Creato da rteo1 il 25/10/2008
filo aperto con tutti coloro che s'interrogano sull'organizzazione politica della società e che sognano una democrazia sul modello della Grecia classica

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IL VALORE DEI TITOLI ONORIFICI

Post n°727 pubblicato il 25 Novembre 2014 da rteo1

IL VALORE DEI TITOLI ONORIFICI

Secondo Montesquieu, ne L’Èsprite des loi, la valorizzazione dei titoli e l’esaltazione degli onori è tipico dei regimi aristocratici, intorno ai quali si costruisce una rete di cortigiani, che hanno l’esigenza di fregiarsene in pubblico e nelle relazioni sociali, soprattutto quando sono privi o scarsi di altri mezzi, come ad es., quelli culturali e morali.

E’ comunque una peculiarità anche dei regimi monarchici, tanto che durante l’impero romano i titoli, anche solo onorifici, abbondarono ed erano da tutti ambiti.

Vds.  P. VEYNE, L’impero Greco Romano - Le radici del mondo globale, Rizzoli storica, 2007.

 
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IL REGIME OLIGARCHICO

Post n°726 pubblicato il 21 Novembre 2014 da rteo1

IL REGIME OLIGARCHICO

Dall’osservanza delle istituzioni si può verificare quanto il fenomeno “familistico” sia penetrato nel sistema. In una organizzazione nella quale siano presenti nelle sue ramificazioni lavoratori dipendenti tra di loro collegati da vincoli parentali o amicali o  “paesani” tali vincoli costituiscono la carta d'indentità e se ne deve senz’altro trarre la conclusione che quella istituzione più che i fini generali (che pure può perseguire, più o meno intenzionalmente, o anche accidentalmente) segue prim’ancora, e comunque, anche la logica “occupazionale” e di perpetuazione del potere di condizionamento familiare nel contesto sociale e politico. E’ sufficiente, a questo scopo, prendere in esame una qualsiasi amministrazione pubblica (ad. esempio un apparato ministeriale, o anche di un ente locale, come quello comunale o regionale, o  di una società controllata o partecipata dal Comune o dalla Regione) per rendersi conto di quanto la famiglia sia penetrata nell’istituzione e da quante generazioni vi ristagna passando da padre in figlio il “contratto di lavoro” (quando non sono contestualmente in servizio, come anche a volte accade). Non vi è dubbio che questa situazione sia stata una tipica espressione dell’organizzazione politica nell’antichità (nella Grecia classica i Pisistratidi e gli Alcmeonidi, da cui discendevano Clistene e Pericle, si contendevano  la gestione dello Stato, così come avvenne anche nella Roma imperiale tra le gentes dei Fabi, dei Claudi, dei Valeri, e, per gli Ebrei, la stirpe di Davide, ecc.), ma non si può negare che da allora sia ormai trascorso qualche millennio e che, perciò, oggi si sarebbe dovuto riscontrare qualche cambiamento sostanziale e formale nell’organizzazione pubblica, soprattutto perché gli Stati moderni si affannano ad affermare di essere diventati civili e democratici. Purtroppo, a quanto pare, “l’uomo cambia il pelo ma non il vizio”, per cui in ogni tempo  e sotto qualsiasi longitudine e latitudine l’uomo rimane sempre tale, con tutti i suoi vizi e con le poche virtù, e la logica “machiavellica” degli ultimi secoli ne ha forgiato definitivamente  il pensiero e l’azione. Per questo si assiste ancora alle palesi incongruenze delle norme legislative, che sotto l’aspetto formale affermano la volontà generale dei cittadini ma nella sostanza tutelano  prevalentemente i pochi in danno dei molti, in evidente violazione dei cardini della vita democratica, che non sono mai osservati nella vita reale: è sufficiente analizzare, tra le tante, le leggi elettorali che nel corso della vigente Costituzione (dal 1948 ad oggi) sono state ripetutamente modificate e sempre nell’interesse oligarchico dei partiti, che hanno limitato o escluso la rappresentanza parlamentare di “parti della società” (spesso coincidenti con quelle emarginate, ossia i meno abbienti), e ora si sta tentando perfino di affermare e legalizzare il “regime oligarchico” attribuendo a pochi (al partito che otterrà il maggior numero di voti, a prescindere da quanti sia stati i voti ottenuti rispetto alla totalità dei cittadini aventi il diritto di voto, che già, peraltro, non coincidono con la totalità dei cittadini, essendo esclusi i minori e gli interdetti) la maggioranza dei seggi in parlamento per poter approvare leggi ad uso e consumo degli interessi del potere esecutivo, che nei tempi attuali è nelle mani del segretario del partito di maggioranza relativa, assistito da alcuni segretari di partiti marginali che ricevono alti dividenti politici rispetto al loro peso elettorale. A quanto pare non c’è alcun rimedio per arrestare la “ciclicità” delle Costituzioni, intuita da Polibio, ma descritta anche da Aristotele nel suo saggio sulle Costituzioni degli ateniesi, né si potrà cambiare la natura degli esseri umani, finché questi non vinceranno contro le esigenze della “pancia” elevando il proprio pensiero verso orizzonti universali in cui si colloca il Destino degli esseri umani.

 
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UN POTERE UBRIACO

Post n°725 pubblicato il 17 Novembre 2014 da rteo1

UN POTERE UBRIACO

Ma in che mondo viviamo ? E’ questa l’Italia del cambiamento, che Renzi voleva realizzare con la rottamazione ? Sinceramente non so come si possa venir fuori dalla crisi economica e finanziaria che sta soffocando il nostro Paese, senza una partecipazione corale di tutti (ossia prendendo a chi ha troppo e distribuirlo a chi non ha niente oppure ha poco, e “aggredire” il debito pubblico che ci succhia oltre 100 miliardi all’anno tra interessi e deficit entro il 3% per regalare gli 80 euro mensili solo ad una parte dei lavoratori e per continuare a pagare pensioni di 90.000 euro mensili, indennità pubbliche stratosferiche, e vitalizi e pensioni senza contributi versati). Sono, però, convinto che quanto sta accadendo sia l’espressione di una operetta recitata da attori principianti, che non sanno cosa fanno, né dove vanno, e che stanno portando il Paese nel precipizio. Per questo mi sento di invocare: Signore perdona loro che non sanno quello che fanno!

Di seguito riporto la notizia dell’ennesima follia di un potere che è ubriaco di sé stesso:

«L'immagine di Matteo Renzi intervistato a Brisbane, Austrialia, durante il G20 la dice lunga sugli sprechi di viale Mazzini. Cinque microfoni Rai assediano il premier. Cinque: uno per ogni testata giornalistica che, senza badare a spese, ha spedito dall'altra parte del mondo il suo inviato e una trouppe alla faccia della spending review e della cura dimagrante di tutte le società finanziate dai contribuenti, Rai compresa visto che fu proprio il premier a chiedere immediati sacrifici all'azienda.
La cosa non è passata inosservata e sui social è scoppiata la protesta."La Rai manda 5 inviati (1, 2, 3, Rai News 24, Radio) multi pluralità di informazione? Spreco!!!! Tanto paghiamo noi!!!", tuonano su Twitter. "Rai compiacente, l' uomo si nutre di microfoni e telecamere", si legge. E ancora: "Sprechi Rai. Sotto la bocca di Matteo Renzi in Australia vedo microfono di RaiNews24, Radio1Rai, Tg2, Tg1, Tg3. Ne basta uno".

(tratto da: http://www.tzetze.it/redazione/2014/11/renzi_in_austrialia_cinque_inviati_e_cinque_troupe_rai_per_seguirlo/).»

 
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ALI BIANCHE

Post n°724 pubblicato il 15 Novembre 2014 da rteo1

ALI BIANCHE

 

I FIOCCHI DI NEVE

 

SONO ANIME INQUIETE

 

MILIARDI DI STELLE

 

IN UN MONDO INFINITO

 

LO SPAZIO SI CHIUDE

 

INTORNO AL CANDORE

 

SI SCIOGLIE IL DIAMANTE

 

SUL GIOVANE FIORE.

 

PASSA LA SIEPE

 

UN LIEVE SOSPIRO

 

STREPITA IL FUOCO

 

NEL BUIO CAMINO.

 

VOLA L'IMMAGINE

 

IMPRESSA SUL MURO

 

ALI BIANCHE

 

NELLA NOTTE CHE VIENE.

 
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E SE DIO FOSSE «TUTTO» ? ANZICHE’ SOLO ALLAH, YHWH, BUDDA… ?

Post n°723 pubblicato il 12 Novembre 2014 da rteo1

E SE DIO FOSSE «TUTTO» ? ANZICHE’ SOLO ALLAH, YHWH, BUDDA… ?

E’ del tutto evidente - a parte per i fanatici e gli integralisti, che si battono e combattono per avere l’esclusiva del copyright, e lo fanno anche in luoghi sacri, come è avvenuto a Gerusalemme, ove recentemente, durante una lite furibonda, dinanzi al “Santo sepolcro”, sono stati adoperati dai rappresentanti delle tre religioni monoteiste dei simboli religiosi come strumenti di offesa e percosse - che “Tutto” può essere ritenuto equivalente a “Dio”, ma anche ad Allah, a YHWH, Shiva, a Buddha, a Visnù,  o ad altro “nome” che gli esseri umani hanno attribuito all’Entità suprema (o che da questa abbiano ritenuto di averlo conosciuto mediante la “rivelazione”). La divergenza, quindi, tra le diverse religioni circa il “nome” del “Dio” e dei suoi poteri assoluti delegati ai suoi rappresentanti terreni (le caste sacerdotali) è da ritenersi una pura follia, o una vera bizzarria degli esseri animali, autoidentificatisi come “umani”. Per questo, “Tutto”, come definito da Parmenide, che lo mette in relazione biunivoca con “UNO” («Tutto è Uno»), risulta essere un concetto omnicomprensivo; che  assume una valenza di “pronome indefinito”, neutro, con valore indeterminato, che allontana qualsiasi idea antropomorfa di genere (maschile o femminile), ma anche di specie vivente, e “riempie” ogni spazio dell’universo e per l’eternità, per cui non c’è posto per nessuna delle singole entità, a meno che non diventino “Tutto”.

 
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