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Creato da rteo1 il 25/10/2008
filo aperto con tutti coloro che s'interrogano sull'organizzazione politica della società e che sognano una democrazia sul modello della Grecia classica
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UN FONDO POPOLARE LOCALE
La crisi economica si sta diffondendo a macchia d’olio, ormai, e gli effetti nefasti sono sotto gli occhi di tutti. Se ne dibatte in TV e lo si scrive sui giornali, mentre la situazione peggiora di giorno in giorno. Sono tanti, ora, che fanno fatica ad arrivare a fine mese, ma ci sono anche quelli che non riescono a superare la settimana o, peggio ancora, non sanno neppure se consumeranno un pasto giornaliero. A fronte di un esercito di disperati, le cui fila si affollano sempre di più, si osservano, tuttavia, dei cittadini che vivono nello sfarzo e che continuano ad accrescere i loro capitali, mostrando assoluta indifferenza per il destino dei propri simili. I governi occidentali, e quello dell’Italia in particolare, non sono in grado di fare fronte al declino economico e tutti i provvedimenti normativi sono soltanto dei palliativi, perché nessuno ha la forza (soprattutto morale) o la volontà di mettere mano alle cause dei problemi. Eppure la strada da seguire è semplice, e basterebbe un po’ di buon senso generale e di onestà. Per risolvere il problema occorre risalire alla sua origine, ossia alle fondamenta dell’aggregazione umana. Questa, quando è nata, ha avuto al suo centro l’attività produttiva, che ne ha costituito il fulcro, il baricentro. E’ stata, infatti, la produzione che ha consentito alla comunità di crescere, di svilupparsi, e solo grazie ad essa è stato possibile ampliare i settori di interesse sociale, tra cui la cultura, lo svago, e oggi il welfare e l’assistenza sanitaria. Nel tempo, però, e soprattutto nel XXI secolo, le istituzioni pubbliche hanno preso il sopravvento, e anche a causa di un sistema politico malato, le sovrastrutture, la burocrazia, i servizi, sono aumentati a dismisura e hanno reso marginale, quasi irrilevante, il ruolo dell’industria, dell’artigianato, dell’agricoltura, del commercio, che dovevano, invece, essere mantenuti al centro dell’aggregazione sociale, economica e politica. Così, a fronte di pochi poli produttivi, sempre di più fiscalmente spremuti, sono stati inventati organismi improduttivi e burocratici, anche a livello europeo e internazionale, senza alcun rapporto con le risorse disponibili, e facendo perfino ricorso all’indebitamento pur di mantenere un apparato pubblico, almeno in parte inutile. Era prevedibile, perciò, che prima o poi finisse l’incantesimo e che la realtà si imponesse nella sua attuale drammaticità. Purtroppo, però, oggi potrebbe già essere troppo tardi per correre ai ripari, perché il debito pubblico ha ormai superato la soglia della sostenibilità (un debito di 2041 miliardi di euro che continua a crescere con circa 100 miliardi di interessi annui). Tuttavia un ultimo sforzo è doveroso farlo, se non altro per onorare la memoria di quei cittadini che hanno speso la propria vita per assicurare agli italiani una democrazia e un benessere diffuso, da distribuire mediante una rete solidale. E allora, a prescindere da ciò che farà il governo centrale e tutti quelli territoriali, che spesso sono anche distratti dalle logiche di potere e dalla spartizioni delle cariche, è forse giunto il momento che tutti i cittadini, che grazie loro talento (e in qualche caso anche grazie alla tutela politica, o al Buon Dio) sono riusciti a resistere alla crisi economica dilagante, mantenendo intatto, o quasi, il loro reddito (oltre al patrimonio), versino un contributo volontario mensile ad un “fondo popolare locale”, da utilizzare per sostenere tutti quei concittadini che oggi sono disperati e alla deriva. Basterebbero, tanto per cominciare, soltanto dieci euro mensili, che di certo non manderebbero in rovina nessuno e che sono l’equivalente di circa un pacchetto di sigarette. In una città come Avellino, ad es., di quasi 60.000 abitanti, se ci fossero almeno 5.000 donatori (tra cui i percettori di indennità politiche, come il sindaco e gli assessori), si potrebbe disporre di una somma mensile di circa 50.000 euro, che se da un lato potrebbe lenire le sofferenze alimentari di alcuni, dall’altro farebbe sentire tutti moralmente meglio, e si darebbe un messaggio di solidarietà agli altri territori e all’Italia intera, che su queste nuove radici potrebbe alimentare la speranza e la rinascita. E Avellino, per la gestione del fondo, non avrebbe difficoltà a scegliere persone votate al bene comune, interiormente vicine ai più deboli e lontani dalle clientele, come ad es. il Buon Parroco Emilio Carbone. Un “fondo popolare locale”, quindi, per tornare ad essere un popolo unito e solidale, che non si chiude nel proprio egoismo ma si apre ai concittadini in difficoltà, in attesa che si inverta la tendenza in atto e si continui a sperare.
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L’AMICIZIA
E’ come un albero maestoso
che si lascia cullare
dal vento impetuoso;
lambire dai fitti raggi del sole,
e dà frutti ad ogni stagione.
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LA RAPPRESENTANZA DEI CITTADINI
Anzitutto, che cos’è la rappresentanza ? E’ quell’istituto giuridico che consente ad un soggetto diverso dal titolare di un diritto di compiere atti che producono effetti direttamente sul rappresentato. Gli antichi romani, ai primordi dotati di molto buon senso, non la conoscevano, per cui tutti gli atti dovevano essere compiuti personalmente dai diretti interessati. Lentamente, però, soprattutto per esigenze commerciali, la rappresentanza cominciò a farsi strada, e da allora, ribaltando la tradizione e ponendo l’eccezione come regola, sono ormai sempre meno gli atti compiuti direttamente dai titolari dei diritti. Della rappresentanza si distingue quella volontaria da quella “legale”, ossia prevista per quei casi in cui il soggetto è incapace (ad es. per minore età, per interdizione, fallimento) di compiere gli atti di propria competenza. Essa, in genere, scaturisce da una procura, ossia un atto unilaterale, oppure da un contratto, come il mandato, e può essere generale, cioè per tutti i negozi giuridici (ad esclusione di quelli personali), oppure speciale, quando si riferisce ad uno o più attività specificate. Per quanto concerne l’ambito politico, si ritiene che la rappresentanza abbia un contenuto generale. Nella Costituzione all’art.67 è sancito il principio che “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Si tratta, come ben si comprende, di una “licenza in bianco”, sia perché non vi è alcun vincolo di mandato (“mani libere”), sia perché la rappresentanza non riguarda il sovrano (ossia il Popolo), né i cittadini, e neppure gli elettori (che pure sono quelli che, in concreto, “eleggono” i parlamentari), bensì la “Nazione” (la parola deriva dal latino natus e si riferisce all’origine e al luogo di nascita; e per estensione indica un insieme di tradizioni comuni). Non vi è dubbio che una cosa è dichiarare di rappresentare “la nazione” altra è, invece, riferirsi ai cittadini (meglio ancora, se agli elettori), perché mentre nel primo caso si fa riferimento a un concetto astratto (che, tuttavia, evoca ancora i “nazionalismi”, genitori delle dittature), nel secondo, invece, il collegamento risulta a tutti più comprensibile perché è alle persone fisiche, e sposta anche l’asse del sistema politico perché pone al centro gli uomini e non le strutture. Sarebbe opportuno, perciò, che si mettesse mano a delle riforme serie per allontanarsi dai lacci dei passati regimi che tengono tuttora imbrigliato il sistema democratico. Va, altresì, aggiunto che la rappresentanza “politica” la si rinviene anche relativamente ad altre cariche istituzionali, e per i sindaci e i presidenti delle Province. Per questi l’art. 50, comma 2, del DPR n.267/2000, dispone che essi “rappresentano l’ente…”. E’ del tutto evidente, anche in questo caso, che il “legislatore” non valorizza il ruolo dei veri soggetti del sistema politico, cioè gli elettori, e neanche i cittadini, che pure a volte si “prostrano” (non tutti, ovviamente) riconoscendo volgarmente ai sindaci il titolo di “primi cittadini”, mentre invece essi hanno soltanto il potere di rappresentare l’Ente, ossia il Comune. Peraltro vale la pena sottolineare che la “finzione” della rappresentanza generale è sempre smentita dalla realtà, e ne è prova il “derby elettorale” che si scatena in ogni Comune, dove i cittadini si dividono sui candidati, e il “vincitore” accetta di essere festeggiato soltanto dai suoi sostenitori, che a volte sono l’espressione delle tribù locali che si sono schierate e confrontate in base ai numeri e ai muscoli. La rappresentanza politica, quindi, andrebbe collegata alle persone fisiche, ossia ai cittadini, o agli elettori, che sono le uniche realtà naturali, e i rappresentati dovrebbero poter decidere del proprio destino, anche “rifiutando di essere rappresentati” mediante il non voto, a cui dovrebbe darsi una rilevanza legale. Occorre sperare, perciò, che con l’occasione delle riforme costituzionali si rimettano gli uomini al centro della rappresentanza politica abolendo tutti i termini astratti, come l’Ente, la Nazione ed altre astrusità.
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RIFORMA PRESIDENZIALE
Nel calendario del governo in carica sono state incluse anche le “riforme costituzionali”. Tra queste rientra anche la legge elettorale, malgrado non vi siano stati finora atti concreti che facciano pensare che vi sia una effettiva volontà di modificare l’attuale “porcellum”, che risulta, invece, graditissimo a quasi tutti i partiti perché con esso hanno il potere di nominare i parlamentari sottraendoli alla scelta degli elettori, molti dei quali sarebbero ben lieti di poter indicare il proprio orientamento mediante la preferenza, anche in contrasto con l’apparato di partito e “l’ordine di scuderia”. Oltre alla legge elettorale, però, figura anche la riforma del sistema di governo, che dall’attuale modello di tipo parlamentare (sempre di più solo sulla carta), dovrebbe orientarsi verso quello “semipresidenziale” alla francese, o “presidenziale” all’americana, senza, però, escludere un cancellierato alla tedesca. Al riguardo va anzitutto detto che tali regimi attengono alla materia della divisione dei poteri, molto cara a Montesquieu, e sottendono l’esperienza politica della forma mista della Costituzione, quale migliore soluzione possibile per assicurane stabilità e durata nel tempo, così come consigliato fin dai tempi remoti da Aristotele, Polibio e Cicerone. E tale formula “mista”, che racchiude in sé un po’ di monarchia, un po’ di aristocrazia, e un po’ di democrazia, si rinviene anche nella Carta costituzionale italiana, che ha recepito, nella transizione storica, anche alcuni connotati del precedente Statuto Albertino del 1848. Qualunque soluzione, perciò, di riforma costituzionale dovrà sempre tener conto di tale esperienza politica ormai acquisita, proteggendo sempre la forma mista. In Italia, però, e come in tutti i Paesi che hanno esaltato il principio della sovranità popolare, la Repubblica è democratica (art.1), per cui il perno dell’intero sistema non può che essere quello che metta al centro la democrazia. Per questo l’incremento dei poteri in favore della parte “monarchica”, ossia il potere di uno solo, non può incidere sulla parte democratica (ossia del popolo), ma eventualmente solo sulla parte “aristocratica” (il Consiglio dei ministri, il Governo), fermo restando la separazione dei poteri. La Costituzione francese all’art.6 prevede che “ II Presidente della Repubblica è eletto per sette anni a suffragio universale diretto”; all’art.8 che “Il Presidente della Repubblica nomina il Primo Ministro. Accetta le dimissioni del Governo presentategli dal Primo Ministro; all’art. 9, che “II Presidente della Repubblica presiede il Consiglio dei ministri”; e all’art.13, che “Il Presidente della Repubblica firma le ordinanze e i decreti deliberati in Consiglio dei ministri”. E’ del tutto evidente, da quanto precede, che seppur da una parte il sistema si sposti verso una maggiore democrazia, perché l’elezione del Presidente viene sottratta al Parlamento ed attribuita direttamente ai cittadini, dall’altra il Presidente (potere monocratico) si innesta nel potere governativo. Non vi è dubbio che l’Italia dal 1948 ha radicato alquanto stabilmente le proprie istituzioni sull’humus democratico, per cui ci dovrebbero essere sufficienti anticorpi nel sistema, tuttavia la storia a volte riserva delle sorprese, e non sempre tutte gradite. Un dato finora è stato comunque acquisito, e cioè che il Popolo sovrano non soltanto non si è visto ampliare le sue prerogative ma queste sono state perfino vanificate (come ad es. il referendum), e da alcuni anni, ormai, è preda di un sistema partitocratico che tiene in ostaggio la funzione legislativa che non riesce a recepire le istanze di cambiamento che si stanno sollevando dalla società civile. A ciò aggiungasi, inoltre, che tuttora, e a tutti i livelli, non si è ancora sedimentata la cultura di separare le esigenze private dalla funzione pubblica, e che l’esercizio di questa deve avvenire in favore e a servizio della Collettività e non per trarne dei vantaggi personali o di gruppo. Perciò, si può senz’altro ritenere, che attualmente in Italia non ci sono ancora le condizioni per spingere il regime democratico verso un modello di tipo presidenziale, o semipresidenziale, a meno che la riforma costituzionale non attenga soltanto all’elezione diretta e ai poteri di nomina dell’esecutivo e alla firma degli atti di questo, salvaguardando, comunque, il potere del Parlamento di “mandare a casa” il Governo quando questo non goda più della maggioranza politica e di separare la persona fisica del Presidente da quella della funzione per ritenerlo responsabile degli atti posti in essere al di fuori delle sue funzioni.
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LA COLPA E' DEGLI ELETTORI ?
Grillo ha attribuito la colpa agli elettori per il flop elettorale del suo movimento. Ma è proprio così ? Indubbiamente la vicenda parlamentare, relativa all'elezione del Presidente della Repubblica, ha lasciato qualche amarezza nei cittadini, e anche la fase relativa alla formazione del governo non ha soddisfatto, perchè ha impedito di avviare un processo di cambiamento in cui molti avevano sperato. Se, infatti, il movimento 5 Stelle avesse mostrato maggiore malleabilità (più strategia e migliore tattica), oggi si sarebbe potuto avviare un processo di eliminazione dei rimborsi spese ai partiti, la riduzione del numero di parlamentari, l'eliminazione del Senato - un inutile doppione -, la riduzione drastica degli emolumenti in favore della casta dei politici e di tutta la "dirigenza" pubblica, che senza alcun disagio continua a percepire compensi di gran lunga maggiori di quelli percepiti dal Presidente degli USA, che pure non è l'ultimo sulla terra.
Tuttavia il problema sollevato da Grillo è mal posto. E' sufficiente, infatti, analizzare secondo il metodo Aristotelico chi sono gli elettori, partendo dal singolo, a diretta conoscenza di ciascuno, per poi risalire, mediante il metodo induttivo di J.S.Mill, il filosofo dell'empirismo, per rendersi conto che ogni elettore è portatore di un interesse, e perfino quelli che eludono i seggi hanno ragioni più o meno personali per farlo.
Senza dilungarmi oltre, perchè ognuno sarà in condizione di fare l''analisi e trarne le relative conclusioni, voglio solo aggiungere quanto accade anche per la formazione dei seggi:
a)i presidenti di seggio, solitamente sono sempre gli stessi, i quali, poichè la legge consente loro di scegliersi il segretario, lo scelgono sempre nella propria cerchia di parenti, o, seppur con meno frequenza, di amici e conoscenti;
b)gli scrutatori, che dovrebbero essere selezionati mediante estrazione, sono,invece, appannaggio degli amministratori locali, che si spartiscono il bottino secondo canoni clientelari e familiari.
C'è rimedio a tutto questo sfasciume ? Forse si, ma si dovrebbe incidere sulle sacche di potere che si sono consolidate e stratificate, col rischio, però, di creare altri centri di potere al posto di quelli che oggi si vogliono sostituire od eliminare.
Aveva, perciò, ragione Tomasi da Lampedusa nel suo celebre Gattopardo ? e diceva cosa giusta anche Esopo con la sua favola "La volpe e l'uva" ?
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Inviato da: rteo1
il 13/06/2013 alle 13:07
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il 01/06/2013 alle 09:31
Inviato da: rteo1
il 27/05/2013 alle 11:22