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Creato da rteo1 il 25/10/2008
filo aperto con tutti coloro che s'interrogano sull'organizzazione politica della società e che sognano una democrazia sul modello della Grecia classica

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IO NON SONO

Post n°678 pubblicato il 31 Marzo 2014 da rteo1

IO NON SONO

L’uomo, per convenzione generale consolidata e condivisa nel “mondo degli esseri umani”, è ritenuto, almeno dalla maggioranza, la specie vivente più intelligente, e anche razionale e autocosciente. Mettere in dubbio tale dogma non è mai opportuno perché si va controcorrente, tuttavia “gettare un sasso nello stagno” col fine di stimolare una riflessione, anche individuale, può forse servire a migliorare se stessi e di conseguenza la specie, correggendone alcuni atteggiamenti che sono in evidente contrasto con il preteso primato unilateralmente affermato (quindi, senza contraddittorio) di esseri superiori rispetto a tutte le altre specie. Un comportamento sociale che mette a dura prova il dogma dell’intelligenza della specie umana è certamente quello dell’uso esagerato di simboli, cerimoniali, rituali solennizzati, il vanto dei titoli, dei ruoli, delle funzioni, perfino di quelli espletati in un passato, più o meno remoto, facendo ricorso al prefisso di “emerito”. Trattasi, in tutti questi casi, di pura e semplice vanità (la vanitas, di matrice latina), che a dire il vero accomuna tutte le specie viventi, nessuna esclusa. La vanitas, infatti, appartiene alla natura, e non è soltanto una peculiarità della specie umana. I pavoni, ad es., (ma anche il tacchino, quando fa la ruota) che non hanno la possibilità di esibire carte intestate o vantare incarichi politici o pubblici, già assolti o tuttora in corso, quando si esibiscono “in pubblico” di fronte ai loro simili oppure approcciano la pavona per “fare colpo” gonfiano il petto e impennano e aprono a mo’ di ventaglio la fantastica coda (da ciò la frase “non ti pavoneggiare”, rivolta all’amico, quando si “atteggia” eccessivamente). Ma anche altri animali fanno sfoggio delle loro peculiarità, per suscitare interesse, in particolare sul sesso femminile, oppure anche per mandare messaggi, a volte minacciosi, ai “colleghi” maschi., quando questi si propongono come competitori sia nel campo sentimentale che in quello “politico” del governo del branco. La domanda, però, è la seguente: se è vero, come lo è, che la vanitas è nella natura, nulla possono l’intelligenza, la ragione e la razionalità per poterla gestire con equilibrio e buon senso? Oppure, bisogna ammettere che tali qualità, capacità, non esistono e che sono state tutte inventate ad arte da una convenzione antropocentrica per dire che gli altri animali (comunemente definiti bestie) sono cosa diversa dall’uomo, mentre in realtà spesso non è così (basti pensare ai lager nazisti, alle cc.dd. purghe staliniane, o ai crimini contro l’umanità, per riconoscere che a volte gli animali sono di gran lunga migliori di molti uomini) ? Tempo addietro Luca Goldoni, in un saggio, dal titolo “Lei non sa chi sono io”, metteva in ridicolo l’abitudine degli italiani di fare uso di tale espressione, enigmatica, ma anche inquietante, che a volte turbava il sonno del malcapitato, nei confronti di coloro con cui entravano in conflitto. L’origine del problema forse sta proprio in quell’IO e nell’abuso dell’ausiliare essere. Forse, perciò, andrebbe abolito, e, comunque, revisionato il presente indicativo, almeno il singolare, IO SONO, cambiandolo in negativo: “IO NON SONO”. Con questa soluzione, che avrebbe l’effetto di una “formula magica”, sarà possibile far uscire il Paese dal medioevo e introdurre nel sistema politico, nel governo delle comunità, sia a livello nazionale che locale, il principio dell’eguaglianza sostanziale tra i cittadini e di dare ingresso all’equità e alla giustizia sociale perché così sarà per tutti facile comprendere che una cosa è dire “Io sono” (ad es., il presidente, l’onorevole, il sindaco, il magistrato, l’avvocato, il professore, ecc.), ritenendo di avere un giusto titolo per elevarsi su qualche altro cittadino, altra cosa è dire “Io non sono”, dopo aver passato in rassegna, mediante una onesta elencazione, che cosa non si è, né si è stati, nella vita (pensando, cioè, ai ruoli mai assolti, alle funzioni mai esercitate, ai mestieri mai espletati, e che non si sarebbe in grado di compiere, ai lavori, anche manuali o artigianali, non capaci di svolgere, ecc.). La “grandezza”, così, di botto, si trasformerebbe in “piccolezza”, ma tutti diventerebbero utili per gli altri.    

 
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LICENZIARE L’A.D. DI TRENITALIA

Post n°677 pubblicato il 22 Marzo 2014 da rteo1

LICENZIARE L’A.D. DI TRENITALIA

L’amministratore delegato di Trenitalia ing. Moretti ha reagito alla notizia che il governo Renzi vorrebbe porre un tetto alle retribuzioni dei managers pubblici, prendendo a riferimento il trattamento economico del Presidente della Repubblica, che è di circa 300.000 euro all’anno. L’Amministratore in questione, poiché percepisce ben 850.000 euro all’anno (oltre annessi e connessi) ha subito detto che qualora tale misura dovesse essere varata egli si dimetterà dall’incarico, così come con buona probabilità faranno altri managers pubblici, e se ne andrà all’estero ove sarà meglio remunerato per le sue indiscusse competenze. Non entro nel merito di queste, perché non ho elementi per valutarle, né sono in condizioni di sapere quanti altri Stati si stanno facendo, o si faranno, concorrenza per accaparrarselo, perché sarebbe ambito all’estero, ma di certo per quanto mi riguarda, come cittadino di questo Paese in agonia, sento di dover esternare forte il giudizio di condanna senza appello verso le sue dichiarazioni perché è inaccettabile che un cittadino di questo Stato che ha finora svolto un ruolo non solo di servizio economico ma ha avuto anche un ruolo di riferimento sociale non avverta alcun sentimento di appartenenza nei riguardi della comunità, la sua comunità; che dimostri senza esitazioni di non condividerne le difficoltà, e non si senta chiamato al senso del dovere di solidarietà verso tanti suoi connazionali che tirano la cinghia e che non sanno più come fare  per sbarcare il lunario. E’, probabilmente,  il suo, un pensiero non isolato, forse condiviso da parecchie persone, ma questo è un male, perché costituisce una degenerazione del sistema Paese, di un sistema profondamente malato, che forse ormai non esiste già più, per il quale occorre soltanto levare sommessamente e tristemente il de profundis. Un Paese, infatti, è qualcosa d’altro rispetto alla somma di singole individualità impegnate a soddisfare esclusivamente i loro particolari bisogni. E’, invece, un’insieme organico, un organismo vivente, che pulsa e vive con l’anima e il corpo di tutti i cittadini, anche di quelli che la malapolitica si ostina a tenere ai margini, ad escluderli, o a schiavizzarli. Per questo nessun cittadino può sottrarsi alla “chiamata alle armi”, quando l’intero Paese lo esige; quando c’è uno stato di bisogno. Al di là di qualunque colore politico, e anche se si hanno fondati dubbi sull’onestà intellettuale del governo in carica. E’ un obbligo e un dovere che vanno al di là di qualsiasi interesse personale, privato, perché nel Paese è in gioco il destino delle proprie radici, il seno che ti ha allevato e fatto crescere, anche professionalmente. Non è possibile, perciò, battere in ritirata di fronte ai problemi, disertare col poco dignitoso “si salvi chi può”. Per questo, quelle condizioni dell’A.D. vanno recisamente respinte, e che se ne vada pure all’estero, in un’azienda disposta a pagarlo di più, e che lì accumuli tutte le risorse che vorrà se ciò appaghi la sua esigenza di accrescere il suo patrimonio,  ma liberi anche questo Paese della sua presenza perché c’è gente che è convinta che si possa vivere anche donandosi agli altri per l’interesse comune. E credo che l’Italia sia nelle condizioni di trovare un manager altrettanto valido e capace, se non perfino di più, che non abbia come suo fine soltanto quello della remunerazione, ma che si preoccupi anche della sorte dell’intera nazione. Al momento non è dato sapere come si orienterà il governo, ma di certo se non darà il messaggio ai cittadini che in questo Paese si è prima di tutto parte del Paese e poi delle individualità che pensano soltanto a se stesse; se non dimostrerà che questo tempo è diverso da quello andato, dove si viveva di rendite parassitarie; che il debito mostruoso accumulato è da addebitarsi a tutti, anche a coloro che non hanno espresso il loro voto secondo coscienza, ma premiando i peggiori e non i migliori; l’epilogo della bancarotta sarà inevitabile, ma quello che è peggio è che si distruggerà definitivamente quella trama di virtù e valori condivisi che è essenziale per tenere insieme un intero Paese.

 
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FAI DEBITI E NU’ PAGA’

Post n°676 pubblicato il 18 Marzo 2014 da rteo1

FAI DEBITI E NU’ PAGA’

Un ritornello di una vecchia canzone napoletana, la cui traduzione è semplice e comprensibile a tutti (meno facile è, invece, scriverlo correttamente, e per questo me ne scuso con i puristi), diceva <<Fa riebbiti, fa riebbiti, fa riebbiti e nu’ pavà, ch’e riebbiti nun se more e n’galera manco se va>>. A dire il vero, per me, ancora fanciullo, era diventato un’ossessione, perché ero costretto a sentire quella litanìa più volte al giorno, che si diffondeva nell’etere, a tutto volume, da un’abitazione del vicolo, il cui proprietario amava  ascoltare il disco (un quarantacinque giri, credo) fino allo sfinimento, come se eseguisse un rito Vudù, propiziatorio, in grado di allontanare “invadenti” creditori (Equitalia ancora non esisteva). Era veramente difficile comprendere quell’inno di incoraggiamento all’inadempimento e all’istigazione a fare debiti, anche perché vivevo in una famiglia in cui il debito era ritenuto “sacro”, inviolabile, una questione di onore, per cui non era assolutamente ipotizzabile un mancato pagamento (al massimo una dilazione concordata) ma si dovevano fare tutti i sacrifici inimmaginabili per adempiere. Erano, indubbiamente, altri tempi. Da pochi anni si era usciti dalla guerra e quelle generazioni dei nostri nonni, ma anche dei nostri padri, si erano abituate alle privazioni, alle sofferenze, ma avevano anche un orgoglio, un senso del pudore e della vergogna, che le portava anche a saltare il pasto, se necessario, pur di non fare brutte figure in pubblico. I tempi, però, cambiano, e bisogna pur farsene una ragione. Oggi, molti italiani (quelli beneficiati, ovviamente), stanno aspettando che le promesse del governo pro tempore, di distribuire circa 10 miliardi di euro nelle buste paga dei lavoratori dipendenti che percepiscono meno di 1.500 euro mese, si realizzino, così come annunciato. “Mettere” somme aggiuntive nelle buste paghe è sempre una buona notizia, ma lo è anche in questo caso ? La litanìa, che questa volta si sta diffondendo, è quella che saranno distribuite delle somme recuperandole, in parte, dalla differenza tra l’attuale disavanzo del bilancio, pari a circa il 2%,  e il limite massimo del 3% (rapporto deficit/PIL) consentito dall’U.E., e, per altra parte, prelevandola dalle pensioni (anche se questa notizia è stata smentita, dopo aver indicato varie soglie minime:1500, 2.000, 3000 euro). Non c’è dubbio che si tratti di una soluzione a dir poco avventata, priva di buon senso, che peraltro si fonda su un’interpretazione arbitraria e pericolosa del Trattato sulla stabilità (fiscal compact). Questo, infatti, ratificato con L. n.114/2012, all’art.3, prescrive, anzitutto, come linea generale di comportamento, che il bilancio della pubblica amministrazione deve essere  in pareggio o in avanzo; indi, impegna lo Stato non solo a “garantire che il… disavanzo pubblico non superi il 3% del PIL” ma che il… debito pubblico non superi il 60% del PIL…”. In questo caso, qualora il debito sia superiore, ai sensi dell’art.4 dello stesso Trattato, lo Stato deve operare una riduzione a un ritmo medio di un ventesimo all’anno. E allora, ecco i conti: poiché il debito pubblico italiano ammonta a 2089 mld (dato di gennaio 2014), ed è pari a circa il 140% del PIL (che è di circa 1600 mld annui), lo Stato dovrebbe operare una riduzione annua di 56,45 mld per ridurre gradualmente il debito pubblico, senza accumulare, ovviamente, altri debiti col disavanzo di bilancio. Ne deriva, perciò, che “il tesoretto” di circa 10 mld, di cui si è parlato (ma a vanvera, a quanto pare), non esiste, perché nessun debitore può vantare un “tesoretto” finchè ha un debito enorme da pagare. A tutto concedere, perciò, si potrebbe al limite accettare che i predetti 10 mld siano destinati all’investimento produttivo, ma mai a che siano elargiti a coloro che hanno già un reddito, seppur minimo. Semmai, sarebbe morale destinare le somme ai cittadini privi di reddito e di lavoro mediante un prelievo proporzionale su tutti i redditi, rafforzando, così, il vincolo di solidarietà che è diventato tanto precario, ormai, a causa di una classe politica lontana dalla realtà.

 
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DIO, TI ABBIAMO ABBANDONATO

Post n°675 pubblicato il 13 Marzo 2014 da rteo1

DIO, TI ABBIAMO ABBANDONATO

Viviamo ormai senza più alcuna prospettiva di vita serena, non più in armonia con la natura, né  con l’intero Universo. Le cose materiali cui tutti bramano e che costituiscono quasi per tutti il solo scopo della vita hanno occupato le nostre coscienze, la nostra mente, e sono l’obiettivo costante delle nostre mete terrene.

Per tali beni materiali gli uomini continuano a schiavizzare gli altri uomini, reggimentadoli in serie produttive, in aziende o enti pubblici inutili, con orari lavorativi assurdi che annullano quasi del tutto il tempo libero, che invece sarebbe meglio utilizzato se fosse speso per cercare se stessi e per dialogare col proprio io, che è l’unico tunnel spazio-temporale col proprio Dio.

Eppure di molti beni se ne potrebbe fare volentieri a meno, sia perché inutili sia perché superflui e a volte perfino dannosi. E tuttavia si continua imperterriti a farsi la guerra per l’accaparramento, sia singolarmente sia come popoli, o come Stati.

Alla fine, però, soltanto una modesta elite si avvantaggia del sistema economico e politico fondato sull’accumulo e sul consumo di risorse, godendosi la vita nei “paradisi naturali” in completo relax, mentre tutti gli altri, la quasi totalità della massa, consumano i propri anni migliori nel lavoro: dalla nascita, o quasi, alla tomba, con limitatissimi spazi di tempo libero per poter vivere secondo natura, anziché, come ormai avviene, contro di essa e in contrasto con il proprio mondo interiore.

Così non va più bene. Bisogna necessariamente invertire la rotta; ribaltare il sistema: l’Uomo non è una bestia, e non deve vivere per lavorare ma lavorare (il minimo indispensabile) per vivere la sua vita secondo le esigenze dello spirito, per coltivare in se stesso la propria interiorità.

Un modello ideale è soltanto quello di un “part time” per tutti, con una organizzazione direttiva orizzontale, non gerarchica, perché nessun uomo è degno di stare al di sopra di un altro uomo.

E dobbiamo recuperare urgentemente il rapporto col Nostro Dio, che abbiamo ormai reciso, spezzato, dilaniato, mettendo al suo posto falsi Dei, icone sacralizzate da misere convenzioni sociali e da futili e banali funzioni politiche ed economiche frutto della libera fantasia, inventate e create ad arte da uomini scaltri, che non hanno mai avuto un proprio Dio e hanno scelto di servire il male anziché il bene.

O si cambia o si muore vivendo, in lenta agonia, commiserati da Dio, che abbiamo abbandonato.

 

 
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LA PAGA DELL'OPERAIO COME PARAMETRO RETRIBUTIVO

Post n°674 pubblicato il 12 Marzo 2014 da rteo1

LA PAGA DELL'OPERAIO COME PARAMETRO RETRIBUTIVO

 

Tutti i politici che entrano nelle istituzioni percepiscono una indennità, oltre ad ulteriori rimborsi.

L'indennità varia a seconda del livello istituzionale dell'Ente fino a raggiungere la vetta di oltre 20.000 euro mensili per i Parlamentari.

La domanda è la seguente: quale parametro dovrebbe essere preso a riferimento per stabilire l'ammontare dell'indennità ?

In una società democratica dove vige la specializzazione dei ruoli il fondamento è la pari dignità, e l'eguaglianza anche dei vari trattamenti pubblici, perchè se è vero che un parlamentare (illegittimamente e ingiustamente chiamato "onorevole") svolge la funzione legislativa è altrettanto vero che lo stesso non è obbligato a svolgere contemporaneamente alcun'altra attività sociale o professionale (ammesso che ne sia all'altezza). Per cui, mentre il parlamentare svolge la sua attività legislativa (di cui a volte si potrebbe fare a meno), il contadino, l'allevatore, il commerciante, l'industriale, il libero professionista, svolgono la proptria attività per il benessere materiale e spirituale della società.

Ne deriva, perciò, che l'una funzione equivale in dignità e importanza a tutte le altre, nessuna esclusa.

Riconoscere, perciò, una differenza retributiva pari a circa 20 volte (in alcuni casi perfino oltre 100 volte) quella base che percepisce un operaio specializzato è una violenza legalizzata (che si potrebbe perfino sostanzialmente qualificare come "furto o rapina").

E non varrebbe neppure la giustificazione dell'eventuale possesso del titolo universitario dei parlamentari (che, invero, non tutti l'hanno)perchè molti di loro al massimo hanno conseguito una laurea in giurisprudenza, che nel paese abbonda in tutti i ceti.

Ecco, allora, perchè è urgente rivedere i criteri di attribuzione del reddito (ossia della ricchezza in rapporto al PIL) a tutti coloro che svolgono ruoli pubblici (politici e non) facendo riferimento alla paga base dell'operaio specializzato, e riconoscendo il medesimo valore agli stessi titoli di studio universitari (perchè una laurea in legge, ad es., è tale sia che serva per l'accesso alla magistratura sia per un diverso ruolo di funzionario pubblico). E poichè tali indennità o retribuzioni le pagano i cittadini con le imposte è inevitabile che debbano essere soltanto loro a decidere direttamente (senza, cioè, alcuna rappresentanza legale del parlamento, oppure regionale, per i consiglieri) l'entità dei trattamenti economici per tutte le pubbliche funzioni (elettive e non), affinchè non sia mai superato il valore di cinque volte la paga base di un operaio specializzato (sempre che questo non se ne abbia a male, perchè in realtà è il suo lavoro, duro e professionale, che dovrebbe essere remunerato cinque volte quello attribuito a molti ruoli pubblici).

 
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