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Vedremo se il decreto sarà veramente un atto strutturale contro lo sfruttamento e il lavoro nero. Oppure sarà una bufala

Post n°6661 pubblicato il 15 Luglio 2012 da cile54

Migranti, arriva una sanatoria. Ma ci piace chiamarla “decreto Ferrero"

A quanto pare il 21 di luglio dovranno essere emanati i regolamenti attuativi di una proposta governativa che era nell’aria e che il governo ha emanato lo scorso 6 luglio, di fatto una vera e propria sanatoria per migranti irregolari. Proviamo prima a raccontarne cronologicamente il percorso e poi cerchiamo di trarne qualche senso di ordine politico. Nel 2009, mediante la direttiva europea n. 52, veniva chiesto da Bruxelles ad alcuni paesi fra cui il nostro di impegnarsi a garantire “norme minime relative a sanzioni e a provvedimenti nei confronti di datori di lavoro che impiegano cittadini di paesi terzi il cui soggiorno è irregolare”. Di fatto in Italia questo comportamento che molto spesso si traduce nel lavoro nero e nella riduzione in schiavitù, è scarsamente punito: sono i lavoratori a temere di essere scoperti mentre si guadagnano da vivere perché rischiano l’espulsione dal territorio nazionale. Il governo, dopo aver prima fatto la voce grossa con i migranti assicurando che per quest’anno non ci saranno “decreti flussi” ovvero possibilità di nuovi ingressi regolari, ha recepito finalmente la direttiva.

I termini complessivi sono ancora da definire ma il quadro è interessante tanto da aver fatto inveire Lega Nord e Pdl ed aver registrato freddezza da parte del Pd. I lavoratori potranno denunciare chi li tiene irregolarmente e ottenere l’assunzione, nei casi più gravi di sfruttamento ai cittadini migranti verrà garantito un permesso di soggiorno per ragioni umanitarie e, (questo è l’aspetto che più colpisce) scatterà anche una “norma transitoria”, altrimenti detta “ravvedimento operoso". Ovvero il datore di lavoro, l’impresa o la famiglia che vorranno autodenunciarsi per aver impiegato manodopera irregolare, potranno farlo senza incorrere in nuove sanzioni. Già oggi, ufficialmente chi dà lavoro a un immigrato senza permesso è punito con l’arresto da tre mesi a un anno e una multa di cinquemila euro per ogni lavoratore impiegato. A questo si aggiungono le sanzioni amministrative per la violazione degli obblighi retributivi e contributivi. Per il lavoratore è prevista l’espulsione.Il decreto del governo, prevede che chi è stato condannato anche in via non definitiva per questo reato non potrà far arrivare in Italia lavoratori stranieri con i flussi di ingresso. Inoltre, dovrà pagare una nuova multa pari al “costo medio di rimpatrio del lavoratore straniero assunto irregolarmente”, soldi che serviranno a finanziare i rimpatri, ma anche progetti per l’integrazione. Si aggiunge poi l’aggravante per i casi di particolare sfruttamento. Le pene per i datori aumentano infatti da un terzo alla metà se i lavoratori sono più di tre, se sono minori con meno di sedici anni, o se sono sottoposti a “condizioni di grave pericolo”, tenendo conto delle “caratteristiche delle prestazioni da svolgere e delle condizioni di lavoro". Solo in questi casi, se il lavoratore denuncia il datore e collabora durante il processo, può ottenere un permesso di soggiorno per motivi umanitari. Durerebbe sei mesi e sarebbe rinnovabile per un anno o più finché si arriva alla fine del processo, ma potrebbe anche essere convertito in un permesso per lavoro se intanto il cittadino straniero trova un’altra occupazione, ovviamente regolare. Questa procedura potrebbe essere applicata, ad esempio, agli immigrati impiegati nei campi in condizioni disumane, sottopagati e schiavi del caporalato. Un tema sentito molto nel mondo del lavoro agricolo anche se rappresenta una fetta relativamente minoritaria di quella che si continua a chiamare “immigrazione irregolare” ma che fa parte della più scomoda voce “massa di sfruttamento”. Molto più diffusa è la condizione colf, badanti, operai, muratori e altri che, anche non “particolarmente” sfruttati, comunque lavorano necessariamente in nero, perché non hanno il permesso di soggiorno. Anche per questa più vasta platea, ed è probabilmente la notizia più attesa, arriva un salvagente, una “regolarizzazione concordata” che potrebbe riguardare anche 200 mila persone. Comunque una norma che permetterà a Stato e Inps di fare cassa, ad una parte di lavoratori di salvarsi e a far emergere una ennesima fetta di evasione fiscale finora di fatto avallata.

Nella speranza che il provvedimento abbia comunque le annunciate caratteristiche positive sorge spontanea una domanda: perché non si è fatto prima? Non ci si riferisce solo al riconoscimento della superiorità della direttiva europea ma a proposte emerse durante il governo Prodi, quindi 5 anni fa proprio in materia ed affossate sul nascere. Quando si discusse della possibilità di una “regolarizzazione consensuale” fra padrone e lavoratore, insorse il centro che tanto affascina il Pd, insorsero pezzi degli oggi “democratici”, si mise di traverso l’allora onnipotente ministro dell’Interno Giuliano Amato e molti, nel centro sinistra, nicchiarono. Prevalse il timore di perdere consenso nel ceto medio, prevalsero gli allarmismi leghisti utilizzati come alibi, prevalse soprattutto la voglia di non combattere realmente il lavoro nero. Neanche il sindacato fece sino in fondo la propria parte, è bene ricordarlo. Poi, soltanto poi, vennero i fatti sanguinosi di Rosarno, le salutari ribellioni e gli scioperi di Castelvolturno prima e di Nardò poi. Pagate a caro prezzo dai lavoratori migranti ma forti e dal sapore antico di chi è capace di non chinare la testa. In questi giorni vertenze simili stanno moltiplicandosi anche nell’alessandrino, a dimostrazione che non si tratta solo di un problema di Meridione e forse anche il timore di una estate di conflitto migrante ha fatto muovere un po’ il governo dei banchieri. Ma prima delle ribellioni c’erano state inchieste di ampio respiro, soprattutto nel mondo del bracciantato e dello sfruttamento che avveniva e avviene in quel comparto, condotti anche da organizzazioni internazionali come Msf. Non è per rivendicare primogenitura ma nel 2007 l’allora ministro del welfare Paolo Ferrero, oggi segretario di Rifondazione Comunista, aveva fatto il possibile per far passare proposte di regolarizzazione puramente ragionevoli, trovando l’ostilità del resto del centro sinistra. Se il decreto di questo governo rispetterà i giusti parametri e sarà veramente un atto strutturale contro lo sfruttamento e il lavoro nero, viene voglia di consigliare ai colleghi di chiamarlo “decreto Ferrero”.

Stefano Galieni

14/07/2012 www.controlacrisi.org

 
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