Creato da regina_crimilde il 25/10/2005

C'era una volta...

le fiabe sono solo dei ricordi d'infanzia o non sono piuttosto un codice da interpretare? Andiamo alla ricerca dei valori, dei miti, della storia profonda dell'umanità e dell'io che trasmettono.

 

 

Il mito delle Sirene: acqua o aria?

Post n°142 pubblicato il 25 Novembre 2007 da regina_crimilde
 
Tag: sirene

Il mito delle Sirene è ormai, da tempo, diventato un grade tema nelle narrazioni di seduzione, essendo questo essere misterioso e ibrido -metà donna metà animale-diventato un simbolo del fascino femminile.

Il fatto è che le sirene sono un ibrido assai complicato, dato che per tutti, oggi (ma almeno dal Medioevo in poi) sono per metà donne e per metà pesci. Ma nell'antichità erano esserri metà donne e metà uccello. 

Oltre alla nota storia di Ulisse, che per ascoltare le Sirene senza rischaire la vita si fece incatenare all’albero della nav, la mitologia greca nomina le Sirene anche nella leggenda di Giasone, nella narrazione di Apollonio Rodio.
Dopo aver conquistato il Vello d'oro, Giasone e gli Argonauti giungono al mare delle Sirene, di fronte al cui canto resterebbero inermi se Orfeo, imbarcato proprio con questo scopo, non suonasse ancora più dolcemente di loro, e non impedisse così che tutti i marinai si gettino in mare per raggiungerle.

Di sirene parlarono, forse sull’onda dei viaggi e delle scoperte di nuovi mondi, Alessandro il Grande, Teodoro Gaza e Giorgio Trapezunzio.
Ne parla anche Cristoforo Colombo durante il viaggio di scoperta delle Americhe (e sembra che già prima le avesse incontrate in Guinea). 

In tutti questi racconti vi sono alcuni elementi in comune: il rapporto con l’elemento acquatico, il racconto di un grande viaggio, l'abitazione delle Sirene su un'isola.

L’accostamento del nome Sirena ad una donna pesce è però esplicito solo verso l’VIII-IX secolo, nel Liber Monstrorum. Nella mitologia greca l’unico appiglio sembra dato dall’appartenenza all’elemento acqua.
Fino ad allora le raffigurazioni vascolari greche ci avevano sempre mostrato le sirene come donne per metà uccelli.
 

 
 
 

La "sospensione dell'incredulità"

Post n°141 pubblicato il 10 Novembre 2007 da regina_crimilde
 

Alla base stessa della narrazione c'è un implicito patto fra il narratore e l'ascoltatore, quello della "sospensione dell'incredulità", come la definì il poeta inglese Samuel Coleridge:

"... venne accettato, che i miei cimenti dovevano indirizzarsi a persone e personaggi supernaturali, o almeno romantici, ed anche a trasferire dalla nostra intima natura un interesse umano e una parvenza di verità sufficiente a procurare per queste ombre dell'immaginazione quella volontaria sospensione dell'incredulità momentanea, che costituisce la fede poetica".

Il lettore, l'ascoltatore, perciò, deve sapere che quella che gli viene raccontata è una storia immaginaria, ma non una menzogna.
Il narratore si comporta come se quello che dice sia vero e il lettore accetta il patto di finzione e si comporta come se quello che gli viene raccontato sia vero.

Siamo cioè disposti a credere che i lupi parlino, che i rospi si tramutino in principi, che le galline facciano uova d'oro, che un sonno duri 100 anni, che una zucca divenga una carrozza.

Ma, sempre secondo Coleridge:
"In ogni imitazione devono coesistere due elementi, e non solo coesistere, ma anche essere percepiti come coesistenti. Questi due elementi costitutivi sono somiglianza e dissomiglianza, o identità e differenza, e in tutte le autentiche creazioni artistiche deve esserci l’unione di questi elementi diversi".

Cioè, il fruitore non deve percepire soltanto la somiglianza tra narrazione e realtà, ma anche il suo opposto, deve cioè rimanere parzialmente cosciente della finzione. 
Il lettore sceglie quindi volontariamente di essere ingannato dalla narrazione.

 
 
 

Lo sposo mostruoso

Post n°140 pubblicato il 21 Ottobre 2007 da regina_crimilde
 

La storia dell’amore tra una giovanissima e bella fanciulla e un essere mostruoso attraverso piccole varianti percorre le nostre cultura da secoli. Dai miti dell'antica Grecia, Amore e Psiche, in cui lo sposo è creduto mostruoso perché non vuole mostrarsi e arriva solo di notte e al buio completo; per poi continuare nelle fiabe col motivo dello sposo-animale: Biancaneve e Rossarosa, Il Re ranocchio, Il maiale fatato, L’allodola che strilla e saltella, Barbablù, L’uccello strano e naturalmente La Bella e la Bestia.

In ognuna di queste fiabe (e in altre che potrebbero venire alla mente) coesistono vari motivi:
- quello dell'asservimento femminile alle figure maschili (padre, fratelli e poi marito), per esempio, è un elemento molto chiaro in Barbalù e ne abbiamo già parlato altrove in questo blog: qui e qui e qui;
- oppure quello dell'amore che riesce a vedere bello anche quello che bello non è (e quindi a trasformarlo);
- oppure quello della inutilità di riconcorrere bellezza e fortuna che rimangono miraggi vuoti.

Ma il tema centrale e comune a tutte le fiabe incentrate sullo sposo mostruoso è l'iniziazione femminile al sesso all'interno del matrimonio.
Quasi sempre le ragazze protagoniste di queste fiabe devono superare il legame, edipico col padre o, se non vogliamo scomodare Freud, il legame sociale con la famiglia di origine. 
La fiaba dà voce all’anima di una adolescente che, con spavento e con coraggio, impara a trasferire il proprio amore al di fuori dell'ambito familiare, scoprendo la sessualità.
Paura perché spesso, al di fuori dell'epoca dei clan e delle tribù, lo sposo, nelle società medievali - più complesse - era un completo estraneo che imponeva non solo lo sradicamento dalla famiglia, ma anche, spesso, dal paese natale.
Ma che oltretutto imponeva una intimità fisica inaudita per un'epoca in cui il sesso era inimmaginabile; spesso, si capisce, vissuta come vera e propria violenza carnale e psicologica. 

 
 
 

Ibridi, natura e saggezza

Post n°139 pubblicato il 05 Ottobre 2007 da regina_crimilde

Gli ibridi col mondo vegaetale sono un numero minimo rispetto agli ibridi animali, nella mitologia e nel genere fiabesco.

Più spesso sono trasformazioni salvifiche, mutazioni che gli déi accordano per salvarli ad alcuni mortali in pericolo.
Così Dafne si tramuta in alloro per sfuggire alle mire sessuali di Apollo.


Si può pensare che la mutazione vegetale sia meno ricorrente perché sembra portare ad un essere inanimato, raramente portatore di significati ulteriori, una trasformazione definitiva, nella quale l'anima umana resta imprigionata invece di recuperare valori nascosti all'umanità come avviene nel caso dell'ibrido animale.

Una eccezione è quella del personaggio di Barbalbero nell'epopea del Signore degli Anelli di Tolkien, definito l'essere più antico della Terra Mezzo, il pastore di alberi. Barbalbero (o Fangorn) e portatore di valori di saggezza, allontamento dalla approssimazione e superficialità della vita che vede scorrere intorno a lui, consapevole di un modo di vivere il tempo diverso. Lento.
Ma anche triste, perché appartenente inesorabilmente ad un mondo che non c'è più, ad una razza, gli Ent, cui è stata negata la possibilità di amore e di continuità, con l'allontanamento delle Entesse, la loro metà femminile.

“sembrava vi fosse dietro le pupille un enorme pozzo, pieno di secoli di ricordi e di lunghe, lente, costanti meditazioni; ma in superficie sfavillava il presente, come sole scintillante sulle foglie esterne di un immenso albero, o sulle creste delle onde di un profondo lago”.

J.R.R.TOLKIEN

 
 
 

L'ibrido

Post n°138 pubblicato il 22 Settembre 2007 da regina_crimilde
 

L'idea di un essere che assommi in sé le caratteristiche di due diverse specie e, in particolare, di un essere in parte uomo e in parte animale, percorre tutta la storia dell'immaginario umano: strutturato in racconti mitologici o sublimato nella fiaba.

Questi esseri immaginari vengono spesso rivestiti di poteri speciali, religiosi, maieutici, profetici o magici.
E l'uomo, nelle civiltà antiche, tenta di propiziarseli e di attirarne i favori con la loro adozione a propettori di una famiglia o etnia (il clan e il suo totem).

Nella mitologia classica, basti ricordare che da una primigenia, mostruosa donna, Echidna, con la parte inferiore del corpo a forma di serpente, nacquero numerosi di questi ibridi: la Sfinge (volto di donna e corpo di leone), le Arpie (uccelli), l'Idra di Lerna (mostro a nove teste), la Chimera (risultata di una combinazione tra un serpente, una capra e un leone), Cerbero (cane con tre teste) e il Leone di Nemea.
Altri ibridi molto noti, sempre in mitologia, erano le Esperidi, le Gorgoni (donne con serpenti al posto dei capelli e zanne di cinghiale), i Centauri (metà uomini e metà cavalli), le Sirene (mezze donne e mezzi uccelli, nella tradizione più antica; poi diventate per metà pesci), i Satiri (metà uomini e metà capre), i Sileni (uomini e asini), i Tritoni (uomini e mostri marini) e il famoso Minotauro del labirinto di Creta (metà uomo e metà toro).

Nelle fiabe non c'è quasi mai la raffigurazione dell'ibrido come elemento abnorme delle natura, fisso e determinato e spesso malvagio, ma piuttosto l'ibrido è un essere che incarna il passaggio, la mutazione.
Sono ibridi famosi la bestia (de La Bella e la Bestia), il rospo (de Il principe-rospo), Pinocchio, il brutto anatroccolo (destinato a trasformarsi in cigno), la Sirenetta.
In alcuni di questi personaggi per un evento magico iniziale (spesso già avvenuto all'inizio della fiaba), la vera natura è stata trasformata e solo la realizzazione di una cluasola, il superamento di un limite, potrà annullare la trasformazione.
In altri è ancora più chiaro che di una trasformazione interna al personaggio si tratta: una crescita, da crisalide a farfalla.

 In tutto l'immaginario dell'ibrido comunque si ritrova una compresenza tra il dramma esistenziale dell'essere spesso prigioniero in corpo in cui non si riconosce e una specie di consapevolezza dell'essere umano, che continua nel tempo a sentirsi imparentato con l'animalità. E questo di solito avviene nella perdita di controllo razionale sulla corporeità e gli istinti.

Crisalide (di Giulio Orioli)

 
 
 

Il vampiro femmina - la Lamia

Post n°137 pubblicato il 16 Settembre 2007 da regina_crimilde
 





Nella mitologia classica sia romana che greca esistevano figure di demoni
(spesso femminili) connesse con il sangue di cui si cibavano e che
possono essere considerate figure vampiriche.
Si trattava principalmente di figure in parte umane e in parte animalesche,
rapitrici di bambini, fantasmi seduttori che adescavano giovani uomini per poi
nutrirsi del loro sangue e della loro carne.

Tra queste la "Lamia".
Secondo il mito era stata una bellissima regina della Libia che aveva avuto da Zeus il dono di toglierrsi e rimettersi gli occhi a proprio piacere.
A causa dell'amore di Zeus, attirò su di sé la rabbia di Era, che si vendicò uccidendo i figli avuti dai due.
Lamia, lacerata dal dolore, diventò un mostro di orribile aspetto che però aveva la possibilità di mutare e apparire attraente per sedurre gli uomini allo scopo di berne il sangue. Secondo altre versioni della leggenda, iniziò a sfogarsi divorando i bambini delle altre madri, succhiando il loro sangue.

Lamia rimase, con le medesime connotazioni di divinità malevola, anche nella mitologia romana e fu presto associata alla figura della strega, dalla quale rimase
inscindibile anche nel Medioevo e nel Rinascimento: le cause sono da ricercarsi
nel fatto che i delitti erano compiuti prevalentemente nottetempo e le vittime
preferite erano i bambini (dei quali le streghe si diceva cercassero soprattutto il grasso, per preparare unguenti, e il sangue, che per la sua purezza poteva far da
tramite col demonio).

Un’altra caratteristica che accomuna le lamie ai vampiri è la capacità di trasformarsi in uccello notturno, per non essere riconosciute quando entravano nelle case a cercare le loro vittime.

L'identificazione tra la lamia, i riti di sangue e la stregoneria è un dato che risale probabilmente ai primordi dell'umanità, quando la scoperta del sanguinamento mensile femminile, cui la donna sopravviveva, e la successiva identificazione di questo sanguinamento con la fertilità, rese le donne portarici di un potere di vita e di morte cui la società patriarcale guardava con timore e astio.




 
 
 

Abracadabra

Post n°136 pubblicato il 06 Settembre 2007 da regina_crimilde

Abracadabra è probabilmente la più famosa delle formule magiche che si ritrovano in fiabe e in trattati ermetici e che viene adottata in tutte le lingue senza traduzione o cambi nella pronuncia.

La leggenda vuole che la prima attestazione della parola si trovi nel libro De MedicinaPraecepta, nel quale l’autore, Sammonico, medico dell’imperatore Caracalla, suggeriva ai suoi colleghi di trattare i casi clinici più gravi mettendo al collo dei pazienti un amuleto sul quale fosse scritta ripetutamente la parola abracadabra, ogni volta sottraendo la lettera iniziale e quella finale, ottenendo così una forma piramidale rovesciata.






Una etimologia certa non esiste.

Qualcuno ha voluto vederne l’origine nella formula aramaica abhadda ke dhabhra, cioè “sparisci come queste parole”, che sembra in effetti confermarne un uso medico in riferimento ad una malattia.
Sempre in aramaico, esiste anche l’espressione simile avrah ka dabra,  “io creerò come parlo”, forse utilizzata in ambito magico.
Espressioni simili si ritrovano anche in altre lingue semitiche. C’è, per esempio, l’arabo abra kadabra, “fa’ che le cose siano distrutte”.
Opure l’ebraico ha-brachanla benedizione” e dabra, forma aramaica dell’ebraico dever pestilenza”.
La maggior parte delle possibili etimologie della parola sembrano sempre legate alla malattia e alla salute, come si vede.

Una conferma più moderna viene dal fatto  che l’alchimista, medico e filosofo svizzero Paracelso (Einsiedeln 1493 - Salisburgo 1541), era solito utilizzare la parola tanto con fini medici quanto come inizio delle litanie esoteriche per attivare la famosa pietra filosofale, in grado di trasformare i metalli più umili in argento e oro, di curare le malattie e di allungare la vita.





(liberamente tratto da un testo di Davode Zingone su http://www.babyloncafe.eu/la%20magia%20delle%20parole.htm)

 
 
 

SIRENE

Post n°135 pubblicato il 17 Agosto 2007 da regina_crimilde
 
Tag: sirene

Tra il mito e la fiaba.
Tra il mostro e la strega abitatrice del mare.
Tra seduzione e incanto, tra perdizione e curiosità.

Il mio modo per augurarvi buone vacanze.

Camminerò sulla spiaggia.
Ho udito le sirene cantare l’una all’altra.
Non credo che canteranno per me
Le ho viste al largo cavalcare l’onde
Pettinare la candida chioma dell’onde risospinte
Quando il vento rigonfia l’acqua bianca e nera
Ci siamo troppo attardati nelle camere del mare
Con le figlie del mare incoronate d’alghe rosse e brune
Finché le voci umane ci svegliano, e anneghiamo.

(Thomas. S. Eliot)

 
 
 

Il mostro

Post n°134 pubblicato il 08 Agosto 2007 da regina_crimilde
 

All’origine dell’orrore come genere letterario, alla radice della paura della narrazione c'è essenzialmente l'intrusione nel racconto di esseri ignoti, non spiegabili sulla base dell'esperienza della comunità narrante.

Sono i cosiddetti MOSTRI: esseri fantastici come draghi, orribili come orchi, malvagi come streghe, seduttori come le sirene, portatori di poteri straordinari come i genii.

Sono esseri creati e narrati all'interno di contesti che ispirano sentimenti contraddittori, repulsione ma anche attrazione,  timore e di curiosità.
Così si rapportano alla loro apparizione i protagonisti delle fiabe e dei miti; ma anche così si rapportano alla loro narrazione gli ascoltatori (o i lettori).

Ulisse è attirato e respinto dal canto delle sirene: le teme ma ne vuole fare ugualmente l'esperienza.
Barbablù è un essere seduttivo che attrae le mogli che poi uccide.
Sotto l'apparenza di mostro (spesso in seguito ad una magia punitiva) si nascondono principi bellissimi che finiranno per rivelarsi un Principe Azzurro sui generis.


E del resto monstrum, la parola latina, è un termine ambivalente, senza specificazione morale e senza valore negativo o positivo. Monstrum è un prodigio, un oggetto che genera meraviglia ma anche sconcerto e paura.

Monstrum è qualcosa mai visto, raro, unico.
Monstrum è l'alieno della fantascienza moderna; monstrum è il diverso della società. Monstrum è stato, per esempio, a lungo, l'albino o il glabro, nella società antica; il nano o il gigante; il deforme.
Ma più banalmente il biondo tra i neri; la donna dai capelli rossi o gli occhi verdi (spesso letti come indicazione di poteri paranormali); lo straniero che balbetta la lingua del paese in cui si inserisce (il barbaro); il guaritore cui accade di non poter sempre guarire; il lunatico, l'epilettico, lo schizofrenico che "parla con i morti".

 
 
 

La bacchetta magica

Post n°133 pubblicato il 25 Luglio 2007 da regina_crimilde







La bacchetta magica è uno strumento fondamentale nelle fiabe per i maghi e per le fate.
Serve da elemento di trasmissione tra la forza magica e il mondo: attraverso al bacchetta magica la forza si incanala e può agire direttamente sulal persona o la cosa, spesso trasformandone l'essenza.

In realtà la "bacchetta magica", come strumento di potere, sia religioso-magico che politico, compare nelal notte dei tempi.
Nelle caverne sono stati rinvenuti graffiti raffiguranti figure umane che tenevano in mano delle asticelle, simbolo di potere e prestigio.
I personaggi della corte del faraone erano spesso dotati di bacchette, come si vede nei dipinti murali delle piramidi.
Il dio greco Hermes, messaggero degli dei e conduttore delle anime dei morti agli inferi, possedeva una particolare bacchetta chiamata “Caduceo”, con due serpenti intrecciati.
Secondo Omero una bacchetta magica possedeva anche la maga Circe, con la quale trasformava i suoi prigionieri in porci.

Forse l'idea della bacchetta magica deriva dai bastoni degli Sciamani, specialmente dell'Asia centrale e Siberia, usati per colpire il terreno nelle cerimonie religiose.

Anche nella Bibbia il bastone di Mosè, che si tramuta in serpente e con il quale colpisce l'Egitto con le piaghe è interpretabile come un oggetto simile ad una bacchetta magica.
Anche in molti affreschi del III e IV secolo, all'interno delle catacombe, Cristo viene rappresentato con un bastone simile ad una bacchetta magica o a uno scettro del potere.

La funzione del bastone o bacchetta di operare il passaggio o flusso continuo tra il mondo dei vivi e quello soprannaturale è ben esemplificato da Virgilio che descrive nell'Eneide il "ramo d'oro" senza cogliere il quale Enea non può varcare la soglia dell'aldila':

"...Nascosto entro un albero ombroso c'è un ramo, d'oro le foglie e la verga flessibile, sacro all'inferna Giunone: e tutto il bosco lo copre, entro le oscure convalli protetto lo tengono l'ombre.
Ma non prima è concesso scendere sotto la terra che si sia colto dall'albero l'auricomo ramo.
Strappalo via, con la mano: da solo verrà, sarà facile se i fati ti chiamano; se no, né con forza nessuna, né con il duro ferro piegarlo o stroncano potrai."

(Virgilio, Eneide, canto VI).



 
 
 

Tradizioni popolari e horror

Post n°132 pubblicato il 10 Luglio 2007 da regina_crimilde
 

“Le tradizioni popolari sorgono in una maniera che ci rimane oscura, eppure si perpetuano nei racconti che i genitori fanno ai figli, e i nonni ai nipoti, di generazione in generazione.
I protagonisti di questi racconti sono sempre personificazioni del Male: lupi mannari, vampiri, orchi, streghe e spettri — tutte creature maligne. Come nascono? Da che cosa traggono forza per crescere nella mente umana?”

 Paolo Maurensig
Vukovlad. Il signore dei lupi

 
 
 

Vampiro: origine sciamanica

Post n°131 pubblicato il 02 Luglio 2007 da regina_crimilde
 

Secondo alcuni autori la credenza nel vampiro - ed in personaggi affini ma diversi, fra cui il licantropo - nasce in un ambiente religioso preciso, quello dello sciamanismo, in un'area geografica molto vasta. Nell'area sciamanica l'aldilà era un mondo parallelo e rovesciato rispetto a quello dei viventi, opposto ma complementare, spesso posto oltre un fiume che poteva essere oltrepassato soltanto al termine di un percorso iniziatico.

A queste credenze si collegava per esempio - in area sciamanica - l'abitudine degli Ugri dell'Ob di seppellire i defunti lontano dai villaggi.
Cospargendo anche la via del ritorno dal funerale al villaggio di oggetti appuntiti che scoraggiassero il defunto dal tentare di ritornare al suo paese.

Era particolarmente facile che il defunto si rifiutasse di compiere il viaggio iniziatico verso l'aldilà - dove avrebbe, nella maggioranza dei casi, atteso una nuova reincarnazione - se il suo corpo non si era decomposto. Da qui tutta una serie di rituali per favorire una rapida putrefazione del cadavere, compresa la sua riesumazione dopo un certo numero di anni - per esempio presso diverse tribù di indiani nord-americani - per assicurarsi che la decomposizione fosse bavvenuta. Diversamente, si provvedeva a complessi rituali di distruzione della salma.

Se, nonostante tutte le precauzioni, il morto non si convinceva ad intraprendere il difficile cammino verso l'aldilà, poteva trasformarsi in un elemento di turbativa dell'ordine cosmico. Rischiava di attaccare i viventi cercando di succhiare il loro sangue, che anche nel mondo sciamanico era collegato alla vita.

"Il vampiro (...) nell'area sciamanica (...) nella sua ancora più singolare realtà di 'non-morto' e di 'non-vivo' era già di per sè una figura trasgressiva, in quanto espressione di una condizione assolutamente innaturale (...). Nella visione sciamanica il vampiro, non potendosi (...) reincarnare, ostacolava il collegamento tra il mondo ultraterreno e quello umano.

Massimo Introvigne, La stirpe di Dracula

 
 
 

Fiabe e malformazioni fisiche

Post n°130 pubblicato il 27 Giugno 2007 da regina_crimilde
 

Di solito si pensa alle fiabe come al regno della bellezza e della perfezione: le principesse sono sempre bionde e belle, i principi azzurri e aitanti.
Ma talvolta ci si imbatte in personaggi, secondari o principali dei quali non si nasconde una malformazione fisica. Anzi, talvolta questa risulta un elemento chiave per lo svolgimento della vicenda, se non addirittura il motivo stesso attorno al quale ruota la storia.
E' il caso, ad esempio, di fiabe che raccontano probabilmente la transizione adolescenziale, una percezione soggettiva e negativa del proprio corpo che cambia, di cui abbiamo già parlato.

In questi casi l'elemento di diversità fisica è raccontato come una percezione di "bruttezza" della quale il personaggio si libera crescendo: il caso più paradigmatico è quello del Brutto Anatroccolo, destinato a diventare cigno regale e a riconoscersi nell'incontro con la propria specie.

Ma di malformazione fisica vera e propria ci parlano per esempio i sette nani di Biancaneve e Enrichetto (o Riccardin) dal ciuffo, il giovane principe protagonista di una fiaba di Perrault, di rara bruttezza, gobbo, nano, guercio, ma estremamente intelligente.

Di altra categoria sono invece le fiabe in cui la diversità è narrata in termini di metamorfosi: il protagonista trasformato in un animale da un prodigio o una maledizione, poi riscattato da un amore incondizionato, non necessariamente un innmoramento, ma anche un forte affetto familiare.
Appartengono a questo gruppo la Bella e la Bestia, il Principe Ranocchio, I Sette Cigni, Fratellino e Sorellina.

Se nell'analisi di queste fiabe si vuole leggere le tracce della memoria storica, allora bisognerà metterle in parallelo alla storia dell'handicap nelle società antiche.
Perché non è esistita soltano la negazione violenza della malformazione fisica, come nel caso dei neonati gettati dal monte Taigete a Sparta o dalla rupe Tarpea a Roma in nome della eugenetica.
Spesso invece l'handicap era interpretato come un segno di predilizione divina: Omero benedetto dall'spirazione delle Muse; Tiresia oracolo di Apollo; il dio Efesto, zoppo ma dio del fuoco e della tecnica.
E nel Medioevo il "lunatico", il matto del villaggio, godevano di una speciale reputazione ed erano protetti e mantenuti dall'intero gruppo sociale in cui vivevano.

 
 
 

Cenerentola a rovescio

Post n°129 pubblicato il 17 Giugno 2007 da regina_crimilde
 

“...E la sposò, e lei visse contenta”.
Eh, no! La vera storia è più cruenta:
in quella falsa, quella raccontata,
quando, molti anni fa, fu inventata,
aggiunsero carezze e zuccherini
per far contenti bambine e bambini:
invece ascolta, è giusta fino a quando
le orribili sorelle stanno andando,
al gran ballo del Principe invitate,
di notte, tutte quante ingioiellate,
e intanto Cenerentola, tapina,
è chiusa giù, nell’umida cantina,
dove i topacci, in cerca di bocconi,
le stanno già assaggiando i talloni,
e lei strillava: “Voglio uscir di qui!”
finché la Fata magica la udì,
e allora apparve in una luce chiara
dicendo: “Tutto bene, bimba cara?”.
“Ma come, tutto bene!” strillò quella
“Ma se mi stan marcendo le budella!”
E poi, dando gran pugni contro il muro:
“Portami al ballo!” disse in modo duro.
“Portami in discoteca, là al Palazzo
o io qui faccio uno sconquasso pazzo!
Voglio un vestito! Voglio un ricco cocchio,
voglio gioielli che valgano un occhio!
E poi calze di nylon, quelle fini,
scarpe d’argento con i tacchettini!
Vedrai se, ben vestita sopra e sotto,
non ti cucino il Principe ben cotto!”
                      [...]

Roald Dahl, Versi Perversi

 
 
 

No alla pedofilia (male oscuro e antico)

Post n°128 pubblicato il 10 Giugno 2007 da regina_crimilde

Aderisco anche io all'iniziativa promossa da sussunchi, sandalialsole e la testata giornalistica epolis contro la giornata dell'orgoglio pedofilo. Ringrazio odioviacolvento per averla portata alla mia attenzione (sono una blogger poco presente, davvero, e me ne scuso con tutta la community).

Poiché il mio blog è un po' particolare, monotematico, contribuirò con un post sulla pedofilia nelle fiabe, argomento che, qua e là, in post diversi, ho già trattato: ma certo pochi hanno letto.

Secondo una delle (molte) possibili chiavi di lettura, "attraverso i racconti fantastici che sembrano narrare la vita di eroi leggendari, la potenza delle divinità della natura, lo spirito dei morti o gli antenati leggendari di una comunità, viene data un’espressione simbolica a desideri, paure e tensioni inconsce che sono alla base dei meccanismi coscienti del comportamento umano." (J. Campbell)

Quindi questo viaggio di esplorazione e di lettura nella fiaba, alla ricerca di moniti, paure o racconti reali trasfigurati fino a farne simboli è ammissibile.

La principale fiaba che sembra drammaticamente raccontare di un evento di abduzione pedofila è Il Pifferaio di Hamelin.
Il dramma della sparizione dei bambini di un intero villaggio può anche avere motivazioni storiche (come spiegavo nel post dedicato alla fiaba e linkato sopra), ma certo la fiaba poté essere usata anche come un monito ai pericoli della pedofilia, tanto più che tutta la narrazione è pervasa dal misterioso potere seduttivo del pifferaio (che in alcune versioni si scopre essere il diavolo). Seduzione e non rapimento violento, si noti bene.

Elementi di lettura in chiave di persecuzione pedofila si trovano anche in Cappuccetto Rosso, nella figura famelica e violenta del lupo che seduce la bambina per poi divorarla. Da Freud in poi (almeno), infatti, la figura del predatore sessuale e la fame smodata e sanguigna sono accomunati, così che niente meglio del lupo delle fiabe la rappresenta.

Tale lettura è resa esplicita nella versione di Parrault che in calce alla fiaba fornisce una chiave interpretativa morale:

Qui si vede che i bimbi, ed ancor più le care bimbe,
così ben fatte, belline ed aggraziate,
han torto di ascoltare persone non fidate,
perché c'è sempre il Lupo che se le può mangiare.
Dico il Lupo perché non tutti i lupi
son d'una specie, e ben ve n'è di astuti
che, in silenzio, e dolciastri, e compiacenti,
inseguon le imprudenti
fin nelle case. Ahimè, son proprio questi
i lupi più insidiosi e più funesti!



C'è poi Pelle d'Asino, una fiaba terribile e drammatica come poche, in cui al dramma della pedofilia si aggiunge quello, assai più dramamtico, dell'incesto.
Un re padre, infatti, concupisce la figlia con una insistenza e un consenso sociale (la vorrebbe infatti sposare legalmente) tali che la ragazza è costretta a fuggire dal regno perché non trova lì nessuna difesa.

E infine tutte le figure di orco, nelle fiabe, contengono in sé anche la oscura figurazione della pedofilia, caratterizzati come sono dalla fame violenta indirizzata sempre verso i bambini indifesi.

 
 
 
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E' uscito l'ultimo numero di SIRMARILLON, rivista bimestrale di cultura, filosofia e costume on line, editore Francesca Pacini
Il dossier di questo numero è dedicato a "Fiabe di ieri e di oggi".
C'è anche un articolo di Regina Crimilde sulla figura della madre:
UNA MADRE DA FAVOLA