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Eurozona, con l’austerity ci rimettono i Paesi in difficoltà. Altro che Unione monetaria

Post n°4348 pubblicato il 26 Novembre 2018 da ninograg1
 

Fonte: Il Fatto Quotidiano  Economia & Lobby | 26 novembre 2018 

di Riccardo Realfonzo (è professore ordinario all’Università del Sannio, direttore di economiaepolitica.it e coordinatore della Consulta economica FIOM-CGIL)

 

Presento di seguito, con alcune note esplicative, le slides della mia conferenza tenuta al convegno dell’associazione Asimmetrie Euro, mercati, democrazia 2018, svoltosi a Montesilvano l’11 novembre 2018.

1. La crisi dell’eurozona

L’Unione monetaria europea si presenta oggi come un’unione incompleta. Abbiamo una moneta unica, ma non una banca centrale che funzioni da prestatore di ultima istanza (garantendo sempre l’acquisto di titoli del debito pubblico e quindi assicurando l’impossibilità del default degli Stati dell’Unione). Inoltre, non abbiamo un bilancio significativo dell’Unione, né una politica fiscale unitaria e dotata di strumenti di debito dell’Unione (es: eurobond) e di meccanismi redistributivi che riparino i Paesi aderenti dagli shock che li colpiscono in modo asimmetrico. Si tratta di scelte politiche che hanno avuto come conseguenza la forte dinamica degli spread tra i rendimenti dei titoli del debito pubblico e che hanno accentuato i processi spontanei di divergenza che portano lo sviluppo a concentrarsi in alcune aree di Europa.

Gli squilibri interni all’Eurozona risultano sempre più gravi, e la preoccupante previsione formulata dal “monito degli economisti” (pubblicato nel 2013 dal Financial Times e da economiaepolitica.it) risulta sempre più attuale.

L’impetuosa dinamica dei processi di divergenza in Europa, che rende i Paesi sempre più diversi tra loro e conferma che l’Unione monetaria non costituisce un’area valutaria ottimale (nella quale i benefici dell’adesione alla moneta unica superano i costi), risultano confermati dall’osservazione della dinamica del coefficiente di variazione del tasso di crescita del Pil pro capite: i Paesi crescono a ritmi che divergono sempre più.

2. Gli effetti dell’austerità

Dopo la crisi scoppiata tra le fine del 2007 e il 2008, i Paesi europei che al momento dell’unificazione avevano fondamentali di finanza pubblica più deboli e condizioni di ritardo competitivo sono stati costretti dai Trattati a praticare severe politiche di austerità, tagliando la spesa pubblica e aumentando la pressione fiscale (consolidamenti fiscali). Secondo la letteratura più liberista e la stessa Commissione europea, queste politiche di austerità potevano risultare espansive. Si riteneva, infatti, che gli aumenti della spesa pubblica sul Pil (il cosiddetto moltiplicatore della politica fiscale) fossero negativi (o comunque prossimi allo zero). Pertanto, i tagli della spesa avrebbero aumentato la crescita (o comunque non l’avrebbero frenata). Questa teoria dell’”austerità espansiva” è stata subito criticata dagli economisti keynesiani, anche in numerosi lavori pubblicati da economiaepolitica.it. Secondo gli economisti keynesiani il moltiplicatore è positivo e maggiore di uno. Pertanto, le politiche di austerità non possono che avere un impatto fortemente recessivo.

Effettivamente, le politiche di austerità hanno determinato effetti recessivi intensi nei Paesi che le hanno praticate, come si osserva ponendo pari a 100 il valore del Pil di tutti i Paesi nel 2007. La divergenza esplode. L’Italia è ancora lontana dal recuperare il valore della ricchezza prodotta annualmente nel 2007, mentre di contro la Germania è cresciuta negli ultimi dieci anni di circa il 12%.

Le politiche di austerità non sono nemmeno riuscite nell’intento principale che si erano poste: risanare le finanze pubbliche, come si osserva guardando al dato relativo ai Piigs (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna). La riduzione del Pil conseguente all’austerità, anche a causa della riduzione della raccolta fiscale, ha peggiorato ampiamente il rapporto debito/Pil.

La dinamica dei processi di divergenza e le conseguenze delle politiche di austerità si possono apprezzare anche sul piano occupazionale. In Italia l’occupazione non è ancora tornata al livello del 2007 (nonostante il forte peggioramento della qualità dell’occupazione e la ben maggiore possibilità di ricorrere a contratti di lavoro a termine), mentre contemporaneamente in Germania il numero complessivo di occupati è cresciuto quasi del 10%.

Continua su economiaepolitica.it

 

 

 
 
 
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