ce l'avevamo fatta. Ci accendemmo una sigaretta ai mezzi e attaccammo a ridere come matti per lo scampato pericolo. Tutto bene, pareva, nelle situazioni estreme so esattamente cosa fare, riesco a mantenere i nervi saldi. Non era la prima volta e non fu neanche l'ultima. Basta sapere cosa devi fare e stai a posto. Un’altra volta peró, dovevo imbarcarmi con la nave delle ferrovie dello stato e mi misi a seguire a 10 all'ora i binari del treno, che poteva imbarcarsi entrando dentro la pancia del traghetto. Non so perché mi é venuta un'idea tanto stupida, sapevo che non avrei dovuto farlo e allora? La ruota anteriore della vespa si incastrò perfettamente nel binario interrato e si bloccò li, non andava più ne avanti ne indietro, allora persi l'equilibrio e caddi, come cadono gli idioti. La moto si piegò di lato e si adagiò al rallentatore, come la nave di schettino. Io rimasi attaccato al manubrio, impotente e mi osservai cadere, come Willy Coyote nei cartoni. Mi feci male al gomito. Il parabbrezza si ruppe in due e, mentre precipitavo al rallenty, pensai che nuovo costava settantamila lire e io non le avevo per ricomprarne un’altro. Del gomito non mi preoccupai affatto, ma l'indomani mattina non potevo muovere il braccio.

 

Sesto modo

 

Quella mattina l’immagine allo specchio gli restituì tutta l’infelicità di cui poteva essere capace. I capelli gli sembravano più radi e vedeva geografie di vuoti che non aveva analizzato precedentemente. Lo consolava sapere di essere un maschio, i maschi non si fanno problemi per quattro capelli che cadono, aggiungono fascino e danno una sana impressione di virilità che le donne apprezzano. Per lo meno così pensava, ma quella mattina le cose non andavano per il verso giusto e la faccia riflessa nello specchio era quella di un signore con dei problemi non risolti. Riflessi insieme a lui gli asciugamani appesi dietro avevano delle pieghe che lasciavano intravvedere riferimenti al primo rinascimento. I flaconi colorati degli shampoo e dei detergenti gli promettevano un approcio più rilassato alle cose del mondo. Si ricordò improvvisamente, provando una punta di fastidio, che aveva avuto dei problemi al lavoro. Una banale discussione, iniziata per futili motivi e che era presto degenerata in uno scontro non voluto su argomenti di nessuna importanza. Quella discussione gli lasciò l’amaro e non servì la cena leggera che ebbe la sera, il sonno tardò e non lo rigenerò affatto. Eccolo li, quarantenne, solo, con la casa piena di gadget Ikea, a osservarsi di tre quarti in una fiacca interpretazione di se stesso. Si ricordò di quello che gli disse il padre una volta: Quando sei giù e non sai che pesci pigliare, fatti la barba, guadagna tempo. Gli sembrò un ottimo suggerimento, giusto, “quasi quasi mi faccio la barba”, cantò, parafrasando una nota canzone. Aprì il cassetto del mobile dove teneva la schiuma rapida, cambiò la lama del rasoio e ne testò l’affilatura sull’avambraccio. Quel contatto gli diede un brivido che lo fece sorridere. Buono, si disse, mentre si spogliava. La pelle del viso aveva però degli arrossamenti dovuti alla rasatura del giorno precedente. La pelle ha bisogno di riposare, tra una rasatura e l’altra, dicono i dermatologi, è come la terra, come un campo, bisogna dargli tempo. Tempo, che idiozia, erano già le sette e un quarto, se voleva arrivare in orario doveva sbrigarsi. Pensò che poteva solo lavarsi il viso e lasciar perdere la barba, ma il consiglio del padre gli tornava come un rimprovero. Si insaponò con una schiuma abbondante e iniziò a passare il rasoio prima nella gola, poi sotto il mento, quindi risalì sotto il labbro inferiore, variando l’ordine solito della rasatura. Attaccò le basette e scese verso la bocca, superando in un colpo le guance che non opposero alcuna resistenza. Sciacquò il rasoio prima di tagliare i peli sopra le labbra, ma lo fece in maniera maldestra e questo gli scivolò e cadde dentro l’acqua torbida del lavandino. Lo seguì istintivamente con la mano e tentò di afferrarlo, ma si ferì al dito e si procurò un taglio che gli fece sentire una scossa improvvisa. Tagliò via i baffi e si sciacquò il viso. Il dito continuava a sanguinare e macchiò l’asciugamano bianco. Sua madre non gli avrebbe perdonato un’imprudenza come quella.

 

 Settimo modo

 

Lo vedi questo bozzo che ho qui sulla fronte? Il mio amico si tira indietro i capelli ancora neri e folti e mi mostra un piccolo bernoccolo non più grande di una nocciolina. Non me ne sarei mai accorto se non me lo avesse fatto notare, eppure sono anni ormai che ci conosciamo, sono stato il suo testimone di nozze. Un matrimonio nato male e finito peggio. Lei aveva quindici anni meno di lui e tutti gli sconsigliavamo di sposarla. Sulla spinta della sua giovanissima età e sul malinteso bisogno di dimostrare che l’età non conta, gli stava sempre appiccicata a sbacciucchiarselo ogni trenta secondi. Dai, le diceva lui mostrandosi fintamente infastidito, lasciami stare, ma i suoi occhi la dicevano lunga sul confronto che faceva con le nostre donne. Era sempre la più piccola, la più allegra, pronta a seguire ogni iniziativa. Le nostre donne le sorridevano imbarazzate, lasciandole prendere in braccio i nostri bambini e trattandola come una figlia ancora da crescere. Non durerà, dicevano, lo lascerà dopo tre anni di matrimonio. Chi glielo fa fare di caricarsi una responsabilità così e poi sarà lui a pagare il conto più alto. Naturalmente avevano ragione, ma si sbagliarono sul “quanto”. Quel matrimonio durò cinque anni, due di più di quello che avevano previsto. Il mio regalo di nozze se lo portò via lei, un acquerello che ritraeva una quercia piegata dal vento, lunga distesa parallela alla terra. Anche la cornice avevo fatto io stesso, lavorando il legno con la sgorbia. Questo non gliel’ho perdonato mai, quel dipinto era per loro, ma di più per lui. Una sera glielo dissi, la tua ragazzina ti sta tradendo, ma lui non volle credermi, quindici giorni dopo lo andai a recuperare sui binari della ferrovia alle quattro del mattino, si voleva suicidare, ci teneva a farmelo sapere. E quel bozzo in testa, come te lo sei fatto? gli dico. Lui mi racconta che proprio il giorno che lei doveva presentarlo agli zii gli aveva dato appuntamento a casa loro. Abitavano in un condominio, disse, si doveva entrare per un cancello, attraversare un vialetto di una decina di metri e poi parcheggiare. Trovai un piccolo gruppetto di pensionati sulla settantina, seduti su delle sedie sotto una serranda di garage tirata su per due terzi, a prendere il fresco e pulire i finocchi che avevano raccolto in campagna. Riguardai il foglietto dove aveva scritto l’indirizzo, indeciso se chiedere ai vecchi, oppure cercare da solo il nome sul citofono. Decisi di fumare una sigaretta e scaricare la tensione. Tornai indietro verso la macchina e presi l’accendisigari, non mi ricordai della serranda semiabbassata, guardavo ancora verso la macchina quando sentii un colpo forte alla testa, come se mi avessero dato una mazzata all’improvviso. Il suono metallico mi rimbombò dentro al cervello e persi l’equilibrio. I vecchi mi chiesero se mi ero fatto del male e io li liquidai rapidamente dicendo che non era niente, che avevo la testa dura, sorrisero imbarazzati. Suonai al campanello e lei aprì il portone. Arrivato su la trovai da sola che guardava la televisione, mi disse che Tonio Cartonio la divertiva ancora. Ma che hai fatto, ti sanguina la testa, mi disse preoccupata. Mi sdraiai sul divano e respirai forte, ingoiando quanta più aria riuscissi a mettere dentro i polmoni, mentre lei prendeva un disinfettante e del cotone idrofilo. Niente, ho solo battuto la testa sulla serranda lasciata aperta da quegli stronzi di vecchi che stanno pulendo finocchi la sotto, le dissi con un motto di stizza, ma i tuoi zii non ci sono? Sono quelli che hai incontrato la sotto, rispose lei distrattamente, riprendendo il suo interesse per Tonio. Anche tu guardavi la melevisione da piccolo? No, risposi, io guardavo il Magico Alvermann, Rin Tin Tin e Lassie. Non li conosco, disse lei, però mi ricordo che da piccola nostro padre ce ne regalò uno. Di cosa? Chiesi io, di Lassie, il cane!

 

Ottavo modo

 

 

   E` un momentaccio per tutti. Ognuno ha qualche suo particolare motivo per lamentarsi di qualcosa che non gira per il verso giusto. Prendete mia suocera, si era messa in ghingheri per andare a comprarsi due merdosi panini all’olio, per via della dentiera, ed è cascata giù per terra come un sacco di patate. Risultato, una spalla lussata, l’osso sacro che la fa strillare dal dolore e mia moglie che non riesce più ad avere un attimo di tregua. La madre la chiama in continuazione, confonde le scatole dei medicinali, dimentica la fiamma del gas accesa e da qualche giorno anche la testa non le funziona più a dovere. Il medico con poca convinzione dice che recupererà pienamente tutte le sue facoltà, ma che per quanto riguarda il cervello li c’è l’età avanzata che la frega e non si può sapere niente. Dico questo perché in un momentaccio così ci sono passato anch’io qualche giorno fa. Avevo appena deciso di fare una pausa nel lavoro che mi ero portato a casa. Da qualche tempo lavoro parecchio, anche di pomeriggio fino a tardi. Il medico me l’ha sconsigliato, mi ha detto che dovrei muovermi di più, frequentare qualche piscina o iscrivermi in palestra. Lavoro sodo in questo periodo, gli ho detto, devo solo far passare questo momento, gli ho spiegato, poi avrò tutto il tempo che mi serve per tenermi in forma.

    Stavo lavorando di brutto l'altro pomeriggio allora, quando, ad un certo punto, non riuscivo più a seguire il filo di quello che stavo facendo, la testa mi andava a mille, ronzando random in altre direzioni, ma non su quel maledetto compito che dovevo portare a termine. Mi alzo e decido in un attimo di mettermi la tuta da ginnastica e di andarmene a correre. Non lontano da casa mia passa una strada di campagna che qualche anno fa ai contadini di quella zona gli è venuto in testa il capriccio di asfaltarla. Morale, traffico e podisti di ogni genere, ciclisti e gruppi di donne sui cinquant'anni la battono ad ogni ora del giorno. L’asfalto, di scarsa qualità, nel frattempo si è invecchiato, lasciando ricrescere qua e la ciuffi d’erba e aprendo buche e scorticandosi in più punti. Si corre sull’asfalto, ma è un asfalto, come dire, casareccio, rustico, di quelli che si integrano con la natura armonizzandosi con essa. Sono tre kilometri costeggiati da campi di finocchi, fragole in serra e, d’estate, l’odore dei pomodori e delle angurie che toglie il respiro.  

    Vestito di tutto punto, con calzamaglia in clima-cool nera, scarpette runner- antishock, maglia aderente climatizzata-maniche lunghe, affronto le scale del condominio sperando che la bella signora del secondo piano si affacci e mi veda così tecnologicamente dinamico, a mio agio nei nuovi materiali. Arrivato sotto casa apro lo sportello della mia macchina parcheggiata e frugo nel cruscotto, alla ricerca di un paio d’occhiali con le lenti specchianti che ho appena acquistato su e-bay. Me li infilo e mi guardo dentro lo specchietto retrovisore, il risultato non mi sembra un gran che e decido di lasciarli in macchina. Attenzione a questo dettaglio, perché questa decisione mi costerà assai cara.

   La campagna in questo periodo si risveglia dopo il lungo sonno invernale, sul ciglio della strada l’erba cresce rigogliosa e selvaggia. Gli uccelli, a migliaia, gridano nel cielo, le rondini si inseguono come pazze e si infilano al volo dentro sciami di piccoli insetti. Correvo, di un trotto leggero, sciolto e rilassato, quando un insetto, di modeste dimensioni, mi punta contro, trovando il mio occhio sinistro libero da lenti protettive. Il piccolo insetto ha in un lampo preso la difficile decisione più difficile della sua vita, centrarlo in pieno pensando di infilarcisi dentro. Nessun problema, mi sono detto, è tutto a posto, perché altre volte mi era già successa una cosa del genere. Certo è fastidioso, ma nel giro di una decina di minuti l’intruso, tramortito, riesce fuori e tutto torna come prima. Stavolta però le cose non sono andate così e il piccolo insetto ha lasciato dentro il mio occhio una sua piccola zampetta che, sulle prime, mi ha causato un leggero disagio, ma con l’andare del tempo il fastidioso corpo estraneo si è trasformato in un dolore continuo e pungente. Ho provato ad inondare l’occhio offeso con irrigazioni di collirio, senza ottenere però nessun risultato. Ho provato davanti allo specchio ad aprire la palpebra, ma la fastidiosa zampetta nera, si era arroccata giù in fondo e non si lasciava prendere. Al mattino mi sono risvegliato con un principio di infezione e del pus che si andava formando, vedevo tutto appannato e non stavo per niente bene. Un mio collega di lavoro, mi ha detto, mettiti sdraiato su quella sedia, ha preso un fazzolettino di carta e mi ha frugato dentro l’occhio aperto. Dopo un poco che stava li a rimuccinarci dentro mi fa, guarda qua, e vedo sulla punta del fazzoletto la zampetta nera dell’animale.

   La leggera infezione all’occhio è peggiorata, ma con un trattamento a base di Tobral gocce, con principio attivo a base di tobramicina tre/quattro volte il dì, sento già un sensibile miglioramento. Di andare a correre non se ne parla nemmeno, ho ancora tanto lavoro arretrato da portare avanti.

 

 

 


 

 
 
 

Fragile. LA NUOTATA DI BEPPE GRILLO

Post n°111 pubblicato il 20 Gennaio 2013 da alex.canu
 

 

 

     La coraggiosa nuotata di Beppe Grillo sulle impetuose acque dello stretto di messina ha posto un serio problema. Uno strappo con il feeling che il comico genovese ha con il paziente popolo sardo, che da anni lo attende. Si dirá che la Sicilia é una regione con mille problemi, si dirá che la mafia opprime la sua economia, si dirá che quella é la rotta dei tonni e delle rondini quando migrano, si dirá che la Magna Grecia la assimila pericolosamente allo stato eponimo a rischio default. Il piccolo, paziente, popolo sardo, capisce anche lo spread kilometrico che separa Regio Calabria da Messina e che non é paragonabile al Civitavecchia-Olbia. Eppure, dando la possibilitá al leader del "mV5s" di riposarsi con comodo, di riprendere ad allenarsi con costanza, (visto che attraversa un momento di grande tonicitá fisica), perché, per opportunità di campagna elettorale, per par condicio, per simmetria, per non discriminare una minoranza etnica, (da sempre osteggiata e mal compresa), Beppe non ha nuotato gagliardamente, come ha appena fatto in Sicilia, verso le coste dell'ospitale terra sarda? Non abbiamo la mafia, ma abbiamo Cappellacci, non esistono templi dorici, ma abbiamo i nuraghi e le domus de janas e le tombe dei giganti (é forse questo che lo ha spaventato?). I tonni e le rondini passano anche da noi, e allora? Giá all'alba, 15 giorni dopo l'impresa sullo stretto, un paziente, costante gruppo di persone si era dato silenzioso appuntamento sulle coste ospitali di Golfo Aranci. Si osservava il mare lontano, scrutando l'orizzonte nella speranza di veder spuntare una chioma ricciuta e bianca, ma niente. Alcuni giorni dopo il piccolo gruppo silenzioso era già diventato folla, c'erano i torronai, i gruppi folk che ballavano su ballu tundu, c'erano i venditori di giocattoli e di piccole bamboline riproducenti le fattezze del leader mV5s in nera muta da nuotatore. Saremmo stati disponibili a lasciargli usare persino le bombole e il respiratore, a farlo affiancare da una nave veloce Tirrenia, ma Beppe Grillo non si è fatto vedere. Lentamente la folla ha iniziato a scemare, i gruppi folk hanno svestito i preziosi costumi antichi, il torrone avanzato è stato rabbiosamente lanciato ai tonni di passaggio, le rondini no perché non é ancora stagione, ma un paio di esse sono passate per solidarietá, ma di Grillo neppure una pinna. Ora solo gli irriducibili presidiano capo Figari, ma nei loro occhi si legge la delusione, la rabbia. Mentre attizzano il fuoco e battono i caschi per terra altri loro colleghi hanno costruito un piccolo modello di carcere di massima sicurezza dell'Asinara da portare nel caso Vespa decida di invitarli. Tre di loro stanno scavando un pozzo per chiudersi a trenta metri di profonditá, due preparano i profilati in alluminio per gli infissi, troppo ne é avanzato, a chi puo piú interessare l'alluminio sardo? Beppe non ha nuotato verso la sardegna, non ancora. Nei volti degli uomini e donne sardi, scolpiti dal tempo si legge una muta domanda, perché i siciliani si e noi no? É solo una questione di kilometri? Ci dovremo accontentare di una nuotatina di Beppe Pisanu? (Un Beppe vale l'altro). I sardi del continente, se neccessario, aggancieranno con delle funi la madre patria e la trascineranno verso le antiche coste del lazio, male che vada Grillo potrá usare quelle, come al Parco-Avventura, dove ci si diverte sempre (finché dura).

 
 
 

FRAGILE: Lo spazzolino da denti e Marilouise.

Post n°110 pubblicato il 07 Gennaio 2013 da alex.canu
 

 

 

 

   La prima volta che ho utilizzato uno spazzolino da denti avevo giá passato i diciassette anni. Marilouise era una mia compagna di classe che aveva due misure più delle altre, piú di qualunque altra ragazza. Le mancavano peró due denti, un premolare e un molare, cosí quando rideva o sbadigliava si copriva con la mano. Accadeva a volte che si dimenticasse di farlo e allora le si vedeva, attraverso il vuoto lasciato da quei due denti assenti, la lingua che si muoveva avanti e indietro dentro la bocca. Aveva nella complessione generale qualcosa di primitivo, precedente all'etá del ferro. Sembrava appartenere all'origine del mondo, ad un paleolitico del pensiero umano, ne aveva la stessa sostanza e la stessa forza attrattiva. Una statuina d'osso preistorica di pochi centimetri, alla quale ci si rivolgeva con suoni informi, privi della dolcezza delle vocali. La parola non era contemplata, sembrava non rientrare nelle sue potenzialità espressive. Immaginavo che fare l'amore con lei sarebbe stato come un afferrarsi per la schiena, uno strattonarsi e rovesciarsi violento sulla terra. La immaginavo inselvatichita mentre le andavo dietro le spalle e le serravo il collo costringendola a voltarsi, ma con il resto del corpo fermo e ben saldo, stretto fortemente con l'altro braccio. Fantasie, certo, ma lei collaborava pienamente a questo modello di femmina primitiva. Non avevo mai usato il dentifricio e non possedevo quindi uno spazzolino da denti. Non mi ricordo più come potessi farne a meno allora, ma la realtà delle cose é questa, non mi lavavo i denti ne dopo pranzo, ne dopo cena, mai. Mio padre e mia madre non se li lavavano e quindi non me li lavavo neanche io. Marilouise stava due banchi più avanti di me e io non mi ci ero mai seduto insieme, mi metteva un po' d'agitazione e mi eccitava l'idea di starle accanto, sentivo che se avessi preso a frequentarla avrei potuto regredire allo stato selvatico. Ero convinto che avrei preso a ululare come i lupi e nutrirmi di carne cruda. Avrei fatto i miei bisogni primari nei boschi, l'avrei presa sempre di spalle in maniera violenta e rapida, picchiandola con i pugni, sui fianchi larghi e disponibili. Queste fantasie mi ossessionavano e lei, naturalmente non sospettava nulla. Il mio stesso aspetto fisico le impediva di immaginare simili o altre perversioni agitarsi disordinatamente tra riccioli castani e aspetto serafico. Il mio corpo minuto e gentile non tradiva odori ferini. I miei occhi si perdevano in sguardi innocenti e inoffensivi che le ragazze scambiavano per dolcezza infinita. Fino a Marilouise l'avevo creduto anch'io, poi emerse dal fango e dall'umido muschioso del mio inconscio un mister Hide di cui non avevo mai sospettato l'esistenza. Una volta mi venne un dolore fortissimo ad un molare, mia madre mi ci ficcó dentro un grano di sale che mi anestetizzó momentaneamente il dolore che peró non mi abbandonó affatto e dopo poche ore, durante la notte, si ripresentò ancora più forte di prima. Due giorni dopo mi portó dal dentista della mutua, un signore triste, grasso e silenzioso, con due mani grosse come pale da fornaio. Il dottore mi diede una rapida occhiata e poi mi fece una puntura di un anestetico amaro sulla gengiva. Mi fece aspettare per qualche minuto e poi mi richiamó. Mi sedetti sulla poltrona reclinabile e quel macellaio mi cavó fuori un molare nuovo di zecca, aveva solo una piccola carie, si poteva curare facilmente. Mi chiese soltanto che tipo di spazzolino usassi e se lavavo i denti con regolarità. Io e la mamma lo guardammo sorpresi, come se il dentista grasso avesse detto qualcosa di buffo, in una lingua strana e incomprensibile. Signora, suo figlio deve iniziare a lavarsi i denti con regolarità, disse a mia madre con una voce lamentosa da tartaruga, non a me direttamente. Naturalmente non gli demmo più importanza di quanta non ne avremmo data ad uno che ci avesse detto di sbucciare la frutta con coltello e forchetta indossando un paio di guanti bianchi. Quando ebbe terminato di guardarci con i suoi enormi occhi di bue e stava buttando il mio molare quasi buono dentro un secchio, gli chiesi se lo potessi avere. Il dottore si meraviglió per quella stramba richiesta. Che ci devi fare con questo dente? mi chiese sospettoso, ma alle mie insistenze lo avvolse dentro un pezzo di carta che strappó da un rotolo e me lo ficcó in mano, intimandomi di non mostrarlo a nessuno, che non erano cose da far vedere agli altri. Me lo portai a casa e, dopo tanti anni che riposava dentro una scatolina di legno, avvolto ancora nello stesso fazzoletto di carta col quale me l'aveva consegnato il dentista incapace, é finito a fare bella mostra di se dentro un quadro. Una mattina in classe, Marilouise se ne stava tutta sola nel suo banco, la sua compagna non era venuta e la sedia al suo fianco era rimasta vuota. Lei non aveva il libro di inglese per via dell'assenza della sua amica, mentre io e il mio compagno di banco ne avevamo uno di troppo. Allora la prof. Mi dice di spostarmi e di sedermi accanto a lei. Il mio compagno mi da un pugno sotto il banco sulle gambe e si mette a ridere, mi fa, uuuuh, imitando l'ululare selvaggio dei lupi e continua a ridere fingendo di grattarsi come gli scimpanzè. Quando la raggiunsi sentii subito l'odore acre della sua pelle e quando si voltó mi fece un sorriso privo dei suoi due denti. Aprii il libro alla pagina della lezione e ci avvicinammo, toccandoci con i gomiti e con le ginocchia. Stavo male e pensai che quella lezione non l'avrei seguita affatto. Immagini di forre di terra umida, cespugli spinosi con bacche nere e statuette di divinitá falliche dell'etá del bronzo medio mi si rovesciarono nella mente. Dovevo resistere alla tentazione di spogliarmi e di grattarmi forte. Sentivo sulla pelle una peluria fitta e ispida crescere rapida, simultanea al desiderio di ululare con la gola tesa alla lampadina della classe e che stava per soppraffarmi. Marilouise, ignara della mia metamorfosi animalesca, scatenata dalla sua natura selvatica e inconsapevolmente primordiale, mi si avvicinò e con le labbra mi bisbiglió qualcosa come di girare la pagina del libro. Mi si avvicinó cosí tanto che il suo respiro si confuse con il mio, il suo alito felino mi annientó disorientandomi. Non lo potei più sopportare oltre, era troppo anche per me che l'adoravo e me ne allontanai rapidamente. Sopravvisuto alla lezione tornai a casa e, dopo pranzo, chiesi a mia madre perchè io non avessi mai avuto uno spazzolino da denti. Ma, veramente noi non... balbettó lei, finora non l'avevi mai chiesto, si giustificó. Il dentista peró ha detto che dovrei curare l'igiene della bocca, o sbaglio? É vero, ammise mia madre mortificata. Il giorno dopo avevo il mio primo spazzolino e il mio primo tubetto di pasta dentifricia. Quello mi piacque subito, aveva un forte sapore di menta fresca che mi lasció l'alito piacevolmente profumato. Non capivo esattamente perché quel giorno mi sentissi piú grande, ma avevo una gran voglia di baciare dolcemente la compagna di banco di Marilouise. Celeste aveva tre misure meno di lei é vero, ma le sue forme erano piú proporzionate e aggraziate. La sua compagna di banco mi faceva venire voglia di ascoltare musica dolce e rilassante, come una nenia araba con rumore di acqua che scorre da fontane sorgive. Aveva occhi scuri e grandi, la pelle era chiara e trasparente. I capelli, neri e spartiti al centro, le cadevano simmetrici sulle spalle fragili e i seni si intuivano piccoli e robusti. Marilouise era esattamente l'opposto, niente suoni di nenie orientali o acque di fresca fonte, ma tamburi tribali lontani, battuti con mazze di legno che bruciavano gagliarde alla fiamma di fuochi pericolosamente vicini alla nostra pelle. L'ululato disperato dei lupi mi mancava, Celeste mi offriva tranquillitá e cinque centimetri circa di dentifricio spalmato su uno spazzolino con setole sintetiche al giorno, ma questa é un'altra storia. 

 

 
 
 

FRAGILE: Regalo di natale

Post n°109 pubblicato il 05 Gennaio 2013 da alex.canu
 

 

 

    Il primo paio d'occhiali da sole che ho avuto erano della Bausch & Lomb. Li portavano i piloti dei caccia americani. Mi costarono un occhio e li persi in chiesa, nella cattedrale di San Nicola. Li dimenticai sopra un banco e quando tornai indietro dopo venti minuti già non c'erano più. Una signora anziana mi disse che un giovane con i capelli biondi come l'oro li aveva presi. Lo disse con un tono ispirato, quasi mistico. Oggi sospetto che sia stata proprio lei a portarseli a casa. Mai fidarsi delle signore anziane, sopratutto in chiesa. Così risparmiai ancora e riuscii a ricomprarmene un altro paio, sempre a goccia, col ricciolo dorato. Un amico mi disse che il ricciolo serviva per quando ti voltavi in moto e il vento te li poteva strappare via. A me il secondo paio di Ray Ban non me li portò via il vento, ma un gruppo di hooligans di Sorso. Era proprio il giorno del mio compleanno e me ne stavo seduto da solo su una panchina ai giardini pubblici. Mi si avvicina questo gruppo di teppisti e uno mi dice, mi fai provare i tuoi occhiali? sai me ne devo comprare un paio proprio come i tuoi, ma non sono tanto sicuro. Io gli dico di no e allora un altro, con la faccia da delinquente, mi viene vicino e con tono minaccioso mi intima, è meglio se glieli fai provare. Io mi levo gli occhiali e penso che è l'ultima volta che li vedo. Il ragazzo che me li aveva chiesti se li misura, guarda verso il cielo, sorride e dice, belli sono proprio così che li stavo cercando. L'amico si mette a ridere e quelli scappano tutti insieme. Sono rimasto seduto su quella panchina per un altro quarto d'ora buono, con l’aria imbambolata, la gente mi scambiava per un tossico, poi mi sono alzato e me ne sono andato. Avevo un appuntamento con una ragazza con la quale uscivo da qualche settimana e quella mi dice, ma dove sono i tuoi occhiali da sole che non te li levi mai? Io le dico che me li avevano appena rubati e lei deve aver pensato che ero un fesso. Infatti dopo neanche quindici giorni mi ha lasciato senza darmi una parola di spiegazione. Non ho più avuto da allora un paio di Ray Ban a goccia, anche perchè nel frattempo erano già passati di moda, fino a pochi mesi fa, quando me ne sono ricomprato un altro paio, il terzo. Forse per questo motivo dio ha voluto darmi il dono raro e curioso di trovare occhiali dappertutto, da sole, da vista, da presbite per leggere da vicino e da miope per guardare lontano. Occhiali di tutti i generi, alla moda, di foggia antiquata, vintage, da pensionato con la montatura dorata o in ottone leggero. Ho trovato occhiali sulle spiagge, per la strada, negli spogliatoi dei grandi magazzini, nelle cunette delle mulattiere o spaccati sull'asfalto. Ho trovato occhiali di tutte le marche, Vogue, D&G, Bounty, X-Ide, Dior e altre griffe di cui non mi sono curato. Molti non mi sono chinato neppure a raccoglierli. Alcuni li ho tenuti per me, tutti gli altri li ho regalati.

    Sopra una panchina di granito trovai una volta un paio di occhiali da vista in plastica dura, con la montatura grossa e nera d’altri tempi, pesavano un quintale. Mi davano un un’aria alla Ray Charles. Entrai da un ottico e chiesi se potevo metterci le lenti da sole. Lui mi disse che si poteva fare ed ecco che avevo un paio d’occhiali da sole nuovi di zecca. Mi durarono una vita, non riuscivo a perderli. Alle volte li abbandonavo di proposito, ma quando tornavo indietro stavano ancora li, non piacevano a nessuno e nessuno me li voleva rubare. Io mi ci ero affezionato perchè una volta, una ragazza che mi piaceva, mi aveva detto che quegli occhiali potevano stare bene solo a me. Io lo presi come un complimento. Dovrebbero stare ancora da qualche parte, dentro un cassetto magari o dentro una di quelle scatole, dove finiscono le cose che non vogliamo più o di cui non riusciamo a liberarci. Un giorno li voglio cercare per metterli ancora e guardarmi allo specchio come facevo sempre.

    Non ho saputo resistere alla tentazione e qualche anno fa, in seguito all'enorme successo di “The Matrix”, un film fantascientifico, in cui una tecnologia crudele e dittatoriale annienta il libero arbitrio di ciascuno di noi, mi sono comprato gli splendidi occhiali da sole di Neo, l'Eletto. Mia moglie ha cercato di dissuadermene in tutte le maniere, ha fatto appello al precario bilancio familiare, al bambino ancora piccolo, al mutuo infinito da pagare, alle bollette, persino alle mie precarie capacitá di ricordare dove lascio le cose, alle alluvioni, alle cavallette, alle sette piaghe d'Egitto. Niente, non c'é stato verso, quando un uomo prende una decisione non torna più indietro. Acquistai, pagandoli una fortuna, un paio di Silhouette originali. Erano leggeri come piume, bellissimi. Dico, "erano", perché non li possiedo piú. Era estate e faceva un caldo torrido. Tornavo dal mare, avevo il bambino a cavalluccio sulle spalle, lo zaino distrattamente buttato a tracolla. La tasca esterna era rimasta aperta e quelli devono essere saltati giù, in una parte non meglio chiarita della spiaggia o nella stradina polverosa che porta al parcheggio delle auto. Sono corso indietro ripercorrendo lo stesso tratto di spiaggia, ma dei miei occhiali da sole nuovi nessuna traccia. Ho chiesto in giro, alla gente sdraiata sotto gli ombrelloni, ma nessuno ne sapeva niente, nessuno li aveva visti. Li avevo comprati da appena due mesi, li custodivo come una reliquia della croce di Gerusalemme. Dopo l’uso li riponevo sempre nell’astuccio di plastica nera rigida. Qualcuno mi puó spiegare perché gli occhiali a cui tengo di più li perdo con sconcertante facilità, mentre quelli che trovo, o che non mi piacciono in modo particolare, mi rimangono attaccati per sempre?

  Due anni fa camminavo vicino alla porta di Brandemburgo a Berlino, sulla Tiergartenstrasse che taglia in due i giardini omonimi. Piccoli carriarmati color pastello, come giocattoli montati sopra piedistalli di cemento, testimoniavano di un recente passato fatto di sospetti e reciproche crudeltá. Li osservavo, affascinato dal loro aspetto infantile e tragico. Poco sotto, a ridosso della siepe che ci separava dalla esposizione, una panchina di legno scuro lasciava brillare un oggetto. Mi avvicinai e osservai con curiosità un paio di occhiali da vista, con montatura in acciaio leggermente brunito a riscaldare la fredda superficie del metallo crudo. La foggia era degli anni settanta e chi li aveva posseduti, fino a qualche attimo prima, doveva essere certamente un signore anziano. Le lenti erano appena rigate, montate su una cornice rettangolare stondata agli angoli. Portavano inciso sulle stanghette un codice: “bz 22 co2”. Un paio di occhiali così si potevano vedere in quei film di spionaggio sulla guerra fredda, dove sovietici e americani si scambiavano i rispettivi prigionieri sul ponte di Potsdam, non tanto lontano da Berlino. I due nemici camminavano lentamente, provenendo dalle rive opposte del fiume, dove agenti schierati del K.G.B. e della C.I.A. vigilavano che le operazioni andassero a buon fine e si evitasse una guerra nucleare. I due prigionieri si incontravano per un attimo appena, scambiandosi un rapido sguardo. Ecco, il prigioniero dell’est poteva avere degli occhiali come quelli, magari con una delle lenti rotte. Li raccolsi e me li misurai, calzavano perfettamente, ma non potevo vedere con chiarezza dato che le lenti avevano una leggera graduazione da miope. I carriarmati giocattolo apparivano deformati, come dietro un vetro antico, la bocca del cannoncino era puntata minacciosamente verso il cielo e il piedistallo appariva pericolosamente inclinato. Me li levai e attesi per qualche minuto, ma nessun membro del Komintern venne a reclamarli. Immaginai kilometri di filo spinato, grida di Achtung!, raffiche di mitragliatrice, e rimproverai mutamente le lenti di non essere rotte. Li misi dentro la borsa e tornato in albergo li interrogai a lungo, ma niente raccontarono. Mi spiegai tutto ció con la paura del muro e del blocco sovietico, una guerra di spie? Cosa significava la misteriosa sigla “bz 22 co2”? Un messaggio in codice? Digitai l’enigmatica sigla su google, ma apparvero solo messaggi di fatine disponibili in mises di lingerie striminzite, non lontane dalla cittá dove vivo attualmente. Il mistero rimase tale, ma qualche giorno dopo, in una fredda mattina di febbraio, notai un signore con degli occhialoni anni settanta all'angolo della strada. Indossava un pesante cappottone grigio, portava il bavero rialzato, la sciarpa era di lana grezza, incrociata sul davanti e un cappello nero di feltro. Si riscaldava le mani guantate, dandosi piccoli colpi secchi, che risuonavano come schiocchi nel mattino gelido. Dalla bocca gli usciva vapore denso. Mi puntava I suoi piccoli occhietti da topo miope, fissandomi con inspiegabile insistenza. Mi fermai per un attimo a osservarlo, mormorai con le labbra la sigla misteriosa, “bz 22 co2”, se alle volte quell'uomo potesse riconoscerne il senso e lui mi rispose, inaspettatamente, facendomi un segno, una dolce alzata delle sue sopracciglia folte. Poi scattò il verde e ognuno prese una direzione diversa. Quando mi voltai, vidi il signore col cappotto che ancora mi osservava con fare ammicante. Indeciso sul da fare allungai il passo.

   Una domenica sera, battuta da una pioggia lamentosa e buia, rientravamo a casa in automobile. Il bambino dormiva sdraiato sul sedile posteriore. Il ritmare lento e noioso dei tergicristalli faceva da contrappunto allo scivolare delle ruote sull’asfalto bagnato. Rallentai a poche centinaia di metri da casa, nel nostro stesso quartiere, perché alcuni ragazzi facevano a botte, occupando l’intera corsia destra e parte del marciapiede. Due auto erano parcheggiate sghembe e gli sportelli erano completamente spalancati.  Alcuni ragazzi, come sempre in questi casi, tiravano via i loro compagni, cercando di calmare gli animi, ma i due contendenti erano decisi a spaccarsi la faccia a vicenda. Si colpivano con calci e schiaffi che non andavano mai a segno, uno di loro perse una scarpa che gli scivolò via disperdendosi lontana.  Mi fermai ad osservare, non ascoltando le esortazioni di mia moglie a tirare dritti per la nostra strada. Lasciai andare i tergicristalli che spostavano ritmicamente la pioggia che cadeva. Quando i ragazzi si allontanarono, sgasando e facendo stridere le ruote sull’asfalto, notai sulla strada bagnata una macchia nera che brillava, come di vetro scuro. Mi chinai e raccolsi un bellissimo paio di “Persol” da sole, con una montatura marrone che imitava l'osso di tartaruga. Una delle due stanghette si era rotta, ma ripararli non sarebbe costato eccessivamente. Ero quasi sicuro di sapere a chi appartenessero, ma assolsi me stesso pensando che non si puó scendere dalle automobili e bloccare il traffico, per suonarsele fra bande rivali di giovinastri ubriachi e facinorosi. Non restituirli sarebbe stata la giusta ammenda per un atto di inciviltá, cosí mi tenni gli occhiali Persol. Ripararli mi costó effettivamente poco e mia moglie mi accusò di essermi fermato apposta per fregare qualcosa a quei poveri ragazzi ubriachi. Naturalmente non è così come sostiene lei. Peró poco tempo dopo, sempre di notte, sempre in automobile, sempre col bambino che dormiva dietro, tornavamo da una breve gita domenicale. Eravamo stati in Umbria, sulla valle del Tevere, in una magnifica giornata di sole, pranzo in trattoria, foto al bambino e tutto il resto. Tornavamo a casa, dicevo, sará stato verso mezzanotte, lungo un rettilineo, ad una ventina di kilometri da casa, un gattino bianco mi attraversa la strada e si blocca sulla linea di mezzeria. Per non prenderlo in pieno schiaccio con tutti e due i piedi sul freno e inchiodo la macchina. Il gattino fugge via spaventato, ma passano due secondi appena e sento una grande botta che mi manda l'automobile due metri piú avanti. Grido, porca puttana, mia moglie si mette a strillare, si sveglia il bambino e chiede con voce piagnucolosa cosa è successo. Quando scendo dalla macchina tre graziose ragazze mi aggrediscono, insultandomi e  chiedendomi a gran voce perché cazzo avevo frenato di colpo. Io rispondo che un animale, improvvisamente, mi aveva tagliato la strada costringendomi a scegliere se ucciderlo o frenare. Capisco quello che è successo, ma sono disponibile a riconoscere la mia colpa e pagare i danni. Le ragazze si calmano, forse colpite dalla storia del povero animale scampato alla morte, invece mia moglie si agita sempre di piú. Mi dicono che stavano andando in discoteca, sono giovani e carine, elegantissime, con i tacchi alti e spaventate per quello che era successo. Quella che guidava mi dice, tra le lacrime, che il padre le aveva lasciato l'automobile solo dopo ore di assalto frontale, e ora ecco quello che le avevo combinato. Le dico di non preoccuparsi, che loro non hanno colpa di niente, che avremmo compilato il C.I.D. Il cid?, pronuncia lei stupita. Cos'é il cid? Mi ripete sospettosa. Il C.I.D.  le spiego, é la constatazione amichevole dei danni subiti e provocati. Dovrei averne una copia nel cruscotto, le dico. Adesso lo prendiamo e lo compiliamo insieme, facciamo il disegnino con le parti entrate in collisione, prendiamo tutti i dati e domani lo porti dal tuo assicuratore. Vedrai che tutto si risolverà in pochi giorni e la macchina di tuo padre tornerà nuova come prima. Mia moglie mi osservava estereffatta mentre aprivo il cruscotto e prendevo, in mezzo a mille carte disordinate, un cid sgualcito. Ecco, dico alla ragazza, adesso lo compiliamo, tu scrivi qui che..., su questa riga…, no su quest'altra forse. Guardavo il foglio di carta, ma non riuscivo a leggere il carattere piccolissimo col quale era scritto lo stampato. Frugai in macchina alla ricerca di un paio di occhiali da lettura, dovevo averne uno da qualche parte. Trovai occhiali da sole con le montature piú fantasiose, a goccia, tondi, quadrati, anni settanta e ottanta, da ciclista variopinti come gli occhi dei calabroni, retrò, con le lenti verdi, marroni e sfumate. Trovai di tutto, tranne gli occhiali per leggere da vicino. Le ragazze intanto si spazientivano. Quando ce ne andiamo da qui? ripetevano. Dobbiamo aspettare, perché il signore non trova gli occhiali per leggere il cid, fece la simpatica guidatrice. Cos’è il cid? gridarono le altre due sceme. La prima glielo spiega e quelle dicono, ah beh, allora facciamo l'alba! Mi offesi, lo posso dire? mi offesi a morte e allora chiesi a mia moglie di completare lei la parte nostra nel cid del cazzo. Io mi chiusi in macchina e finsi di tranquillizzare il nostro bambino che continuava a piagnucolare, chiedendo quando saremmo tornati a casa. Pensai ai ragazzi che avevamo sorpreso ad azzuffarsi sotto la pioggia e mi convinsi, ancora di più, che ogni cosa fatta é resa. Da quel giorno, dentro al cruscotto dell’automobile, tengo sempre due paia di occhiali da lettura, non si sa mai.

   Qualche settimana prima di natale faceva veramente freddo, tirava una tramontana dritta e nervosa che non lasciava mettere il naso fuori di casa. Ero molto indeciso se mettere tuta e pantaloncini e andare a fare una corsa, oppure starmene a casa a oziare un pochino. D’altra parte, avrei potuto alternativamente approfittare di quel pomeriggio, per andare in giro per negozi e tentare di mettere insieme un qualche regalo da sistemare sotto l’albero pieno di luci colorate, che avevamo preparato qualche giorno prima.  Mancavano ancora una decina di giorni al natale, ai regali avrei pensato più avanti. Indossai un k-way, misi un berretto di lana in testa e partii verso una strada di campagna, dove lascio solitamente l’auto parcheggiata, sotto un grosso albero. Infilai guanti e auricolari e feci qualche saltello di riscaldamento, mentre altri atleti mi sorpassarono. Chiusi bene ogni fessura da cui poteva incanalarsi aria gelida e allungai il passo in una rapida camminata che precedeva la corsa vera e propria. Durante questi ultimi giorni, lunghe e furiose pioggie si sono abbattute sulla nostra regione e le strade sono state invase da tonnellate di terra argillosa che ne ha modificato il tracciato e reso disagevole il percorso. Quel pomeriggio però, nonostante il freddo pungente, il cielo era azzurro, così decisi di tenermi in allenamento e vincere la mia solita pigrizia. Dopo qualche centinaio di metri di corsa lenta e svogliata, mentre guardavo distrattamente le cunette ai lati della strada, completamente ricolme di terriccio, vi scorsi una custodia in pelle scura, aperta come un frutto devastato. Mi avvicinai e mi chinai a raccoglierla, dentro era piena di terra umida e, sepolti dentro quel feretro di pelle, un paio di occhiali vintage con lenti sfumate emergevano come un misterioso reperto archeologico. Difficile dire se fossero da uomo o da donna. La montatura in plastica, color ocra striata di marrone, di grosse dimensioni, avvolgenti, lasciava pensare ad un paio d’occhiali da donna, ma oggi chi ci capisce più niente. Ho visto ragazzi con montature enormi, vistose, più adatte alle ragazze che non alla tradizionale sobrietà maschile, ma da qualche tempo queste distinzioni quasi non esistono più. Il design degli occhiali da sole è sfuggito di mano alle industrie del settore. Forme sempre più barocche si sono impadronite della comodità e praticità di stanghette e montature. Sembrano monumenti progettati da una mente contorta e visionaria. Le vecchie stanghette di una volta non esistono più, sostituite da curiose impalcature di supporto per griffe sempre più complesse ed aggressive. Ogni lente è marchiata in modo da essere riconoscibile anche da lontano. Gli astucci, fino a non molto tempo fa, erano delle semplici custodie che accoglievano gli occhiali con misurata discrezione. Oggi anche queste solidali compagne, custodi vigili degli occhiali, si sono evolute gonfiandosi a dismisura. Siliconate, pompate, nutrite con ormoni animali, formano delle sculture apribili, a zip, a scatto, con complessi meccanismi tecnologici. Sono oggetti a se stanti, difficilmente collocabili all’interno delle borse o delle tasche umane. Guardai la marca: Vogue; le stanghette: Vogue; entrambe le lenti: Vogue; la custodia e la pelle di daino interna: Vogue. Mi infilai tutto nella tasca del k-way e mi avvicinai ad un rigagnolo d’acqua, sciacquai dalla terra e dal fango, immergendo la custodia e gli occhiali fino giù in fondo. Tornai in macchina e rimisi in moto per tornare a casa. Digitai su internet la parola Vogue e andai alla ricerca di quel tipo di occhiali da sole. Quando li trovai rimasi senza parole, quei trenta grammi circa di plastica colorata, costavano un patrimonio. Ripulii in acqua calda e sapone la montatura, lavai per bene la monumentale custodia, svuotandola del fango, della terra, della polvere che poteva contenere e lasciai asciugare per un paio di giorni all’aria aperta. Tutto tornò come nuovo, incredibilmente pulito e brillante. Pochi giorni dopo sarebbe stato natale.

 
 
 

Come si puˇ non amare una gallina?

 

 

Una sera di maggio romano, 

di quelle che non ti lasciano tornare a casa. 

Perchè a Roma basta una sera di maggio 

per farti sentire che la tua casa 

è dove stai in quel momento. 

Roma ha questo potere, 

di farti sentire le sue strade come casa tua, 

Non ne hai paura, 

perchè niente può accadere a Roma 

che ti faccia del male, 

non quando è maggio 

e l'aria si fa improvvisamente densa e calda 

e ti avvolge per proteggerti 

o per ammaliarti. 

 

   Mi trovavo nei pressi di largo Argentina, quasi all'una di notte  indeciso se prendere il primo tram e andare a casa oppure, allungare di qualche centinaio di metri e raggiungere la fermata successiva a piedi. La mattina successiva mi sarei dovuto alzare molto presto e avrei fatto bene ad andare a dormire prima possibile. Dalle parti di largo Argentina si accede al quartiere buio e misterioso del ghetto ebraico. Passando da largo Arenula per via di sant'Elena, sbagliando per vicolo Paganica e perdendosi in una ragnatela di vicoli tortuosi, su cui si affacciano piccoli negozi di stoffe, seguivo il chiacchiericcio di una fontana. Seguii il suo rumoroso rimprovero che mi diceva, torna a casa, ma anche, trovami, se ti riesce e così tagliai via dei falegnami e passai in un altro dedalo di vicoli addormentati. Lo scrosciare dell'acqua si avvicinava e poi scompariva rapidamente, per poi farsi ancora vicino. La trovavo e la perdevo. Volevo bere di quell'acqua, tuffare le mani nella vasca dove cadeva e sorridere della mia inutile ricerca. Mi ritrovai a via della Reginella e li il richiamo si fece più forte. Un gatto stava accovacciato su un uscio di casa e mi disse, è là la fontana che cerchi, tonto. Mi voltai a rispondergli, ma lui guardava già da un'altra parte, di nuovo tornato gatto. Trovai piazza Mattei, piccola e sola. Al centro, una fontana di inimmaginabile bellezza lanciava la sua acqua, con l'unico scopo di formare uno specchio quadrato, con lobi ad angolo, sul quale riflettere i bei palazzi che vi si affacciano. Da quattro grosse conchiglie, altrettanti efebi si torcono per aiutare quattro tartarughe a salire sulla vasca superiore. Lo scrosciare dell'acqua e il rumore che produceva la sua caduta verso il basso, era musica che si componeva in quel momento per me solamente. Gli efebi, i putti, le tartarughe, la pietra stessa di marmo africano, suonavano misteriosi strumenti musicali. Girai attorno alla fontana, affascinato da quel concerto e da quella bellezza inaspettati e li, sull'altro lato delle fontana, nascosta dalla mano del giovane fanciullo che spingeva in alto una delle quattro tartarughe, appollaiata sull'orlo della vasca, una gallina vera osservava con curiosità ogni mio movimento. Il suo piccolo capo si muoveva a scatti, facendo danzare la cresta, rossa come fiamma e i barbagli che le penzolavano sotto il becco. Mi fermai, ma la gallina gorgogliando tristemente mi disse, avvicinati, non avere paura. Mi feci dappresso all'antico volatile e lei senza dire nient'altro, scoppiando improvvisamente in lacrime, mi recitò questa poesia.

 

Come si puó non amare una gallina,

quando ti osserva con stupita malagrazia,

legando la sua ossessiva curiosità

allo stolido ruotare del capo di rosso scarlato, 

Il becco diamante che fruga nel creato

 

Come si può non amare lo sguardo trasognato 

di animale inquieto, inconsapevole memoria 

di mostri rapidi e tirannici, che con agili zampate 

si avvicinano, rimbombando la terra di stridi, 

al culmine di meteore disorientate e definitive,  

impossibili ad estinguersi in alito di mostri

 

Come non amare una gallina,

robusto trofeo, conquistato dalla mano che osserva

allarmata, avvicinarsi cauta al suo occhio stupito,

quando il collo le torcerà, 

nel coccodé reiterato, gridato di gola, 

nelle zampe che cercano frammenti di ramo

 

Come si puó non amare una gallina,

quando simula con sapienza la sua origine terragna,

in un breve volo che sparge bianche e ambrate penne,

nel terreno greve da cui si stacca con goffa leggerezza,

approdando, in precario equilibrio, su reti di pollaio 

legate con doppio fil di ferro a pali di legno, 

comprati a buon mercato

 

Come si puó non amare una gallina, 

proprio quella, quando cova il suo stesso respiro,

la sua stessa carne  ancora in farsi, nascosta a guscio,

modellando con ottusa inconsapevolezza

forme che mai pari ha conosciuto,

ne in arte, dolce e ombrata, ne in freddo marmo costrutto

 

Come si può non amare di gallina l'uovo

due cerchi opposti e pari d'asse,

grande l'uno, piccolo il gemello,

raccordati con curvature di perfetta tangente,

nella quieta pace di un volto che madonna le ha prestato,

sia di Piero o d'altro artista che a lui si abbia ispirato

 

Come si puó non amare la domanda prima,

quella di ogni dubbio definitivo e frusto,

la stessa che il maestro quel giorno a scuola pose

e per la quale non v'é soluzione che rovesciata stia

 

La questione prima, la risposta attesa, 

quella che immediata ha la sua contraddizione,

l'assillo ultimo che ti congeda dal giorno

quando trasognato cadi, stupefatto dal tuo stesso sonno

e al risveglio non aspetti più che di gallo il canto.

Il primo, ingeneroso lamento che ti pone a vita la mattina:

è nato prima l'uovo o la gallina? 

 

   Rispondi, se ne sei capace, mi disse prima di volare via. Mi voltai a cercarla, ma lo stesso gatto sornione di prima mi disse, è tutto un sogno caro mio, non lo vedi? Hai immaginato di sentire una gallina recitare una poesia, stai solo immaginando di sentire un gatto che parla. I gatti stanno accovacciati e dormono. Non hanno tempo da perdere in fantasticherie. Torna a casa, dammi retta, domani vai a lavorare e scordati tutto questo. Feci per rispondergli, ma il gatto si voltò ancora una volta dall'altra parte e non badò più a me. D'improvviso il rumore dell'acqua cessò, la fontana si spense, afflosciandosi su se stessa, la sinfonia scomparve. Un meccanismo a tempo regolava il suo splendore. Dopo le due di notte la sua bellezza svaniva, come nella favola di cenerentola le carrozze d'oro tornavano ad essere zucche. Le tartarughe e gli efebi mi apparvero degli esseri inquietanti, le vasche dei pericolosi abissi su cui una luna stanca rifletteva i suoi freddi raggi. Mi voltai e ripercorsi la strada all'incontrario, ma stavolta presi per via dei Funari, voltai a sinistra su via Caetani e mi ritrovai in un lampo in via delle botteghe oscure. Due ragazzi, addossati al muro, aspettavano alla fermata. Chiesi dell'87 barrato, non mi risposero, si stavano baciando. 

 

 
 
 

I RACCONTI DEL LABBRO LEPORINO: L'ALBA (prima parte)

Post n°107 pubblicato il 18 Novembre 2012 da alex.canu

 

 

 

 

   Le aveva chiesto del sale o dello zucchero, su questo punto le loro versioni erano contrastanti. Lei sosteneva che lui si era avvicinato alla loro tenda, con la reale intenzione di chiedere del sale, per condire l'insalata o per l'acqua della pasta. Lui era sinceramente convinto che avessero bisogno dello zucchero. Lo proverebbe il fatto che, quando affrontò il breve vialetto in salita che li separava, era appena passata l'ora del pranzo, quindi era per il caffè che aveva necessità di chiedere dello zucchero.

   Le ragazze avevano osservato con divertita curiosità i tre ragazzi arrivati la mattina sul tardi e che subito avevano iniziato a montare quella tenda nella piazzola accanto alla loro. Si erano dati da fare per tutta la giornata con quei picchetti, ma non sapevano come piantarli perché non avevano pensato di prendere un martello e metterlo tra i bagagli. Avevano provato con qualche pietra rimediata qua e la, senza alcun risultato. Per l'ora del pranzo la tenda stava ancora giù per terra, come un sacco vuoto abbandonato a se stesso. Quei tre non avevano la più pallida idea di come si montasse una tenda. Le ragazze osservavano quei ragazzi e pensavano che tre più incapaci di quelli non potessero capitare, così decisero di andarsene al mare a fare un bagno e prendere il sole. Quando tornarono nel tardo pomeriggio, la tenda stava ancora buttata per terra, ma dei ragazzi neppure l'ombra. Osservarono gli zaini abbandonati, lasciati aperti indolentemente, senza nessuna preoccupazione che li potessero rubare. Li raccolsero e li misero vicini, insieme, come per dargli una parvenza di ordine, ma dubitarono che avrebbero mai notato la gentilezza del loro gesto. Che ti sembra di quei tre? Aveva chiesto Barbara a Stefania. Non saprei, mi sembra che non abbiano mai fatto un campeggio in vita loro, rispose la sorella con un leggero sorriso. Io comunque mi prendo quello con la barbetta, fece Stefania alle due ragazze. Barbara, al contrario, non amava particolarmente i ragazzi che si lasciavano crescere la barba, diceva che le irritavano la pelle e che avrebbe scelto quell'altro, anche se mostrava di avere qualche chilo di troppo. Non m’importa un bel niente, disse, ha dei capelli lunghi che mi piacciono. A te lasciamo quello più piccolo, dissero, rivolgendosi all'amica rimasta fino a quel momento in silenzio. Con quell'aria esistenzialista pare fatto apposta per te. Stella non protestò, a lei i ragazzi non piacevano, li trovava stupidi, troppo semplici, prevedibili e superficiali. Da quando erano arrivate, appena due giorni prima, si era invaghita subito di una ragazza con i capelli rossi. Era lì col fidanzato che si baciavano in continuazione, ma ogni tanto quella le lasciava colare uno sguardo distratto, malizioso e sghembo, che le bruciava le viscere. Non accadde niente, perché il giorno dopo partirono e chi s’é visto s’é visto. Per me te li puoi prendere tutti e tre, rispose Stella con un tono risentito, mentre iniziava ad avvolgersi un asciugamano per andare alle docce pubbliche. Allora io vado, disse, oggi spetta a Barbara mettere su l'acqua per la pasta, di barattoli di tonno ne abbiamo solo due, domani li dovremo ricomprare. Più tardi sarà meglio fare una lista della spesa.

    Quando raggiunse i bagni, vide uno dei ragazzi che avevano lasciato zaini e tenda vicino a loro. Era quello più piccolo e se ne stava seduto sul gradino di cemento. L'acqua che usciva dalle docce, spargendosi sul pavimento sporco, gli stava quasi arrivando addosso, ma sembrava non preoccuparsene. Si guardava con attenzione le unghie dei piedi e pareva che quell'osservazione lo avrebbe tenuto occupato per tutta la giornata. Ciao, gli disse Stella, guarda che l'acqua ti arriva fino ai pantaloni. Il ragazzo smise per un attimo di contemplare le sue unghie e le rivolse un cenno distratto col mento, senza dire una parola. Stella notò un piccolo taglio sul labbro superiore che la fece rabbrividire, mettendole un po’ di disagio. Non era una ferita, ma una cosa che conosceva molto bene. Dopo qualche secondo di attesa, come se le stesse concedendo un grande favore, il ragazzo si spostò di alcuni centimetri verso il cemento asciutto. Non fa niente, rispose lui inaspettatamente e la sua voce, chissà perché, le ricordò quella di un suo compagno di classe alle elementari. Un ragazzino perennemente perduto in un suo mondo parallelo che non si era mai capito bene se avesse i genitori o fosse stato dato in affidamento a dei parenti. Io mi vado a fare una doccia, disse lei senza troppa convinzione. Ah, va bene, disse lui proteggendosi gli occhi dal sole, scende solo acqua fredda pare. Non é un problema col caldo che fa, gli rispose Stella.

   Su al campeggio il frinire forte delle cicale, insieme alla polvere, entrava fin dentro i pori della pelle. Potevi tapparti le orecchie con le mani, chiuderti la bocca, ma da ogni, apertura del corpo ti entrava quel segare continuo e inarrestabile. Gli alberi, la macchia, persino i più bassi e polverosi cespugli, erano carichi di quel suono ossessivo e continuo. I sassi stessi, avresti detto, emettevano segretamente lo stesso rumore. Proprio in quel momento Stefania stava osservando un sasso, liscio e arrotondato, che i ragazzi continuavano a usare come  martello, cercando di infilare un’ostinato picchetto d'acciaio dentro la terra. Guarda che tonti, disse a sua sorella intenta a mettere su l'acqua per la pasta, non si accorgono che basterebbe spostare la tenda un poco più in la. Il terreno ha la roccia sotto e non riusciranno mai a piantare quei picchetti. Lasciali martellare, ironizzò Barbara, alla fine gli verrà fame e dovranno venire qui da noi. Piuttosto, mi sa che dovremo prendere la pentola più grande e aprire tutte e due le scatolette di tonno perché, ne sono certa, stasera avremo ospiti a cena. Tu ti prendi quello con la barbetta allora? Già, replicò Stefania, però se te lo vuoi prendere tu non ne faccio un problema, anche quello più robusto con i capelli lunghi non é male. No, va bene così, concluse Barbara, riempiendo d'acqua la pentola più grande che avevano. A Stella cosa diciamo? Niente, quello piccoletto che avanza se lo prende lei, tanto la rossa che le interessava é partita ieri col fidanzato. A lei interesserà solamente parlare e lamentarsi della vita e delle sue gambe lunghe, come fa di solito. Intanto incominciava a fare buio, protetti da quel bosco fitto di pini, la luce del sole rimaneva incollata nei rami più alti a indorarli e rendere l'atmosfera così irreale da far sentire i suoi ospiti come all'interno di una sfera magica. Le cicale continuavano a segare come disperate, ma qualche zona già ampia, fra gli alberi e i cespugli bassi della macchia mediterranea, era stata ceduta ai grilli che ne avrebbero occupato il posto con un canto più quieto e ritmato. Fu pressappoco in quel momento che tornò il ragazzo che stava seduto sui gradini delle docce. Vedendo i suoi compagni ancora intenti a picchettare con grande fatica osservò, ma se ci spostassimo di mezzo metro, non sarebbe meglio? qui é tutto sasso e i picchetti non riusciremo mai a piantarli. Le ragazze si voltarono stupite da tanto acume e osservarono il piccoletto con meraviglia. Ho cambiato idea, disse Stefania mettendosi un dito tra le labbra, il nanetto me lo prendo io e a Stella lasciamo il Che Guevara con la barbetta. Risero mentre contavano le forchette, ce n'erano solo cinque, una di loro avrebbe diviso la sua con le altre.

   Quando Stella uscì dalla doccia, ci rimase male di non ritrovare il ragazzo che stava seduto sui gradini di cemento. Si era immaginata, chissà perché, che lui l'avrebbe aspettata e s’indispettì per quel desiderio da brava ragazza. Che m’importa, disse a se stessa. I capelli erano ancora umidi, aveva chiuso shampoo e sapone nella borsa igienica e scese i tre gradini. I piedi che scivolavano dentro le infradito si sporcarono di terra e lei commentò la cosa in maniera poco elegante. Quando arrivò dalle amiche, si accorse che i tre ragazzi avevano acceso due torce elettriche e stavano finendo di montare la tenda. Lui, il piccoletto, metteva a posto gli zaini e iniziava già a srotolare i sacchi a pelo. Tutta vita stasera! commentò con le amiche, hanno già tirato fuori i sacchi a pelo. Notte di follie! ironizzò Stefania. Aspetta che sentano il profumo della nostra pasta col tonno e poi vedrai, aggiunse Barbara.

   Giomaria! gridò all’improvviso quello più grosso, chiamando l'amico con la barbetta. Lascia stare la chitarra e vieni a darci una mano per sistemare le cose dentro la tenda! Chiama Bartolomeo! replicò questi, continuando ad arpeggiare Home of the rising sun, io ho appena finito di scaricare le moto, fatti dare una mano da lui. There is a house in new Orleans, they call the rising sun... continuò a cantare ispirato Giomaria, osservando col suo sorriso da faina in direzione delle tre ragazze, nella tenda accanto. Bachis! ma che mangiamo stasera? gridò, continuando a suonare la sua chitarra, abbiamo solo scatolette, ma non abbiamo preso né il pane né l'acqua. Non lo so, replicò Bachis, qualcosa ci inventeremo, oppure troveremo "conforto" da qualche parte, disse, sottolineando con un sorriso da gattone peloso le ultime parole e indicando col mento verso la tenda vicina. Bartolomeo si offrì di andare allo spaccio del camping a comprare qualcosa, ma gli altri non erano d’accordo perchè che avevano pochi soldi e poi lì costava tutto troppo caro. Allora non se ne fa niente, disse Bachis, alzando la voce con finto tono sconsolato, guardando disperato verso la tenda delle ragazze, dalla quale iniziava già a farsi sentire un odore di soffritto di cipolle. Vorrà dire che stasera andremo a dormire a stomaco vuoto!

   Bachis, Giomaria, Bartolomeo? ma che razza di nomi hanno quei ragazzi! risero Stefania e Barbara, da dove vengono? Non hanno da mangiare, non sanno montare una tenda, che gente é? sentenziò Stella. Però, è carino quello con la barbetta, come ha detto che si chiama, Giomaria? Suona bene la chitarra e non é per nulla stonato, commentò Stefania, ho deciso, prenderò proprio lui.

   Quando Giomaria si stancò di suonare, tirò fuori come per magia un pallone di plastica rossa mezzo sgonfio, su cui era scritto Maracanà! Fece tre palleggi per saggiare le sue condizioni atletiche, dopodiché fece una piroetta calciando in direzione di Bachis. La palla Maracanà! arrivò rasoterra sui piedi dell'amico che la intercettò di esterno destro, costringendo la sfera a sollevarsi all'altezza del ginocchio. Con questo eseguì due virtuosismi acrobatici, controllando un palleggio perfetto, quindi di tacco, con bel tempismo passò il pallone a Bartolomeo, il quale non riuscì a far altro che pasticciare un colpo di testa che Giomaria faticò a intercettare. Bachis entrò a gamba tesa da cartellino giallo, ma con una rapidità straordinaria riuscì a recuperare il pallone Maracanà! che volò in fallo laterale nel campo avversario, quello delle tre ragazze, come dire, la cena era assicurata. É vostro questo bel pallone? cinguettò Stefi, tenendo il Maracanà! sgonfio tra le mani. Si scusate, cantò Giò, sono desolato, giocavamo in attesa della cena, ma quell'idiota di Bach non ha saputo gestire un mio assist perfetto e l'ha calciato per errore da voi. E`un Maracanà autentico, come lo stadio di Rio de Janeiro dove il 19 novembre 1969 Ed-son Pelè ha segnato il goal numero mille, spero non vi abbia disturbato. As-so-lu-ta-men-te no, flautò dolce Barbi. Mmh, che buon profumino che si sente uscire dalla vostra tenda, gorgogliò Gió, sugo di tonno? azzardó da esperto. Proprio così, ammise con voce di violino Stefi. Noi non abbiamo potuto fare la spesa, siamo stati costretti a lavorare tutto il giorno a montare la tenda, disse Bach avvicinandosi. Già abbiamo visto, disse Barbi, un lavorone concettuale, duro e complesso. Una tenda vecchio-modello, con troppi tiranti, pesantissima. Perfettamente a suo agio in caso di temporali o allagamenti, ma terribilmente complicata da montare. Ce l’ha prestata uno zio dell’amico del fratello della madre di Bart che lavora nella protezione civile, nel settore Grandi Eventi Calamitosi, ammise Gió. Ah beh, certo da un momento all'altro potrebbe scatenarsi l'inferno, sibilò Stella che osservava seduta sulla sua sdraietta la scena prevedibile e basic che si stava preparando. Allora grazie per il pallone e scusate ancora, disse con voce da circostanza Bachis, accennando a prendere congedo. Giomaria lo guardò interrogativo, ma seguì l’amico che si era appena voltato per andare via. Avevano fatto appena pochi passi quando Barbara disse, possiamo mettere un po' d’acqua in più e aggiungere la pasta anche per voi, se vi accontentate, non sarà molta, ma per stasera questo è quello che possiamo offrirvi. Grazie, replicò prontamente Giomaria, accettiamo volentieri, a patto che domani sarete voi nostre ospiti. Come no! Disse a bassa voce Stella. D'accordo risposero in coro le sorelle. I due amici volarono bassi verso la loro tenda ad annunciare a quel morto di sonno di Bartolomeo che l'operazione era andata come ci si aspettava. Stasera la cena é assicurata, disse Bachis, dobbiamo portare qualcosa, quella confezione da sei birre andrà benissimo.

   Verso le nove i tre amici si presentarono col miglior sorriso che avevano a disposizione nella tenda delle ragazze. Bachis teneva in mano le sei lattine di birra, Giomaria aveva portato la chitarra e Bartolomeo stringeva una lampada camping-gaz nuova di zecca. Ciao, io sono Barbara, disse Barbara, lei é mia sorella Stefania e l'altra é Stella, ciao, dissero le tre ragazze. Voi come vi chiamate? Chiese Stefania fingendo di non conoscere i loro nomi. Il mio nome è Bachis, ma gli amici mi chiamano Bach, come il grande musicista austriaco. Già, disse Stella, peccato che non era austriaco ma tedesco. Ah si? si sorprese Bachis, pensavo fosse proprio austriaco, e invece no, dici che era tedesco? Proprio così, replicò Stella con un tono acido che non prometteva niente di buono. Io sono Giomaria, gli amici mi chiamano Giò, é più corto e si ricorda facilmente. Sei tu che suonavi prima Home of the rising sun? Chiese Stefania, cercando di attirare l'attenzione di Gió su se stessa. Certo, disse Giomaria felice di quel cross in area, bellissima canzone, vero? un enver greem che non passa mai di moda. Un "enver greem"? osservò Stella sbalordita. Ehm, dopo ce la suonerai ancora? gli venne in aiuto Barbara, assestando una leggera gomitata alla sua sgraziata amica. Ma certo! disse con entusiasmo Gió non accorgendosi di niente, come no. E l’altro come si chiama? chiese Stella, indicando il terzo amico, fino a quel momento rimasto in silenzio e provando per lui un’istintiva simpatia. Lui, disse Bachis, si chiama Bartol... Roberto, mi chiamo Roberto, disse Bartolomeo, interrompendo bruscamente Bachis. Roberto? Esclamò Giomaria. Roberto? Esclamarono le ragazze. Roberto? Chiese Bachis sbalordito. Già, Roberto, disse convinto Giomaria venendogli in aiuto, lui é... Roberto! Stella provò un misto di pena, solidarietà e dispetto, per quel ragazzo e lo osservò con occhi attenti per tutta la serata. Era la prima volta che guardava con tanta attenzione un ragazzo e provava, suo malgrado, il desiderio di prendergli la mano. Lo immaginava fragile, insicuro, infelice per quel nome orrendo che doveva trascinarsi come un calvario per tutta la vita e per quel taglio sul labbro che doveva ogni volta giustificare e nascondere. Bartolomeo non è poi così male, pensò, perché se ne deve vergognare? ma accettò di chiamarlo come voleva lui e Roberto fu per tutti.

   Le ragazze venivano da una città del nord e non era la prima volta che visitavano questa bella terra. Ah che mare! sospirò Barbara, non ne ho mai visto un altro uguale. Siamo state qui da bambine con i nostri genitori, ma adesso é tutta un'altra cosa. Di quel viaggio non ricordiamo quasi niente, aggiunse Stefania. E voi di dove siete? chiesero le ragazze. Noi invece siamo di queste parti, rispose Roberto in tono risentito, non ci siamo mai mossi di qui, non sappiamo com'é dall'altra parte del mare. L'altra parte del mare non é un granché, gli venne in sostegno Stella, la gente é ignorante e stupida come dappertutto, lavorano dalla mattina alla sera e non si ricordano più di essere vivi. Il colore dominante della loro esistenza é il grigio e tutto scolorisce nell'indifferenza. Roberto la osservò in silenzio nell'imbarazzo generale che questo sobbalzo di umore nero di Stella aveva provocato e alla fine le sorrise, meravigliando le ragazze per la dolcezza di quel gesto inaspettato. Il labbro superiore di Roberto si tese e anche le altre due ragazze notarono quella virgola strana che rendeva inquietante il suo sorriso. Giomaria approfittò di quel momento per  prendere la sua chitarra e attaccò a sorpresa No woman, no cry. Tutti conoscevano quella canzone e si commossero quando le note passavano dal suono ampio e rotondo del sol maggiore, al re interlocutorio e poi dal mi minore, profondo e grave, al Do maggiore, solenne e saggio.

   No woman, no cry, cantarono tutti insieme e poi discussero a lungo se si dovesse tradurre il testo con: "No, donna, non piangere", o come sosteneva Bachis, con : "No donna, no lacrime", ma forse era stata la birra che avevano bevuto a renderli all’improvviso puntigliosamente filologi, perché anche le ragazze avevano dato fondo ad una loro piccola scorta. Alle due di notte si salutarono, dandosi appuntamento per il giorno dopo a colazione, oppure in spiaggia. É già il giorno dopo, avvertì Stella. No woman, no cry, le replicarono tutti in coro ridendo. Roberto riaccese la sua camping-gaz e si avviò verso la tenda della protezione civile, tornando ad essere Bartolomeo, come sempre, almeno fino all'indomani mattina. Grazie per averci rimesso a posto gli zaini oggi, disse con un sorriso appena accennato. Di niente, risposero le ragazze stupite. Dolce, si lasciò scappare Stella.

 

 
 
 

I RACCONTI DEL LABBRO LEPORINO: L'ALBA (seconda parte)

Post n°106 pubblicato il 11 Novembre 2012 da alex.canu

 

 

 

 

   A mezzogiorno in punto, Bachis aprì l'occhio destro, levò piano il braccio dell’amico che gli comprimeva la narice sinistra e capì perché aveva dormito tutta la notte con la sensazione di non respirare bene. La sua attenzione venne attirata casualmente dai montanti di ferro che reggevano la tenda e si accorse che uno di essi era più corto dell'altro. Lo seguì con lo sguardo per l'intera lunghezza e lo confrontò con una delle due giunzioni che reggevano il tetto. I due tubi di metallo avevano due lunghezze diverse e allora capì che il tubo di sopra, che recava la scritta: “Protezione ci”, andava giunto con quello di sotto, che invece portava una scritta che, fino ad allora, non era riuscito a comprendere: “vile”. Avevano persino la medesima qualità di macchie di ruggine. Si allargò in un sorriso e gridò “Protezione Ci-vile”! Diede di gomito al compagno. Giomaria! Giòma, sai perché non riuscivamo a montare questo cazzo di tenda? Che c'è? Protestò l’amico con la voce impastata dal sonno. Sai perché non riuscivamo a montare la tenda ieri? Lasciami perdere, non me ne frega niente, replicò Giomaria. Perché abbiamo sbagliato l'ordine dei tubi, continuò Bachis, indifferente alle proteste del compagno. Quello sopra andava sotto, cioè quello che sta sul tetto, lo dovevamo attaccare con quello che sta all'entrata e quello dell'entrata lo dovevamo giuntare con l'altro che abbiamo messo sul tetto. Vedi che la porta sta più bassa del dietro? è per quello. Adesso la smontiamo e la rimontiamo per bene. Tu sei scemo, gli gridò Giomaria, è l'alba cazzo! lasciami dormire. Che alba d’egitto, lo sai che ore sono? Non m'importa un fico secco di che ora è, voglio dormire e basta. Dai alzati! gli disse Bachis. Le cicale strillavano come pazze a quell'ora, senza nessuna pietà per gente come loro. Gridavano la loro gioia forsennata, per quel sole a piombo sul campo, che alzava la temperatura e faceva sudare la pelle. Le cicale amano quel sole, quella polvere che si sollevava da sola, sembrava che volesse evaporare dalla terra, come l'acqua del mare che forma le nuvole. Anche la polvere grigia del camping formava delle nuvolette, sollevandosi ogni volta che una macchina passava intossicando i campeggiatori. Quando Bachis e Giomaria, finalmente sveglio, guardarono in direzione di Bartolomeo, si accorsero che il sacco a pelo del loro amico era vuoto. Solo allora si resero conto che dall'esterno della tenda veniva un suono di chitarra con accordi disarmonici. Una voce stonata cercava di stare dietro a quella che pareva la canzone che, da sempre, chiunque voglia imparare a suonare la chitarra, si esercita a fare. Gli accordi più semplici del mondo, mi, la, re, Le bionde trecce, gli occhi azzurri e poi... Sempre la stessa canzone da quarant'anni. Eccolo li, deve essere lui, disse Bachis. La mia chitarra! urlò Giomaria. Quando si precipitarono fuori, videro Bartolomeo seduto su un sasso che cercava di spostare a fatica le dita dal mi al re. Che fai? gli disse Bachis, suono, rispose semplicemente Bartolomeo. Cerco di capire come si suona una chitarra, non si sa mai, può sempre servire. Giomaria gli prese la chitarra dalle mani dicendo che poteva scordargliela. Dai qua che ti faccio vedere come si fa, adesso t’insegno io. Non ho tempo ora, l'acqua della pasta sta già bollendo, fra poco si mangia, replicò Bartolomeo. Bravo! gli gridò Bachis battendogli una pacca sulla spalla, dopo prepareremo anche un buon caffè, abbiamo lo zucchero? No, disse Giomaria, però lo possiamo chiedere alle ragazze, chi ci va da loro? Ci vado io, rispose a sorpresa Bartolomeo, facendo meravigliare i due fratelli. D’accordo, allora dopo pranzo gli vai a chiedere lo zucchero, disse con un sorriso incoraggiante Bachis. A proposito, fece Giòma, Stefania me la prendo io. A me va bene Barbara, disse Bachis. A me non importa, disse Bartolomeo. Ah si? e allora perché vuoi andare tu dalle ragazze? chiese con una punta di malizia Bachis. Per prendere lo zucchero, rispose Bartolomeo, con un sorriso di cartone. Stella lo osservò uscire dalla tenda e poi percorrere il breve vialetto che li separava. Gli sembrò che quella mattina avesse una straordinaria leggerezza nel camminare e poteva giurare che quel ragazzo, timido e scontroso, avesse un sorriso che gli addolciva il volto. Viene qua, pensò.

   Barbara e Stefania erano andate a fare la spesa e lei era rimasta da sola a lavare i piatti, mettere a posto e riordinare la tenda. Quando Bartolomeo arrivò, lo salutò con un semplice ciao e lui non trovò di meglio da dire che avevano l'insalata che bolliva, cioè no, era l'acqua della pasta che dovevano condire e che, cioè, se avevano un po’ di zucchero che gli mancava il sale. Insomma se per quella sera non erano impegnate potevano organizzare qualcosa giù in spiaggia. Giomaria avrebbe portato la chitarra e tutti qualcosa da mangiare e da bere. Disse tutto questo con un'unica lunga boccata di ossigeno, si stupì lui per primo della sua audacia. Adesso però avevano il caffè che veniva su e se...

   Qual’è il tuo vero nome? gli chiese Stella a bruciapelo. Il mio vero nome? domandò lui sorpreso, fingendo di non aver capito la domanda. Come ti chiami veramente? lo incalzò lei. Roberto, mi chiamo Roberto, no? Sei sicuro? disse Stella con una leggera inflessione di rimprovero nella voce. Mi chiamo Bartolomeo, disse, guardando confuso da un’altra parte e pronunciare quel nome gli costò quanto un'ammissione di colpa. Mi chiamo Bartolomeo, un nome così brutto che non lo puoi accorciare o cambiare in nessuna maniera. Se dici Bart sembri uno dei Simpson, se dici Meo sembri uno sfigato. Una volta ho provato a farmi chiamare Lomi, però mi vergognavo, sembravo gay. Quando mi presento a qualcuno che non conosco mi lascio prendere dal panico e allora dico il primo nome che mi viene in testa. Una volta ero così emozionato che ho ripetuto lo stesso nome che porto. Ho detto Bartolomeo, e mi hanno chiesto se quello era lo stesso nome di mio nonno. Non ti preoccupare, disse lei, neanche il mio è un granché. Qualcuno mi prende in giro ogni tanto e mi chiama Stalla, come la casetta degli animali, proprio a me che non ho mai visto una mucca o un asino in vita mia. Come vuoi che ti chiami? gli chiese con un filo di voce che gli arrivò dritto in fondo al cuore. Come ti pare, le disse, non ha importanza. Allora, ti chiamerò come ti chiama tua madre da sempre, col tuo vero nome. D’accordo, rispose lui, però adesso ti aiuto a sparecchiare e ad asciugare piatti e posate. Hai qualcosa contro i gay? gli chiese Stella. Io no, perché? rispose Bartolomeo sorpreso. Niente, così, replicò lei. Ti fa male il taglio che hai sul labbro? gli chiese ancora. Non è un taglio è una cicatrice, precisò Bartolomeo. Si chiama labio-palato-schisi. Lo so come si chiama, replicò con un tono di voce fattosi improvvisamente più duro. Tacquero, allora Bartolomeo iniziò a cantare a bassa voce No woman, no cry, mentre lavoravano in silenzio. Stella lo seguì, ma ognuno cantava una strofa diversa e quando ebbero finito lui se ne andò. Hai portato lo zucchero? Chiesero Bachis e Giomaria. Cazzo lo zucchero! disse Bartolomeo battendosi una mano sulla fronte, mi sono dimenticato. Lo sapevamo che ti saresti dimenticato, fecero i due amici guardandosi preoccupati e ridendo di lui. Non eri andato da Stella per prendere lo zucchero? A proposito, disse Bartolomeo deviando il discorso, che ne dite se stasera ci portassimo la chitarra sulla spiaggia e qualcosa da bere e da mangiare? Ne ho parlato con Stella e mi ha detto che sarebbe una buona idea. Ottima, fece Giomaria con entusiasmo, ricordatevi però che Stefania è mia. Allora dovremmo organizzarci e fare una piccola spesa anche noi. Che ne dite di prendere delle birre e un po’ di carne da fare alla brace in spiaggia? Propose Bachis. D’accordo io mi occuperò di raccogliere della legna per il fuoco, voi ricordatevi di comprare anche un po’ di pane. Mentre Giomaria se ne andava in giro dentro la pineta a raccogliere quel poco di rami secchi e pigne che sarebbero serviti per accendere il fuoco, Bachis e Bartolomeo andarono con la moto in paese a comprare la carne, il pane e la birra. Al supermercato incontrarono Barbara e Stefania, così decisero di fare un conto unico e dividere la spesa. Quando giunsero alla cassa misero le buste sul rullo di gomma e grande fu la sorpresa di Bachis quando, sotto una confezione di prosciutto cotto, vide una scatolina colorata di rosso che aveva una foto con due giovani che correvano a piedi nudi su una spiaggia esotica. Fece appena in tempo a leggere la scritta “ritardanti”, che già Stefania l’aveva spostata e messa insieme alle altre cose sopra il nastro scorrevole. Le due sorelle si guardarono e si sorrisero complici, Bachis e Bartolomeo si fecero invece rossi in volto, fingendo indifferenza, ma non riuscendo in realtà a celare l’imbarazzo. Anche questi li paghiamo ai mezzi? sdrammatizzò Barbara. Tutto, disse prontamente Bartolomeo, recuperando un po’ di senso dell’umorismo. Uscirono dal supermercato che ridevano a crepapelle, erano amici ormai, si conoscevano già da un intero giorno. Caricarono tutte le buste nell’auto delle due sorelle e si separarono, dandosi appuntamento per la sera in spiaggia.

    Che vuol dire “ritardanti”? chiese Bachis a Bartolomeo mentre tornavano al campeggio con la motocicletta. Non lo so, ammise, io non li ho mai usati e tu? Neanche io confessò Bachis, forse vuol dire che certe cose non si devono fare in fretta, che bisogna prima parlare, farsi un po’ di carezze, darsi dei baci, roba così. Ah! ho capito, gridò Bartolomeo sfidando il vento che gli veniva contro.

   I “preliminari”, si dice così, le ragazze vanno matte per i “preliminari”. Delle volte si ricordano più di quelli, che di tutto i resto. Quello che verrà dopo i cosiddetti “preliminari” la segnerà per tutta la vita, disse Bachis con un tono da macho. Speriamo, fece Bartolomeo. Io invece ho sempre avuto dei problemi, ammise preoccupato. Che genere di problemi? domandò curioso l’amico. Niente, che quando è il momento mi batte forte il cuore e non riesco a controllarmi. Io ci provo, resisto, penso a qualcosa di spiacevole per distrarmi, ma non funziona, ogni volta faccio una figura di merda e dopo ci sto male per giorni. Succede anche a me, disse Bachis dopo una lunga pausa, ma non me ne preoccupo, la seconda è sempre la migliore. Le ragazze sono molto più intelligenti di noi in questi casi. Loro lo sanno che noi ragazzi siamo dei Siffredi solo a chiacchiere, l’importante dell’amore, non è l’amore in se, ma la dolcezza che ci metti, bisogna essere se stessi, con i propri difetti se necessario. L’amore non prevede la menzogna, anche farlo per una sola volta è più bello se pensi, ecco, questo sono io, non sono un supereroe, una macchina senza emozioni. Non avevo mai avuto il coraggio di parlarne con nessuno disse Bartolomeo. Neanche io, ammise Bachis, lasciando per un attimo la guida della moto e portando la mano destra indietro, all’altezza della spalla. Bartolomeo la strinse e fu tutto quello che si confidarono in fatto di sesso. Forse quella parola, “ritardanti”, si riferiva proprio a quello, disse Bartolomeo in un guizzo d’intuito maschile. Può essere, replicò Bachis, le donne ne sanno sempre una più del demonio. Ho avuto una fidanzata una volta, avevamo le stesse idee, la pensavamo allo stesso modo su tutto, ma non andavamo mai d’accordo su niente. Forse sarebbe spettato a noi comprarli, ammise Bartolomeo. Comprare cosa? Chiese Bachis. Niente, niente, pensa a guardare avanti. 

   Il resto del pomeriggio lo trascorsero al mare, in spiaggia. Dormirono a lungo sdraiati sulla sabbia, cuocendosi al sole più mite del tardo pomeriggio. Nessuno di loro sapeva effettivamente nuotare, si limitarono a qualche capriola in acqua e qualche tuffo di pancia. Le ragazze raccoglievano conchiglie e vetrini colorati, bianchi, verdi e color dell'ambra che il mare restituiva, levigati e traslucidi. Ci voglio costruire una lampada con i fili di nylon, come ho visto fare in un film francese, disse Stefania, aiutatemi a raccoglierne degli altri. Si alzarono tutti e camminarono insieme lungo la battìgia, cercando vetrini colorati. Scrutando la sabbia si unirono in coppie. Bachis si allontanò con Barbara, Giomaria rimase indietro con Stefania e Bartolomeo raccoglieva pezzetti di vetro, gusci vuoti di riccio e piccoli frammenti di corallo rosso. Metteva tutto nelle mani di Stella che accoglieva quei piccoli oggetti con stupore. Quante cose restituisce il mare, disse. Tutto quello che prende, cose e persone che a lui si affidano, che su di lui si gettano o sono gettati, il mare li riporta a casa, sempre. Spesso nella gioia del ritorno, a volte nella sofferenza che può causare. Anche le persone dovrebbero fare così come fa il mare, non credi? Bartolomeo annuì con la testa, pensieroso. Quando ero piccola, m’infilai un salvagente di plastica, era bianco e blu, semplice ma carino. Non c’erano pupazzetti colorati, né disegni stampati di alcun tipo, solo il bianco e il blu, come le casette del mare. Una ragazzina con i capelli biondi e il costume rosso si tuffò dagli scogli ed io desiderai seguirla. Mi sembrava un angelo e volevo raggiungerla. Mi lanciai in acqua ma il salvagente non mi seguì ed io finii sotto di qualche metro. Vidi la ciambella galleggiare e le bolle d’aria uscire dalla mia bocca mentre cercavo di chiedere aiuto. Mi parve che i capelli d’oro della ragazzina mi avvolgessero per salvarmi, ma erano le braccia di mio padre che mi sostenevano e mi riportavano a galla. Non so perché ti racconto queste cose, disse Stella con una smorfia, fra qualche giorno non ti rivedrò mai più. Bartolomeo rimase in silenzio senza rispondere, guardò più avanti e vide Bachis che abbracciava Barbara, poi tornò indietro a scrivere con un bastoncino qualcosa sulla sabbia. La indicò a Bartolomeo ridendo, facendogli segno di leggerla. Giomaria aveva preso a cavalluccio Stefania e correvano e ruotava su se stesso per farle perdere l’equilibrio e lasciarla cadere sulla sabbia. Forse si baceranno ora, pensò Bartolomeo con invidia. Quando raggiunsero il punto dove Bachis aveva tracciato la scritta, Stella lesse: “ritardati”, la ripetè a Bartolomeo chiedendogli che senso avesse, ma lui sorrise appena, sorvolando. Niente, disse, Bachis è scemo e non sa neanche scrivere. Quello si girò e gli fece un gesto osceno con la mano, al quale Bartolomeo rispose con un cenno di saluto. Continuarono a camminare in silenzio, Stella lo superava in altezza di almeno sei o sette centimetri e commentarono scherzosamente la differenza. Un pensiero però rotolava dentro la testa di Bartolomeo, faceva rumore e aveva paura che lei se ne accorgesse. Bisognava farlo uscire, allora le domandò, ti piacciono le ragazze? pentendosi subito della domanda così diretta. Sentiva le mani bruciargli dal desiderio di prendere le sue e correre liberamente come facevano gli altri. Lo ammetto, rispose semplicemente Stella, mi sono sempre piaciute le donne. Avrebbe voluto dirgli che le piaceva anche lui e la sua dolcezza, così nuova e inaspettata in un ragazzo, ma le pareva di non conoscere le parole adatte per dirlo. Bartolomeo non commentò la confessione di Stella, ma la cosa parve sollevarlo dall’obbligo di dimostrarsi maschio e deciso. Sorrise con maggiore franchezza e continuarono a camminare in silenzio, raccogliendo piccoli frammenti di vetri colorati, ciottoli con le forme più strane e conchiglie inutili, che avrebbero buttato via il giorno dopo. Si fermarono a guardare il tramonto, tesi e spaventati tutt’e due, le mani strette sotto le ginocchia. Coscienti delle sciocchezze che stavano dicendo sulla bellezza di quel mare e sui colori del cielo al tramonto. Quando tornarono alle loro tende, era quasi buio e trovarono gli altri che avevano già preparato la carne e raccolto la legna. Li accolsero con fischi di approvazione e risatine appena mascherate. Stella si arrabbiò molto e come sempre quando era nervosa, divenne super efficiente e riorganizzò tutto, distribuendo i compiti con fare brusco e deciso. Lavò e tagliò la verdura, mise del rosmarino nella carne, prese i piatti di plastica, i bicchieri e le posate. Bartolomeo la seguiva silenzioso. Le due sorelle capirono che non era il momento di fare battute di spirito. Bachis pulì per bene la piccola griglia che aveva portato e Giomaria riaccordò la chitarra, accennando appena alle note iniziali di Don’t cry, dei Gun’s ‘n Roses. La cantarono tutti, in silenzio, bisbigliando appena il motivo, erano amici, già amanti, si conoscevano da un giorno e mezzo appena.

 

 

 
 
 

I RACCONTI DEL LABBRO LEPORINO: L'ALBA (terza parte)

Post n°105 pubblicato il 11 Novembre 2012 da alex.canu

 

 

    I primi ad andare giù in spiaggia quando già si era fatto buio furono Giomaria e Stefania, portarono le buste con la spesa comprata al supermercato. Mentre Stefania circoscriveva una buca scavandola al centro, Giomaria cercava delle pietre da mettervi attorno e fare una corona dove sistemare la griglia. Li raggiunsero Bachis e Barbara portando la legna e le birre, poi venne Stella con la grande insalata che aveva preparato. Per ultimo arrivò Bartolomeo e portò con sé la chitarra di Giomaria. Te l’eri scordata? Gli disse. Una chitarra non si scorda mai! ribatté Giòma, attendendo l’effetto della battuta, ma nessuno mostrò di averla capita. Una chitarra “non si scorda mai…” ripeté piano, sillabando “chitarra…non si scorda”, qualcuno capì e rise meccanicamente per fargli piacere. Bachis gli lanciò un panino e Stella s’infuriò per questo. No, cazzo, il pane no! gridò. Furono tutti molto efficienti, i rametti secchi presero fuoco immediatamente e si formò una base di brace per iniziare a cuocere l’agnello che avevano comprato.

   Il sale su quel semplice cibo rese gustosa la carne e i ragazzi, inebriati da quella gioiosa semplicità, si scambiavano battute e cenni d’intesa. Barbara arrotolò una sigaretta e la fece passare mentre già ne preparava un’altra. Bachis la prese e la trattenne dubbioso fra le dita. Giomaria e Bartolomeo, si guardarono indecisi, le ragazze risero e Stefania diede una gomitata a Bachis. Dai, gli disse, passala, che te la vuoi tenere tutta la sera in mano? Bachis aspirò e tossì passandola a Stefania. Lei tirò forte e trattenne il fumo dentro i polmoni per molto tempo, sembrava che l’avesse inghiottito per sempre. Quando lo buttò fuori, lo fece lentamente, soffiandolo provocatoriamente sul viso di Giomaria che aprì le labbra per accogliere il fumo da Stefania. Tutti approvarono e Giomaria trattenne il desiderio che aveva di lei. Stella aspirò avidamente e passò quel che restava a Bartolomeo.

   Ti sei mai fatto una canna? Gli chiese a bassa voce. No, rispose lui. Allora non aspirarla forte, ma ormai era troppo tardi, Bartolomeo vedeva la brace della sigaretta andare verso la sua bocca e la carta consumarsi rapidamente. Sentì il fumo farsi largo prepotentemente dentro i polmoni, lo trattenne come aveva visto fare a Stefania e poi lo gettò fuori con un violento colpo di tosse. Bravo! Gridò Barbara, mentre Stella lo guardava invece preoccupata. Stapparono le birre, mangiarono tutta l’insalata e il pane e poi Giomaria prese finalmente la chitarra. Qualcuno attizzò il fuoco portando dell’altra legna. Altri ragazzi e ragazze che passavano o che avevano deciso di rimanere in spiaggia durante la notte, si avvicinarono a loro. Non riuscivano a finire nessuna delle canzoni che iniziavano a cantare e dove non ricordavano le parole inventavano un testo inesistente. Passarono altre sigarette di mano in mano e altri portavano da bere e tutti cantavano. Sembrava di stare dentro una famosa pubblicità della coca-cola. Qualcuno di quelli che si erano avvicinati prese a sua volta la chitarra, e iniziarono altre canzoni, poi Bartolomeo sentì la testa ronzargli come le cicale durante il giorno, si distese sulla sabbia e vide le stelle lassù in alto che ruotavano come pazze. Si ricordò di un dipinto di Van Gogh che aveva studiato a scuola e lo disse alla sua compagna. Lei gli chiese se andava tutto bene e lui disse che no, non andava tutto bene. Si addormentò così, con le cose che non giravano nel verso giusto, con lo stomaco in subbuglio, con il cielo nero che era diventato un pozzo profondo dentro il quale lanciarsi. Quando si risvegliò in spiaggia non c’era più nessuno, il fuoco era quasi spento e sentiva una leggera umidità insinuarsi sotto la pelle. Si rannicchiò rabbrividendo, voltandosi dall’altra parte e solo allora si accorse della presenza di Stella. Ciao, le disse sorpreso, sei rimasta qui? Come va? chiese lei. Bene, ma sento freddo, adesso passerà, appena mi muovo un po’. Facciamo due passi allora, gli propose Stella. Camminarono e raggiunsero una piccola roccia di granito che entrando nel mare formava una piccola, intima insenatura. Si addossarono a essa, fianco a fianco, le loro braccia si toccavano. Stella sentì in profondità quel contatto e rabbrividì di piacere, pensò che adesso lui l’avrebbe presa per le spalle, costringendola dolcemente a voltarsi e poi l’avrebbe baciata. Come sarebbe stato baciare un ragazzo? Pensò. Un ragazzo come quello, con quelle labbra dure e tagliate, sarebbe stato come baciare se stessa, non l’aveva mai fatto. Con le ragazze è più facile e dolce, le loro labbra sono morbide, tutto è rotondo e rassicurante. I ragazzi invece devono pizzicare, hanno la pelle dura, un odore diverso che non le piaceva e questo non la attirava affatto. Bartolomeo si allungò sulla sabbia, pensò che adesso anche lei l’avrebbe seguito e si sarebbero trovati come in un grande letto insieme. Tutto sarebbe stato enormemente più facile. Stella invece non si mosse e rimase seduta, lo osservava con la coda dell’occhio e pensò che spettasse a lui prendere l’iniziativa, forse ora le avrebbe preso la mano, attirandola dolcemente a sé. Era una sensazione nuova per lei, abituata a procurarsi il piacere come i lupi, costretta dal suo stato a fare sempre la prima mossa, a valutare da pochi gesti e sguardi scambiati di sfuggita se era un si o un no, una ferita o un piacere sottile ed effimero. Infilò una mano dentro la tasca dei jeans per accertarsi che i due profilattici che Barbara l’aveva costretta a prendere stessero ancora al loro posto. Sentì la superficie liscia e si preparò goffamente a fargli capire che li dovevano usare per forza se volevano fare l’amore li. Stefania le disse che i ragazzi non sono in grado di organizzarsi, che vanno così come i pirati nel mare e devono essere sempre loro a spiegargli ogni cosa. Non lasciarti fregare, le disse brutalmente, faglielo mettere, digli che è come un cappottino per non fargli prendere freddo. Quando gli fai la battuta del cappottino, i maschi ridono sempre e si lasciano convincere più facilmente. Stella si sdraiò accanto a Bartolomeo e lui le chiese quale stella stesse guardando. Lei sorrise e gliene indicò una, poco luminosa, che lui non riusciva a scorgere, allora gli prese la mano, chiuse quattro dita lasciando solo l’indice aperto e glielo diresse verso una stella lontana. Quella? disse lui. No, rispose Stella, cominciando a cantare dolcemente, come in un musical, è la seconda a destra, quello è il cammino e poi dritto, fino al mattino, non ti puoi sbagliare, perché porta all’isola, l’isola che non c’è. Sorrisero e Bartolomeo la informò che Giomaria, quella canzone, la sapeva suonare davvero bene, ci mette anche il pezzo d’armonica! disse.

   Quale musica ti piace ascoltare? le chiese, mettendo la testa accanto alla sua.

   Mi piace tutta la musica, quella che mi fa stare bene e quella che mi sa far piangere,     disse lei.

   Preferisci il dolce o il salato? Chiese ancora Bartolomeo, sorridendo.

   L’uno e l’altro, rispose Stella divertita.

   Hai paura del buio della notte?

   Da piccola morivo al solo pensiero di muovermi al buio. I miei genitori mi costringevano ad andare in camera mia con le luci spente e tornare indietro con un oggetto. Io piangevo e mi bloccavo a metà del corridoio, paralizzata dal terrore.

   E la morte, ti fa paura?

   Non ci penso mai. Una volta ho assistito a un incidente, due macchine prima di noi. Ho sentito un gran botto e una signora è caduta svenuta per terra. Pensai che fosse morta, ma poi vidi i suoi occhi riaprirsi e da allora penso sempre che la morte sia così, come un incidente, ma in fondo anche come un gioco.

   Quanti anni hai?

   Ventitré, disse Stella, ma me ne sento almeno il doppio.

  Sei felice dove vivi? chiese Bartolomeo, e questa domanda gli parve particolarmente idiota. Lui non avrebbe mai voluto rispondere a una cosa come quella. Stella invece mostrò di gradire la sua curiosità. 

   No, non sono felice, rispose. Dove vivo io l’unico obiettivo è fare soldi, non capisco perché. Il denaro serve, però non deve essere il fine, ma il mezzo per raggiungere una pienezza della vita. Dove vivo io non conta chi veramente sei, ma quanto è lungo il tuo conto in banca. Sei apprezzato maggiormente se possiedi una macchina di grossa cilindrata, una villa con piscina, i figli che frequentano scuole private ed esclusive. Se non hai queste cose sei uno sfigato che si alza alle sei del mattino per andare a lavorare come tutti gli altri, sei la massa, cioè niente. C’è un dipinto di un pittore francese, si chiamava Courbet, l’hai mai sentito nominare? No, ammise Bartolomeo, ma che c’è in questo quadro? C’è un bambino piccolo, con i suoi pantaloni corti. Saranno forse le sette del mattino, di una fredda giornata di Marzo. Dentro un vagone ferroviario di terza classe, la gente, la massa di persone povere e anonime, si stringono nei sedili di legno. Un signore grasso, con la bombetta e il collo tozzo, strizzato dentro una giacca che pare strapparsi da un momento all’altro, occupa con le sue spalle un terzo del dipinto. Quel bambino piccolo, al quale accennavo prima, ha le mani ficcate in tasca, il suo cappello è appoggiato sopra una scatola chiusa con dello spago. Poggia la sua testa sulla spalla di una signora anziana, con un cappuccio e un cesto di vimini, dove tiene le cose che evidentemente venderà al mercato. Alla sua destra una donna giovane allatta al seno un bimbo, forse il fratellino del bambino che dorme. Non so perché ti dico questo, ma ho sempre immaginato di essere io quel ragazzino morto di sonno. Mi vengono le lacrime ogni volta che guardo quel dipinto. Penso a quanto sia ingiusto che un bambino non possa stare nel suo letto a dormire, ma debba alzarsi così presto per guadagnarsi la vita. Ecco, dove vivo io la gente è ormai così, povera e stanca.

   Bartolomeo ascoltò attentamente la lunga risposta di Stella, ma c’era un’altra domanda che gli urgeva. Una domanda che riguardava anche lui e nasceva non da una certezza, ma da una sensazione alla quale non riusciva a dare forma.                                                       Vedi questo taglio? le disse, mostrandole il labbro leporino e sollevandolo leggermente, scoprendo i denti. Io ho sofferto molto per questo, ma quando oggi mi hai domandato se mi facesse ancora male ho avuto la certezza che tu conoscessi già la risposta.                          La conosco, disse Stella, perché ho avuto lo stesso problema anch’io anche se ora non si vede più niente. C’è una parola magica, chirurgia estetica. Non serve solo a ripianare le rughe delle signore snob, o ad alimentare con due taglie in più la vanità femminile. Con i soldi puoi pagare tutto, anche il dolore e la tua insicurezza perché si allontani per un po’. I miei genitori hanno contattato una clinica Svizzera, non sono ricchi e hanno preso un prestito che ancora pagano. Il mio labbro è normale, ma la sua sensibilità in questo punto è ridotta. Stella si toccò il labbro superiore e altrettanto fece Bartolomeo. Lascialo così, gli disse, non commettere neanche l’ingenuità di farti crescere i baffi, come quelli che tingono i capelli o si fanno il riporto. Mascherare vuol dire rendere più evidente ciò che vuoi nascondere. Lascialo così, sei bello, gli disse.

   Bartolomeo fu molto colpito dal racconto di Stella, toccò piano le sue labbra, ma lei istintivamente si ritrasse, non permettendo che quel contatto proseguisse. Per un attimo la tensione divenne insostenibile e quando Stella gli rivolse uno sguardo di scusa le fece la prima domanda che stemperasse l’imbarazzo reciproco.  Allora le chiese se studiasse ancora.  

    Si, ancora studio, però lavoro anche, per mantenermi e non pesare sulla mia famiglia. Di giorno sono una brava studentessa di filosofia e di sera mi travesto da barista e vado a lavorare in Burgher King, nel centro di Milano.

   Cos’è un Burgher King? Chiese Bartolomeo.

   E` una specie di Mc Donald, però il pane è italiano, ma fa schifo lo stesso. A proposito non ti ci far mettere il ghiaccio nella coca, perché sa di acqua e loro risparmiano. E tu che fai? Studi o lavori, chiese inaspettatamente Stella interrompendo le domande di Bartolomeo.

   Io non studio più, ammise lui, lavoro dove capita e solo quando ho bisogno di soldi. Avrei voluto fare degli studi d’arte, ma i miei me l’hanno sconsigliato, dicendo che il futuro era nella grande industria chimica. Poi invece è fallito tutto e il padrone della giostra è scappato con la cassa. Hanno rimandato a casa un mucchio di gente. Però non mi va di parlare di questo e neppure di me.

   Dovresti riprendere gli studi, gli disse lei, assumendo un tono di voce più dolce possibile.

   Allora diventerai una dottoressa filosofa? Disse ancora Bartolomeo.

   Diventerò una fallita, come tutti quelli della nostra generazione, aggiunse lei sconsolata e me ne dovrò andare via per trovare un lavoro dignitoso.

    Bartolomeo osservava Stella rispondere alle sue domande e pensava che adesso, però, doveva stare un po’ in silenzio, prenderle il viso fra le mani e poi abbracciarla, era così che si faceva dopotutto no? Il cielo con le sue galassie infinite, la Via Lattea col suo sciame di luce che passava proprio sopra la loro testa. La risacca di quel mare buio e profondo, “che si muove anche di notte e non sta fermo mai”. La roccia cui si erano appoggiati, ancora calda del sole del giorno appena trascorso. Non si sarebbe realizzata mai più una coincidenza di fattori così positivi e romantici. Se non la prendo ora sono proprio un coglione, disse a sé medesimo. Pensò a Bachis e Giomaria, che in quel momento, sicuramente non stavano certo facendo grandi discorsi sulla bellezza del creato o sulla corruzione degli imprenditori del nord. Pensò che fosse giunto il momento e stava quasi per decidersi quando Stella gli chiese se le sue domande erano finite. Pensavo che ti dessero fastidio, le rispose. No al contrario mi piacciono, fammene ancora delle altre, disse lei. Così Bartolomeo le chiese del suo rapporto con Dio, dell’Amicizia, dell’Infinito. Le chiese una definizione del concetto di Bene e di Male. Le chiese dell’infanzia, dei genitori, se avesse o no fratelli e sorelle. Le domandò del Destino di ognuno di noi, se è già segnato oppure se ce lo costruiamo giorno dopo giorno.

      Stella continuava a rispondere alle domande di Bartolomeo, ma la notte stava quasi finendo e iniziava anche lei ad essere stanca. Un lume lontano annunciava un gozzo di pescatori che rientrava, eppure nessuno dei due riusciva a prendere l’iniziativa di avvicinarsi all’altro. Laggiù, verso l’orizzonte, una luce, dapprima tenue e timida, poi sempre più gagliarda, iniziava a farsi spazio, guadagnando lentamente porzioni sempre più ampie di cielo. Il freddo diventava pungente e i primi uccelli del mattino si lanciavano sulla spiaggia per raccogliere gli avanzi della notte appena passata. E` l’alba, disse lei, sento freddo. Bartolomeo la abbracciò e Stella protese il collo verso di lui. Si lasciarono andare a un bacio esasperato e stanco, privo di slancio, che non aveva più niente di piacevole, che non preludeva a nient’altro se non al suo rapido esaurimento. Non riempiva un’attesa, ma lasciava un senso penoso di vuoto. Stella trasse dalla tasca i due preservativi e glieli mostrò malinconicamente. Guarda, gli disse, Barbara me ne aveva dati due. Bartolomeo ritrovò la scritta del mattino, “Ritardanti” e rise disperato. Adesso capisco cosa significa quella scritta, disse con una smorfia di disgusto per se stesso. Non bisogna tardare quando è il momento. 

   Perché mi hai fatto tutte quelle domande? chiese Stella.

   Perché ero convinto che ti facesse piacere, le rispose lui.

   Certo, replicò lei, però mi avrebbe fatto anche piacere fare l’amore con te.

   Non ti piacciono le donne? chiese Bartolomeo.

   Si, ma stanotte mi piacevi tu.

   Perché non me l’hai detto? chiese quasi arrabbiato Bartolomeo.

   Perché pensavo che tu non lo volessi, mi facevi tutte quelle domande, ho persino pensato che fossi un omosessuale non dichiarato.

    Il cielo si era fatto nel frattempo più luminoso e si distinguevano chiaramente le montagne a ridosso del mare. Il bar del campeggio riapriva, si poteva sentire da così lontano il rumore del vapore caldo della macchina del caffè. Qualcuno iniziava già a pulire la spiaggia, raccogliendo le bottiglie vuote abbandonate sulla sabbia. Il camping confinava verso l’entroterra con una serie di tanche, dove c’erano mucche e capre, da una di queste si levò, improvviso e surreale, il ragliare disperato di un asino. Stella lo ascoltò sorpresa e chiese a Bartolomeo, se era proprio un asino quello che stava facendo quel verso. Bartolomeo cercò di nascondere il ragliare sgraziato dell’animale alzando di più la voce e cercando di distrarre Stella. Lei gli chiese di fare silenzio e lasciarle ascoltare, per la prima volta in vita sua, il richiamo dell’asino. L’aveva sentito solo in qualche documentario per televisione, ma non l’aveva mai ascoltato dal vivo. E` un richiamo verso un altro asino che si trova vicino in qualche altra tanca, spiegò lui, non credevo che fosse così interessante. Stella si ricordò dei profilattici che teneva in mano e, improvvisamente, le venne un’idea. Tagliò con i denti la plastica che li avvolgeva, li srotolò e ne diede uno anche a lui. Lo invitò ad alzarsi e mettendo i piedi nudi a mollo li riempirono con l’acqua del mare. Ci soffiarono dentro, gonfiandoli ancora un po’, quindi li lanciarono per aria. Li riempirono ancora e poi se li lanciarono addosso, dando inizio a una battaglia che andò avanti per una decina di minuti. Ridevano, stanchi e affamati. Stella si lanciò finalmente in acqua e nuotò per alcuni metri finché arrivò a non toccare più il fondo. Si fermò e osservò a lungo il ragazzo mentre si slacciava il reggiseno. Bartolomeo si tuffò e la raggiunse con poche bracciate. L’acqua fredda li risvegliò completamente, tutto appariva irreale. Il sole stesso galleggiava indeciso, sospeso nell’azzurro freddo del primo mattino, in attesa di un qualsiasi evento. Nuotarono ancora dentro l’acqua, quindi Bartolomeo prese fra le mani il reggiseno che Stella gli offriva. Se lo mise in testa e finse di essere Micky Mouse. Lei rise e gli toccò il labbro tagliato, lo accarezzò a lungo e toccava allo stesso tempo il suo labbro superiore, che così bene nascondeva l'antica ferita. Avvolse Bartolomeo alla vita con le sue lunghe gambe, premendogli contro con forza. Si aggrappò con le braccia al suo collo. Fece ih-oh e rise. Per la prima volta toccava un uomo. Per la prima volta sentiva il ragliare di un asino, o forse era un’asina, con una folta criniera rossa. Si lasciò andare, allungando le braccia e tenendosi al collo di quel ragazzo conosciuto appena il giorno prima. Chiuse gli occhi e lasciò che i suoi capelli, toccando l’acqua del mare si bagnassero, appesantendosi e  allungandosi. A lui, ora.

 
 
 

FRAGILE: Una cosa verde tra i denti.

Post n°104 pubblicato il 09 Ottobre 2012 da alex.canu

 

 

Ho fatto un sogno stanotte. Avevo qualcosa tra i denti, qualcuno me lo fa notare e mi dice, hai qualcosa tra i denti, hai mangiato la cicoria? Si, dico, stasera a cena avevamo proprio la cicoria. Beh, mi fa quello, adesso ce l'hai in mezzo ai denti. Detto questo se ne va lasciandomi col problema del pezzo di verdura incastrato tra due denti. Metto in funzione la lingua e cerco di stanarlo, ma per quanto scavassi e frugassi, il piccolo pezzo di cicoria se ne sta testardamente rintanato nel suo angolino e non si lascia prendere. La mia frustrazione cresce e cerco di aiutarmi col dito, ma anche cosí non mi riesce di tirarlo fuori. Quando al mattino mi sveglio penso che era un sogno strano e mi ricordo che mia moglie da qualche tempo si scrive i suoi incubi su un quadernino e frequenta un corso di autocoscienza dove devono raccontare i loro sogni, leggendoli ad alta voce. Vieni anche tu, mi ha detto una volta, ma io non ci sono mai voluto andare. Mi sembra una cosa che non puó funzionare, raccontare ad altri i fatti tuoi non ti aiuta a risolverli. Non li devi risolvere, mi dice lei, ne devi soltanto prendere coscienza e questo ti aiuterá a trovare la chiave per comprenderli e quindi risolverli. All'ora di pranzo, dopo che ho finito di apparecchiare, mi sono seduto, mentre lei, di spalle, finiva di preparare il secondo. Le ho detto, senti un po' quello che ho sognato stanotte, e ho iniziato a raccontarle del pezzo di cicoria che non riuscivo a tirarmi fuori dai denti. Quando ho finito mi ha osservato con attenzione e mi ha detto, é evidente, é tutto molto chiaro.

Cosa, le ho chiesto un po' allarmato, é tutto chiaro cosa? Il tuo sogno, mi ha detto, accostando la sedia al tavolo per mettersi piú comoda. Il sogno prende origine e forma dalle nostre paure piú ancestrali, ne ricava il materiale necessario per la sua messinscena. Appena ti addormenti e le tue resistenze culturali, le inibizioni sessuali, cadono, le immagini, le voci, i colori stessi che si formano nella mente, esorcizzano la frustrazione costante del rapporto tra essere e non essere. Il desiderio di apparire e la certezza di non vivere la tua vera vita ti sovrastano e paralizzano ogni pulsione vitale, condannandoti ad una perenne inanitá. 

Ma scusa, le dico, che c'entra il pezzo di cicoria verde che ancora resiste in mezzo ai denti? Il fatto che ti ostini ancora a vedere l'apparenza delle cose, e non la loro realtá fenomenica, ti impedisce di capire che il corpo estraneo che porti in mezzo ai denti é un chiaro sintomo di un Edipo non risolto, forse neppure mai manifestato con evidenza a livello conscio, eppure latente da sempre e che ora, il tuo sogno di stanotte, ti palesa in maniera ineludibile. I due denti, forti e bianchi, rappresentano la perfezione inarrivabile che sempre hai attribuito ai tuoi genitori e il pezzo di cicoria, mi dispiace dirtelo, ma sei proprio tu che, narcisisticamente, premi per porre con forza la questione del tuo ruolo all'interno della coppia, maschio-femmina, che i tuoi genitori ancestralmente rappresentano. Il fatto poi che i due denti interessati siano i molari posteriori, quindi celati alla vista, possono nascondere una omossessualitá latente, impossibilitata a manifestarsi in maniera chiara e dirompente pena la castrazione. Ma che cavolo dici? azzardo io, irritato e offeso da questa diagnosi cosí dozzinalmente freudiana e ingiusta verso i miei orientamenti sessuali. 

Che dico? Mi fa lei ormai lanciata, questo é niente e non sai ancora tutto. Quando é stata l'ultima volta che sei stato dal dentista? Saranno due anni fa, rispondo io. Beh, non eri tu che ti mostravi divertito all'idea che il tuo dentista avesse nello studio le foto di lui medesimo ai corsi di ballo tribale, salsa e merengue, che segue dopo il lavoro? Non eri tu che avevi esaltato la robustezza delle sue braccia maschie e pelose? Il suo sorriso da rapina? Il suo bacino rapido ed elastico? Si, ma, provo io a difendermi, la cicoria, che significato ha? perché non mi si levava, nonostante i miei sforzi col dito? Ma é talmente chiara la risposta che la comprenderebbe anche un bambino, mi dice guardandomi con attenzione, fissandomi con una luce nuova negli occhi che non le avevo mai visto. Il vero problema é che non riesci a liberarti dal tuo ingombrante, ma rassicurante passato, dalla tua falsa infanzia, fatta di preti violenti e maneschi e partite di calcio infinite fra decine e decine di maschietti tutti presi a rincorrere una palla sgonfia. Il tuo ricordo pigro, come la cicoria incastrata fra i denti, é ancora bloccato alla fase infantile, direi quasi bloccato ancora alla fase orale, dalla quale non riesci ancora a liberarti emancipandotene. La femminilitá di tua madre, cosí antagonista e contrapposta al bisogno di trovare una tua dimensione, ti spinge a vedere in ogni altra donna la sua immagine, riprodotta e fotocopiata all'infinito. Il verde scuro e intenso della cicoria, prigioniera fra i due denti, allude, inequivocabilmente, al rassicurante giardino-carcere infantile nel quale giocavi protetto da tua madre. I denti, la bocca, l'apparato masticatorio, inteso nella sua accezione  piú aggressiva, sono indizi di un istinto di conservazione che ancora inibisce una libera maturitá, responsabile e accetata per intero. Procrastinare l'entrata nell'etá adulta, non piú rinviabile oramai, non serve a nessuno, di questo devi prendere coscienza e agire da uomo adulto che si assume per intero le sue responsabilitá

Cosí dicendo mia moglie pilucca qualcosa da un piatto rimasto a tavola, una fetta di prosciutto le lascia fra i denti delle sottili striscie di grasso che lei cerca di levare grattandolo via con le sue unghie appuntite e forti di smalto bianco. Io la osservo senza avere il coraggio di dirle niente, convinto che lei potrebbe interpretare la mia domanda come un patetico tentativo di confutare le sue tesi ben argomentate. 

Ma allora perché ti avrei sposato? le domando all'improvviso senza una ragione apparente. Mi hai sposato perché io e te siamo cosí diversi da sembrare simili. Hai notato che io metto i tuoi pesanti maglioni invernali e, spesso, tu indossi le mie calde sciarpe di lana colorata? Guarda, i nostri capelli sono grigi alla stessa maniera ormai, parliamo la stessa lingua pur pensandola in modo diametralmente opposto. Riusciamo ad andare d'accordo pur non avendo niente in comune. É l'amore che ci unisce, le grido quasi, in un impeto infantile non ragionato di affetto, accompagnandolo da una carezza che, chissá perché, sento inopportuna. No caro mio, dice lei, il fatto é che sta avvenendo una modificazione genetica in noi, lenta e inarrestabile, ci stiamo modificando, stiamo invertendo i ruoli. Tu ti stai trasformando in me, lasci che il tuo lato femminile, a lungo represso dalle convenzioni sociali esca liberamente e io, lentamente, sto assumendo i tuoi tic, le tue piccole manie. Ultimamente ti invidio quando al mattino ti radi la barba, annuso la tua schiuma dalla fragranza secca. Sto prendendo il tuo posto e tu il mio.

Edipo, l'omossessualitá latente, mio padre, mia madre, tu, io, le trasformazioni, la castrazione, e tutto per un pezzo di cicoria finito in mezzo ai denti. Non ci sto capendo piú niente. Peró abbiamo un figlio! dico, ponendo improvvisamente una questione che mi pare importante. Giá, mi dice lei sconsolata, hai notato peró che non mangia la verdura? 

 

 

 

 

 

 
 
 

I-Denti-ci (dramma semiserio in due atti) Atto 1

Post n°103 pubblicato il 01 Ottobre 2012 da alex.canu

 

Un interno  arredato con alcuni mobili da dentista. Alle pareti, o appesi a dei pannelli, orrende riproduzioni di denti cariati, bocche aperte e modellini di dentiere. La luce della lampada sul lettino illumina sinistramente la scena. Una grande scritta (se possibile al neon), campeggia sul fondo: “PREVENIRE E’ MEGLIO CHE CURARE”. Il lettino é vecchio e antiquato,forse costruito artigianalmente dallo stesso dentista. 

Buio

 

Narratore     Secondo alcuni studi promossi dalla moderna 

                 de-odontologia é ormai dato per certo che dentisti si nasce e

                  non si diventa, come comunemente molti ancora credono.

                 Vogliate perciò assistere alle vicende che ora verranno

                 narrate e che ad alcuni sembreranno prive di senso e/o

                 paradossali al punto da riderne di scherno, o non

                 riderne affatto. Si Avverte che dato il contenuto,

                 a volte scabroso e a volte no, lo spettacolo é sconsi-

                 gliato a un pubblico di adulti soli e che, data la

                 presenza in scena di un vero trapano da dentista, le

                 persone facilmente impressionabili, le signore in lieta    

                 attesa, e/o i pazienti in cura da un qualsiasi odon-

                 toiatra, possono voltare il capo a destra e/o sini-

                 stra o farsi restituire il prezzo del biglietto alla

                 cassa del botteghino del teatro. Certi che tutto ciò

                 non accadrà vi auguriamo di non soffrire mai di mal di      

                 denti.

 

                 Si apre il sipario, la scena si illumina

 

trapano        zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz,zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz,

                 zzzzzzzzzzzzzzzz,  zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz,

                 zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz,

                 zzzzzzzzzzzzzz,  zzzzz,zzzzzzz,  zzzzzzzzzzzzzzzzzzz

 

Colga          (con espressioni tra l’implorante e il terrorizzato)

 

                 mmmmmmmmhhhhhh, mmmmmmmmhhhhhh,

                 mmmmmmmmhhhhhh,mmmmmmmmhhhhhh,

                 mmmmmmmmhhhhhh,mmmmmmmmhhhhhh,

                 mmmmmmmmhhhhhh, A-ne-ste-si-a!!

 

trapano      zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz,zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz,

                 zzzzzzzzzzzzzzzz,  zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz,

                 zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz,zzzzzzzzz,

                 zzzzz,zzzzzzz,  zzzzzzzzzzzzzzzzzzz

Colga         mmmmmmmmhhhhhh, mmmmmmmmhhhhhh,

                 mmmmmmmmhhhhhh,mmmmmmmmhhhhhh,

                 mmmmmmmmhhhhhh,mmmmmmmmhhhhhh,

                 mmmmmmmmhhhhhh,mmmmmmmmhhhhhh,

                 mmmmmmmmhhhhhh,mmmmmmmmhhhhhh,

                 mmmmmmmmhhhhhh, Anestesiaaaa!!!

 

                 (passano alcuni minuti, due o tre, il sig. Mentadent 

                 P. é chino sulla bocca della  paziente, quindi 

                 interrompe il suo lavoro, lasciando il trapano acceso

                 nella bocca della moglie-?- che urla).

 

Colga         aaaaaaaaahhh!!!! maledetto! é questa la verità allora?

 

Mentadent   La verità, la verità! la verità non esiste, non può

                 esistere. Dovremmo dire “quell’albero é verde”, 

                 ma ognuno di noi ha un concetto di Verde diverso dagli

                 altri, un concetto di Albero diverso da tutti gli

                 altri, io penso ad un ulivo lei ad un salice, io ad un   

                 verde chiaro lei ad un verde scuro. Quanto è alto? 

                 quanto é vecchio? siamo in estate o é inverno? 

                 Eh cara mia, le mezze stagioni non esistono più...

 

Colga          mmmmmmmmhhhhhh,mmmmmmmmhhhhhh,

                 mmmmmmmmhhhhhh,mmmmmmmmhhhhhh,

                 mmmmmmmmhhhhhh, Anestesia!!!

 

Mentadent   (ignorando i lamenti)

 

                 ...allora ridurre la descrizione alla pura essenzia-

                 lità, abbiamo visto, non vuol dire esprimere la realtà

                 delle cose, perché le cose non hanno realtà, allora ci

                 rimane l’arte, la poesia. La descrizione delle cose

                 senza pretesa di verità. 

                 (citando) 

                 “L’essenziale é invisibile agli occhi”.

 

Colga          mmmmmmmmhhhhhh,mmmmmmmmhhhhhh,

                 mmmmmmmmhhhhhh,mmmmmmmmhhhhhh,

                 mmmmmmmmhhhhhh, Anestesia!!!

 

trapano       zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz,zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz,

                 zzzzzzzzzzzzzzzz,  zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz,

 

Mentadent   (ignorando i lamenti)

                 Bach, Vivaldi, Puccini?

 

Colga          (con la bocca occupata dal trapano)  

                 Ba-ch!

                 (Sull’aria di una qualsiasi opera di Puccini il dottor

                 mentadent P. continua il suo sporco lavoro)

 

Mentadent   ...O che gelida vagina se la lasci riscaldaaar...

                 L’Essenziale, l’essenziale, oh,oh, certo facile da

                 scrivere quando si ha un aereo e si plana nel deserto

                 colpiti dal fuoco nemico.

                 (alzando la voce) 

                 Ma se non si ha un titolo nobiliare incollato al pro-

                 prio cognome, l’Essenziale è la vita di tutti i giorni!

                 Non c’é aereo che tenga, brivido di guerra e tutto il

                 resto. Il soldato in trincea, ecco...

 

Colga          mmmmmmmmhhhhhh,mmmmmmmmhhhhhh,

                 mmmmmmmmhhhhhh, mmmmmmmmhhhhhh, 

                 mmmmmmmmhhhhhh, L’anestesiaaaa!!!

 

trapano       zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz,

 

Mentadent   ...il soldato nella sua sozza trincea non ha il tac-

                 cuino per prendere appunti dei suoi pensieri e/o delle

                 sue paure. Ha un duro fucile e/o le scarpe aperte nel

                 fango...vai! é la guerra!!

                 (sprezzante) 

                 Non ci sono apparecchi in picchiata...

                 (muove il trapano acceso come un vero aereo in pic-

                 chiata su un nemico virtuale).

 

trapano       zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz,zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz,

 

Mentadent   ...la dura-sporca-guerra-di-sempre. Soldati contro

                 soldati, UOMINI-CONTRO-ALTRI-UOMINI, che meraviglia,

                 che gioco grandioso! Biondi e bruni, alti e bassi,

                 magri e grassi, giovani e meno giovani, occhi chiari

                 contro occhi scuri,  i bianchi e gli altri, scapoli e

                 ammogliati e/o cornuti, nuotatori contro boxeurs, (detto con

                 accento francese)

                 ...di tutto, mia cara, di tutto, ma lei non mi ascolta! 

 

Colga          mmmmmmmmhhhhhh,mmmmmmmmhhhhhh,

                L’Anestesia. (implorante).

 

trapano       zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz,zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz,

 

                 (mentadent interrompe il lavoro per cambiare disco, Puccini non gli và più)

 

mentadent   L’essenziale, me ne sbatto! 

                 (detto con accento volgare),

                 ...alla ricerca del tempo...sette libri “essenzia-

                 li” in corpo sette, roba da far impallidire il nostro

                 vicino oculista. 

                 (con volgare ironia)

                 ...la “madeleine”!

                 Una volgarissima e comune pasterella che chiunque man-

                 gerebbe in un sol boccone, Lui no! Lui, no! C’ha messo

                 40 anni. Ha sparso ogni singola molecola del suo dan-

                 natissimo profumo ai 4 angoli del mondo. Ha impestato

                 le biblioteche pubbliche di ogni città con il vago

                 odore lontano e inafferrabile di quella fottutissima

                 “madeleine”, nessuno la può più mangiare senza provare    

                 un ineffabile brivido...in corpo sette.

 

Colga          mmmmmmmmhhhhhh,mmmmmmmmhhhhhh,

                  L’Anestesia, stronzo!!

 

trapano       zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz,zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz,

 

(Mentadent muove piano la lampada, fa una pausa. Cambia la punta del trapano,  mette l’anestetico nella siringa e ne fa zampillare uno schizzo. Stringe saldamente le corde che tengono il corpo di Colga bloccato al lettino, tranne testa e braccia. Mentadent, perversamente, agita davanti agli occhi di Colga la siringa, le fa fare delle bizzarre evoluzioni, Colga smania di desiderio agitandosi e cercando di sciogliersi dalle corde. Mentadent si ferma, la guarda a lungo negli occhi con dolcezza, le avvicina l’ago, colga geme di desiderio, ma con un gesto repentino allontana la siringa. Colga presa dalla disperazione urla parole sconce alludendo talvolta ad un terribile segreto che li unisce).

Colga          Aaaaahhhhh, aahhhhhhhh! Noooo! Questo no bastardo.

                 Non mi torturerai ancora in questa maniera! Non lo

                 farai, non farai come hai fatto con tuo padre!

 

Mentadent   ...Tuo padre 

 

Colga          ...Andrò dalla polizia stavolta, e ti denuncerò per

                 quel porco che sei, che eri, che sei sempre stato.    

                 Padre, padree, padreee!!!

 

                 Mentadent muove piano la testa e la guarda

                 con perfida ironia facendole “no” col dito e il brac-

                 cio teso come il cyberkiller di “Terminator 2”-)

 

Colga          No,no perdonami, ti prego, non volevo, ora, adesso,

                 adesso, ADESSOOO!!!

 

Mentadent   Pazienta Colga, piccola mia. 

 

(mette un fallo di plastica bianca simile a quello del film “arancia meccanica” sul tavolino. Colga lo osserva a lungo, indecisa se può toccarlo o no, quindi velocemente gli dà una spinta e quello si mette buffamente a dondolare. Si guardano con complicità e ridono, ma subito dopo Colga esplode in un urlo...)

 

Colga          L’Anestesiaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!!!!!!!!!!!!!!!!!

 

Mentadent   (riaccende il trapano) Non ancora, non ancora querida. Mette una cannula                          antisaliva in bocca alla moglie)

trapano       zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz,zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz,

 

Mentadent   Beatles? Rolling Stones?

 

Colga          “Their satanic majesties request”, quanto di meglio nel ‘67

 

Mentadent   “Sgt. Pepper’s lonely hearts club band”, quanto di meglio nel ‘67

 

                 (mette il disco che fa da sottofondo, possibilmente tutto)

 

                 “...I read the news today, oh boy...”, ragazzi che combinano là fuori!

 

trapano       zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz,zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz,

 

Mentadent   Sciacqui!

 

(Qualche intervallo di musica dei Beatles, alterne fasi di trapano e “prego sciacqui” detto in tono molto  professionale, quindi, inaspettata una appassionata e appassionante confessione di Colga. Che ha tutte le caratteristiche della scena madre e del pezzo di bravura aspettato,(a volte per anni), da ogni attore.  Il pezzo deve contenere i tic i vezzi e le paranoie  stilistiche di ogni artista di teatro, dai birignao di Paola Borboni alle irridenze di Carmelo Bene)

 

Colga          Il fatto vero é che tu non mi hai mai amato!!! 

                 Ero giovane, morbida, inesperta delle cose del mondo

                 e/o della vita, una scioccherella pazza e pasticciona.

                 Orfana di mio padre e/o di mia madre. Avevo otto anni

                 e tu, con quel coso lì... 

(indica il fallo di plastica bianca e sorride con ipocrita ingenuità)

                 ...che potevo mai fare? Non pensavo certo ad un dentista!

                 Amavo l’arte, la musica,la geografia, la fisiognomica,

                 eeh...mmh...la pornografia. Ero ancora una bimba

                 avevo si e no cinque anni, orfana di mia madre.

                 E mio padre nei momenti di nostalgia ci dava dentro da pazzi. 

                 E tu con quelle cinghie nere e le tue belle idee sulle rivoluzioni,

                  e quel Trapano.

                 “Anestesia, anestesia!” dico subito io, “anestesia.”

                 Dove l’avrò imparata quella parola allora...Ero così

                 piccola, piena di vita e di tanto altro ancora. 

                 Avrò avuto forse sei anni e mia madre mi cullava tene-

                 ramente fra le sue braccia di donna forte e sicura e

                 mi cantava, piano una dolce melodia...

                 na-na-na-na-naa, na-na-naa na-na-na-naaa 

                 (si riconosce l’hit anni ‘60 tormentone di un’anno

                 intero “je t’aime, moi non plus”). 

                 Mi hai presa allora , non ancora orfana e inesperta.

                 Gioivo,  “un Dentista, ecco finalmente, un vero

                 Dentista! Un vero Uomo!” Sciocchina. 

                 Il Trapano,brrr, la Pompetta per la saliva, chhhhhh,

                 il bicchiere di plastica bianca per i risciacqui delle

                 gengive, scc, scc,scc...”Piacere Colga ho già tredi-

                 cianni, Lei? Mentadent!? Mentadent? Pi!? Pi...Pi,  

                 Pilota? Pizzaiolo? Pierluigi?...Gigi,ah, ah ah! No? 

                 Mi scusi; P., senza la-i-. La posso chiamare Menty?” 

                 E poi il nostro tango,con gardòl, lento, infinito,   

                 inespresso; la nostra prima notte di nozze...su questo

                 stesso lettino. Con quanta dolcezza mi dicevi “Caria,

                 rilassati piccina, non soffrirai non sentirai niente,

                 apri le tue piccole labbra “. Ero ingenua, si sa,

                 avevo appena compiuto i miei primi sette anni e la

                 mamma era morta senza dirmi nulla...se non fosse stato

                 per il mio povero papà...uomo pratico e di poca chiac-

                 chiera, si sà. 

                 “ Ma ti prego”, gridai, “l’anestesia, almeno una ane-

                 stesia!!” 

 

                 (scoppia in lacrime e in un momento di regressione

                 infantile si mette il dito in bocca e lo ciuccia allu-

                 soriamente. Mentadent é imbarazzato)

 

Mentadent   Ehm, ehm sù Colga, rilassati adesso

 

                 (Si leva il camicie bianco compare inaspettatamente

                 vestito di pelle nera con pantaloni e canotta aderen-

                 ti. Lega ancora più saldamente Colga con le corde che

                 si lascia ormai andare completamente,senza opporre nes-

                 suna resistenza. cambio di musica si passa ad un pezzo  

                 forte ed eccessivo dei Hard core. Mentadent prepara

                 un’altra siringa con gesti lenti e studiati. 

                 Colga lo segue muovendo il capo e gli occhi dilatati.

                 Alcuni fili grigi tra i capelli tradiscono la lunga

                 attesa di quel momento (forse anni). Mentadent pic-

                 chietta sulla siringa e fa brillare uno schizzo di

                 anestetico dall’ago gonfio di liquido. 

                 La luce si abbassa fino al buio...)

 

Colga           Aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaah!!!

 

                 (un urlo di piacere disperato)

 

                 (lampeggia per qualche secondo la scritta 

 

  PREVENIRE E’ MEGLIO CHE CURARE  

 

                 dalla quale quasi scompaiono le prime tre lettere, per un guasto,

                 evidentemente)

 

 

trapano      zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz,zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz,

 

                 (per tutta la durata dell’intervallo tra il primo e il

                 secondo atto a volume sostenuto ché costringa gli

                 spettatori ad abbandonare la sala) 

 

                FINE DEL PRIMO ATTO

 

                (intervallo)

 

trapano      zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz,zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz,

                 zzzzzzzzzzzzzzzz,  zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz,

                 zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz,

                 zzzzzzzzzzzzzz,zzzzz,zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz...

                 zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz,zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz,

                 zzzzzzzzzzzzzzzz,zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz,

 

 

 
 
 

I-Denti-ci (dramma semiserio in due atti) Atto 2

Post n°102 pubblicato il 01 Ottobre 2012 da alex.canu

(Dopo appena due minuti)...

 

ATTO SECONDO

(soggiorno del signor Mentadent P. e della signora Colga. Mentadent é seduto in poltrona e legge il giornale. Colga  di fronte a lui é seduta in poltrona e legge lo stesso giornale, alla stessa pagina. Appaiono invecchiati. Leggono a voce non tanto alta, ma sufficiente a farsi sentire da tutti. L’effetto può durare finché in sala non si crei il silenzio. Per suggerire un‘immagine é come quando i musicisti accordano gli strumenti poco prima di un’opera. Leggono finti programmi televisivi e, ad un colpo di tosse di Mentadent,entrambe leggono lo stesso programma. Da questo momento in poi ripeteranno le stesse battute, variandone però espressione e senso, ognuno a proprio talento e a seconda dell’umore della giornata)

 

Mentadent  Se c’é una cosa che ho odiato tanto da piccolo é Pippi.

                  Mi annoiava da morire e non sopportavo quelle

                  insulse trecce rosse tenute su alla bell’e meglio col

                  fil di ferro.

 

Colga      Se c’é una cosa che ho odiato tanto da piccola é

              Pippi. Mi annoiava da morire e non sopportavo quelle

              insulse trecce rosse tenute su alla bell’e meglio col

              fil di ferro.

 

Mentadent  La sua voce, i suoi scherzi, i denti, quei denti larghi e grossi!!! da far paura.

                  LI ho sognati a lungo nelle sere in cui preparavo la mia tesi. 

 

          (canta)

 

          “...cercate una bambina ma non prendete me ce ne son

          tante altre in giro...” 

 

Colga      La sua voce, i suoi scherzi, i denti, quei denti larghi e grossi!!! da far paura.

              LI ho sognati a lungo nelle sere in cui preparavi la mia tesi.

 

          (canta) 

 

          “...cercate una bambina ma non prendete me ce ne son

          tante altre in giro...” Però...

 

Mentadent  Però?

 

Colga      Però...che vuoi si cresce dopo un pò, e non ci si

              ricorda più di essere stati dei bambini. 

 

          (mentadent intanto schiaccia il pulsante di un giocat-

          tolino per bambini, per es. il trenino che fa ciuf-ciuf”). 

 

          Ricordare poi diventa molto difficile. le date, i com-

          pleanni, i compleanni delle date. Ricordi? 

 

mentadent  Ricordo...che vuoi si cresce dopo un pò, e non ci si

                   ricorda più di essere stati dei bambini. 

 

          (Colga intanto schiaccia il pulsante di un altro gio-

          cattolino, p.es. l’allegra fattoria).

 

          Ricordare poi diventa molto difficile. le date, i

          copleanni; i compleanni delle date. Ricordi? Tu avevi

          un paio di pantaloni stretti che ti fasciavano dolce-

          mente le gambe , mentre io discutevo con tuo padre

          senza capire quel che dicesse, guardavo te, e i tuoi

          pantaloni erano incredibilmente i-denti-ci ai miei, 

          o forse erano proprio i miei.

 

Colga      Forse...Tu avevi un paio di pantaloni stretti che ti

              fasciavano dolcemente le gambe , mentre io discutevo

              con tuo padre senza capire quel che dicesse, guardavo te 

 

          (con malizia), 

 

          e i tuoi pantaloni erano incredibilmente

          i-denti-ci ai miei, o forse erano proprio i miei. Tuo padre...

 

Mentadent  (interrompendola) 

 

          Tuo padre, tuo padre, MIO PADRE! 

          Se gli avessi dato ascolto allora, non mi troverei

          oggi in questa situazione. 

 

          (Colga fa qualche tentativo per calmarlo)

 

Colga      Se gli avessi dato ascolto allora, non mi troverei

              oggi in questa situazione. 

 

          (trattenendo a fatica le lacrime) 

 

          Avevo appena sedicianni, che credi, e lui vegliava con

          accanimento su di me, sempre. Non potevo neppure anda-

          re al bagno, era sempre lì che mi guardava, muto, sem-

          brava assente, ma i suoi occhi non mi lasciavano

          mai...e tu eri lì... 

 

          (indica la poltrona nella quale mentadent é seduto)

 

          seduto a fumare quelle tue sigarette schifose. 

          Non si fuma in quel modo...a sedicianni!!!!

 

Mentadent  ...a sedicianni, già, avevo solo sedicianni e lui

                  vegliava sempre su di me, sempre. Non potevo andare al

                  bagno che lui era li e mi guardava, muto. 

                  Sembrava assente ma i suoi occhi non ti lasciavano

                  mai...e tu eri li... 

 

          (indica la poltrona dove é seduta Colga), 

 

          seduta a fumare quelle tue sigarette schifose. 

          Non si fuma in quel modo a sedicianni suonati...

 

Colga     ...il campanello, drinn, drinn. Venivano in tanti a

          prendermi per andare a qualche festicciola “privata” 

          o al cinema. Mi piacevano tanto le storie d’amore, 

          le sognavo, ero tanto una bambina scioccherella! 

          Ma al cinema non mi ci hai mai portata. Mi tenevate

          rinchiusa in questa casa, col puzzo che saliva sù e

          niente , mai niente di dolce da mangiare o da sognare. 

          “I dolci, i dolci” diceva il babbo, 

          “fanno malissimo ai denti bambina mia, una bocca mala-

          ta è la fine. non ci badare, lascia che il campanello

          suoni, non abbiamo bisogno di nessuno quì...

          quì... col babbo... sù!”    

 

Mentadent  ...il campanello, drinn, drinn. Venivano in tanti a

          prendermi per andare a qualche festicciola “privata” 

          o al cinema. Mi piacevano tanto i film di guerra, 

          li sognavo la notte. 

          Ma al cinema non mi ci hanno mai portato. 

          Mi tenevate rinchiuso quì,in questa casa, col puzzo

          che saliva sù e niente , mai niente di dolce da man-

          giare o da sognare. 

          “I dolci, i dolci” diceva il babbo, “fanno malissimo

          ai denti bambino mio, una bocca malata è la fine. 

          non ci badare, lascia che il campanello suoni, 

          non abbiamo bisogno di nessuno. Quì..quì...col babbo...

          sù! apri la bocca, grande,così,

          ...aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa...” 

 

          (buio) 

 

trapano   zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz,zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz,

          zzzzzzzzzzzzzzzz,  zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz,

 

          (stessa scena del primo atto, lettino e  illuminazio-

          ne.stavolta sdraiato e legato sul lettino é Mentadent.

          Colga lo sta finendo di legare e l’operazione richiede

          qualche secondo. Mentadent appare rassegnato, i segni

          della vecchiaia - ma una vecchiaia da burla (una par

          ruca bianca o una vistosa testa pelata p. es.) -

          appaiono più netti ed evidenti)

 

 

Mentadent  Colga no, ti prego, non sopporto quello che fai

Colga     (con voce stridula e canzonatoria)

            ...no ti prego non sopporto quello che fai...

          (gli ficca la pompetta in bocca)

          ...chchchchchchch...

 

Mentadent  mmmmmmmmmmmmmhh,  mmmmmmmmmmmmmmmh,

          mmmmmmmmmh,mmmmmmmmmmmmmmmmmhh,

        mmmmmmmh,mmmmmmmmmmmmmmh l’anestetico,ti prego!

Colga     Con quello che costa oggi comprare una siringa chi se

             lo può permettere. Soldi, soldi, soldi. 

 

          (tira fuori dalle tasche una manciata di

          soldi finti - pezzetti di carta con numeri scritti a

          pennarello-). 

 

          L’anestesia é un lusso mio caro. Posso accendere il

          televisore, se vuoi, genere omeopatico: 

          ballerine, quiz, domande con risposte già pronte, 

          casi umani, tiggì che non interessano a nessuno. 

 

          (lo lega ancora più saldamente).

 

Mentadent  (con in bocca la pompetta) 

           Il televisore non c’é più e i mobili li hanno portati

          via tutti...il mio cavallo, il mio trenino, la mia

          piccola bambola...   (piange)

 

Colga      Pezzo di merda,Pezzo di merda,Pezzo di merda,non avevi

          capito niente allora, non eri tu ad interessarmi!

          Volevo altro, molto di più da te!!

 

Trapano    zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz,zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz,

          zzzzzzzzzzzzzzzz,  zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz,

 

Mentadent  mmmmmmmmmmmmmhh,  mmmmmmmmmmmmmmmh,

          mmmmmmmmmh,mmmmmmmmmmmmmmmmmhh,mmmmmmmh,

        mmmmmmmmmmmh, l’anestesia !!

 

Colga     (calma guarda a lungo il pubblico in sala e gli muove

          contro fino in proscenio. Ha ancora il trapano in una

          mano, ma lo spegne. Individua uno spettatore/trice 

          in particolare e su di esso appunta il suo sguardo,

          rivolgendoglisi in tono disperato e patetico)

 

          Lei!!

          (lo/la descrive genericamente: giacca, cravatta o altro

          di femminile, capelli, occhiali ecc.)

          Lei, si  capisce subito che é una persona perbene di cui

          ci si può fidare. Mi dica, che cosa avrebbe fatto lei

          al posto mio? Mai uscita di casa, mai incontrato nes

          suno,mai a teatro o ad una mostra d’arte. Oh, lo so

          cosa sono! Non mi creda così ignorante...

 

Mentadent  Colga, ti prego, lascia andare il signore...

Colga     ( ignorandolo)

          ...ma, mettiamola così, suo padre, suo fratello i-denti-co a lei, 

          a casa, soli. Non mi dica che ancora non ha capito? 

          (girando un dito intorno alla sala)

          quì l’hanno capito tutti.

          (fissa lo/la spettatore intensamente, in modo equivoco

          e spaventoso,facendo sentire forte il suo respiro)

          ...ma Lei, così elegante, così sano/a...mi pare

          che...anche lei...

          (lascia un silenzio imbarazzante continuando a fissar-

          lo/a negli occhi, nei quali ha già trovato la 

          risposta. Fà partire il trapano e mostra di voler

          scendere in platea)

 

Trapano    zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz,zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz,

          zzzzzzzzzzzzzzzz,  zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz,

Mentadent  Colga! No, no, no, no, no, noooo!!

Colga     (allenta piano la tensione. Spegne il trapano posandolo

          delicatamente. Va verso Mentadent, stringendogli più

          fortemente le cinghie. Poi cambiando repentinamente

          tono e assumendo un’aria professionale)

          ...Come va la tua bocca oggi caro? La cioccolata? 

          no-no-no. Bisogna sapersi moderare, mio dio! 

          (come ad un bambino),

          spazzolarli per bene e con energia. Il dentifricio non

          serve assolutamente a nulla!...Quel pizzicorino si, 

          il sapore di menta si, la sensazione di una bocca

          pulita si... 

          (ora in tono marziale)

          I-denti-di-sopra-si-spazzolano-in giù

          i-denti-di-sotto-si-spazzolano-in sù

          procedere-all’incontrario-vuol-dire:

          carie, piorree, denti che saltano come scoppietti per

          bambini, ponti, dentiere...

          (in un crescendo di delirio), 

          La Fine!! “Una bocca malata é la fine!”

 

Mentadent  (si scioglie con naturalezza dalle corde che lo lega-

          vano e si avvicina amorevolmente a Colga che affonda

          il suo viso nel petto di lui. Mentadent la abbraccia

          teneramente, le passa una mano sui fianchi e sulla

          pancia, sente il profumo dei suoi capelli, é una scena

          quasi erotica)

          Colga, amore di fanciulla, ora é troppo tardi.

          (la guida in una passeggiata al suono di un tango che

          lentamente sale, si trasforma in una danza che, bel-

          lissima, assume toni imprevisti o quello che gli atto-

          ri vorranno. Quando il tango é finito -e lo danzano

          tutto- i due protagonisti si fermano uno di fronte

          all’altro e guardandosi  si allontanano sempre più

          verso le due quinte laterali. Sfalsati di una frase,

          alla “Ronconi” diranno quanto segue:)

 

Mentadent  ...E’ troppo tardi. 

e Colga   “Una bocca malata é la fine”, 

          pensavamo.  

          Eravamo giovani e ingenui, che farci? 

          “Una bocca malata” però, “è la fine.”

          Dapprima è un puntolino nero e curioso,

          poi diventa un buchino, non ci si accorge nemme-

          no...PADRE, I DOLCI!!

          (mimano tutti i vari passaggi, compreso un invisibile

          padre che mangia dei dolci)

          ...la carie arriva e uuuh, che dolore!

          (indossano due camici bianchi, puliti)

         ...e passa da un dente all’altro...poi viene il trapano

          (mimano il trapano)

         bzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz,zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz

          zzzzzzzzzzzzzzzz,  zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz,

 

Mentadent  Anestesia, anestesiaaaaaaaaaaaaaaaa!!!!!!!

Colga     No,no,no 

            (come in Terminator. Lunga pausa)

          Un lavoro ben fatto, proprio ben fatto. 

          Un alibi perfetto.

          (dalle quinte opposte si scambiano un bacio)

          ...Noi due!

          per sempre...

 

Trapano    zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz,zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz,

          zzzzzzzzzzzzzzzz,  zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz,

 

          (per una trentina di secondi)

 

 

 

          Buio...sipario.

 

NOTE

Il dramma che si consuma all'interno delle anguste pareti di questo improbabilissimo studio dentistico è di marcata impronta incestuosa. E questo è un dato di fatto innegabile. Ma chi sono gli "incestuosi" e quali sono le motivazioni che li hanno portati ad un così orrendo delitto? Mentadent P è realmente un Dentista? E Colga è realmente sua moglie? I ricordi dei due protagonisti coincidono inesorabilmente, hanno le medesime reazioni alle medesime sollecitazioni, ricordi "identici" di persone probabilmente "identiche", ma capovolti:-tuo padre? No, mio padre!! Il dubbio che potrebbe sorgere è che Mentadent e Colga siano fratelli, fratelli alleati contro un nemico comune. Chi potrebbe essere mai il loro nemico comune? E che razza di crimine avrebbe mai commesso questa misteriosa persona?  Il vero dentista è, (era), il loro padre, uomo oscuro e spaventoso che potrebbe aver abusato sia di Mentadent che di Colga in una casa dove non esiste Madre, dove non entra la luce, dove non esistono amici e non c'è aria respirabile e il campanello alla porta suona sempre invano. C'è un'altra presenza oscura e minacciosa, un vero Trapano elettrico, che sia Colga che Mentadent usano  in forme molto ambigue e minacciose (un fallo antico e devastante, come quello di Arancia meccanica?)...e poi  un'anestesia che non vuole essere praticata, che è usata come arma di ricatto. Solo alla fine del primo  atto l'ago "penetra" in Colga che lo accoglie con un  urlo liberatorio e selvaggio. Forse Mentadent e Colga sono diventati dentisti per "neccessità", per liberarsi di qualcuno, il Padre che li violentava entrambi? Forse lo hanno ingozzato di dolci fino a fargli venire delle carie pazzesche...il delitto perfetto. Curarlo senza anestesia, fino a farlo impazzire, morire letteralmente, dal dolore. Senza nessun desiderio di liberazione, di uscire alla luce, solo per rimanere, ancora e più, finalmente soli, rintanati nel medesimo incubo a ripetere come due attori folli lo stesso meccanismo violento,  ...Mentadent  e Colga prenderanno il posto del padre  scambiandosi reciprocamente i ruoli come spesso succede ai gemelli, torturandosi e godendo della tortura...  "noi due, per sempre".

 
 
 

LA VERA STORIA DI CENERENTOLA (racconto educativo). parte I

Post n°101 pubblicato il 30 Settembre 2012 da alex.canu

 

   In un antico e nobile castello che dominava una vallata ridente e fertilissima, attraversata da un fiume gagliardo, vivevano in pace con i propri vicini un re ed una regina. Non dichiaravano mai guerra a nessuno, si accontentavano del poco che avevano e, forse proprio per questo, i sudditi li ricambiavano di un affetto e di una obbedienza che non aveva eguali in nessun altro reame. Questi due nobili sovrani si amavano di un amore tenero e appassionato e il frutto di questo loro amore aveva anche un nome: Ivàn, il principe Ivàn. La vallata ridente, il fiumicello pescoso e gagliardo, l’affetto dei contadini, la pace con i reami confinanti, ecc, ecc. C’era tutto per far felici sovrani più riccchi e più potenti di loro. Tutto. Ma, a ben guardare, avrete forse notato che dall’elenco manca il principe Ivàn.Già, “il principino”. Così lo chiamavano ancora il re suo padre e la regina sua madre. Il “principino” in questione aveva appena compiuto 20 anni e fin dalla più tenera età aveva manifestato una spiccata passione per l’alta cucina. Non verso “l’arte culinaria” propriamente detta, ma specificamente per il gusto del mangiare, mangiare e  mangiare, che lo aveva portato ad essere quello che era diventato ora: un essere onnivoro e incredibilmente grasso.

   A niente erano valsi gli sforzi dei suoi augusti genitori che avevano provato di tutto per distorglierlo dall’insana passione. Non avevano cavato un ragno dal buco. Piccoli successi, quà e la, una riduzione nel numero delle portate che aveva fatto ben sperare. O come quella volta che  a otto anni, ( l’età delle spade e dei fucili per i maschietti), avevano perfino dichiarato guerra al reame confinante a sud-ovest, pur di distrarlo un po. Niente da fare. I servizi segreti “nemici”, avevano scoperto tutto e si era risolto con una gran bolla di sapone ancora prima che scoppiasse la guerra. Avevano provato con i viaggi, peggio: “paese che vai cucina che trovi”. Un disastro! Alla fine un consigliere propose, “ visto che avete provato di tutto e che niente è servito, tenetevelo così com’é e vogliategli bene lo stesso”. Il consiglio parve molto saggio ai due saggi sovrani e decisero di tenersi il “principino” così come il fato glielo aveva dato, grande e grosso come un bue. Il  buon consigliere venne perfino premiato con una generosa pensione a vita. E, visto che il “principino” aveva  appena compiuto 20 anni, decisero di dare una festa grandiosa che avrebbe attirato al castello tutte le ragazze in età da marito nel raggio di svariate leghe. Non badarono certo a spese e organizzarono tutto con grande sfarzo. Di questo giorno si sarebbe parlato a lungo e la festa sarebbe stata di quelle che si ricordano per tutta la vita: le casse dello stato lo permettevano, per anni si era risparmiato. Messaggeri in sella a veloci destrieri vennero spediti in ogni borgo e in ogni villaggio. Ai quattro angoli del regno venne affisso il bando che così recitava: Attenzione, attenzione. In occasione del ventesimo compleanno del principino Ivàn, si darà al castello una magnifica festa da ballo alla quale il re e la regina avranno il piacere di invitare tutte le ragazze in età da marito. La fanciulla più bella e più attraente della serata   sarà scelta come sposa e tutti i membri della sua famiglia, fino al terzo grado di parentela, avranno diritto al titolo di duchi e ad una rendita annuale pari a 15.000 (quindicimila) ducati d’argento”. Seguiva il menu della  serata con un apettitoso elenco delle portate previste.

   In men che non si dica la notizia si sparse in tutto il reame e anche oltre i suoi confini immaginabili e inimmaginabili. Quando i messaggeri giungevano nei villaggi, (perfino in quelli più remoti), trovavano già un gran fervore attorno a gale, pizzi, merletti, trine e, più in generale, attorno a tutti gli strumenti di seduzione ( leciti e illeciti), che le donne conoscono perfettamente. Sarte, tessitori, calzolai, parrucchieri, maghi e indovine, ebbero in quel periodo gran fortuna. Ai porti del regno giungevano navi cariche di stoffe ed unguenti  speziati e profumati provenienti dal lontano oriente. Carovane con le sete più preziose arrivavano nelle città del regno e fini ricamatrici lavoravano notte e giorno agli ordini delle più belle damigelle del reame. Orafi vennero chiamati dall’Italia, dalla  Spagna e dalle lontane terre del Marocco. Esperte in portamento e nel celare lo sguardo furono fatte venire dall’antica Babilonia. Ogni angolo del paese era un laboratorio, ogni casa alzava il suo altare alla bellezza, in ogni stanza una fanciulla guardava alla luna, la sera, indirizzandole un desiderio, lo stesso per tutte: sposare il principe Ivàn, o meglio, arraffare i 15.000 ducati d’argento annuali e i titoli nobiliari, per sé e per la propria parentela. Da quel momento in poi tutte le ragazze in età da marito si misero a ”dieta stretta”. Il gioco valeva la candela.    In una elegante casa, in una onorevole contrada di una linda città ai confini del regno, viveva una povera fanciulla della quale pochissimi conoscevano il vero nome, ma che tutti chiamavano familiarmente Cenerentola, dato che per la maggior parte del suo tempo stava davanti al camino a rimestare la cenere. Pur essendo figlia di primo letto del padrone di casa ella era relegata dalla matrigna agli incarichi più umili e disonorevoli a tutto vantaggio delle “sue” figlie che e rano trattate come regine. La giornata di Cenerentola cominciava all’ alba col primo cantare del gallo, (maledetto!), e finiva la notte quando la luna era calata da un bel pezzo. La povera ragazza cuciva, lavava, portava l’acqua dal pozzo, svuotava i pitali della notte e tutti i carichi e i pesi più gravosi erano sulle sue spalle. Non aveva un attimo di riposo e la sua matrigna e le sorellastre non perdevano occasione per deriderla e tormentarla in tutti i modi. Il padre,non era mai in casa, e le rare volte che trascorreva con loro qualche giorno si dispiaceva  per la sorte della figlia, ma pensava che era un po’ tocca di cervello e quindi non se ne dava troppa pena.

   Ora, dobbiamo proprio dirlo: Cenerentola, non aveva un aspetto, per così dire, normale. Era un po’ fuori misura, una “over-size”, molto “over-size”. Relegata in casa non aveva altri interessi se non occuparsi della cucina e assolvere a tutti i lavori più pesanti che le sorellastre, magre ed eleganti, non potevano certo sbrigare. Cenerentola non si dispiaceva per questo e il rancore non sapeva neppure cosa fosse. Era abituata così. Subiva i rimproveri della matrigna e prendeva le botte dalle sorellastre come un dazio che si paga tutti i giorni, senza prendersela tanto. I primi tempi che il padre si era risposato l’avevano trattata con ogni riguardo, ma poi vedendola così remissiva e inadatta alla vita di società, avevano preso a darle degli ordini sempre più imperiosi e di lì a un po’ a trattarla decisamente come una pezza da piedi e a giocarle degli scherzi crudeli quando le due sorelle si annoiavano un po nelle lunghe serate invernali. Se c’erano delle visite  o dei giovanotti venivano a trovare le sorelle a casa, era cacciata via in cucina e nessuno perciò la vedeva mai. Già da un bel pezzo aveva superato i 140 kili e la sua massa abnorme ingombrava la cucina pur grande, facendola apparire al suo confronto piccola e inadatta alla sua persona. Il vestito era perennemente logoro, né lei si curava di averne uno nuovo. Era scalza e addirittura incapace di camminare con delle scarpe ai piedi. Figuriamoci con delle strette scarpe da signorina! Il suo piede, però, era incredibilmente proporzionato ed elegante. Bizzarrie delle favole! Non resta molto altro da dire di Cenerentola. La bellezza ha i poeti che la cantano, i pittori che la ritraggono, i musicisti che le creano sottili impalcature di note per farla volare in alto. Ma a chi bella non è rimane null’altro che il silenzio o qualche rara fiaba, con orchesse e mostri a spaventare i bambini che non vogliono dormire la sera. Cenerentola viveva così, abbandonata a se stessa, dimenticata nel suo quintale e mezzo da una società che aveva bisogno solo di persone magre, belle e obbligatoriamente “felici”. Eppure, la povera fanciulla, coltivava una sua grande passione che agli sprovveduti che ascoltano la nostra storia potrà sembrare ovvia, visto il personaggio, ma che invece con lei rasentava la poesia pura. Ebbene sì: Cenerentola amava cucinare. Per lei i fornelli erano come una orchestra da dirigere, le salse i colori degli artisti, i mestoli i pennelli. La lista della spesa da portare al mercato un romanzo a puntate di cui non si intravedeva la fine, il lieve borbottare degli intingoli e dei sughi un dolce contrappunto ai tappi delle bottiglie che saltavano. Cenerentola amava, amava pazzamente cucinare. ma al contrario dei grandi cuochi che non amano mangiare e sublimano una infanzia di castighi e divieti, osservando gli altri che lo fanno,  lei amava pazzamente mangiare. Motivo per cui ingrassava  senza darvi troppo peso. Questa era la situazione quando il bando del re venne a rompere l’armonia anche in quella casa: Attenzione, attenzione, in occasione del ventesimo compleanno del principe Ivàn, si darà al castello una magnifica festa da ballo ...ecc, ecc... la fanciulla più bella e più attraente della serata   sarà scelta come sposa e tutti i membri della sua famiglia, ...ecc... avranno diritto al titolo di duchi e ad una rendita annuale pari a 15.000 (quindicimila) ducati d’argento”. Seguiva il ricco menù della serata. Le sorelle impazzirono di gioia. Una di loro, sicuramente sarebbe stata la prescelta! Erano sicuramente le più belle di tutto il reame. Le uniche cose a cui prestarono attenzione furono i titoli nobiliari per la madre e le 15.000 ghinee annuali. Il principino Ivàn era un dettaglio, niente più che una postilla scritta tra la superbia e la vanità. Nessuno prestò attenzione al menù, che fra l’altro era scritto in piccolo, come una cosa di poco conto. Nessuno lo lesse, tranne Cenerentola e ogni portata che veniva nominata era come una spada che si conficcava nel suo cuore, perché-lei-non-avrebbe-mai-partecipato-a-nessun-ricevimento-da-nessuna-parte-del-mondo. Almeno finché era ridotta così.

   Come abbiamo già detto le due sorellastre di Cenerentola erano bellissime e, un po’ tutti, davano per scontato che una delle due sarebbe stata la prescelta dal principe. Non dovettero faticare molto, la loro bellezza unita alla loro alterigia, non aveva certo bisogno dei sarti migliori, quelli li lasciavano alle meno fortunate di loro. Ma quello che le rendeva veramente odiose era la loro superbia e chi ne scontava i capricci era come sempre la povera sorellastra grassa e stupida. Cenerentola dovette correre per una settimana intera, lavare stoffe, ricamare, tagliare, cucire, preparare il pranzo, la cena, spolverare, lavare i piatti, attingere l’acqua alla fonte da sola, salire e scendere la scale cento e cento volte al giorno. La chiamava la matrigna: “Cenerentola, hai ricamato i guanti di pizzo?” La chiamavano le sorellastre: “Cenerentola, sei andata dalla sarta per i broccati?”  Le strillava perfino il padre, esasperato da tutto quel pandemonio e rimasto a casa a dar man forte: “Cenerentola! L’arrosto non è ancora pronto?”  Cenerentola correva, di quà e di là, sù e giù, a destra e a sinistra, non mangiava, non parlava, non respirava, sarebbe morta se, finalmente, non fosse arrivato il giorno tanto atteso, il giorno del Gran Ballo, il giorno del trionfo delle sorellastre. La sera una magnifica carrozza si portò via sorellastre, matrigna e padre. La scostarono dalla porta, giacché la ingombrava, e partirono verso l’inevitabile trionfo. Cenerentola richiuse la porta, si ravviò i capelli grassi, si stropicciò le mani sugli occhi, belò qualche lamento e trenta secondi dopo svenne, stremata dalla gran fatica e dalla tensione. Si svegliò che era quasi tramontato il sole e in cucina una luce rossastra batteva sul pavimento e si andava a spegnere sul ripiano dove un barattolo di fagioli era scampato all’uragano di quei giorni. Si alzò e pensò che per quella sera i fagioli sarebbero andati benissimo. Cercò l’apriscatole e l’aprì, piangeva, ma cacciò un urlo fortissimo quando dalla scatola sortì fuori una signora malamente vestita che, senza badare allo spavento della ragazza, sbuffò forte e strillò: “chi mi ha messo dentro una scatola di fagioli me la pagherà cara! Ah, se me la pagherà”. Ciò detto si rassettò il vestito, si levò qualche buccia e, dopo essersi asciugata dal sugo degli odiati legumi, disse a Cenerentola, col tono più scortese che le riuscì: “Che vuoi, perché mi hai chiamato!?”. “Io non ti ho chiamato!”, disse Cenerentola ancora spaventata. “ Aprivo la scatola dei fagioli per mangiare, visto che non ho altro, e all’improvviso sei saltata fuori tu, ma che si spaventa così la gente?”. La fata, perché era una fata buona, vedendo la fanciulla ancora così spaventata, si pentì di essere stata così sgarbata. “ ...E’ che a me fanno sempre certi scherzi”, disse, “ l’ultima volta sono dovuta uscire da un barattolino di pepe nero. Sapessi gli starnuti. Se ci penso ancora me ne viene..eeee....ancora.....eeet.....uno...eeeetci!!!”. “ Salute”, le disse Cenerentola e le porse un fazzoletto. “Grazie”, disse la buona fata, “sapessi quante me ne combinano. Ancora pochi mesi però, e poi andrò in pensione”. Cenerentola la osservava, poi disse: “ ma tu sei una vera fata? Una vera, vera fata?. “Certo”, le disse quella stupita della domanda, “non ci vuole mica molto a capirlo. Una che ti salta fuori da un barattolo di fagioli lessati, bleah! alle sette di sera che può essere, secondo te?”. “Ma tu, potresti esaudire un desiderio?”, disse la povera ragazza animandosi, “ un desiderio che io ho e che nessun’altro al mondo potrebbe esaudire, se non una fata?”. “Certo, figlia mia”, le disse la fata, “Io posso esaudire ogni tuo desiderio. Vuoi essere ricca? ...ehm...più magra? Vuoi far cadere ai tuoi piedi il principe più bello del mondo? Vuoi far soffrire una persona che odi (è questa la mia specialità)”, e così elencando, trasse fuori dalla tasca della gonna un depliant con tutte le specialità, nel bene e nel male, che la sua professione le permetteva. Con fare professionale le disse: ” Dimmi, cocca, che ti serve? Che vorresti che Fata tua ti faccesse?” Cenerentola trattenne il respiro, si fece rossa in volto, e in un solo fiato le disse: “V’rrei-‘nd’re-al-b’llo-d’l-pr’cipe-‘và’-an”. “Eeh?”, disse la fata, “che hai detto? Parla piano che sono vecchia e un po sorda”.  “V’rrei-and’re-al-ballo-d’l-pricipe-‘và’-an”, disse ancora Cenerentola, arretrando un poco per l’audacia che aveva avuto. “ Come, al ballo di chi? Parla come si deve, benedetta ragazza. Non aver paura di me, io posso esudire ogni tuo desiderio. Allora a quale ballo vorresti andare, sù! Dillo bene.”. “ Al ballo che il principe Ivàn darà questa sera nel suo palazzo”, disse Cenerentola calma. La fata , che pure era abituata a magie assai più difficili che spedire ad un ballo una ragazzina, provò un po di imbarazzo dicendole che lei poteva esaudire un solo desiderio e che, insomma...grassa com’era nessun giovane l’avrebbe mai invitata a danzare. Le suggeriva, pertanto, se accettava il suo consiglio, di desiderare di dimagrire e che poi, più avanti, si sarebbe visto... Cenerentola accorgendosi del malinteso si scusò e disse che a lei non interessava il ballo o il principe e, aprendo un cassetto le mostrò il bando. La fata lo lesse , ma Cenerentola le indicò il menù, scritto piccolo piccolo. Alla buona fata fu sufficiente dare una rapida occhiata all’elenco delle pietanze per capire il desiderio di Cenerentola e decise così di aiutarla.

 
 
 

LA VERA STORIA DI CENERENTOLA (racconto educativo). parte II

Post n°100 pubblicato il 30 Settembre 2012 da alex.canu

  Come fece tutti lo sanno. La povera fata diede una rapida occhiata intorno e altro non vide che un bollitore d’acqua , poco più in là prese due barattoli di carne simmenthal già aperti, senza sapere esattamente che cosa farci, due bicchieri di vetro stavano sul piano della cucina, prese anche quelli...e...e ora? Li osservò a lungo e le venne un’idea geniale! Non l’aveva mai sperimentato prima, quindi non era sicura del risultato. Dalla sua borsa, (perché ogni fata che si rispetti ha una borsa), trasse il libro delle magie, si concentrò, divenne luminosa come un neon e gridò forte:

Raggi di fuoco,

spade di vento

il bolliacqua diventi

carrozza d’argento

   Ed ecco, per magia,il bollitore fu avvolto in un turbinio di luce, per riapparire sotto forma di una meravigliosa carrozza fiammante. Cenerentola si spaventò molto, ma poi...

 Fulmini in cielo,

per mare, per valli,

le simmenthal diventino

due bianchi cavalli

   Bang! Un terrifficante boato trasformò le due innocenti scatolette di carne lessa (già rassegnate alla scadenza anticipata), in due bizzosi cavalli bianchissimi, attaccati alla carrozza d’argento. Ma non era ancora finita, sentite un po’...

 Il mare in tempesta,

che rompe il corallo

la sabbia trasforma

in fine cristallo

i piedi calzati

di vetro tu avrai,

con queste scarpette

 che non perderai

     Ed ecco come per incanto due scarpine di cristallo calzare perfettamente ai piedi della fanciulla.

Ma ora arrivava la parte più difficile: come confezionare un lussuoso vestito per quel corpo così maldestro e ingombrante?

Pensa e ripensa...

l’idea non è male!

arrangeremo

‘sto zozzo grembiale

con questi stracci

con questi impiastri

faremo un vestito

coi pizzi e coi nastri

Con queste tasche

coi buchi e coi fori

un bel cappello

di mille colori

Questi rattoppi

li faccio sparire

ecco un vestito

da far’impazzire

se lo vuoi bianco

non c’è problema

ci metteremo anche un diadema

Quegli occhi tuoi grassi

colore del cielo

li copriremo

con questo velo

Un po’ di magia e

un po’ di mistero

per questa notte

che non pare vero...

     Il lavoro appariva così ultimato, un bellissimo lavoro. Cenerentola era perfetta, non le mancava niente, doveva solo partire. Si fece due panini per il viaggio e “volò”,(si fa per dire), sulla carrozza d’argento, che per poco non sbragò. Ma quando i cavalli-simmenthal stavano per prendere il galoppo la fata le gridò: “ Attenta però, bambina mia, attenta,  che allo scoccare dei dodici tocchi della mezzanotte, dovrai tornare a casa, perché l’incantesimo purtroppo finirà. Bada, ragazza mia, non te lo scordare.”  “Nooooooo, non lo scorderò, te lo prometto”, fù l’ultima cosa che la fata sentì, prima che  il buio della notte inghiottisse tutto, carrozza, cavalli e una strana fanciulla vestita e addobbata come un bizzarro albero di natale. “Dodici tocchi della mezzanotte? Che avrà voluto dire? Boh!”, si disse Cenerentola, mentre addentava il primo panino.

   Bisogna avere il coraggio di dire le cose come stanno, senza paura della verità: il principe Ivàn, unico destinatario della Grande Festa, si stava annoiando da morire. Le fanciulle intervenute da ogni parte del regno erano si bellissime e si davano da fare per rendere la serata piacevole, ma erano tutte magrissime e mettevano al principe una gran tristezza addosso. Aveva invitato qualche ragazza a mangiare con lui, egli stesso aveva confezionato qualche pietanza, ma ora questa, ora quella fanciulla, avevano mostrato di gradire per pura compiacenza verso il principe, senza apprezzare veramente quel genere di attenzioni. Il principe Ivàn stava per addentare stancamente un fagiano al rosmarino quando, finalmente, la carrozza di Cenerentola arrivò al palazzo del re. Scese quanto più velocemente il suo peso e i vestiti glielo consentissero ed entrò trionfante nella grande sala illuminata a giorno. Fece appena in tempo a vedere la grande tavola imbandita e poi notò il faggiano che spariva nella bocca del principe. Strillò: “NO!!”. Tutti si voltarono verso il grande scalone, il principe trattenne il boccone, il re e la regina misero gli occhiali, i maggiordomi non sapevano che fare. “No”, gridò ancora la misteriosa fanciulla, “ Un buon fagiano al rosmarino col suo ripieno, non può essere mangiato così”. Nella grande sala si fece un silenzio come non si era mai sentito. Tutti si scostavano al passaggio della ragazza. Cenerentola si diresse verso il principe, gli prese delicatamente il fagiano dalle mani e lo posò su un piatto di fine porcellana. Con le posate d’oro separò il petto dalle ali e, dopo averne tagliato qualche pezzo, lo accostò alla sua bocca, quindi offerse il boccone successivo allo stupito principe. Ivàn allungò il  collo grassoccio, fece boccuccia con le labbra e addentò in modo nuovo e più appetitoso il volatile arrosto. Gli occhi del principe incontrarono quelli di Cenerentola e fu subito amore.

 A volte le parole non servono proprio a niente, ci vorrebbe il silenzio, un grande, immenso silenzio che raccolga le nostre anime nei momenti di grande sconforto o, come ora, nei momenti solenni. Un silenzio che sappia parlarci, condurci per mano, accarezzarci. Il silenzio ci fù, e forse la più grande magia era proprio questa. Tutti gli invitati si avvicinarono e fecero ala ai due che mangiavano con grande attenzione ogni cibo sulla grande tavolata. Un orchestrina jazz attaccò un sottofondo di spazzole e sassofono e le corde morbide e profonde del contrabasso raccontavano di una poesia fatta di:

 Acciughe all’aceto

con arrosto in agrodolce

un bacalà impanato

due bigné ed un brasato

sei carciofi alla nizzarda

con un dentice ripieno

tre pernici con mostarda...

un sorriso  al suo bel seno

Galeotto fù il cappone

gli involtini di tacchino

lepre fresca piemontese

sette litri di buon vino

Maccheroni gratinati

un nasello alla mugnaia

oca al forno e ossibuchi

uova fritte alla massaia

Gran stupor dei convenuti

nel vedere l’abbuffata

mesto il cuor della regina

mentre regge una portata

Ed ancor non è finita

siamo appena alla metà

una graziosa é inorridita:

“ma in quella pance che ci stà”

 Che ci sta...?

Aaaah!

Patatine alla duchessa

20 quaglie allo spumante

due fiamminghe di ravioli

salsa al curry, un pò piccante

Scorzonera in fricassea

vol-au-vent alla finanziera

vellutata al mascarpone

e una salsa... al madera

Mmmmh!!

    Si fermarono un attimo per riprendere fiato, e rimasero così, a guardarsi, riconoscendosi per la prima volta. Si sfiorarono leggermente con la punta delle dita, rabbrividendo entrambi. Il principe tagliò delicatamente col suo coltello una fetta di pane, se la portò alle labbra e la baciò sensualmente. Non smettevano un solo istante di guardarsi negli occhi. Ecco, il momento forse più delicato stava quasi per arrivare. Ivàn avrebbe baciato la fanciulla? Si sarebbe gettato ai suoi piedi? O forse lei si sarebbe finalmente svelata? Tutti i presenti trattenevano il respiro, il re e la regina si stringevano le mani fino a farsele dolere, i camerieri con i vassoi erano paralizzati. Perfino dalla cucina uscirono i cuochi per vedere cosa sarebbe successo, l’orchestrina jazz si fermò e un improvviso silenzio precipitò nel palazzo del re... Il principe Ivàn tagliò in due parti una  grossa fetta di pane all’uva e bagnò i due pezzi nella salsa al madera, ne accostò un pezzo alla sua bocca e porse l’altro a Cenerentola che l’aspettava con la bocca spalancata. Ella gli sorrise e strabuzzò gli occhi grassi. Il naso aspirava avidamente il profumo della magnifica salsa. Gli aveva dato appena il primo morso quando l’orologio della torre iniziò a battere i dodici colpi della mezanotte:

bong, bong, bong

   Cenerentola, ricordandosi le ultime parole della fata, saltò sù di colpo come una molla, “Oh dio, l’incantesimo!”. Presto, bisogna correre verso la carrozza, prima che torni ad essere un bollitore d’acqua

bong, bong, bong

   Cenerentola corre, corre come la sua stazza (e l’abbondante pranzo) glielo permettevano. Intanto sentiva  già il vestito trasformarsi e tornare ad essere il grembiule sporco della sua cucina. Raggiunse come potè lo scalone da cui era scesa alcune ore prima. Sciagurata come aveva potuto dimenticare le raccomandazioni della buona fata!

bong, bong, bong

   Raggiunse i  cavalli bianchi e già si iniziava a sentire odore stantio di carne lessa in brodo, il magnifico vestito era già un orrendo zinale. Una scarpa di cristallo le si sfilò tornando ad essere quello che era sempre stato, un bicchiere di normalissimo vetro. Il principe, superato il primo momento di stupore, con una agilità che nessuno avrebbe immaginato in lui si diede a rincorrerla col pezzo di pane al madera ancora in mano  e, quasi raggiuntala in cima allo scalone trovò il bicchiere di vetro, lo scansò con un colpo di piede, mandandolo a rotolare sulle scale finché non si ruppe in mille pezzi. Cenerentola era già entrata dentro la carrozza-bollitore. I cavalli-simmenthal scalpitavano, il vestito-parannanza le cadeva miseramente floscio. Il principe agitando la misera fetta di pane al madera le strillò

“ Misteriosa fanciulla, la scarpetta!”.

“ Amore, falla tu che io non ho tempo”, gli rispose la poveretta, con una voce da cavar l’anima alle pietre, appena prima che gli ultimi tocchi rimettessero tutto al giusto posto, uomini e cose di questo mondo.

bong ! bong ! bong! bong!!

 Il principe Ivàn, non si dava pace per la scomparsa della adorabile fanciulla. Tutte le altre erano state rimandate a casa e più di una sentendosi rifiutata aveva minacciato lo scandalo o un incidente diplomatico. Il principe, disperato, dimagriva a vista d’occhio, ed era irriconoscibile. Metà del suo peso se ne era andato in lacrime. Aveva conservato gelosamente la fetta di pane al madera, con ancora impresso il morso della misteriosa ragazza, (una principessa venuta da un paese lontano e misterioso?), unica prova certa che non l’aveva sognata e non riusciva a darsi pace. Da giorni  tormentava il povero avanzo come a cercarvi una divinazione, un segnale oscuro e magico. Un suo fedele amico che si dispiaceva di vederlo in quello stato, finalmente gli suggerì: “Altezza, cerchiamo la fanciulla in tutti i villaggi e in tutte le contrade del regno e se non dovessimo trovarla quì la andremo a cercare per mare e per terra”. Ivàn si riscosse. Ordinò ad un gruppo di armigeri di seguirlo e con il fedele amico e il pezzo ammuffito di pane al madera partirono verso l’ignoto. Cercarono a lungo prima che giungessero anche al villaggio di Cenerentola. Quì era già arrivata la voce della prova a cui ogni fanciulla sarebbe stata sottoposta. Tutte si erano messe all’ingrasso, poche erano arrivate ai 140 chili. qualcuna finalmente libera li aveva abbondantemente superati e, non volendo più tornare indietro, era evidentemente felice così. Le sorellastre erano irriconoscibili. Tracce della loro famosa bellezza erano ancora evidenti, ma il grasso accumulato ne aveva reso pesanti i lineamenti e più difficili e lente le movenze. Caracollavano per casa, mangiando di continuo e ingozzandosi fino all’inverosimile. La povera Cenerentola, dopo essere ritornata dal ballo, non fù più la stessa. Si rifiutava di fare tutti i lavori pesanti a cui era sottoposta prima. Non usciva più a fare la spesa, non apriva più le finestre, ma sopratutto non mangiava più. Era dimagrita ad un punto che neppure il padre e la matrigna la riconoscevano. Il grasso aveva lasciato il posto ad una bellezza maestosa e rotonda che metteva subito simpatia. Anche quì tutte le fanciulle, diventate ormai di un ciccione standardizzato, non riuscirono a superare la prova. Le sorellastre ebbero un accesso di isteria e cercarono di ingoiare in un sol boccone la preziosa reliquia. Il principe, ormai esasperato, le fece arrestare e rinchiudere in prigione. Ivàn era disperato, era l’ultimo villaggio. Se la fanciulla non l’avessero trovata lì sarebbero stati costretti a cercarla nei posti più sperduti della terra, e questo avrebbe richiesto anni e anni. Il padre di Cenerentola disse: “Principe io ho un’’altra figlia che da qualche tempo non mangia più ed è dimagrita da far paura. Passa tutto il suo tempo a piangere e non vuole più vivere...”. “Presto, chiamala!”, gli gridò Ivàn presagendo qualcosa. Cenerentola non volle uscire dalla sua cucina buia credendo ad uno dei soliti scherzi che le facevano le sue odiose sorellastre. Fù allora Ivàn che entrò dentro.  Accese un lume, Cenerentola non lo riconobbe subito e neppure il principe vide in quella fanciulla la proprietaria del morso sul pane al madera. Rassegnato il principe stava per andar via, ma volle provare lo stesso a mostrarle la fetta di pane sbocconcellato. Accadde quello che Ivàn da tanto tempo aspettava. Cenerentola si illuminò in tutta la persona, il principe capì in un attimo che la sua ricerca si era finalmente conclusa. Quando avvicinò la fetta di pane alla bocca della ragazza tutti ammutolirono: le due parti coincidevano perfettamente. Un messaggero fu mandato subito al castello con la buona notizia.

   Le nozze furono celebrate di lì a breve, e i due sposi, come tradizione vuole che ogni favola si concluda, vissero (non tanto) a lungo, ma felici e contenti.

 

 

 
 
 
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