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Due buone proposte...

Post n°481 pubblicato il 19 Marzo 2014 da falco58dgl

Ho visto recentemente due film, uno molto conosciuto e premiato con l'Oscar, l'altro quasi clandestino, di un regista semisconosciuto. Mi sono piaciuti entrambi e vi propongo due sintetiche recensioni.

La grande bellezza (Sorrentino)

grande bellezza

Ho visto "La grande bellezza" questo fine settimana, incuriosito dal bailamme provocato dalla vittoria dell'Oscar al miglior film "straniero". Dico subito che il dibattito sull'eredità di Fellini e della "Dolce vita" mi sembra una fesseria, i due film sono diversi come sguardo e come approccio, condividono la stessa ambientazione, ma lo fanno con occhi differenti. Roma è l'indiscussa protagonista del film. Una Roma attraversata da sedimentazioni molteplici, da incrostazioni che mescolano vestigia dell'Impero, architetture e simboli della potenza della Chiesa, trionfi rinascimentali, torsioni barocche,palazzi notturni, riti cattolici che convivono con cerimonie pagane, catacombe e giardini sopraelevati, cinismo e disincanto, volgarità esibita ed esercizio sottile dell'intelligenza. Dentro questo coacervo di elementi che rendono la "città eterna" un labirinto e insieme una calamita, si muove la vicenda di Jep Gambardella, scrittore e giornalista e della fauna umana che frequenta. Un insieme di figure in prevalenza grottesche e squallide. Con due eccezioni, interpretate dalla Ferilli e da Verdone, due personaggi che riescono a sfuggire alla disumanizzazione che affligge tutti gli altri. Gambardella si muove tra feste, happening, performance e il cuore notturno di Roma come se facesse gli onori di casa, con una totale padronanza non esente da ironia e una punta di malinconica consapevolezza. Arrivato a Roma molto giovane, si è dedicato alla vita sociale e culturale con l'ambizione di diventare un principe di mondanità. C' è riuscito (conosce tutti, viene salutato da Venditti con un confidenziale "ciao, Jep"), ma adesso contempla il vuoto che gli è vicino, che l'ha invaso e che ha bloccato la sua vena di scrittore. Si è parlato molto della "Grande bellezza" come dell'affresco di una società decadente, ma non condivido questa posizione. Fin dal "Satyricon" di Petronio Arbitro, la società aristocratica romana è stata descritta come incline agli eccessi e alla dissoluzione. Ciò che viene definito "decadente", in realtà, è una vitalità onnivora e amorale, il piacere del pettegolezzo e dell'intrigo,il trionfo del "particolare" su una visione dei problemi generali, tratti che segnano da sempre la cultura della città, almeno in alcune delle sue componenti. "La grande bellezza" è un magnifico film, che lascia una traccia nello spettatore. Mi è parso girato in modo eccellente, con un gusto squisito dell'inquadratura e una gestione pressoché perfetta degli attori. In primis, un grande Servillo, coadiuvato da una schiera di personaggi molto ben interpretati.

 

IDA (Pawel Pawlikowski)

ida

 

Il retrogusto che mi ha lasciato questo film di Pawlikowski, regista polacco a me sconosciuto, è simile a quello di alcuni episodi del "Decalogo" di Kieslowski: composizioni asciutte, direi quasi severe, per nulla spettacolari, ma che scavano i personaggi dall'interno e restituiscono ritratti sorprendentemente "veri". Anna è una novizia che sta per prendere i voti. Si reca controvoglia, su indicazione della Madre superiora, a Varsavia per conoscere la sua unica parente in vita, una zia che non si è mai interessata a lei. Le due donne sono agli antipodi: Wanda è un giudice, una militante del partito comunista che ha fatto carriera dopo la fine della seconda guerra mondiale. E' una persona in apparenza energica e dura, ma segnata dallla disillusione e la solitudine interiore, che cerca di contenere con l'alcool e rapporti sessuali occasionali. Anna  appare invece totalmente dedita alla sua ricerca spirituale: il convento è stato da sempre il suo ambito di vita e pare che abbia fretta di tornarvi per sigillare il suo patto di fronte a Dio.  La zia Wanda la mette al corrente di una verità sconvolgente: il vero nome della nipote è Ida, figlia di una famiglia ebrea, famiglia uccisa durante il conflitto. Le due donne si mettono in viaggio per scoprire dove sono sepolti i genitori di Ida. Nel farlo, attraversano una Polonia livida (siamo all'inizio degli anni '60), ritratta in bianco e nero: estensioni di alberi scheletrici, strade male asfaltate, foschia che sottrae profondità al paesaggio, hotel simili a cubi di cemento.  La realtà che scoprono è ancora più livida del paesaggio: recuperano, dove diverse vicissitudini, le ossa dei genitori sepolte in un bosco e  danno loro onorevole sepoltura nel cimitero di Lublino. Il contatto con il "mondo" viene vissuto inizialmente con fastidio da Ida, che tende a proteggersi dai rischi di un coinvolgimento, poi un incontro casuale con   un giovane musicista e la tempesta emozionale provocata dalla conoscenza della sua vicenda personale e famigliare tenderanno a modificare il quadro...
Come nel "decalogo" di Kieslowski, sono rintracciabili i riferimenti a diversi comandamenti. in primo luogo "onora il padre e la madre", ma anche "non commettere atti impuri", "non uccidere" e "non commettere falsa testimonianza", mentre "non avrai altro Dio all'infuori di me" se lo disputano la chiesa e il partito. il film dipana questi riferimenti in modo fluido, senza diventare didascalico, con un lavoro di interpretazione dei personaggi che procede per sottrazione. Le interpreti mi sono sembrate  magnifiche e la storia narrata è potente e verosimile, anche se lascia alla fine un sapore po' amaro.

 

W.

 
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(in seguito a uno spiacevole episodio
avvenuto su un blog della community)

 

LA RECENSIONE

usumacinta

DIECIMILA E CENTO GIORNI
Storie di uomini tra Italia e America Latina
di MARIA PIA ROMANO

Un tuffo che ha il colore del giallo ocra e del verde intenso, di mandorle amare, schizzi di sudore e deliri di lacrime. Di Italia ed America Latina, di viaggi e di fughe, di ritorni e di allontanamenti. Di esaltazione di popoli, di passioni e grida senza voce nella notte. Del blu e dell'azzurro di cielo e mare. Gli stessi che guardano fluire i giorni, i diecimila e cento giorni, mentre la brezza marina scuote il pino le cui radici restano annodate alla terra. All'amore, alla ricerca costante che dà un senso alle cose, alla vita che è fatta di scenari che cambiano, di sogni di libertà da
condividere con i compagni, di ansie e sconforti segreti, che si affondano nel dolore della bulimia, ingurgitando per rabbia e insoddisfazione cibi di cui non si riesce a percepire il sapore. Emersione, immersione, navigazione, approdo: in quattro sezioni si snoda avvincente la narrazione, che racchiude un arco di trentaquattro anni, dal 1970 al 2004.

E' uno di quei libri che si vorrebbe non finissero mai i "Diecimila e cento giorni" di Claudio Martini, edito da Besa. Ti capita tra le mani e lo leggi d'un fiato, perdendoti in quei nomi che diventano subito uomini e tu li ascolti e li vedi soffrire, gioire, respirare, far l'amore. Destini che s'incrociano e si salvano a vicenda, in un costrutto narrativo di suprema bellezza.

Ci sono immagini che s'imprimono nitide e vere nella mente, mentre insegui il tuo cuore rapito dalle storie. Storie di uomini. Storie che vengono fuori in una sorta di "stream of consciousness", in cui più che la cronologia conta il tempo interiore, che ti porta direttamente dentro le porte delle loro case e ti dischiude l'universo dell'anima. Fotogrammi sospesi tra un'Italia che si chiude dietro un perbenismo di facciata e cela solo irriguardose marginalità ed un'America Latina che grida la sua libertà con fierezza sconcertante, mentre è ancora oppressa da un macigno sul cuore che non la fa respirare.

Lo psicologo di origini tarantine, che ha una lunga esperienza di lavoro all'estero, proprio in America Latina, scrive di Perù, Nicaragua, Messico, Kosovo, Italia con la penna guizzante di una grande intelligenza che, come lama, squarcia la cortina dell'indifferenza dei tanti.

 

 

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