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Blog di narrativa, suggestioni di viaggio, percorsi interiori, sguardi sul mondo.

 

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Sopravvivendo al Ferragosto

Post n°170 pubblicato il 13 Agosto 2007 da falco58dgl
 

Per chi rimane a casa il Ferragosto o comunque non chiude il blog  “per ferie”.  Scrivete anche voi un breve testo sul tema del  “sopravvivere al Ferragosto”.

O almeno date un segno di vita ;-)

 

 

 

 

Il vuoto. Il caldo. Ore lente. “Blog chiusi per ferie”, come la panetteria d’angolo. Camminare un chilometro per trovare le sigarette. La rete piena di buchi, come quella di un pescatore povero. Ti svegli al mattino che è già pomeriggio. Un caffè,  un’occhiata alle colline, al cantiere che occupa due delle tre corsie della strada. La televisione spenta. Troppo presto. In bagno a guardare la propria faccia consunta da troppi sguardi. Acqua sul volto, sul collo, sul petto, illusione di refrigerio. Il parco polveroso davanti. Il corso vuoto. Poche automobili distratte e terrorizzate ferme al semaforo.

Il computer. Breve lotta interiore. Premere  con il piede il pulsante dell’accensione. La ricerca delle sigarette, mentre lo schermo prende vita. Password d’ingresso. Uno sfondo di lagune e vulcani come una promessa beffarda. Un click e sei dentro la rete, questa rete piena di buchi, di assenze, che assomiglia alla strada, alle colline immobili, al corso vuoto, ai negozi chiusi, alla sospensione del tempo, alle ore che passano inerti, prive di spessore. Libero, la classifica, la posta. Tre mail di spam e una newsletter insensata di una rivista trozkista. Il blog. Un commento di saluti, 32 pagine viste in otto ore, messaggi in bottiglia da altre solitudini, da altre città vuote, calde e lente. Tre click, fuori dalla rete.

Il parco, una birra, il fiume,  guardando  la debole corrente che lo percorre. Uno straccio di contentezza che affiora, ricacciato indietro dal sudore e dai moscerini. Alberi immobili, riflessi tremolanti sull’acqua. Una dozzina di romeni intorno a una tavolata  di birre grandi, almeno trenta bottiglie. Ridono e si danno di gomito, indicando qualcosa d’invisibile.  Due bici si dirigono verso il castello medioevale, al rallentatore. L’orologio. Le 18 e 20 del 15 agosto. Il sole obliquo che sbatte in faccia.

Camminare  attraversando il giardino del Valentino, macchie di fiori dai colori sgargianti, salici, anatre che nuotano pigramente nello stagno artificiale, bambini che offrono popcorn, un cigno  che allarga le ali  e le agita a vuoto, come se volesse liberarle da polvere e terra.

La macchina, le strade verso casa, mentre la luce declina. Le 20 e 30, un chiarore rosato incornicia le nuvole, il profilo delle montagne, i brutti edifici della periferia. L’ascensore, l’appartamento, la televisione.

Un’altra birra bevuta direttamente dalla bottiglia, il cellulare che riposa su un mobile, una sigaretta brucia  nel portacenere azzurro. Un film già visto. Mi guardo intorno, mentre il buio invade il salotto di casa. Accendo una lampada, mi siedo sul divano. Rimango a guardare le immagini in movimento.  Mi chiedo se questa sia la gioia perfetta…

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Anonimo il 15/08/07 alle 15:28 via WEB
Ferragosto 2007. Ore 9,30: non suona la sveglia. Mi alzo lo stesso però, ormai sono sveglio, sarà qualche ricordo ancestrale delle giornate lavorative che mi porta ad alzarmi. Ma non mi alzo proprio, mi desto più che altro. Già sento, che devo trovare qualcosa da fare. Oggi, tutti a casa propria, ci si vedrà poi nel pomeriggio, forse, non è detto, dipende dalla voglia di vivere che ci metterà in corpo questa giornata festiva. Ah, ho preso un film ieri sera: Deja vu. Sarà la storia di un altro ferragosto del cavolo. Bah. Lo guardo. Ore 11,45: fine. Il film è finito, bello, particolare no, ma bello. Mi alzo, questa volta veramente. Sono rimasto in mutande: sarà la giornata. Mi lavo e mi vedo per la prima volta nello specchio di stamattina, ma, non male tutto sommato. Ore 12,00: che fare. È ferragosto, sono anni che non passavo ferragosto qui e soprattutto da solo. Ci sarà qualcosa da fare in giro? Esco? Ma per cosa? Sigarette? Ne ho. Pure troppe. Fare la spesa? È tutto chiuso. Boh, ah già. Posso riportare il film, occhei. Mi vesto, lentamente, non verrei perdermi qualche attimo prezioso, ed esco. Chiudo la porta, ma non a chiave. Perché poi? La chiudo sempre. Mah, magari penso che così, al ritorno, troverò qualcuno che sarà venuto a farmi compagnia. Triste. Il paese, o meglio il centro, dista solo 10 minuti a piedi. E se poi incontro qualcuno: “ciao Lu, cosa fai oggi è ferragosto, grigliatone, giornata da spaccarsi oggi eh?”. Meglio la macchina. Discreta, viaggi, nessuno ti può far domande, nessuno ti può fermare se non lo vuoi. Meglio la macchina. Sì. Salgo in macchina, esco dal cancello e mi avventuro, due minuti e sono al parcheggio. Strano, il centro è pieno, soprattutto gente che con le proprie auto attende di salire verso la montagna o qualcosa che le assomiglia: bambini, adulti, giovani e donne, stipati tra cibarie e sorrisi che annunciano o quantomeno pregustano una bella giornata. Se il tempo accompagna. Oggi è pure nuvoloso. Si va da amici o parenti, oppure qualche ritardatario, è in cerca di un prato non più libero a quest’ora. Ma è l’ora di andare a fare un pic nic? A mezzogiorno e dieci? Ma siete fuori. Gente a piedi c’è ne parecchia, la chiesa è già chiusa, strano sto’ prete, neanche ha finito la benedizione che già chiude i battenti. Ci sono anche dei banchetti che vendono formaggi, prodotti tipici o simil tipici, ma tanto chi viene da fuori non aspetta altro che comprare qualcosa fatto nelle cascine. Se poi non sono le nostre, l’importante è che potrebbero esserlo. Eccomi qua. Davanti, la porta della videoteca, dietro, la fiumana, passa incurante di me, che sto attendendo qualche secondo per non sprecare un raro attimo di attività di questo ferragosto. Musica all’interno che ti tiene compagnia, tessera, inserire dvd, grazie, operazione completata. E potevi almeno chiedermi se il film mi era piaciuto, no? Fare uno di quei bei questionari che normalmente nessuno hai mai tempo per risopndere, ma che oggi, oh sì, oggi di tempo ne ho! Comunque ho finito, vado a casa ? no! Neanche tre minuti e ho fatto tutto. Osservo, la gente che passa, ma non troppo, se ti fermi sei perduto, capirebbero che non c’hai un tubo da fare e che non sai come impegnare il tempo. Il giornale! Giusto! In ogni paese c’è un gentile edicolante che ti aspetta per venderti un po’ di conoscenza, qui ne abbiamo almeno quattro, perché non sfruttarli. Mi avventuro lungo il marciapiede, mi avvicino sempre di più alla meta. Sento la gente intorno a me, ma non la voglio vedere, forse sono un po’ geloso o invidioso. Loro faranno qualcosa oggi, io no. Vedo Carlo sulla piazza, mi vede anche lui, faccio finta di niente, poi mi avvicino e lo saluto: è al telefono, tanto per cambiare. Non lo disturbo. Vado all’edicola: “La Stampa”. Preparo l’euro e intanto lei mette apposto qualche rivista, non mi si fila, avrà capito che non ho fretta e dopo un po’ mi dice grazie. Preso l’euro è archiviata anche la pratica del giornale. Vedo Silvia, ma non è quella giusta. Mi avvio verso la macchina e vedo Luca, in auto, mi trombetta e si avvicina. È con la Vale e la bambina. Ciao, un tenero bacio di saluto, due parole, e tutti e tre lasciamo intendere che oggi, ci romperemo le scatole. La bambina dorme, forse l’unica che si divertirà. “Niente di particolare, pranziamo dai miei e poi ritorniamo su in montagna tanto io sono in ferie”. Bravi dico io. “E tu? Ferragosto da solo?”. Da solo io? Oggi?!?. “Si! Non avevamo voglia di far nulla, ma forse usciamo un po’ nel pomeriggio”. Ciao. Riprendo il cammino. Arrivo alla macchina, metto in moto, poche svolte e sono nel parcheggio davanti a casa. Scendo, entro nel cortile di casa, nessun vicino affacciato, salgo le scale, apro la porta: nessuno. Potevo anche chiuderla. Poso il giornale sul letto. Non lo leggo. Guardo l’ora: da quando sono uscito, saranno passati dieci minuti.
 
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(in seguito a uno spiacevole episodio
avvenuto su un blog della community)

 

LA RECENSIONE

usumacinta

DIECIMILA E CENTO GIORNI
Storie di uomini tra Italia e America Latina
di MARIA PIA ROMANO

Un tuffo che ha il colore del giallo ocra e del verde intenso, di mandorle amare, schizzi di sudore e deliri di lacrime. Di Italia ed America Latina, di viaggi e di fughe, di ritorni e di allontanamenti. Di esaltazione di popoli, di passioni e grida senza voce nella notte. Del blu e dell'azzurro di cielo e mare. Gli stessi che guardano fluire i giorni, i diecimila e cento giorni, mentre la brezza marina scuote il pino le cui radici restano annodate alla terra. All'amore, alla ricerca costante che dà un senso alle cose, alla vita che è fatta di scenari che cambiano, di sogni di libertà da
condividere con i compagni, di ansie e sconforti segreti, che si affondano nel dolore della bulimia, ingurgitando per rabbia e insoddisfazione cibi di cui non si riesce a percepire il sapore. Emersione, immersione, navigazione, approdo: in quattro sezioni si snoda avvincente la narrazione, che racchiude un arco di trentaquattro anni, dal 1970 al 2004.

E' uno di quei libri che si vorrebbe non finissero mai i "Diecimila e cento giorni" di Claudio Martini, edito da Besa. Ti capita tra le mani e lo leggi d'un fiato, perdendoti in quei nomi che diventano subito uomini e tu li ascolti e li vedi soffrire, gioire, respirare, far l'amore. Destini che s'incrociano e si salvano a vicenda, in un costrutto narrativo di suprema bellezza.

Ci sono immagini che s'imprimono nitide e vere nella mente, mentre insegui il tuo cuore rapito dalle storie. Storie di uomini. Storie che vengono fuori in una sorta di "stream of consciousness", in cui più che la cronologia conta il tempo interiore, che ti porta direttamente dentro le porte delle loro case e ti dischiude l'universo dell'anima. Fotogrammi sospesi tra un'Italia che si chiude dietro un perbenismo di facciata e cela solo irriguardose marginalità ed un'America Latina che grida la sua libertà con fierezza sconcertante, mentre è ancora oppressa da un macigno sul cuore che non la fa respirare.

Lo psicologo di origini tarantine, che ha una lunga esperienza di lavoro all'estero, proprio in America Latina, scrive di Perù, Nicaragua, Messico, Kosovo, Italia con la penna guizzante di una grande intelligenza che, come lama, squarcia la cortina dell'indifferenza dei tanti.

 

 

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