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L'ideologia vincente non ammette discussioni: il diritto al lavoro, e alla vita stessa, una merce e come tale va politicato

Post n°8529 pubblicato il 29 Gennaio 2014 da cile54

Disoccupazione e orario di lavoro: Italia record

Se un italiano lavorasse le stesse ore annue di un europeo, l’occupazione dovrebbe crescere del 12,54%. Se lavorasse come un francese avremmo un più 18,34%, come un tedesco il 29,95% in più. Si tratta solo di un esercizio meccanico ma dice che è possibile lavorare meno e lavorare tutti

Che l’occupazione e il lavoro siano la que­stione cen­trale che dob­biamo affron­tare non è più messo in discus­sione da nes­suno. Nei primi anni dallo scop­pio della crisi il tasso di disoc­cu­pa­zione dell’Italia è stato più basso di quello della media euro­pea, ma negli ultimi anni il feno­meno si è dram­ma­ti­ca­mente aggra­vato fino a rag­giun­gere, secondo le ultime rile­va­zioni Istat, un tasso di del 12,7%, supe­rando di gran lunga il dato medio europeo.

Dal punto di vista dell’ideologia eco­no­mica è domi­nante l’idea che in fondo il pro­blema dell’occupazione sia un pro­blema del mer­cato. Se le con­di­zioni del mer­cato sono tali da creare un’alta disoc­cu­pa­zione, c’è poco che la poli­tica possa fare diret­ta­mente per risol­vere il problema.

Un’azione diretta del governo, secondo que­sta opi­nione, cree­rebbe ulte­riori pro­blemi, aggra­vando le con­di­zioni del debito pub­blico, distor­cendo ulte­rior­mente il mer­cato e via dicendo. Al mas­simo si può cer­care di oliare ulte­rior­mente i mec­ca­ni­smi di mer­cato magari ren­dendo più fles­si­bile il lavoro (nono­stante l’indice dell’Ocse segnali già da molto tempo che il mer­cato del lavoro ita­liano è note­vol­mente fles­si­bile in rap­porto agli altri paesi euro­pei) o cer­cando di creare dei deboli incen­tivi verso l’assunzione di nuovi lavoratori.

Che que­ste poli­ti­che si siano rive­late spesso con­tro­pro­du­centi e comun­que del tutto insuf­fi­cienti non sem­bra aver scal­fito que­sta cer­tezza. Cosic­ché si attende una sal­vi­fica ripresa della cre­scita che, nel migliore dei casi dopo qual­che anno, incen­tivi la domanda di lavoro alle­viando, ma non risol­vendo il problema.

Al con­tra­rio, ogni ragio­ne­vole idea di poli­tica eco­no­mica dovrebbe rove­sciare l’approccio: la prio­rità è l’obiettivo di piena occu­pa­zione, cui subor­di­nare gli altri obiet­tivi, com­preso il con­te­ni­mento del defi­cit pubblico.

Tra le pos­si­bili misure di poli­tica eco­no­mica volte all’aumento dell’occupazione ce ne sono due che nel nostro paese sareb­bero par­ti­co­lar­mente effi­caci, ma che sono con­si­de­rate quasi delle bestem­mie. Non a caso negli Usa, in cui nes­suno ha paura di appa­rire troppo sta­ta­li­sta o post-comunista, se ne parla invece appro­fon­di­ta­mente. La prima è quella di una assun­zione diretta di lavo­ra­tori da parte dello stato, per pro­getti pub­blici indif­fe­ri­bili, come il risa­na­mento idro­geo­lo­gico, la sal­va­guar­dia, la con­ser­va­zione e la frui­zione dei beni cul­tu­rali e altre ini­zia­tive urgenti di grande valore sociale.

Que­sto argo­mento è stato sol­le­vato in un recente e bell’articolo apparso sul mani­fe­sto  e non mi ci sof­fermo, se non per notare di pas­sag­gio che non è vero, al con­tra­rio di quanto comu­ne­mente si afferma, che in Ita­lia gli impie­gati pub­blici sono troppi in rap­porto agli altri paesi. Infatti, secondo le stime dell’Ocse, nel 2011 il nostro impiego pub­blico rap­pre­sen­tava il 13,7% dell’occupazione com­ples­siva, minore degli Stati uniti (14,4%), della media dei paesi Ocse (15,5%), del Regno Unito (18,3%) e della Fran­cia (21,9%).

Ma ciò su cui vor­rei atti­rare l’attenzione è l’orario di lavoro. La ten­denza di lungo periodo dei paesi avan­zati è la dimi­nu­zione dell’orario. Unica ecce­zione degli ultimi decenni è la Sve­zia, e comun­que il monte ore annuo è più basso dei paesi euro­pei. La realtà è che se con­fron­tiamo il numero di ore lavo­rate in un anno in media da un lavo­ra­tore ita­liano con quello degli altri paesi euro­pei, sco­priamo subito che il dato dell’Italia è molto più alto. Dai dati del sito sta­ti­stico della Com­mis­sione euro­pea si ricava che un lavo­ra­tore euro­peo ha lavo­rato nel 2013 in media l’89% di ore rispetto ad un lavo­ra­tore ita­liano. Se poi con­si­de­riamo la Fran­cia e la Ger­ma­nia i dati sono ancora più netti. Nello stesso anno in Fran­cia le ore annue per lavo­ra­tore sono state in media l’84,5% e in Ger­ma­nia il 79% di quelle ita­liane. Que­ste dif­fe­renze por­tano a risul­tati sor­pren­denti. Fac­ciamo il seguente espe­ri­mento men­tale: imma­gi­niamo che in Ita­lia sia man­te­nuto lo stesso numero di ore annue com­ples­si­va­mente lavo­rate in totale, ma che cia­scun lavo­ra­tore sia impie­gato per un numero di ore annue uguale alla media euro­pea, a quella fran­cese o a quella tede­sca. La domanda è: di quanto dovrebbe aumen­tare l’occupazione per otte­nere que­sto risultato?

In que­sta sem­plice simu­la­zione l’occupazione dovrebbe cre­scere del 12,54% se un lavo­ra­tore ita­liano dovesse lavo­rare in media le stesse ore annue di un lavo­ra­tore euro­peo, del 18,34% se dovesse lavo­rare come un lavo­ra­tore fran­cese e addi­rit­tura del 25,95% se dovesse lavo­rare come un tede­sco. Nel primo caso si azze­re­rebbe pra­ti­ca­mente il tasso di disoc­cu­pa­zione uffi­ciale, nel secondo sareb­bero occu­pati anche una parte con­si­stente dei 3.300.000 poten­ziali lavo­ra­tori sco­rag­giati, cioè coloro che sono dispo­sti a lavo­rare ma non cer­cano atti­va­mente un lavoro, nel terzo tutti que­sti ultimi sog­getti tro­ve­reb­bero occupazione.

Ovvia­mente si tratta di un eser­ci­zio che non può essere appli­cato mec­ca­ni­ca­mente alla realtà. In primo luogo non si può essere affatto sicuri che se per qual­siasi motivo dimi­nuis­sero di colpo le ore lavo­rate in un anno da cia­scun lavo­ra­tore le imprese sareb­bero dispo­ste ad assu­mere un numero pro­por­zio­nale di nuovi lavo­ra­tori. In secondo luogo l’esercizio non tiene conto del fatto che in Ita­lia la per­cen­tuale di lavo­ra­tori auto­nomi sull’occupazione è mag­giore che negli altri paesi, e i lavo­ra­tori auto­nomi ten­dono a lavo­rare un numero mag­giore di ore dei dipen­denti, per cui il dato del numero di ore lavo­rate in Ita­lia è sovra­sti­mato se appli­cato ai lavo­ra­tori dipen­denti. Anche tenendo conto di que­sta dif­fe­renza, però, le varia­zioni dell’occupazione reste­reb­bero altissime.

Quello che que­sto espe­ri­mento segnala è che esi­ste in Ita­lia un mar­gine di mano­vra amplis­simo per sti­mo­lare l’occupazione agendo sulle ore lavo­rate. Si afferma in con­ti­nua­zione che dob­biamo essere più simili agli altri paesi euro­pei e non si vede per­ché non dob­biamo seguirne l’esempio anche in que­sto caso.

Si deve poi notare che pro­prio in Ger­ma­nia il rela­ti­va­mente basso tasso di disoc­cu­pa­zione (di poco supe­riore al 5%) è stato otte­nuto anche attra­verso le poli­ti­che di job sha­ring . In Ita­lia si trat­te­rebbe, nell’immediato, di cer­care di gene­ra­liz­zare i con­tratti di soli­da­rietà, non solo al fine di evi­tare licen­zia­menti nei sin­goli casi di crisi azien­dale, ma anche al fine di soste­nere l’occupazione. Cer­ta­mente ci sono pro­blemi: pro­prio in Ger­ma­nia sono aumen­tati i  wor­king poors  anche per­ché si è esteso il numero di lavo­ra­tori part time involontari.

In un mondo per­fetto i part time invo­lon­tari non sono desi­de­ra­bili, ma non viviamo certo in un mondo per­fetto. Inol­tre il red­dito minore, che nel breve periodo i lavo­ra­tori otter­reb­bero dalle imprese, potrebbe essere soste­nuto dalle risorse che si libe­rano in seguito ad una dimi­nu­zione dei sus­sidi alla disoc­cu­pa­zione con­se­guente alla cre­scita dell’occupazione. In un periodo più lungo, i salari potreb­bero addi­rit­tura cre­scere, per effetto della dimi­nu­zione del tasso di disoc­cu­pa­zione e della cre­scita della domanda aggre­gata. In ogni caso occorre agire con deci­sione per aggre­dire la disoc­cu­pa­zione, pen­sando fuori dal coro e senza ripe­tere stan­che for­mule inef­fi­caci e que­sta è una strada che occorre intra­pren­dere se si vogliono otte­nere risultati.

Stefano Perri

28/01/2014 www.ilmanifesto.it

 
 
 
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