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LA PIETRA FILOSOFALE E L’ELISIR ALCHEMICO

Post n°46 pubblicato il 03 Settembre 2012 da cielostellepianeti
Foto di cielostellepianeti

 

Per i cultori medievali una delle discipline più importanti, insieme all’astrologia, era l’alchimia, fondata su una rete complessa di corrispondenze ermetiche di analogia con altre discipline, quale per esempio la botanica.

Per l’alchimista la botanica era la disciplina che meglio esprimeva il senso del lavoro cui si dedicava. Il laboratorio alchemico aveva, infatti, la funzione di ripetere i processi della natura, di assecondare tali processi ma non di stravolgersi con la forza o la coercizione. L’oro non doveva essere prodotto o fabbricato, ma piuttosto incoraggiato a crescere.

Quali ne fossero state le implicazioni psicologiche e spirituali, l’alchimia stabilì una metodologia e un corpus di dati che stanno a tutt’oggi alla base della chimica moderna.

Fra i nomi più frequentemente collegati all’alchimia medievale spicca quello di Nicolas Flamel (1330-1418). Amanuense, grazie al suo lavoro ebbe accesso a molti libri e documenti rari, acquistando familiarità con la pittura, la poesia, la chimica, la matematica e l’architettura. Si dedicò inoltre, allo studio di tutto il materiale che poté reperire sull’alchimia, la cabala e l’ermetismo.

Come lui stesso raccontò, intorno al 1360 scoprì, non specifica come, un testo alchemico estratto probabilmente da fonti ebraiche, destinato a trasformare la sua vita.

 

Sulla prima pagina a quanto riferì, era scritto: “ Abramo l’ebreo, principe, sacerdote, levita, astrologo e filosofo, alla nazione degli ebrei, per l’ira di Dio dispersi tra i galli, augura salute”. Ogni sette pagine ve n’era una che conteneva solo illustrazioni. Si dice che tale opera sia conservata nella biblioteca dell’Arsenale di Parigi e che riproduzioni dell’opera siano state assiduamente studiate da intere generazioni di aspiranti alchimisti, anche se, a quante pare, inutilmente, senza riuscire ad acquisirne l’essenza.

Secondo le sue parole, nemmeno Flamel fu in grado di leggere il libro finché, finalmente, dopo vent’anni trascorsi a tentare di decifrare quel testo enigmatico, durante un viaggio a Santiago di Compostela conobbe a Leon un ebreo convertito che gli spiegò il contenuto del libro.

Al suo ritorno a Parigi, iniziò a mettere in pratica quanto imparato e, stando a quanto si dice, a mezzogiorno del 17 gennaio 1382, effettuò la prima di una serie di trasmutazioni alchemiche.

La grande opera dell’alchimia, trasmutazione spirituale dell’uomo, l’elisir o la pietra filosofale, che perfeziona e modella l’umanità, che tramuta i metalli in oro.

Naturalmente l’attendibilità del racconto di Flamel è questione aperta, rimane che, a quanto si racconta, in conseguenza delle sue trasmutazioni divenne immensamente ricco, tanto da essere possessore, alla fine della sua vita, di trenta case con terreno nella sola città di Parigi. Tuttavia, risulta fosse un uomo modesto, che non approfittò mai del proprio potere e usò le sue ricchezze in opere di bene. Nel 1413 aveva fondato e sovvenzionato quattordici ospedali, sette chiese e tre cappelle a Parigi e altrettanto fece a Boulogne.

Flamel divenne una figura leggendaria e apprezzata dalla posterità. Nel XVIII secolo Sir Isaac Newton lesse la sua opera e la annotò minuziosamente, addirittura ricopiandola a mano nel tentativo di adempiere il suo comando di “ portare a termine la conoscenza di Ermes”.

Ermes, o Ermete Trismegisto, considerato una figura singola oppure triplice, venerato come la fonte della saggezza profetica, il primo maestro della scienza e della filosofia. Era associato con qualunque cosa avesse a che fare con i poteri miracolosi e la sapienza.

Nicolas Flamel fu definito l’ultimo dei magi medievali.

Una nuova generazione di maghi era in attesa sullo sfondo della storia.   

 

 

 
 
 
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