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Antonio Nasar (prima parte)

Post n°192 pubblicato il 24 Ottobre 2007 da falco58dgl
 

Cari amici di Digiland, pubblico la  prima parte di un racconto a cui sono molto legato. E' tratto da "Sguardi", il mio primo libro di racconti, che da pochi giorni potete anche visionare su "Lulu".  Parla di un uomo alla ricerca di una nuova vita.

                                     (Diego Rivera, "Alameda")

Uno

 

Antonio Nasar si svegliò sapendo cosa fare. Finito il peso che gravava su di lui come un cumulo di pietre. Terminata l’epoca dell’incertezza, dei rinvii, dei troppi caffé bevuti  al bar di Ibrahim mentre aspettava che le ore  scivolassero fissando un punto qualunque della strada. Scomparso quel torpore che lo incatenava al letto, alla casa cadente, al vicolo perso nella città vecchia, al quartiere labirintico in cui la sua famiglia aveva vissuto per  dodici generazioni, prima di estinguersi quasi per intero. Lontano lo sguardo di Fatima, i giochi nella campagna di Baalback, gli olivi e  le colline dove amava camminare per ore, i volti dei ragazzi con cui era cresciuto.

Si sentiva bene, quel giorno, Antonio Nasar. Libero da ricordi, dai rimpianti che, simili a una melma vischiosa, imprigionano l’esistenza in un continuo vai e vieni dai fallimenti presenti a quelli passati, dal pensiero  di ciò che sarebbe potuto diventare se fosse stato differente, più pronto, più coraggioso, meno prigioniero delle consuetudini.

Si alzò dal letto con un solo movimento, si vestì senza perdere tempo, si diresse verso la cucina dove venne salutato dal festoso abbaiare del suo cane. Lo prese in braccio, fece il gesto di accarezzarlo sotto il collo e, mentre la bestia s’inarcava per ricevere l’inaspettata carezza, gli tranciò la gola con un coltello da cucina. Lo tenne stretto un attimo, poi depose il cadavere  sul pavimento.

Versò per terra del liquido incolore dall’odore acre con metodo, con pazienza. Cosparse la sala con i divani bassi e i tappeti libanesi, la camera  da letto, ancora in disordine, l’armadio di legno con i suoi vestiti, il piccolo bagno adornato di piastrelle rosse e marroni, l’entrata quadrangolare spoglia, persino il minuscolo balcone.   Accese un fiammifero e vide le fiamme azzurrognole  levarsi rapide.

Diede un’occhiata alla sua casa che bruciava, indossò il cappotto, chiuse la porta e scese l’unica rampa di scale che lo separava dal portone.

Si mise a camminare per strada mentre nugoli di persone accorrevano verso il luogo da dove era uscito. Era una giornata fresca, spazzata  da un vento teso di maestrale.

 

Una magnifica giornata, pensò Antonio Nasar, mentre si dirigeva a passi svelti verso il porto.

 

 Due

 

La nave fendeva i flutti con fatica. Era un vecchio mercantile, quasi una carretta del mare che trasportava il suo carico arrancando.

Da Beirut a Cipro, da Cipro a Creta, da Creta a Malta, da Malta a Biserta, da Biserta a  Orano, da Orano a Cadice.

Antonio Nasar toccò terra di Spagna ventidue giorni dopo essersi imbarcato. Durante il viaggio era rimasto lunghe ore sul ponte guardando il mare. Dormiva poco e i suoi pensieri non inseguivano più il passato.

Scendeva nei porti intermedi, camminava per quelle città a lui sconosciute, si sedeva sui moli, sostava in caffè dove si parlavano gli idiomi compositi del mediterraneo. Ma non fissava, come faceva da Ibrahim,  un punto qualunque della strada. Guardava i volti, le case, i colori delle strade, catturava le espressioni di gioia, dolore, indifferenza, ostilità, derisione, simpatia. Viveva e agiva nel presente.

A Cadice rimase alcuni giorni in una pensione di quart’ordine. Ascoltava l’andaluso secco e sibilante come una versione ignota di una lingua conosciuta.

Amava il vento, Antonio Nasar, ne decifrava le direzioni, la forza e la durata, l’influsso sulle correnti e sulle onde; amava il bianco, quel candore scritto nelle pietre, nel latte e nella neve che aveva scorto una sola volta in vita sua.

Lasciò Cadice con un larvato senso di piacere, ma senza desiderio alcuno di tornarvi. Prese un treno che, attraverso Siviglia, lo condusse fino a una città posta sull’estuario del Tago. Il fiume era così ampio che sembrava un mare: dietro di lui una grande piazza quadrata, una via rettilinea costeggiata da case basse; davanti a lui una stazione marittima e delle barche che portavano dall’altro lato del fiume.

 

Antonio Nasar non guardò verso il quartiere dell’Alfama, ignorò la cattedrale gotica, orgoglio di Lisbona, né diresse il suo sguardo alle costruzioni regolari della Baixa. Aspettò che arrivasse la  barca che l’avrebbe  condotto a Setubal, in attesa di partire verso un angolo qualunque dell’atlantico americano.

(continua...)

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LA RECENSIONE

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DIECIMILA E CENTO GIORNI
Storie di uomini tra Italia e America Latina
di MARIA PIA ROMANO

Un tuffo che ha il colore del giallo ocra e del verde intenso, di mandorle amare, schizzi di sudore e deliri di lacrime. Di Italia ed America Latina, di viaggi e di fughe, di ritorni e di allontanamenti. Di esaltazione di popoli, di passioni e grida senza voce nella notte. Del blu e dell'azzurro di cielo e mare. Gli stessi che guardano fluire i giorni, i diecimila e cento giorni, mentre la brezza marina scuote il pino le cui radici restano annodate alla terra. All'amore, alla ricerca costante che dà un senso alle cose, alla vita che è fatta di scenari che cambiano, di sogni di libertà da
condividere con i compagni, di ansie e sconforti segreti, che si affondano nel dolore della bulimia, ingurgitando per rabbia e insoddisfazione cibi di cui non si riesce a percepire il sapore. Emersione, immersione, navigazione, approdo: in quattro sezioni si snoda avvincente la narrazione, che racchiude un arco di trentaquattro anni, dal 1970 al 2004.

E' uno di quei libri che si vorrebbe non finissero mai i "Diecimila e cento giorni" di Claudio Martini, edito da Besa. Ti capita tra le mani e lo leggi d'un fiato, perdendoti in quei nomi che diventano subito uomini e tu li ascolti e li vedi soffrire, gioire, respirare, far l'amore. Destini che s'incrociano e si salvano a vicenda, in un costrutto narrativo di suprema bellezza.

Ci sono immagini che s'imprimono nitide e vere nella mente, mentre insegui il tuo cuore rapito dalle storie. Storie di uomini. Storie che vengono fuori in una sorta di "stream of consciousness", in cui più che la cronologia conta il tempo interiore, che ti porta direttamente dentro le porte delle loro case e ti dischiude l'universo dell'anima. Fotogrammi sospesi tra un'Italia che si chiude dietro un perbenismo di facciata e cela solo irriguardose marginalità ed un'America Latina che grida la sua libertà con fierezza sconcertante, mentre è ancora oppressa da un macigno sul cuore che non la fa respirare.

Lo psicologo di origini tarantine, che ha una lunga esperienza di lavoro all'estero, proprio in America Latina, scrive di Perù, Nicaragua, Messico, Kosovo, Italia con la penna guizzante di una grande intelligenza che, come lama, squarcia la cortina dell'indifferenza dei tanti.

 

 

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