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Messaggi di Febbraio 2020

Coronavirus, cosa non ha funzionato nella sanità lombarda

Post n°4553 pubblicato il 27 Febbraio 2020 da ninograg1
 

Fonte: Il Fatto Quotidiano Vittorio Agnoletto Cronaca - 27 Febbraio 2020


Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha segnalato che probabilmente all’ospedale di Codogno qualcosa non ha funzionato; i vertici della regione Lombardia hanno immediatamente reagito con grande durezza. La polemica si è chiusa con inusitata rapidità: uno aveva da far dimenticare il mancato controllo su chi dalla Cina arrivava in Italia transitando da un Paese terzo, gli altri non potevano permettere che fosse messa in discussione la tanto celebrata sanità lombarda.

Ma, andando oltre le schermaglie politiche, è fondamentale capire se qualcosa veramente non ha funzionato nel servizio sanitario lombardo, accreditato da più parti come il migliore ed il più efficiente della penisola.

1. A distanza di diverse settimane dalla notizia della comparsa del Coronavirus, quando già si conoscevano le vie di trasmissione, non può essere considerato normale il fatto che tra le persone contagiate dal famoso trentottenne di Codogno, vi siano degli operatori sanitari che lavoravano nell’ospedale di Codogno. Né può essere considerato “normale” il contagio di pazienti già ricoverati per altri motivi in strutture ospedaliere. Le indicazioni dell’Oms sulle precauzioni universali e i protocolli da rispettare per gli operatori sanitari sono molto chiari.

E’ sterminata la letteratura sull’obbligo dell’uso dei DPI, i dispositivi di protezione individuale (non solo di adeguate mascherine) da parte del personale sanitario, sulle modalità di accoglienza, di ricovero dei cittadini con patologie sospette e sulla gestione della sicurezza sanitaria nelle strutture ospedaliere. Misure da adottarsi quindi non solo di fronte ad un paziente già fornito di diagnosi.

2. Tardive sono state le indicazioni, rivolte a chi temeva di essere stato infettato, di non recarsi nei Pronto Soccorsi, né nello studio del proprio medico curante per evitare di trasformare quei luoghi di cura in luoghi di malattia. Si è aspettato il caso Codogno prima di diffondere a tamburo battente i numeri di telefono da contattare e le indicazioni di non recarsi al pronto soccorso. Ma ormai “i buoi erano scappati”.

3. I medici di famiglia sono stati completamente abbandonati a se stessi dalla Ats (il nome delle Asl in Lombardia) di Milano (e non solo) mentre in una condizione di enorme stress erano sommersi da ogni tipo di richiesta. Per vari giorni non sono state loro fornite nemmeno le mascherine; hanno dovuto cercarsele da soli spesso senza riuscire a trovarle. Eppure la tutela della salute degli operatori sanitari rappresenta un patrimonio sociale fondamentale della collettività per garantire assistenza e cura a tutti. Ma Giancarlo Giorgetti, numero due della Lega, la scorsa estate quando era sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, aveva dichiarato “ma chi va più dal medico di base? Quel mondo è finito”. Chi governa la Lombardia sembra muoversi su questa linea.

4. I dispositivi di protezione individuale (DPI) sono arrivati con grande ritardo anche in molte strutture ospedaliere e spesso distribuiti con criteri incomprensibili; ad esempio, a quanto mi è stato segnalato, in alcuni casi il personale addetto al trasporto interno dei malati non è stato munito di mascherine: i lavoratori non sono dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale ma di una cooperativa alla quale è stato esternalizzato il servizio.

5. L’aver indicato, a livello nazionale, il 112 come numero di riferimento è stato un grave errore, migliaia di telefonate per avere informazioni sul Coronavirus hanno intasato un numero dedicato alle emergenze creando conseguenze drammatiche per cittadini con altre gravi urgenze sanitarie. Quando finalmente in Lombardia è stato attivato un numero telefonico dedicato, ben presto questo è risultato difficilmente raggiungibile per l’alto numero di telefonate e per il basso numero di operatori.

6. Diversi medici ospedalieri sono sottoposti a turni massacranti in attesa di un cambio turno che non arrivava. Mentre nessuna autorità regionale ha ritenuto di obbligare le strutture sanitarie private a mettere a disposizione della collettività le proprie competenze e il proprio personale medico; eppure la sanità privata è destinataria di somme ingenti da parte della Regione. Ma la tutela della salute pubblica, non le riguarda, e nessuno sente il dovere di chiedergliene conto.

7. In questi giorni sono stati cancellati da parte delle strutture sanitarie pubbliche una grande quantità di visite ed esami già prenotati anche con codice d’urgenza e relative ad altri settori della medicina non coinvolti nella vicenda Coronavirus, come risulta ad esempio ai microfoni di “37e2”, la trasmissione sulla salute di Radio Popolare. Chi economicamente poteva si è rivolto alla sanità privata che sta traendo ulteriori guadagni da questa situazione.

In un mondo globalizzato non era difficile prevedere che il Coronavirus sarebbe arrivato anche in Italia e in Lombardia, la regione più inserita nelle rotte internazionali. C’è stata una “finestra di opportunità”, questo il termine utilizzato dall’Oms, tra la scoperta del virus in Cina e la sua comparsa in Occidente: un’opportunità formidabile per organizzare al meglio la risposta evitando di farci trovare impreparati.

La responsabilità di quanto accaduto non può essere semplicemente scaricata sui singoli medici ed operatori sanitari. Le responsabilità vanno soprattutto ricercate nei vertici della Regione e nei direttori generali della varie Asl e dei vari ospedali verificando se hanno programmato ed attivato quanto previsto dalla normativa nazionale ed internazionale e quanto è stato investito in questo ambito.

Queste carenze non sono casuali e limitate alla vicenda Coronavirus. Oggi in Lombardia esiste la possibilità di curarsi con le migliori terapie disponibili al mondo, di essere operati da equipe con professionalità di altissimo livello (anche se spesso il portafoglio fa la differenza), ma i servizi di prevenzione sono ridotti al minimo, i pronto soccorsi sono quasi tutti in condizioni fortemente critiche, i medici di base scarseggiano, gli ambulatori territoriali vengono ridotti di numero mese dopo mese.

Un sistema sanitario concentrato solo sulla cura e sul profitto, che ha trasformato la salute in una merce, che ignora la prevenzione perché non produce guadagni per le lobby private del settore e che non coinvolge la popolazione nella tutela della propria salute individuale e collettiva mostra il suo tallone d’Achille di fronte ad una nuova patologia infettiva di facile trasmissibilità.

Ora concentriamoci per limitare gli effetti del Coronavirus; ma nel prossimo futuro sarà inevitabile rimettere in discussione le priorità e l’organizzazione del nostro Servizio sanitario.

 
 
 

Il falso mito della transizione ecologica: niente è gratuito a questo mondo per noi umani

Post n°4552 pubblicato il 26 Febbraio 2020 da ninograg1
 

Fonte: Il Fatto Quotidiano Fabio Balocco  Ambiente & Veleni - 24 Febbraio 2020


L’affermazione che occorre transitare quanto prima all’energia verde per fermare il cambiamento climatico è un mantra che oramai accomuna tutti i governi (meno forse quello americano e vedremo il possibile perché) nonché i seguaci di Greta e i verdi in generale. I primi se la prendono con calma, i seguaci di Greta & C. vorrebbero tutto e subito. Perché l’energia verde è un bene assoluto. Così come la mobilità elettrica. Così come la smaterializzazione della nostra società, a cui sicuramente non riusciremmo più a rinunciare.

Ma c’è un “però”, c’è una congiunzione avversativa che si oppone in qualche modo alle energie verdi e alla smaterializzazione completa della nostra società. Il “però” è relativo al fatto che noi siamo, molto banalmente, legati a delle cose: per captare l’energia solare dobbiamo costruire dei pannelli; per l’energia eolica delle pale; per connetterci abbiamo bisogno dei pc o degli smartphone; per le auto elettriche di batterie ad hoc, e le cose sono fatte, noi le facciamo, con delle materie prime che estraiamo dalla Terra. E queste, come tutto in questo mondo, sono risorse finite. E soprattutto non sono neutre.

È su questo che vuole farci ragionare La guerra dei metalli rari, in cui Guillaume Pitron, giornalista francese che al libro ha dedicato anni di indagine, ci prende per mano e ci accompagna nel mondo dei metalli che caratterizzano la nuova era della transizione ecologica e digitale.

Il risultato è ben diverso da quel mondo fantastico (anche nel senso che esiste solo nella fantasia) di Greta & C. Non è un sogno, anzi, diciamolo, assomiglia molto di più ad un incubo.

Iniziamo col dire che per la transizione sono necessari anche metalli rari, che infatti sono anche denominati oggi metalli tecnologici o metalli strategici, una famiglia all’interno della quale ci sono altresì le cosiddette “terre rare”. I metalli rari non sono poi così rari, perché sono presenti più o meno dappertutto nel mondo. Il fatto è che essi non si trovano in alte concentrazioni nelle rocce, e sono difficili da separare.

Questo comporta che per l’estrazione si devono gettare letteralmente via immense quantità di roccia (ne servono 200 tonnellate per ricavare un chilo di lutezio; 50 tonnellate per un chilogrammo di gallio; 16 tonnellate per un chilogrammo di cerio; 8 tonnellate per un chilo di vanadio), e per purificarli si crea una grande massa di ulteriori rifiuti e di inquinamento: secondo l’Associazione cinese delle Terre Rare, per ogni tonnellata di metalli rari estratti, vengono scartati tra i 9.600 e i 12.000 metri cubi di rifiuti sotto forma di gas, a loro volta contenenti polveri concentrate, acido fluoridrico, anidride solforosa e acido solforico. Inoltre si producono circa 75 metri cubi di acque reflue acide e una tonnellata di rifiuti radioattivi.

Un procedimento lungo, costoso, e produttore appunto di rifiuti e di inquinamento. Certo, quando guardiamo il nostro cellulare o vediamo un pannello solare o una silenziosa auto elettrica riesce difficile immaginarlo, non è vero?

Ma se per estrarre metalli rari il processo è complessivamente molto costoso, come mai i prodotti finali costano relativamente poco? La risposta è semplice: Cina. In Cina ci sono le maggiori concentrazioni di metalli rari e i costi di estrazione sono relativamente bassi, mentre alti sono i costi sull’ambiente e la salute dei cittadini. Il risultato è che “grazie” all’estrazione dei metalli rari la Cina si ritrova in questi decenni molto più inquinata di prima. Sarà per questo che a Baoutou, nella Mongolia cinese, la più importante zona di produzione del pianeta di terre rare, non ti puoi avvicinare perché il sito è presidiato da vigilantes? Sarà per questo che nella popolazione che vive nelle vicinanze della miniera le persone muoiono più facilmente di cancro e la popolazione è invitata dal governo a “delocalizzarsi”?

Non è invece un caso che sia in Francia sia negli Stati Uniti si sia abbandonata l’industria legata alla loro lavorazione. E non è forse un caso, aggiungo, che negli Usa Trump persegua la politica del petrolio e del carbone, posto che la transizione lo obbligherebbe a legarsi mani e predi al gigante asiatico.

La soluzione potrebbe essere il riciclo dei metalli rari? In Giappone ci stanno pensando, ma per il momento non se ne fa quasi nulla, perché l’operazione è improba (spesso i metalli rari entrano a far parte di leghe) e molto costosa.

Quale la soluzione, allora, se si vuole davvero proseguire (come appare inevitabile) nell’abbandono dei fossili e nella transizione digitale? Certo, le ricerche nei mari o addirittura nello spazio. L’autore del libro, molto saggiamente e più banalmente suggerisce: dato che i metalli rari sono ubicati un po’ dappertutto, ogni nazione si prenda la responsabilità di estrarli e lavorarli in proprio, e in particolare egli pensa proprio alla Francia, dove la lavorazione già c’era. Così si smetterà di delegare a paesi terzi costi e rischi. Si abbia il coraggio di aprire miniere sul proprio suolo. Vogliamo un futuro green? Assumiamoci la responsabilità del bello e del brutto che il green comporta.

Della serie: niente è gratuito a questo mondo per noi umani.

 

 
 
 

Coronavirus, il virologo Perno: “No agli allarmismi, ma non è come un’influenza”

Post n°4551 pubblicato il 25 Febbraio 2020 da ninograg1
 

Fonte: Il Fatto Quotidiano | 25 Febbraio 2020

Il responsabile del Laboratorio di medicina di Niguarda spiega come funziona il controllo dei nuovi casi sospetti. "Al momento nessun collo di bottiglia, ma le autorità e le aziende produttrici dei kit devono prepararsi a eventuali focolai più ampi". E mette in guardia: "Anche dal mondo scientifico sento sottovalutazioni ed esagerazioni"

La macchina dei test per individuare il coronavirus, o meglio questo tipo di coronavirus detto Covid-19, al momento regge. Nonostante la mancanza di tamponi che, assicurano i vertici della Regione Lombardia e del ministero della Salute, è in via di risoluzione. Ma è possibile che il sistema vada in emergenza se i casi di sospetto contagio dovessero impennarsi? “No, a patto che le autorità e le aziende che producono i kit seguano un percorso razionale. Se domani si scoprissero decine di migliaia di casi sospetti in un focolaio, dobbiamo essere preparati a fronteggiarli”. Carlo Federico Perno è professore ordinario di Microbiologia e virologia dell’Università di Milano e dirige il Dipartimento di medicina di laboratorio dell‘Ospedale Niguarda, impegnato in questi giorni a sfornare responsi sui nuovi casi di contagio. Perno è specializzato proprio nello studio dei Coronavirus, una grande famiglia che, nella versione umana, è responsabile per esempio del comune raffreddore. “Il Covid-19, invece, è di origine animale, coma la Sars e la Mers, e ha fatto il salto di specie. La sua peculiarità – spiega il professore – è che colpisce direttamente i polmoni“. Così è stato necessario approntare un nuovo kit diagnostico che andasse a scovare questa specifica forma del virus: “Le aziende del settore hanno lavorato giorno e notte e oggi abbiamo un test molto affidabile, che continua a essere migliorato”.

Il primo passo, come ormai abbiamo imparato tutti, è il tampone, una sorta di grande cotton fioc che raccoglie il muco nasale e i liquidi polmonari del paziente. Il campione messo in provetta va poi fatto arrivare rapidamente in uno dei centri specializzati, dotati di una macchina per questo tipo di analisi, la stessa che si usa da molti anni per individuare altre patologie, a partire dalla comune influenza. Si chiama “termociclatore” e, in sostanza, riscalda e amplifica il materiale genetico del virus che si sta cercando, attraverso un processo che si chiama reazione a catena delle polimerasi. Materia per addetti ai lavori, ma la buona notizia, dice Perno, è che il termociclatore è un oggetto grande come un forno a microonde, del costo di qualche migliaia di euro secondo il modello, utilizzato in un gran numero di laboratori. “Pensatelo come un lettore cd. L’apparecchio è sempre quello, poi suonerà Battisti o Jovanotti secondo il disco che ci metto dentro. Il disco, nel nostro caso, è il kit specifico per la ricerca del Covid-19”. Ogni singolo kit permette di analizzare diverse decine di campioni.

La macchina può trattare diverse decine di provette contemporaneamente e restituisce i risultati nel giro di qualche ora. “Se il risultato è positivo significa che il paziente è contagiato, anche se non necessariamente malato. I test sono affidabili e di norma si eseguono una volta sola, con un ulteriore controllo sulla correttezza dei parametri impostati nella macchina”. Così funziona il sistema che permette di identificare i casi di contagio da isolare per limitare l’epidemia, e al momento non si vedono colli di bottiglia che lo rallentino in modo significativo. Ma attenzione: se si verificassero aumenti imprevisti di casi sospetti, la soluzione non sarebbe quella di mettere in campo tutti i termociclatori presenti in qualunque laboratorio: “Sarebbe sconsigliabile rivolgersi ai piccoli ospedali o ai centri privati, perché questo tipo di analisi richiede competenze professionali specifiche e livelli elevati di biosicurezza”.

Per questo è necessario attrezzarsi in vista di un’eventuale esplosione di casi e limitare al massimo i rischi di contagio. “Di fronte al Covid-19 sento giudizi inesatti anche dal mondo scientifico”, afferma il professor Perno. “Da un lato c’è chi lo paragona a una banale influenza, ma non lo è affatto, è un’infezione polmonare. Dall’altro c’è chi evoca epidemie catastrofiche come la ‘spagnola’, ma finora sono decedute persone con altre patologie gravi, alcune molto anziane, per i quali non mi sentirei di dire che la causa di morte è davvero il coronavirus. Non abbiamo ancora elementi precisi per prevedere l’andamento dell’epidemia, dobbiamo osservarne l’evoluzione giorno per giorno”.

Non esageriamo con l’allarmismo, conclude Perno, ma ben vengano le restrizioni imposte da governo e regioni: “Sono provvedimenti sgradevoli ma necessari, la priorità è impedire al virus di infettare. Dobbiamo chiudere le stalle prima che i buoi scappino”.

 

 
 
 

Coronavirus......

Post n°4550 pubblicato il 23 Febbraio 2020 da ninograg1
 

23 Febbraio 2020 liberoquotidiano.it

"Poco più di un'influenza?, niente affatto". Per il virologo Roberto Burioni il coronavirus non deve essere preso sotto gamba. Sul suo sito Medical Facts Burioni l'esperto sembra replicare alle parole di Maria Rita Gismondo, direttore del laboratorio di analisi dell'ospedale Sacco di Milano che aveva affermato che l'epidemia cinese non è molto di più di un'influenza. "Attenzione – dice però Burioni - a chi, superficialmente, dà informazioni completamente sbagliate. Leggete i numeri". E ancora: "Il tentare di informare nella maniera più corretta i nostri lettori. Mai allarmismi, ma neanche si possono trattare i cittadini come bambini di 5 anni. Qualcuno, da tempo, ripete una scemenza di dimensioni gigantesche: la malattia causata dal coronavirus sarebbe poco più di un'influenza. Ebbene, questo purtroppo non è vero" chiosa. D'altronde lui stesso settimane fa aveva predetto quello che poi si è avverato: un'emergenza.
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bene, il professor succitato non è né un allarmista né un gombloddisda, né altro: è un infettivologo, ossia è del mestiere e dice cose chiarissime e, da tecnico responsabile qual è, richiama la necessità del non creare inutili allarmismi ma, e qui cade l'asino della disinformazione, nemmeno trattare gli italiani come 'bambini' ossia propinandogli balle non vere... e proprio per questi motivi che credo che bisognerà prima o poi dire la verità: c'è un epidemia in corso che è nata in orientee si sta propagandoa macchia d'olio in giro per il pianeta ed è anche una emergenza da non prendere sottogamba visto che il numero dei contagi sale e non sembra rallentare in mancanza di vaccini e cure valide. Capisco che bisogna dare l'impressione dello 'stare calmi' ma oggi nelle regioni colpite la corsa alle mascherine all'amuchina e alle scorte alimentari c'è stata ugualmente e quindi il panico esiste e ci si deve fare i conti: sopratutto in un paese che negli utlimi decenni ha tagliato enormi quantità di soldi alla ricerca, alla sanità e alla prevenzione.. anzi di prevenzione in generale se ne parla e basta ma di fatti zero: anzi da oltre 30 anni parole e parole ma investimenti manco a parlarne. Ora siamo proprio dove qualcuno temeva arrivassimo e tutti sono a rincorrere l'emergenza ma di programmi e iniziative, oltre al contenimento, nulla di nulla (ad esempio: per coloro che lavorano a contatto con il pubblico perchè non prevredere la fornitura di mascherine con capacità ffp3 fin da ora?) in questo immobilismo il panico dilaga, i prezzi vanno alle stelle (amuchina e mascherine costo un occhio della testa e sono quasi introvabili), i cittadini non sanno a che santo votarsi appesi al filo della speranza che tutto si fermi o almeno rallenti ma, soprattutto, che non tocchi a loro... personalmente credo che se si supera una certa soglia si dovrà, a malincuore, assumere misure draconiane come la sospensione di schengen e la limitazione degli spostamenti come in china.

 
 
 

Brexit: come andrà l’economia britannica nel 2020

Post n°4549 pubblicato il 20 Febbraio 2020 da ninograg1
 

Fonte: W.S.I. 31 Gennaio 2020, di Alberto Battaglia

 

Il Regno Unito si appresta a uscire dall’Unione Europea, anche se i legami economici resteranno ancora immutati fino al 31 dicembre del 2020. In che stato di salute si trova il Regno Unito e quali sono le sue prospettive di crescita per quest’anno? Le previsioni delle istituzioni internazionali e della banca centrale britannica possono dare una mano a filtrare il rumore e farsi un’idea più bilanciata della situazione.

L’ultimo dato ufficiale sul Pil britannico, lo ricordiamo, è quello relativo al terzo trimestre dello scorso anno, che ha visto l’economia britannica guadagnare lo 0,3% su base mensile e l’1% su base annua (dopo un dato negativo del secondo trimestre). In attesa di capire come si è concluso il 2019 ecco quali sono gli outlook degli osservatori internazionali e britannici più importanti.

Le ultime previsioni della Bank of England

L’ultima previsione, in ordine di tempo, è stata fornita il 30 gennaio dalla Banca d’Inghilterra, che ha rivisto al ribasso le sue previsioni sul Pil britannico. Secondo la BoE la crescita del Paese si fermerà allo 0,8% nel 2020, 4 decimali in meno rispetto alla precedente previsione di novembre (+1,2%).
Nel 2021 la Banca d’Inghilterra prevede un recupero al +1,4% e nel 2022 un’accelerazione all’1,7%. Le precedenti previsioni erano più positive, rispettivamente, +1,8% e +2%. Le analisi della BoE si fondano sull’ipotesi che all’inizio del 2021 scatti “un profondo trattato di libero scambio fra Regno Unito e Unione Europea”. I contorni di questo trattato saranno l’oggetto dei negoziati che partiranno subito dopo l’esecuzione della Brexit.

Istituzioni internazionali più ottimiste

Ultima istituzione ad aggiornare le stime è stata il Fondo monetario internazionale, che, in linea con le previsioni pubblicate lo scorso ottobre, ha previsto una crescita dell’1,4% per il Regno Unito nel 2020, un decimale al di sopra della crescita prevista per l’Eurozona. Nel 2021 il ritmo salirebbe all’1,5%.

In precedenza, anche la Commissione europea, nel suo Autumn 2019 economic forecast di novembre, intravedeva una crescita britannica dell’1,4% nel 2020 e nel 2021. Un ritmo di crescita che, per l’anno in corso, risulterebbe superiore di due decimali alla media prevista per l’Eurozona.

Sempre a novembre risalgono anche le previsioni dell’Economic Outlook dell’Ocse, secondo le quali il Regno Unito andrebbe incontro a una crescita dell’1% nel 2020, in linea con quella prevista per l’Eurozona. Un rallentamento di due decimali rispetto alla crescita che l’Ocse prevede per il 2019 dovuta in gran parte a una variazione negativa delle scorte. Nel 2021 l’Ocse stima una crescita britannica dell’1,2%.

 

 
 
 

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