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Creato da rteo1 il 25/10/2008
filo aperto con tutti coloro che s'interrogano sull'organizzazione politica della società e che sognano una democrazia sul modello della Grecia classica

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I VITALIZI, CRIMINI IMPRESCRITTIBILI

Post n°710 pubblicato il 27 Agosto 2014 da rteo1

I VITALIZI, CRIMINI IMPRESCRITTIBILI

Ci sono i crimini contro l’umanità, che violano i diritti umani fondamentali, e perciò sono ritenuti imprescrittibili, per cui  le Corti penali internazionali possono sempre giudicare e condannare gli autori di tali crimini. Grazie a tale previsione giuridica è stato, così, possibile arrestare e trascinare dinanzi alle Corti tutti i gerarchi nazisti, anche quando avevano ormai raggiunto la veneranda età di ultraottantenni, ed erano, per questo, convinti di averla fatta franca. Ci sono, però, altri  “crimini” che al momento non sono classificati “dalle leggi” come tali ma che sostanzialmente lo sono, e che per questo dovranno trovare una analoga disciplina e con effetto retroattivo: sono i VITALIZI, che i politici nazionali e regionali si sono unilateralmente attribuiti (anche per un solo giorno di legislatura, o per metà, o una sola) e hanno potuto goderselo fin dal momento in cui non sono stati più rieletti (almeno così è stato nel passato), mentre tutti i lavoratori hanno dovuto cumulare un minimo di contributi di anzianità di servizio o attendere l’età pensionabile. Il VITALIZIO, quindi, è un “crimine contro la democrazia”, che si fonda sull’eguaglianza di tutti i cittadini (non, ovviamente, di fronte alla legge che i Parlamentari si sono unilateralmente approvati, perché vale sempre il detto che Cicero pro domo sua), ma anche contro la Costituzione repubblicana del 1948 che ha previsto soltanto un’indennità a favore dei parlamentari escludendo (è un divieto assoluto e implicito per evitare facili arricchimenti e privilegi ingiustificati) qualsiasi altro tipo di beneficio economico e non, e ancor meno di natura previdenziale e assistenziale diverso da quello generale previsto per tutti gli altri cittadini. Occorre, perciò, che si organizzi un movimento politico (oppure che prenda l’iniziativa una forza politica tra quelle oggi esistenti, come, ad, es, il M5S, che non si è ancora “compromesso” con il degrado politico e delle istituzioni), e metta in programma il recupero di tutte le somme pagate col bilancio pubblico a titolo di VITALIZIO ai parlamentari e ai consiglieri regionali, con il recupero degli interessi, e con effetto retroattivo, nel senso che tali somme dovranno essere recuperate fin dall’inizio della loro erogazione, anche a carico dei loro eredi, qualora fossero frattanto trapassati. Nessun patrimonio, infatti, né dei parlamentari né dei consiglieri regionali potrà mai ritenersi legittimamente costituito dal punto di vista della democrazia, ossia della volontà generale del popolo che non ha mai potuto esprimersi direttamente al riguardo, subendo l’esproprio della volontà politica, se in esso sia affluito il VITALIZIO (o anche questo) e nessun nucleo familiare, o gli eredi, potranno mai trattenere tali benefici, per cui dovranno restituire alla collettività ciò che i loro familiari hanno percepito contro la democrazia a titolo di VITALIZIO. E potrebbe essere anche una buona idea (ma al riguardo si possono elaborare anche altre soluzioni) quella di far affluire in un FONDO POPOLARE tutto ciò che sarà recuperato, per sostenere tutte le famiglie che non hanno alcun reddito e altre iniziative sociali. E’ certamente prevedibile che i diretti interessati e beneficiari ( parlamentari e i consiglieri regionali) del suddetto privilegio (i VITALIZI) faranno di tutto per difenderli a tutti i costi, e che sosterranno almeno l’irretroattività di una tale disposizione “punitiva”, ma di questo non ci si dovrà curare e bisognerà andare avanti, anche passando alle generazioni future questo testimone, questo impegno politico e morale,  perché l’importante è recuperare per la collettività ciò che le è stato “ingiustamente” tolto, al di là di quando sarà realmente possibile realizzarlo.

 
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IO SONO IL DIRETTORE

Post n°708 pubblicato il 25 Agosto 2014 da rteo1

IO SONO IL DIRETTORE

IO SONO IL DIRETTORE !” (sottinteso: tu non sei nessuno; sei un precario; il tuo contratto dipende da me, dalla mia volontà; posso decidere se fartelo prorogare oppure no, e dire che non mi servi più e mandarti a casa. Anzi posso dire perfino che non sei altezza del compito, tanto nessuno crederà mai a te, perché sono IO il  Direttore). Le espressioni che precedono sembrano il frutto della pura fantasia, invece  sono vere; rappresentano la realtà quotidiana che vivono tantissimi lavoratori precari (e chi la racconta), che uno Stato, che Gramsci definiva come lo strumento al servizio della classe dominante e che Marx voleva abbattere per organizzare una società senza più classi, ha organizzato per perpetuare “di fatto” la schiavitù (che non è soltanto fisica, ma anche psicologica e morale) che è stato costretto ad abolire per legge. E allora il “precario”, di fronte a tale semidio che parla investito d’autorità pubblica (imperium), pensa che in fondo ha ragione il Direttore, perché lui ha fallito sempre nella vita, mentre invece il Direttore, che è arrivato su tale vetta, è sicuramente migliore (sono soltanto malelingue quelle che dicono che ha avuto sempre dietro un Senatore importante, e che è un incapace, instabile mentalmente, ignorante). E ricorda anche che dalle elementari, fino al liceo pur avendo ottenuto sempre dei risultati scolastici ottimi (tanti dieci, ma forse per benevolenza, così come anche il 60/60 alla maturità con la versione di Greco tradotta anche in latino, avendo finito prima del tempo concesso) poi ha sbagliato le scelte successive. Avrebbe voluto iscriversi a lettere classiche ma le fu imposto dalla famiglia di scegliere farmacia. I risultati comunque furono buoni lo stesso, anche se durante il cammino la vita gli pose una serie di ostacoli di vario genere e complessità. La laurea alla fine arrivò ma la farmacia no, perché il numero chiuso di una sola farmacia per ogni 5.000 abitanti glielo impediva. E allora non restava altro da fare che lavorare come dipendente, in attesa di tempi migliori. Intanto, per un vizio d’infanzia, malgrado la famiglia da seguire e un padre bisognoso di cure, riprendeva gli studi e conseguiva una specializzazione triennale e un master in management sanitario che gli davano l’opportunità di avere un contratto di collaborazione coordinata e continuativa con un’azienda ospedaliera. In questo lavoro si prodigava, e non perché precario, per conservare il rapporto di lavoro, ma per indole e cultura umanistica (a volte fa la differenza, forse anche con il Direttore) tanto che veniva benvoluto da tutti, soprattutto dai pazienti che serviva con umiltà e competenza professionale. Il Direttore, però, questo consenso pubblico, tanto diffuso, non lo gradiva, perché dava risalto al “precario”, e creava anche gelosie nelle dirigenti di ruolo (assunte grazie al sisma del 1980: si, il sisma, che non ha portato soltanto disgrazie, ma anche posti di lavoro, seppur a volte con concorsi fasulli). “Il precario”, in altri termini, stava sovvertendo l’ordine costituito; i ruoli non venivano più rispettati per come la legge li ha distinti (di ruolo e non di ruolo, ossia precario; tra servitori dello Stato e servi di nessuno) ma metteva in risalto la competenza: se sei capace meriti, se non lo sei non meriti. Il sistema, così, avrebbe rischiato gravi conseguenze, quasi rivoluzionarie. E allora, come reagire ? Alla scadenza del contratto (a dicembre 2014) il Direttore farà in modo che non venga rinnovato. Il precario, così, a 50 anni suonati, se ne tornerà a casa buttando tutti i titoli scolastici e accademici rilasciati dallo Stato nel “cesso”, ma non sarà solo il precario ad aver perso la partita con la vita perché nel “cesso” ci finirà anche la credibilità dello Stato.

 
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SOTTO TUTELA I POLITICI SPENDACCIONI

Post n°707 pubblicato il 25 Agosto 2014 da rteo1

SOTTO TUTELA I POLITICI SPENDACCIONI

Poveri tedeschi ! Un popolo che  prende tutto sul serio, che si impegna con costanza e perseveranza nelle cose che fa, ma sceglie sempre pessime compagnie; che sa fare sacrifici, quando è necessario, e spende le proprie risorse con equilibrio, e spirito di comunità solidale, senza mai scialacquarle e dissiparle, evitando di prendere a prestito soldi non necessari per il bene comune ma da dispensare per finalità clientelari, propagandistiche e politiche (indennità folli, vitalizi incostituzionali, rimborsi politici gonfiati, pletora di enti pubblici, dipendenti e aziende fallimentari). Un Popolo che ha fatto rinascere la Germania riunita, che ha risanato le ferite della separazione del muro di Berlino, che gli Stati vincitori della seconda guerra mondiale hanno utilizzato per dividere in due lo stesso popolo, ma anche molte famiglie, e tantissimi giovani hanno perso la vita nel tentativo di ricongiungersi col proprio nucleo familiare. E’ vero che doveva pagare cara la dittatura del nazismo (imitazione del melodramma fascista), dei lager e degli stermini di massa (peraltro graditi a molti altri Stati occidentali, che così risolvevano anche problemi di casa  propria) con l’illusione di selezionare l’Uomo Ariano di stampo tedesco, e che ha dovuto riparare i danni della guerra persa, ma di certo ora la Germania non merita di essere messa nell’angolo dagli “ultimi della classe” che vogliono continuare a dissipare risorse che non possiedono, sostenendo che  hanno bisogno di flessibilità nella gestione del bilancio pubblico per far “crescere un’economia” che, in realtà, non può più crescere perché le spese statali e politiche ormai assorbono circa il 70% delle risorse (del PIL). Non si può escludere che la Germania  per un “senso di colpa” storico e per non essere isolata dalla coalizione di alcuni potenziali “bancarottieri” si faccia piegare dalla logica delle solite cicale italiane, che pare stia coinvolgendo anche i leaders francesi, che rifiutano di accettare la realtà, ossia di non essere più la grandeur che con la rivoluzione del 1789 ha diffuso i principi di libertà, eguaglianza e fratellanza della Repubblica (poi rimessa in discussione restaurando la forma monarchica dell’era Napoleonica, cui, per certi versi, s’ispira l’attuale Repubblica presidenziale). Ma tale resa, però, potrebbe rivelarsi  nefasta per tutta l’U.E. Non vi è dubbio che occorra evitare la “rottura” del giocattolo europeo, ma sarebbe insano affidare la leadership a chi non ha dato prova di meritarsela (equivale ad affidare la conduzione di un TIR a chi non sa guidare e ha già procurato molti “incidenti stradali”): il buon senso, infatti, deve sconsigliare i “primi della classe”  a compiacere “i somari”, smettendola di studiare e di fare i compiti (tanto vale chiudere definitivamente la scuola perché non avrebbe senso tenere in piedi ciò che aspira a diventare un circo dove sono i clown i veri protagonisti). Va riconosciuto (anche se non può far piacere) che la Germania ha finora dato prova di essere “il primo della classe” e se i politici degli altri Stati avessero un minimo di onestà (purtroppo ignota alla categoria) dovrebbero ammettere che le spetta l’onore e l’onere di indicare le soluzioni agli altri compagni, soprattutto quando questi non hanno dimostrato buon senso e continuano a sbagliare le previsioni (il calo dei consumi e del PIL, l’aumento del debito, della disoccupazione, ecc.). E tale potere di  rappresentanza politica  sarebbe in perfetta linea con quanto avviene anche nella vita civile rispetto ai minori e agli interdetti per i quali si nomina il tutore. Certamente, in questi casi, trattasi di una esigenza sociale, ma non vi è dubbio che ciò possa verificarsi anche in ambito politico, nel qual caso, dovrà affidarsi la guida di un’alleanza di popoli a chi se la merita per capacità, serietà ed equilibrio nella gestione delle risorse pubbliche tenendo “sotto tutela” i “capetti” che governano spendendo soldi che non hanno, convinti che i debiti non si debbano pagare, o li scaricano sulle generazioni future.

 
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LO STATO NON E’ LA BEFANA !

Post n°706 pubblicato il 23 Agosto 2014 da rteo1

LO STATO NON E’ LA BEFANA !

Renzi ha dichiarato che 800 miliardi di spesa pubblica sono troppi. Fa piacere constatare che il premier degli  80 euro corrisposti in busta paga agli 11 milioni di elettori del PD se ne sia reso conto; purtroppo, però, non stanno seguendo i fatti alle parole, e comunque non vanno nella direzione giusta. Berlusconi, con cui Renzi ha stretto un patto mortale (il Grande Sandro Pertini forse l’avrebbe definito “pactum sceleris”), ha detto che gli darà una mano nel campo dell’economia e della giustizia (questa, a quanto pare, gli sta sempre a cuore!) perché lo vede in affanno, in grande difficoltà. Speriamo, invece, che il premier di una parte degli italiani prenda finalmente delle decisioni nell’interesse generale, accompagnandosi da solo nell’impresa (si dice meglio soli che male accompagnati), e andando,          questa volta, e senza fare slides, al cuore del problema. Si dirà, allora, e quale è ? Lo vedremo subito, dandogli noi una mano, prima che le brutte compagnie lo portino fuori strada. Cominciamo col dire che la soluzione non la daremo in una sola puntata (d’altronde anche il commissario alla spending rewiev Cottarelli ci sta lavorando da mesi, ormai). In questa occasione, per cominciare, porremo l’attenzione sulle retribuzioni (dette stipendi) nel Pubblico impiego (non riesco, però, a tacere sul disgusto che provo quando sento discriminare i lavoratori tra i “servitori dello stato” e gli altri lavoratori, come una volta si diceva dei figli di N.N. - I lavoratori, invece, sono tutti lavoratori servitori della REPUBBLICA!). E’ noto che la “retribuzione” costituisca il corrispettivo del lavoro svolto; cioè, il lavoratore esegue la sua prestazione e il datore di lavoro lo paga, con la retribuzione. Il meccanismo è molto semplice; eppure nella realtà le cose sono molto più complicate perché se si leggono le voci della busta paga, la retribuzione (lo stipendio) è soltanto una voce della miriade di altre voci (le indennità) che allungano la lista. E allora si legge che all’operatore sanitario, assunto per svolgere compiti sanitari, gli si riconosce  anche “un’indennità sanitaria; al poliziotto, arruolato per occuparsi di ordine pubblico, gli si concede un’indennità di pubblica sicurezza; ai militari, incorporati per difendere la collettività, l’indennità militare; ai cassieri, l’indennità di cassa, agli informatici, l’indennità di computer, ecc. A queste indennità, che già sono una follia, perché non se ne comprende la ragione, visto che la retribuzione dovrebbe essere omnicomprensiva (il corrispettivo per la prestazione resa), i contratti collettivi nazionali e aziendali hanno previsto anche altre amenità: l’incentivante (per incentivare a fare il proprio dovere); il premio di produzione, o di produttività (per aver fatto quello che contrattualmente si era obbligati a fare, e che peraltro a volte non si fa); il ticket, come buono pasto, che dovrebbe essere consumato giornalmente, mentre, invece, il dipendente lo va a spendere nei supermercati per fare la spesa per casa;  Poi c’è la tredicesima mensilità (in alcuni casi anche la quattordicesima), come se l’anno fosse di tredici (o quattordici) mesi, senza considerare che la collettività già paga una mensilità senza che vi sia la prestazione lavorativa (quella relativa ai trenta giorni di ferie), per consentire al dipendente di riposarsi per aver in teoria sudato (a volte solo il sedere, perché le sedie non lasciano traspirare) durante l’arco dell’anno. Andando, poi, sulle qualifiche, per i dirigenti, si rilevano ulteriori  follie: per un laureato (spesso solo in giurisprudenza, o in sociologia,psicologia, ecc.) si giunge ad elargire somme che si aggirano sui 10.000 euro mensili, che poi produrranno conseguenze sulle pensioni e sulla buonuscita (e perché non prevedere anche la mala uscita, quando il ministero ha un deficit di bilancio ?). E allora La soluzione ? a) SOLO LA RETRIBUZIONE (FINO A UN MASSIMO 2.000 EURO, PER TUTTI I DIPENDENTI PUBBLICI; b) I DIRIGENTI (di numero limitato, e per attività effettivamente svolte, non sulla carta e per anzianità) NON POTRANNO SUPERARE I 5.000 EURO MENSILI; NESSUNA TREDICESIMA, MA SOLTANTO DODICI MENSILITA’.

 
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Il CURSUS HONORUM DEI MINISTRI ITALIANI

Post n°705 pubblicato il 21 Agosto 2014 da rteo1

Il CURSUS HONORUM DEI MINISTRI ITALIANI

Stamane la stampa nazionale tra le varie notizie di prima pagina riporta che finalmente il Ministro della Giustizia Orlando sta per varare la riforma del processo civile (e che le altre seguiranno). Era ora, si potrebbe dire, sebbene tutti gli addetti ai lavori (ossia coloro che perseguitati dal Destino debbono guadagnarsi da vivere transitando per i corridoi dei Tribunali, non come dipendenti, purtroppo, perché questi bene o male lo stipendio a fine mese lo  percepiscono, ma come avvocati, praticanti e consulenti con tariffe scontate) sanno bene che il codice di procedura civile è stato quello più modificato nell’ultimo ventennio (se si eccettuano i codici penali, per la parte relativa ai termini della prescrizione, sempre d’interesse per alcuni imputati eccellenti). Ma a sentire i proclami, anche del “primo ministro” che non perde mai l’occasione per dire la sua su tutto, questa è veramente la volta buona. In attesa, allora, di vedere i frutti dell’impegno del ministro, ispirato dalla lettura della biografia di Cicerone, così come la racconta Polibio nelle “Vite” dei personaggi illustri, che ne richiama il “CURSUS HONORUM”, fondamentale per i romani per poter aspirare a cariche pubbliche di vertice (ad es. non si poteva diventare Console se non dopo aver ricoperto la carica di Questore, ecc.), ho pensato di dare un’occhiata al sito del ministero della giustizia per farmi un’idea, e ivi ho trovato scritto che il ministro “è nato alla Spezia l’8 febbraio 1969. Nel 1989 diventa segretario provinciale della FGCI e l’anno successivo viene eletto nel consiglio comunale della Spezia con il PCI; in seguito allo scioglimento del Partito Comunista italiano, verrà rieletto con il PDS, di cui diviene capogruppo nel consiglio comunale della sua città nel 1993; nel 1995 diventa segretario cittadino del partito; nel 1997, primo degli eletti in consiglio comunale, è nominato assessore del Sindaco Giorgio Pagano, prima alle attività produttive e poi alla pianificazione territoriale, incarico che svolge sino alle elezioni del 2002. Nel 2000, entra a far parte della segreteria regionale come responsabile degli enti locali dei DS e nel 2001 diventa segretario provinciale; nel 2003, è chiamato alla Direzione nazionale del partito da Piero Fassina, prima con il ruolo di vice responsabile dell’organizzazione, poi come responsabile degli enti locali (2005) e ancora, nel 2006, come responsabile dell’organizzazione entra a far parte della segreteria nazionale del partito. Nel 2006 si presenta alle Elezioni politiche del 9 e 10 aprile venendo eletto nelle liste dell’ulivo nella X circoscrizione (Liguria). Allo scioglimento dei DS, nel congresso dell’aprile del 2007, aderisce al Partito Democratico, diventandone il responsabile dell’organizzazione. Alle politiche del 2008 viene rieletto  per il Partito Democratico alla Camera dei deputati nella circoscrizione Liguria, diviene membro della commissione Bilancio della Camera e componente della Commissione parlamentare antimafia, ed il 14 novembre 2008 è nominato Portavoce del Partito Democratico nella Segreteria nazionale dal Segretario Walter Veltroni, incarico confermato dal nuovo segretario Dario Franceschini. Nel novembre del 2009 Pier Luigi Bersani, neoeletto Segretario nazionale del Pd, lo nomina presidente del Forum Giustizia del Partito incarico che mantiene fino alla sua nomina a Ministro dell’ambiente nel 2013. Dal 2011 al 2013 è chiamato a Napoli per ricoprire il ruolo di commissario del PD. Alle elezioni politiche italiane del 2013 è candidato alla Camera dei deputati come capolista della lista PD nella circoscrizione Liguria, dopo essere risultato il candidato più votate alle primarie del collegio ligure per la scelta dei parlamentari. Il 28 aprile viene nominato Ministro dell’Ambiente del governo Letta.  Il 22 febbraio ha giurato nelle mani del Presidente della repubblica, Giorgio Napolitano, come Ministro della Giustizia del governo Renzi. Non so che dire ! Penso, però che i romani avrebbero preferito Cicerone.

 
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