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Blog di narrativa, suggestioni di viaggio, percorsi interiori, sguardi sul mondo.

 

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Una vita all'inferno

Post n°195 pubblicato il 30 Ottobre 2007 da falco58dgl
 

 

We are living in hell - Please help us

“Everyone is so afraid. People are scared to go out into the streets, most shops are shut. The world must know what is going on, we need international pressure. If the pressure continues the regime can’t survive. Maybe a few months, but it can’t survive if the pressure continues".

Questa è una lettera  che è riuscita ad arrivare in occidente dalla Birmania eludendo la censura, imposta dal regime militare, che ha oscurato anche Internet.

 Noi viviamo nell’inferno- Aiutateci

“Tutti sono molto impauriti. La gente ha paura di uscire per strada, la maggioranza dei negozi sono chiusi. Il mondo deve sapere cosa sta succedendo, abbiamo bisogno della pressione internazionale. Se le pressioni continueranno, il regime non potrà sopravvivere. Forse [potrà resistere] per qualche mese, ma non potrà sopravvivere se la pressione continuerà”.

Invece, da quasi un mese della Birmania non si parla  più.  Eppure la repressione, le incarcerazioni, le sparizioni, gli omicidi continuano, come riferisce Amnesty International

 "Il 10 ottobre 2007, Hla Myo Naung, ex leader studentesco ed esponente della Federazione delle Unioni studentesche di tutta la Birmania, è stato arrestato a Yangon mentre si stava sottoponendo a una visita oculistica a seguito della rottura di una cornea. Naung ora rischia di subire maltrattamenti e torture, nonché – come diagnosticato dai medici - di perdere la vista a un occhio se non verrà sottoposto il prima possibile a un intervento chirurgico. Naung, uno dei leader della protesta nazionale del 1988 repressa nel sangue dalla giunta militare, era già stato arrestato nel marzo 1990 e condannato a tre anni di carcere per aver partecipato alle manifestazioni di due anni prima, insieme a quello che divenne noto come il gruppo degli “Studenti della Generazione 88.
Nella notte tra il 12 e il 13 ottobre sono state arrestate sei persone. Tra loro c’erano anche Htay Kywe, Thin Thin Aye e Aung Thu, gli ultimi leader ancora in libertà del gruppo degli “Studenti della Generazione 88”. Amnesty International ritiene che Htay Kywe sia in cattive condizioni di salute. Al momento non sia hanno notizie sul luogo in cui sono detenuti".

Dei monaci sequestrati e incarcerati non si sa più nulla da settimane. Sul paese grava una cortina di silenzio, come riporta Iannozzi nel suo blog : “la stampa mondiale si è indignata per due, per tre giorni, poi basta. Oggi la questione della Birmania non trova spazio nemmeno in cinque righe: ma la repressione contro cittadini, monaci anziani, giovani, bambini, continua senza guardare in faccia nessuno, e i giornali tacciono. Perché?”

  La Birmania è periferica, non ha risorse petrolifere, il suo territorio non è strategico, la Cina, la Russia e l’India temono che le pacifiche proteste popolari possano estendersi anche ai loro territori. E gli Stati Uniti, cosa dicono? Cosa fanno? Perché in questo caso non si propongono di abbattere i tiranni e di esportare la democrazia?

Intanto le grandi compagnie continuano a fare affari con il governo birmano “La società malesiana Astral Asia bhd ha firmato un contratto per 200 milioni di dollari con la Birmania per sviluppare 170.000 ettari di terreni nel sud del paese in una piantagione di olio di palma”

 Non sommiamoci alla congiura del silenzio. Il popolo Birmano ha bisogno del nostro aiuto, merita di uscire dall’orrore in cui una casta di militari corrotti e assassini l’ha fatto precipitare.

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avvenuto su un blog della community)

 

LA RECENSIONE

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DIECIMILA E CENTO GIORNI
Storie di uomini tra Italia e America Latina
di MARIA PIA ROMANO

Un tuffo che ha il colore del giallo ocra e del verde intenso, di mandorle amare, schizzi di sudore e deliri di lacrime. Di Italia ed America Latina, di viaggi e di fughe, di ritorni e di allontanamenti. Di esaltazione di popoli, di passioni e grida senza voce nella notte. Del blu e dell'azzurro di cielo e mare. Gli stessi che guardano fluire i giorni, i diecimila e cento giorni, mentre la brezza marina scuote il pino le cui radici restano annodate alla terra. All'amore, alla ricerca costante che dà un senso alle cose, alla vita che è fatta di scenari che cambiano, di sogni di libertà da
condividere con i compagni, di ansie e sconforti segreti, che si affondano nel dolore della bulimia, ingurgitando per rabbia e insoddisfazione cibi di cui non si riesce a percepire il sapore. Emersione, immersione, navigazione, approdo: in quattro sezioni si snoda avvincente la narrazione, che racchiude un arco di trentaquattro anni, dal 1970 al 2004.

E' uno di quei libri che si vorrebbe non finissero mai i "Diecimila e cento giorni" di Claudio Martini, edito da Besa. Ti capita tra le mani e lo leggi d'un fiato, perdendoti in quei nomi che diventano subito uomini e tu li ascolti e li vedi soffrire, gioire, respirare, far l'amore. Destini che s'incrociano e si salvano a vicenda, in un costrutto narrativo di suprema bellezza.

Ci sono immagini che s'imprimono nitide e vere nella mente, mentre insegui il tuo cuore rapito dalle storie. Storie di uomini. Storie che vengono fuori in una sorta di "stream of consciousness", in cui più che la cronologia conta il tempo interiore, che ti porta direttamente dentro le porte delle loro case e ti dischiude l'universo dell'anima. Fotogrammi sospesi tra un'Italia che si chiude dietro un perbenismo di facciata e cela solo irriguardose marginalità ed un'America Latina che grida la sua libertà con fierezza sconcertante, mentre è ancora oppressa da un macigno sul cuore che non la fa respirare.

Lo psicologo di origini tarantine, che ha una lunga esperienza di lavoro all'estero, proprio in America Latina, scrive di Perù, Nicaragua, Messico, Kosovo, Italia con la penna guizzante di una grande intelligenza che, come lama, squarcia la cortina dell'indifferenza dei tanti.

 

 

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