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La galassia del terrore

Post n°495 pubblicato il 08 Marzo 2015 da falco58dgl

isis

Dalla Siria alla Nigeria, dall'Iraq alla Libia, dalle Filippine al Mali, dal Pakistan allo Yemen, passando per Parigi, Copenaghen, Melbourne, Ottawa, le coste della Sicilia, la galassia jihadista è in costante espansione, recluta nuovi adepti, affilia nuove millizie e movimenti terroristi, si finanzia occupando territori, campi petroliferi, espropriando banche, saccheggiando (e distruggendo) siti archeologici, sequestrando ostaggi, estorcendo denaro alle comunità cristiane, yazide, sciite, dispone di arsenali militari modernissimi comprati al mercato nero con i proventi del petrolio o abbandonati dai cascami dell'esercito iracheno, siriano e libico, fa opera costante di proselitismo mediante un apparato comunicativo che propaga, tramite il web e i social network, l'ideologia delirante dello stato islamico, ne esalta i successi, si pone come punto di riferimento per milioni di giovani musulmani alla ricerca di una causa ("la jihad") a cui votare la propria vita (e, spesso, la proprie morte).

Molto è stato scritto sui metodi assassini dello Stato Islamico, ai limiti del genocidio nei confronti dei cristiani, degli yazidi, dei turcomanni, dei curdi, sul disprezzo per la vita umana che professano, sulla pratica quotidiana degli attentati suicidi e delle esecuzioni pubbliche, sull'applicazione di una legge coranica che costituisce in primo luogo un insulto agli stessi precetti contenuti nel Corano, sull' emarginazione violenta delle donne, ridotte a schiave sessuali se non musulmane o comunque obbligate al velo integrale, sui divieti che regolano la vita quotidiana (emblematica la vicenda di un gruppo di adolescenti che sono stati uccisi perché guardavano una partita di calcio), sull'indottrinamento dei bambini, a volte resi protagonisti di esecuzioni pubbliche, sul modello di Pol Pot, sulla oscena distruzione di musei o siti che sono patrimonio dell'umanità.

Lo IS persegue l'obiettivo principale di diventare egemone all'interno del mondo musulmano e, allo stesso tempo, di espandere l'ideologia politico-militar-religiosa del califfato anche al di fuori dei paesi musulmani. Due ottime ragioni per una risposta che deve necessariamente veder partecipi e alleati i governi dell'Occidente con quelli del Maghreb e del Medio Oriente.

Stupisce, di fronte a un pericolo così grave, a una minaccia radicale nei confronti delle fondamenta stessa della nostra civilizzazione, la risposta timida e poco coordinata dei governi interessati. Tranne un accenno di reazione da parte della Giordania in Siria (dopo la vicenda del pilota giordano bruciato vivo) e dell'Egitto in Libia (dopo la decapitazione di più di 20 cittadini egiziani). Gli USA e i suoi alleati bombardano da qualche mese obiettivi militari dell'IS in Iraq e Siria con esiti modesti. Più una strategia di contenimento  che una controffensiva efficace.

In realtà, nessuno vuole contrastare il cosidetto Stato Islamico con un'azione di terra che durerebbe mesi e forse anni, dai costi economici elevatissimi e con la prospettiva di perdere centinaia di soldati.

Temo che l'Occidente si mobiliterà solo quando un'azione militare sarà portata direttamente sui nostri territori. Quando non potrà più girarsi dall'altra parte. Solo che, a quel punto, la situazione sarà sensibilmente peggiorata e ci troveremo ad affrontare una minaccia esterna che si salderà a focolai interni, cellule "dormienti" attivate ad hoc.

Per scongiurare questo scenario, l'unica alternativa è quella di coordinare la nostra azione con quella dei paesi musulmani (compreso l'Iran) e prosciugare la galassia jahidista prima che tracimi e si riversi sul mondo intero come un'alluvione distruttrice.

 

hala

 

 

 

 

 

 

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Fajr
Fajr il 08/03/15 alle 21:07 via WEB
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Fajr
Fajr il 08/03/15 alle 21:10 via WEB
 
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DIECIMILA E CENTO GIORNI
Storie di uomini tra Italia e America Latina
di MARIA PIA ROMANO

Un tuffo che ha il colore del giallo ocra e del verde intenso, di mandorle amare, schizzi di sudore e deliri di lacrime. Di Italia ed America Latina, di viaggi e di fughe, di ritorni e di allontanamenti. Di esaltazione di popoli, di passioni e grida senza voce nella notte. Del blu e dell'azzurro di cielo e mare. Gli stessi che guardano fluire i giorni, i diecimila e cento giorni, mentre la brezza marina scuote il pino le cui radici restano annodate alla terra. All'amore, alla ricerca costante che dà un senso alle cose, alla vita che è fatta di scenari che cambiano, di sogni di libertà da
condividere con i compagni, di ansie e sconforti segreti, che si affondano nel dolore della bulimia, ingurgitando per rabbia e insoddisfazione cibi di cui non si riesce a percepire il sapore. Emersione, immersione, navigazione, approdo: in quattro sezioni si snoda avvincente la narrazione, che racchiude un arco di trentaquattro anni, dal 1970 al 2004.

E' uno di quei libri che si vorrebbe non finissero mai i "Diecimila e cento giorni" di Claudio Martini, edito da Besa. Ti capita tra le mani e lo leggi d'un fiato, perdendoti in quei nomi che diventano subito uomini e tu li ascolti e li vedi soffrire, gioire, respirare, far l'amore. Destini che s'incrociano e si salvano a vicenda, in un costrutto narrativo di suprema bellezza.

Ci sono immagini che s'imprimono nitide e vere nella mente, mentre insegui il tuo cuore rapito dalle storie. Storie di uomini. Storie che vengono fuori in una sorta di "stream of consciousness", in cui più che la cronologia conta il tempo interiore, che ti porta direttamente dentro le porte delle loro case e ti dischiude l'universo dell'anima. Fotogrammi sospesi tra un'Italia che si chiude dietro un perbenismo di facciata e cela solo irriguardose marginalità ed un'America Latina che grida la sua libertà con fierezza sconcertante, mentre è ancora oppressa da un macigno sul cuore che non la fa respirare.

Lo psicologo di origini tarantine, che ha una lunga esperienza di lavoro all'estero, proprio in America Latina, scrive di Perù, Nicaragua, Messico, Kosovo, Italia con la penna guizzante di una grande intelligenza che, come lama, squarcia la cortina dell'indifferenza dei tanti.

 

 

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