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La Villa del Moro.

Post n°25 pubblicato il 12 Febbraio 2013 da massimofurio

 

 

La villa del Moro.

 

                   - Ma dov’è quel ciccione?- Mi girai a guardare Mezzo, già , lui era 30 chili, con la colazione in pancia, infatti Mezzo, da mezzo uomo...

 

                   - Starà sotto costa, sà bene cosa lo aspetta e non chiamarlo ciccione, poi quando ti prende per il collo ti caghi sotto. - Odiavo le cattiverie, anche verbali, un conto se erano burle anche feroci, ma il disprezzo nelle parole non lo sopportavo. Mezzo mi guardo e tacque, sapeva che volevo bene a Mattone, ma volevo bene anche a lui, sono sempre stato così, guai ai rancori tra di noi anche minimi anche insignificanti. Eravamo arrivati tutti alla croce meno Mattone La regola, che anche lui ben conosceva, prevedeva che l’ultimo pagava pegno, e il pegno era essere presi a pietronate, ma non grosse, e gli ultimi metri a colpi di zerbo.

 

                        Prudente il furbetto, stava passando sotto la costa a sud, per poi sbucare in un punto dove il pendio era meno ripido quindi potevi correre più svelto, se eri lento erano guai, era sempre lui l’ultimo.

 

                        Gli avevo suggerito l’astuzia, lui non ci sarebbe mai arrivato, gnura com’era si sarebbe fatto massacrare su per il rampone che era quasi un muro, dove eravamo saliti noi, disperandosi e piangendo suppliche inascoltate, più piangeva e disperava più ti massacravano sghignazzando e deridendolo, povero Mattone era un magazzino di brutte figure, ma gli volevo bene, era il mio compare, da sempre, dai tempi dell’asilo, dai tempi dei tempi.

 

                        Alla fonte dalla roccia rossa, sulla strada dei tedeschi, era insieme a noi, ma aveva già il cuore in bocca, eravamo scappati al padrone di una coppia di cavalli, che ci eravamo divertiti sulle loro terga a colpi di fionda, dopo avevamo mangiato le more in un macchione di spine e poi la corsa sino alla cima, sino alla croce, sino al Fasce.

 

                         Era sempre così, partivamo alla mattina presto d’estate e tornavamo alla sera, scendevo le scale, chiamavo Mattone al piano di sotto il mio, poi Cita e Cavallo a piano terra, mai dopo le 08.30, tanto era normale, nessuno dei nostri genitori ci lasciavano in casa, loro andavano a lavorare e quindi si usciva e basta.

 

                         Sulla piazza, ci incontravamo con Scion e Mezzo e si partiva, a volte avevamo da mangiare al seguito, specie se andavamo, ad un obiettivo lontano. Pianificavamo sempre in anticipo le esplorazioni, aspettavamo il tempo giusto, se si fosse messo a piovere era dura, poi nulla ci avrebbe fermato, una volta deciso di andare.

 

                        I nostri genitori, avevano rinunciato a domarci, ormai sapevano che eravamo fatti così e nulla ci avrebbe potuto cambiare, ma sapevano anche della nostra forza e affiatamento, a noi non sarebbe mai successo nulla, eravamo troppo scavezzacolli, ma anche attenti come predatori e ormai l’impronta alla nostra giornata era sempre la stessa, la montagna.

 

                        Per fortuna non siamo cresciuti nei Bar o nelle sedi di partito, ma neanche Chiesa, eravamo solo noi, gli altri erano obiettivi.

 

                        Sapevo dove guardare e lo vidi spuntare dall’erba di costa come un grasso leprotto, che scruta il prato, gli mancavano solo le orecchie, aveva da fare un 150 metri in salita,  accettabile per uno allenato, ma per lui una sorta di supplizio interminabile, come cominciò a correre, cadde a terra, scivolando, lo videro e si piazzarono ad aspettarlo pietre in mano, scrollai la testa, chiusi gli occhi.

 

                        Partirono le suppliche e i pianti ….. e le pietre.

 

                        - Maffimo Maffimo, falli smettere, aiutami- era tanto vile e col culo pieno di merda, che per commuovermi, mi chiamava come quando eravamo all’asilo. Gli gridai – Corri, corri, copriti la faccia. – Ma sapevo che era inutile, aveva la faccia rossa come una pesca, le cosce un rosso fuoco e il cuore impazzito. Ma potevo contare che se dicevo basta, avrebbero smesso, ma a coprirlo di zerbi partecipavo anche io.

 

                        Arrivò correndo come uno zombie andicappato e stramazzò al suolo sulla piazzetta, allora tutti a massacrarlo a colpi di zerbo e se ne restava lì a culo all’aria semi sepolto sotto le zolle d’erba con tutte le radici e la terra attaccate.

 

                        -Alzati cagone- e gli diedi un calcio nel culo – Se  fossimo in guerra, ci faresti morire tutti per le tue cazzate. – Tutti ridevamo, anche Mattone, ci sedevamo allora a contemplare il panorama immenso, Genova, il mare, le montagne.

 

                        Parlavamo sempre della guerra, eravamo attirati da tutto ciò che erano armi, bombe, costruzioni militari e quant’altro fosse in tema. Tutti leggevamo la Supereroica, con i suoi quattro racconti di guerra e parlavamo sempre dei suoi personaggi, senza saperlo ci addestravamo ad essere dei  commando, i miei preferiti.

 

                        La sosta alla croce era sulla strada per il Monte Moro, dove c’era il forte, ma sopra tutto, l’immenso bunker, con tutte le case matte e le piazzole contraeree, camuffate cosi bene, che quando ce ne accorgemmo, eravamo li davanti e 4/5 metri al massimo, era la prima volta che ci andavamo, e restammo a bocca aperta. Dalla casa matta, partiva una scala a chiocciola che andava nel ventre del monte per un trentina di metri e scoprimmo gallerie immense e le caserme sotterranee, il pozzo della torre binata. Ma questa è un’altra storia, ne parlerò un’altra volta.

 

                         Riposati, quel che bastava a far smettere le lamente di Mattone, partivamo. – Dai alzati, che è tutta discesa da qua sino alla Villa. - Si partiva, Cita in testa, avanti 40/50 metri, Cavallo, Scion, Mezzo, Mattone ed io.

 

                         Quel mangiamerda di Mattone, riusciva a farsi male anche in discesa, cioè, cascava, pigliava storte, si sbulaccava nei prati era sempre in cerca di riposo e di fresco, che palle, i calci che ci tiravo in quel culone da mezzo quintale, credo persino che gli piacesse essere trattato male. Dopo, quando mangiavamo e sia lui che io eravamo due squali tigre, mi dava uno dei suoi panini o un pezzo della sua cioccolata, il cingolo, della Ferrero. Mi comprava o forse sapeva che era insopportabile e in quel modo si scusava. Quando cominciavamo la strada del ritorno, mi veniva vicino, senza farsi vedere dagli altri, mi cingeva le spalle con un braccio, dicendomi: - Non lasciarmi indietro, ho paura. – e io, allontanandolo – Di cosa, ogni volta ti caghi addosso per qualcosa, mia che ti lasciò qua è, ou mia, mi hai rotto le palle, hai capito!. – No Massimo, dai, lo sai…. – Mi supplicava con gli occhi e mi stava dietro come un’ombra, sapevo di cosa aveva paura, era un alto ponte di tavole mezze marce, in un stretto orrido di una cascatella, un vecchio sentiero che facevamo solo noi, per non risalire alla croce e inoltre si passava dietro la casa di un matto piena di cagnacci feroci.

 

                         Avevamo provato in tutti i modi per  fargli passare la paura, una sera lo avevamo lasciato lì solo….. era venuto buio e se non tornavo indietro a prenderlo, ci passava la notte, piangeva disperato. E come sempre, gli davo la mano e insieme attraversavamo il piccolo e strettissimo ponte. Il punto era che in due, il ponte  scricchiolava, come un vecchio solaio e la paura mia era, che lo avremmo fatto crollare, una volta o l’altra. Passati dall’altra parte mi stringeva la mano dicendomi piano – Grazie, ti voglio bene.- Non gli ho mai risposto, ma in fondo, mi faceva piacere aiutarlo.

 

                        Delle volte l’avrei ucciso, altre lo guardavo come una creatura di cui mi sentivo l’angelo custode..

 

                         Tutti abbiamo paura di qualcosa, io per esempio, ho paura dei buchi, i cunicoli da strisciare nel terreno, mi sento soffocare, cosi come gli ascensori stretti o i posti posteriori di certe utilitarie di una volta, la paura di rimanere intrappolato e non poter uscire mi gela il sangue, ma mi son sempre fatto forza e ho sempre stretto i denti, Mattone, la prima cosa che diceva, non ce la faccio.

 

                         L’avrei ammazzato. Era il più forte, uno scafo da gladiatore, sin da piccolo, andava per mare come un delfino, instancabile in acqua. Lì era il migliore di tutti, non c’era modo di stargli vicino, era imbattibile, ma nel doversi applicare e stringere i denti era ‘na petecchia incredibile. Se non lo volevi portare, era disperato, ci veniva dietro come un cane abbandonato che seguiva le tracce dei padroni, se non passavo a chiamarlo la mattina, quelle volte che il giorno prima ci aveva fatto incazzare a morte. Sua madre veniva da mia madre a chiedere cosa era successo, che non aveva mangiato tutto il giorno, (cosa quasi incredibile) e si era messo a piagnucolare ad ogni momento……….

 
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II Parte. La villa del Moro.

Post n°24 pubblicato il 12 Febbraio 2013 da massimofurio

                         In formazione lungo la costa, dove il monte ha come due lati di una piramide, e su quel vertice scendevamo, Cita in testa, era una mezza scimmia, furbo, agile, dispettoso, aveva un sesto senso ai pericoli ed era mezzo schizzato, era accelerato, nel parlare, nel muoversi, in tutto insomma. Era una specie di indiano scout, scopriva tracce, segni, una vera faina. Bastava poco per cominciare una avventura fantastica, su quei crinali, al sole, al forte vento che a volte soffiava immenso e potente, quasi da buttarti in terra, pettinando e spettinando l’erba del monte come i nostri capelli, strappava le foglie ai lecci, piegandone i rami. Quell’aria pulita e quel cielo azzurro a dorso nudo, in pantaloncini corti, a volte pure scalzi, con lo zainetto, il coltellino e la fionda in una tasca, nell’altra le pietre, erano il nostro ambiente, il nostro marchio, la nostra vita, magari avessimo potuto bloccarla così, per sempre. A sera quando tornavamo a casa erano le sette, sette e mezza ad eravamo usciti alle otto circa, undici ore insomma un lasso di tempo lungo, ma per noi sembrava un attimo, il tempo non bastava mai, veniva subito sera, da più grandicelli, abbiamo dormito fuori tante volte, era bellissimo, anche se scomodo.

 

                          Dietro Cita, c’era Cavallo, un ragazzone buono e generoso, era il più “posato” tra di noi ed era il più esperto di montagne, lo chiamavamo così, per il suo modo di sbuffare, come i cavalli appunto. Io e lui eravamo la coppia di comando del gruppo, anche se io ero il capo di guerra, le tattiche e le strategie erano le mie, sempre, ero la mente rea del gruppo, un piccolo demonio, il criminale, la nonna di Mezzo, mi chiamava “u capu banda”.

 

                          Nel scendere si intersecava un tornante della strada di tedeschi, c’era una piccola casetta abbandonata, fuori dalla porta, rimanevano i resti di una lunga panca di pietra, ci sedevamo, e pur essendo scesi di 2/3 cento metri dalla croce, si vedeva Genova da molto più vicino e le navi sembravano aerei in volo verso il porto, sembrava di toccarle, come le case o le vie. Stavamo lì seduti al sole, a tirar due o tre scoregge, una smoccolata o a spiaccicarci le caccole in fronte lun con l’altro e poi giù, verso l’obbiettivo. ……Che zensibbilità e armonia, ci dava il panorama………

 

                         Dopo aver scoperto i bunker, e averlo in pratica mappato e girato in largo e in lungo, avevamo scoperto per caso la Villa. Dalla piazza davanti la fossa della torre, era sotto di noi, ma mai avevamo visto la villa, però, ci accorgemmo di frutti strani, arancioni e gialli, che solo gli agrumi potevano essere, decidemmo allora di scendere in esplorazione.

 

                          Il bunker, per chi conosce Genova è sulle alture sovrastante il quartiere di Nervi, ove anche in inverno si gode di un micro clima più caldo che nel resto della citta e la villa stava a meta strada tra Nervi e il bunker, a 200 metri sul livello del mare, con alle spalle un monte che si inerpicava quasi verticale.

 

                          C’era sempre caldo anche in inverno, ma questo lo scoprii quando ci andavo in moto con le ragazze….

 

                           Era un posto, strano a dir poco, dalla citta saliva una ripida crosa che si perdeva nelle fasce a olive, che poi attraversava il fabbricato passando sotto una galleria ad arco e continuava sino alle caserme militari a ridosso del bunker.

 

                           La villa era vecchissima, ed era circondata da un alto muro di pietra antincendio, questo muro inglobava un certo numero di fasce e mentre fuori la vegetazione era rada, dentro le mura, le piante erano alte e inselvatichite, dalla mancanza di cura e giuste potature, ma salve dai vari incendi, che ogni tanto incenerivano la vegetazione del monte.

 

                           L’ultima tappa del cammino erano le casermette dei militari, diroccate senza tetto, ma nei muri c’erano ancora le scritte dei militari, che avevano vissuto lì, ed erano sia in italiano che in tedesco. A volte siamo riusciti a trovare materiale militare, bossoli, cucchiai, bottoni, proiettili, gavette, ne ho una tutta incisa, con frasi inneggianti il Duce e il Re. Un giorno trovammo una mazza da trincea, di quelle da dare in testa, per uccidere e un’altra volta, trovammo 4 baionette da moschetto tedesco, il Mauser. Chissà quanta roba c’è ancora, ma eravamo consci del pericolo di trovare ordigni e il giorno che ne trovammo uno smettemmo di scavare, era una bomba a mano italiana, la pigna, se fosse esplosa ci avrebbe ucciso tutti. . . .

 

                           Da lì, eravamo quasi arrivati al forte, alle piazzole contraeree e al bunker.

 

                            Nel forte non  si poteva entrare, c’era un ristorante e delle installazioni radio militari, ma ci entrammo lo stesso, ovviamente, ma non c’era molto di interessante, tranne un enorme nido di calabroni, bruciammo subito, dato l’odio spontaneo, viste varie punture rimediate in altre occasioni.

 

                           L’ultimo tratto di strada, era esposto a sud e scoperto dal minimo riparo, una pietraia, una fornace polverosa tutta piena di serpi di ogni tipo, vipere e aspidi compresi. Era compito di Cita scoprirle, io e Cavallo ucciderle. Naturalmente, quasi ogni volta ne ammazzavamo una, la gioia quando si trattava di vipere. Tenendo la vipera in mano, inseguivamo Mezzo e Mattone per morderli e loro scappavano terrorizzati e noi giù a ridere. Lì, il mio Mattone, correva veloce come un fulmine, avrei voluto vedere, mi chiedeva – Ma mi avresti morso? – ed io – Certo -. Ma glielo dicevo ridendo e lui mi guardava dubbioso…..Ho ancora una di quelle vipere, in una vecchia bottiglia, nella formalina, ce l’avevo messa con mio nonno, era di quelle grigie e nere, ha due dentoni davanti di almeno un centimetro di lunghezza. Le diedi una bastonata a metà, se ne stava bella beata a prendersi il sole su di sasso e si raggomitolò su se stessa, per cercare di mordermi, ma ormai era del gatto, le usci subito sangue e veleno e ci restò secca, la cornuta, thò, tacchite au berodu e tia forte..

 
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III parte. La villa del Moro.

Post n°23 pubblicato il 12 Febbraio 2013 da massimofurio
 

                                                     Altre due le avevamo portate a scuola sempre nella formalina in bottiglia, alla prof, di scienze, una bella donna, quasi un’attrice, caccio gli occhi fuori dalla testa, che mai mi sembrarono così azzurri, e poi le mise nell’armadio di scienze, tremando un pochetto anche nella voce, una era enorme l’avevamo messa in formalina dentro una bottiglia del latte, la guardammo con un ghigno, lei ci dette sempre la sufficienza, aveva capito……che potevamo portagliene una viva. 

                          L’ingresso superiore della villa, quello verso il bunker, era un piccolo cancello di ferro arrugginito, in mezzo a due pietre grosse, più alte del cancello stesso e le mura le inglobavano, rifinendo l’entrata. Quando trovammo la grossa chiave, dentro la villa appesa ad un chiodo, dietro la porta di entrata, ce la nascondemmo sulla strada di arrivo in un buco nel muro, occultato da un sasso e non dovevamo più fare i salti mortali per entrare, eravamo i padroni, avevamo le chiavi……

 

                          All’ultimo tornante, c’era sopra strada una pietraia di detriti di scavo delle gallerie del bunker, a metà era nata chissà come, una pianta di albicocche, tutti gli anni incredibilmente coperta di frutta, carica quasi a spezzarsi, nostra tappa certa, ma il problema era che, la pietraia rovente, era la meta anche degli aspidi rossi, detti anche i sordi, con un po’ di corno sul muso, ma anche loro finivano di essere uccisi a bastonate o sassate, le albicocche erano nettare di vita per noi poveri fanciulli affamati…….

                           La prima volta che entrammo, salimmo sul muro, che  era ancora in piedi perfetto, su tutto il perimetro, ne frane, ne buchi minavano la sua funzione, scendemmo a terra sulle piante e ci colpi subito l’oscurità che regnava, il fresco, ci accovacciammo a terra istintivamente impauriti. Le piante non curate da chissà quanto, erano entrate in competizione tra di loro per la luce ed erano cresciute alte, verso il sole, sotto c’era quasi buio, a rispetto della luce accecante fuori le mura, cresceva poca erba e c’erano delle specie di rosoni ove non cresceva nemmeno l’erba e si vedeva la nuda terra. Al di sopra di tutto, c’era una specie di tetto verde.

 

                         C’erano olive, aranci, limoni,palme, albicocche, amarene, nespole, susine, pini marittimi, tutte erano alte fuori dal normale, ma anche molto più grandi e sulla cima, solo sulla cima c’erano i frutti.

 

                          I muri di fascia erano fatti con delle pietre che mi colpirono subito, erano grossi triangoli regolari, molto grandi, tanto da sembrare tagliati dalla mano dell’uomo, erano inoltre molto più alti del normale e le scale incassate nelle fasce, scendevano rettilinei verso la villa, ed  erano scaloni da matrimonio, larghi un paio di metri, con scalini piani e regolari, profondi credo più di un metro.

 

                          Scendemmo guardinghi, come sempre, ma subito capimmo, che il posto era abbandonato da anni, non si vedeva segno di attività recenti, la costruzione era unica nel suo genere, non ne ho mai vista una simile ed era soverchiata dalle piante. Il tetto, era protetto dal libeccio dalle chiome, era intatto, la casa era ad un piano solo, ma era molto larga e profonda, le fasce man mano che ti avvicinavi alla villa erano sempre più larghe e i due ingressi del piano abitativo erano in corrispondenza ma staccati dalla fascia superiore con una specie di fossato. Mentre il piano delle stalle e delle cantine vi si accedeva dalla fascia di sotto. In pratica le stalle erano accessibili attraverso la fascia sottostante e in casa entravi dalla fascia di sopra, attraverso due piccoli ponticelli, sollevabili con delle catene ancora sul posto. Sul lato a monte, dagli ingressi, non c’erano finestre e i muri parevano quelli di un piccolo forte. I due piani erano in comunicazione tramite una galleria ove vi moriva lo scalone di grosse pietre che stavamo scendendo. I due piccoli ponti levatoi ci fecero strabuzzare gli occhi, in un gustoso languore d’avventura, incredibile e straordinaria, ci prudevano persino i piedi…..

 

                        Era molto vecchia la villa, chissà 4/5 cento anni, gli avrà avuti di sicuro, al piano delle cantine sotto la breve galleria, c’era una vasca da abbeveraggio per le bestie, era in pietra, enorme almeno un paio di metri di larghezza e uno di profondità e altezza, al centro c’era una pompa da pozzo a leva, che con nostro enorme stupore funzionava ancora, gli ugelli appaiati e ricurvi al basso, da dove usciva l’acqua parevano le narici di un drago, nell’atto di buttare fumo, avevano un uncino per attaccare i secchi da riempire, era in acciaio ed era più alta di noi, sul bordo della vasca in piedi riuscivamo a malapena a farla funzionare. Nella rinfrancante frescura pompavamo l’acqua che stava in chissà quali vasche sotterranee, probabilmente era l’acqua del tetto, quella piovana e dopo aver riempito la vasca, che era senza foro di scarico di fondo, (prima la pulivamo era piena di foglie e di lucertole morte, che fesse, entravano e non riuscivano a uscire). Dopo, come un rito, ci spogliavamo belli nudi e ci mettevamo dentro la vasca, piena d’acqua di cisterna, con quell’odore di sabbia e foglie che marciscono, stavamo li, che magia, nudi sotto l’archivolto, dentro la vasca piena d’acqua sino al collo a mangiarci le albicocche. Altro che centro benessere e ammennicoli simili, ce ne stavamo nel fresco e silenzio assoluto. Lì, tutti noi eravamo a casa.

 

                         Le solite coppie, ci dividemmo e ispezionammo tutta l’area, il grosso cancello di accesso a valle, era serrato da un enorme glicine che con le sue liane gli si era avvolto attorcigliandosi alle sbarre e inoltre cingeva gran parte delle piante nel podere, per aprirlo ci voleva una sega, erano anni che se ne stava chiuso, sigillo inviolato, il sito, era tutto nostro.

 

                          Davanti la villa c’era un gran spiazzo, ove crescevano le piante da frutta, noi li sotto a quelle piante, come pulci in mezzo ai capelli. Salivamo sulle piante, alte e scheletriche, ricordo gli aranci; i frutti avevano una buccia spessissima, tagliandoli in due con il coltello, la noce di succo che c’era, spremuta direttamente in bocca, dava poche gocce di un succo dolcissimo e con un fondo amaro insieme, che sapore, non lo mai più provato, ma com’erano dissetanti. Li tiravo giù a Mattone che era lesto come un ladro a prenderli al volo, non dovevo insegnarli nulla………..

 

                        I limoni erano enormi, leggermente deformi, li sbucciavamo alla Calabrese, mangiandoceli a morsi e le albicocche erano splendide, vellutate, buone, senza vermi. Era pericoloso raccogliere i frutti, stavano in alto, ad una decina di metri, Cita e Mezzo erano i più abili e leggeri per salire.

 

                        Visto la mancanza di pericoli, nei dintorni della villa, decidemmo di entrare, la prima volta fu con il cuore che batteva a martello.

 

                        Schierati, tatticamente, dopo aver guardato e riguardato, porte e finestre, curiosamente nessuno aveva il coraggio di salire sui ponticelli, tocco a me e Cavallo, al solito, notai che le porte erano tenute entrambe da un fil di ferro grosso e un pezzo di catenella, con ruggine vecchia sopra e se poi erano chiuse dall’esterno come potevano esserci persone dentro. Ma non bastò a tranquillizzarci. - Se ci fossero stati dei morti o peggio dei fantasmi, disse Scion. - - Si, tua sorella ad aspettarci tutta nuda e con la …….aperta. – gli risposi, con la mia solita finezza Francese. Andammo, tolsi il fil di ferro dalla becua piantata nel muro, apri la porta e un tuffo nel passato, apparve ai miei occhi, senza dir nulla mi guardai con Cavallo. Davanti a noi una bolla temporale ferma da almeno 30 anni. – Cosa c’è cosa c’è cosa c’è.- Era Cita che parlava a mitraglietta. – Tua madre – La risposta del maestro di deontologia e gran cerimoniere del gruppo. – Dai venite- e come una molla che spinge un meccanismo erano al nostro fianco, esplorammo la casa uno a fianco all’altro, come una testuggine romana, pronti a tutto, ma non c’era nessun pericolo, la casa era abbandonata da anni. La prima stanza era una grande cucina, da un lato c’era il lavandino in marmo, con delle mensole anch’esse in marmo, di fronte una grossa credenza e sul piano dei cassetti, una bilancia a due piatti, di quelle antiche, con gli aghi che si pareggiavano in un piccolo vetrino, il tavolo, grandissimo col piano che si sollevava tutto e sotto c’era un cassetto a contenitore con le tovaglie a quadretti tutte marce, nelle altre stanze, armadi e comò, con ancora qualche capo d’abbigliamento dentro, mezzo marcio e sforacchiato dalle camue (tarme). Altri tavoli, tondi e quadri, i letti, in ferro battuto con le palle di ghisa sui montanti, sembravano di cannone, i materassi di paglia. Nella credenza in cucina, c’erano i piatti e i grilletti e le fiammanghille, (piatti da portata), ingialliti dal tempo, rotti e riparati col cemento di pronta e fil di ferro, con i punti come i sarti, nella migliore tradizione Genovese, le pentole d’alluminio e in terra cotta. Su di una mensola c’era un vecchio bicchiere posato li ad asciugare, da chissà quando, lasciò il segno nella polvere quando lo levammo. Una cosa insolita era che il lavandino, non aveva rubinetti, l’acqua te la portavi nei secchi di lamiera, prendendola giù alla pompa, e poi te ne servivi per il da fare in cucina. Non c’era nessun impianto di illuminazione, ma nella sala c’era un camino da entrarci dentro. L’altra porta dava in una stanza uguale , ma tutto l’arredamento era meno ricercato, più povero, come si dice ora: in arte povera, ma le stanze erano uguali. Insomma il piano di sopra era diviso in due e una parte era meglio arredata e quella scegliemmo come dimora.

 

                     Ricordo le considerazioni  di innocenti: - Ce la compriamo e ci veniamo ad abitare….Uniamo i nostri risparmi….Chissà sarà abbandonata, ce la prendiamo e basta….Ad abitare in quel posto isolato da tutto e così vicino alla citta, che stava sotto ai tuoi piedi, ci sarei andato solo io, tutt’ora è un sogno nascosto. Vedevo le auto in C.so Europa, il treno sulla tratta Genova Roma, le navi che passavano e  la gente al mare a fare il bagno, alle spalle il monte Moro, il bunker, le pinete, era un posto strepitoso, unico.

 

                      Lungo il monte sul versante al mare, ce ne erano altre due di ville simili, una è visibile dall’autogrill di Sant’Ilario. Strano, ma non troppo se si pensa al carattere dei Liguri, scontrosi, solitari, e sono tutt’ora abitate, a volte ho visto piccole carovane di persone che salgono lungo tortuosi sentieri, con sacchi sulle spalle o a dorso di piccoli asini.

 

                        Il piano di sotto era diviso in stalle e cantine. Nelle cantine c’erano le botti con del vino inacidito e nelle giare c’era ancora dell’olio ispessito, quasi grasso, sopra il tappo di legno e lo spago per la goccia. Trovammo anche delle armi, che molti anni dopo ce ne disfammo, buttandole in un dirupo, ho ancora 5 proiettili di mitragliatrice contraerea alti come una bottiglia del latte, ma li avevamo subito scaricati, per dar fuoco alla polvere la sera San Giovanni Battista, per “festeggiare”. Nelle cantine, cerano le mangiatoie di legno, fatte con tavole enormi e c’erano appesi gli strumenti per lavorare la terra, coi manici tutti tarlati.

 

                         L’unico difetto della villa, era molto lontana, per raggiungerla ci mettevamo 4 ore buone, a passo svelto, senza passare dalla croce, un ora e mezza di meno, ma il tempo di permanenza era poco. Lì, ci sentivamo a casa nostra e ci abbiamo dormito varie volte, alzando i piccoli ponti levatoi, che sogno. Se dormivamo lì, alla sera accendevamo il fuoco nel camino, per non fare vedere il fumo, specie nelle volte che ci andavamo in inverno. Poi un giorno arrivando, sentimmo che in casa era entrato qualcuno, il fil di ferro era come lo mettevamo noi, il cancello chiuso, ma qualcuno era entrato, sentimmo inoltre, l’odore di orina nel minuscolo gabinetto, noi non la lasciavamo mai, gettavamo sempre in ultimo un secchio d’acqua. Ci scosse molto, inoltre su al bunker cominciavano ad andarci le coppiette in macchina, niente di male, certo, ma dietro a loro arrivavano i guardoni e più di uno l’avevamo preso a fiondate. Dal canto loro ci promettevano a gesti di tagliarci la gola, poveri illusi, certe fiondate in testa, li facevamo correre quegli schifosi. Ma, prenderci era impossibile, se poi uno fosse stato preso, lo avremmo ammazzato a coltellate e sassate, su questo eravamo tutti per uno, tra di noi botte anche tutti i giorni, ma se uno esterno toccava qualcuno di noi, la sua vita valeva molto poco, guai chi mi toccava Mattone o chiunque altro, ma su questo eravamo come un branco di lupi.

 

                       Per fortuna non ci fù mai bisogno di questi estremi gesti, bastava la nostra tecnica/fama……solo con un toro, ci dovemmo difendere a cuore in bocca, ma questa, è un’altra storia, Lucarelli docet.

 

                       Di fatto, cominciammo a recarci guardinghi alla villa, passando in assetto, nascosti nella vegetazione, giù dritti dal monte, non ci rasserenava più abbastanza e infine non ci andammo più.

 

                       Ci andai molto tempo dopo, con una ragazza, volevo farle vedere quei posti che le raccontavo, sperando, è vero, che la signorina si commuovesse…..e quindi…., la chiave era ancora al suo posto nel muro, la trovai sicuro, come se ce l’avessi messa il giorno prima, feci un figurone facendole vedere il sito e la ragazza cedette e rifeci un altro figurone……         

                       Ma non avevo più Cavallo, Mattone, Cita, Scion e Mezzo al mio fianco, nonostante la presenza femminile, non era la stessa cosa, ma erano e sono con me, le loro anime.

 

                        Mi raggirai per quelle stanze vuote e ammuffite e per la prima volta le vidi veramente vuote, non c’erano più quei ragazzetti a ridere e scherzare e a tenere in ordine quella casa, manco fosse casa nostra, alle finestre a guardare il mare, a mangiare la frutta come tante scimmiette o nella vasca a rinfrescarsi, cercando di schiacciarci  le palle l’un l’altro con i piedi, scambiandoci occhiatacce e minacce mai attuate, tra gli spruzzi, gli sputi e le risate sguaiate, ma mai con cattiveria.

 

                        Quel giorno piansi in silenzio e mi incupii, la ragazza, era la figlia di un banchiere, non capì, non feci una bella figura stavolta, ma le emozioni mi travolsero, non ci sono più stato.

 

                        Anni dopo, venni a sapere che ai tempi era stata abitata da una famiglia contadina, sfrattata dalla costruzione della torre binata con i cannoni da 381 mm di diametro e del bunker, che le serviva da Santa Barbara, era simile a quelle sulle navi corazzate della II G.M.. Costruita a difesa della citta, il bello è che non sparò mai un colpo, nonostante due attacchi dal mare. La casa si trovava sotto la linea di tiro dei grossi cannoni e nel caso si avesse dovuto sparare, lo spostamento d’aria avrebbe ucciso chi si trovava lì sotto, ed erano poi esposti, ad un eventuale contro tiro nemico.

 

                         Oggi, un qualche soggetto senza scrupoli, ha fatto una strada tracciata sulle fasce, che sale da Genova, distruggendo muri e piante secolari, la villa è stata sventrata e riconvertita a maneggio per cavalli, ha un orribile tetto tipo case del Trentino, non perché sia brutto in se, ma non è della mia terra, non è un nostro tetto.

 

                          Là, restano le nostre fantasie e le nostre ambizioni di ragazzi, un po di me e un po dei miei fratelli. Alla mia banda. A Maurizio/Mattone – Franco/Cita – Marco/Cavallo – Stefano/Mezzo – Mauro/Scion – e io, Massimo/Panzer.

 
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III sogno ricorrente

Post n°22 pubblicato il 11 Gennaio 2013 da massimofurio

          Un guerriero, corazzato, dal cuore di pietra, combatteva ogni giorno e ogni notte.

         Affrontava nemici invincibili, ma nonostante lui, ha sempre combattuto.

         Per lui, nulla erano la ferite, nulla la parti di lui che perdeva, un giorno gli rimase solo la sua forza.

         Distruggeva, uccideva, il buio lo avvolgeva sempre di più, una notte impenetrabile, un fango sempre più alto lo circondava. Ma lui no, niente nessun ripensamento, colpiva con forza tutto ciò che aveva davanti.L'unica luce la sua determinazione a non cedere, in lui vivevano tutti i suoi amici persi, in lui viveva persino se stesso, altro non sapeva fare.

       Un giorno, si accorse che non c'erano più nemici, tutti si allontanano da lui, era invincibile ma terribile, senza sentimenti, un'automa, che sapeva solo uccidere.       

      Sprofondato nel fango, aspettava solo che si avvicinasse il nemico. Ma nessuno si faceva avanti, era solo nel buio, nel silenzio, nel fango.

       Poi, tra le dita, senti un sassolino, lo pulì e lo avvicino agli occhi, era un piccolissimo pezzo di cielo, con nuvole e uccelli e un sole bellissimo e sotto al cielo c'era una posto bellissimo pieno di prati e di fiori, di fiumi, di animali, di mari, di monti e lui volle entrarvi, ma la sua mole era enorme a non entrava dentro il sassolino tondo tondo che teneva in mano, tra le dita, nonostante tutti i suoi sforzi, non riusciva ad entrare.

        L'ansia lo prese, poi la disperazione poi lo sfinimento. Alla fine si senti morire, si lasciò cadere in ginocchio e si mise a piangere.

          La prima lacrima che usci dai suoi occhi, scese sulle sue cicatrici, come un fiume scende dai monti e la sua pelle piagata si sbriciolò al passare della lacrima, crollando a terra, come i frammenti di una corazza, a piccoli pezzi schiantò ai suoi piedi, scoprendo il corpo di un bambino, bello, pulito, puro e svelto, agile, che in sol balzo entrò in quel piccolo sassolino, quel piccolo paradiso, dai suoi amici, nei suoi posti, a quella luce e quella pace tanto confortante e vitale.

 
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21.Novembre.1979 Genova Sampierdarena.

Post n°21 pubblicato il 21 Novembre 2012 da massimofurio

La madre di Mario, piangeva abbracciandomi ogni volta che mi vedeva, io ero vivo, suo figlio no. Solo il caso mi ha salvato la vita. Eravamo cresciuti insieme. Mentre riceveva dalle mani del Presidente della Repubblica S. Pertini la medaglia d'oro al valor civile, non pianse. A casa, tempo dopo, pronunciò a bassa voce una frase in dialetto Genovese, che mi è rimasta in testa:-una madre dà il figlio allo stato e lo stato dà in cambio un piccolo pezzo di metallo che brilla freddo e inutile, si sbottonò la camicia, alzo il reggiseno e pose la medaglia sul cuore. Ora, quando vado dai miei cari al cimitero  e guardo Mario, un ragazzo, buono e generoso e penso alla semplice casualità farsesca della vita, che ogni tanto diventa tragedia. A Mario.

 
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PURPESCINNE

Post n°20 pubblicato il 28 Settembre 2012 da massimofurio

                               Passavamo sempre in fila indiana, nel letto del fiume, che fiancheggiava quel podere bellissimo e curato come una reggia. Il nostro cupido sguardo si posava sempre su qui filari di piante da frutta, pesche, albicocche, ciliegie, stracarichi, che crescevano su una terra scura e feconda, che veniva arata regolarmente da Gaitan, il custode, con un aratro doppio in metallo e una coppia di buoi grigi colossali, che lo tiravano senza apparente sforzo, rivoltando a fondo la terra morbida.

 

                              Al nostro passaggio, Schell, un cagnone giallo, si scagliava contro di noi abbaiando con la bava alla bocca, quello capiva le nostre intenzioni…, solo il muro di cinta e contenimento della proprietà, che dava sul fiume, lo fermava da provare ad addentarci le chiappe. Così i nostri intenti tali restavano, proprio perché il solerte guardiano, era ligio al suo dovere, di giorno come di notte. Avere avuto a che fare con lui sarebbe stato un brutto momento. Quella terra era la nostra spina nel fianco, e in più il Gaitan, conoscendoci, ci guardava con severità e un certo ostico senso di sfida, il che rendeva insopportabile il tutto……

 

                              Così, andò avanti per anni.

 

                              E poi, proprio come si dice: persa ormai ogni speranza, accadde l’evento che modifico gli schieramenti in campo.

 

                              La villa era bellissima, una corte lunga una cinquantina di metri, con serre e campi coltivati esposti a sud, ci usciva di tutto e tutto veniva portato autonomamente al mercato, un terreno pianeggiante in fondo valle, saranno stai una dozzina di ettari, forse di più. Il lato anteriore del podere era costeggiato dal fiume e vi si accedeva tramite un ponte sbarrato da un cancello in ferro, arabescato da abili mani nel lavorare il metallo. Le mura sul fiume erano imponenti ed incutevano persino un certo timore, pietre squadrate ed enormi e ben sistemate, lo formavano e tuttora resistono agli eventi. Il viale di accesso era costeggiato da pioppi ed era fatto con pietre di fiume, arrotondate dai rimbalzi nell’alveo, spinte dalla forza dell’acqua tumultuosa d’autunno. In fondo al viale c’era un porticato enorme e all’entrata due anfore colossali, indicavano l’ingresso agli ospiti, se fosse toccato a noi, l’ingresso ce lo avrebbero indicato a calci nel culo, se ci avessero preso, però.….C’erano fiori ovunque, rampicanti fioriti, porte finestre sempre aperte in estate e le tende ricamate parevano vele di navi al vento. Tutto il terreno era grigliato da tanti piccoli canali d’irrigazione regolati da piccole chiuse, precisi e simmetrici, come disegni di stilista. Alle spalle della villa si ergeva una piccola collina, irta di cespugli di lavanda, poi il terreno saliva ancora verso il monte e le vigne e le olive prendevano il sole, intorno pascolavano animali da carne. Al canto sinistro, una grossa voliera con fagiani, pavoni e altri uccelli, al canto destro un piccolo paesino in miniatura, con giochi d’acqua, dove i figli del proprietario, giocavano in estate, quando venivano da Genova. Il proprietario era un noto avvocato genovese, che difendeva gli interessi di un’altrettanto nota compagnia di navigazione. Nelle assolati estati, mentre tutta la valle pativa la calura e la siccità, la villa era sempre fresca e verdissima, era un osai sempre rigogliosa, verde e curata, da un numero di persone che variava a seconda delle stagioni, ma il Gaitan c’era sempre estate ed inverno, come Schell. La osservavamo sempre, stando in mezzo alle canne del fiume, in silenzio, per non farci sentire dal cane, tutti gli occhi puntati e fissi sullo stesso obiettivo, gli stessi pensieri, gli stessi desideri, le stesse frustrazioni, gli stessi sospiri. Era il nostro eterno sogno di piccoli predoni, ma il tabù stava per finire.

 

                             Un giorno ci capitò di vedere la merenda, dei figli dell’avvocato, due femmine piccole e un maschietto un poco più grande, Leonardo, forse aveva la nostra età, era un quattrocchi e pure antipatico. La madre aveva preparato una tavola all’ombra del porticato, ove era presente ogni buona cosa da mangiare per merenda, compreso quella che a me, ha sempre fatto impazzire, i budini. Da in mezzo alle canne, tutto ci sembrava ingiusto e più ingiusto su tutto era il fatto, che i tre babanetti, non facevano nessun onore al succulento banchetto.

 

                              La madre, una signora a modo, si sgolava e si arrabbiava per far assaggiare questa o quella prelibatezza ai figli, che la ignoravano quasi del tutto e quella figura, che ora chiamano tata e allora bambinaia, cercava da far suo, di farli collaborare ai voleri della madre. Sentivamo la signora gridare “venite a mangiare… vi ho preparato questo, vi ho preparato quello e i tre baluba, niente a correre a destra e a manca, inaudito, rifiutare un cibo così sopraffino. Le nostre lingue battevano leggermente contro il palato, in una bocca acquosa e un singulto, metteva fine allo stato ipnotico della visione. Pochissimi infanti locali erano invitati, le poche volte che accadeva, a queste merende. Il figlio del medico, la figlia della maestra, il figlio del farmacista e il figlio dell’impresario edile. Ci stavano tutti sulle palle. Bene, noi no, nessuno ci invitava, a dire il vero, la signora, una volta, in negozio da mia madre, aveva portato l’invito orale a farmi partecipare, “faccia venire suo figlio, che è cosi un bel ragazzo educato”….Ci doveva veder poco, ma di più, intendere poco, perché passi il bello, ma l’educato…..Mia madre ovviamente declinò e anch’io dentro di me feci altrettanto, mentre a cena lo raccontava a mio padre, entrambe risero, immagino che pensassero a cosa avrei fatto una volta là dentro. Anche io ridevo dentro, ma mai avrebbero potuto sapere i miei pensieri e il motivo delle mie risa mentali, piccolo demonio…..

 

                         Era già accaduto che: camminando sul sentiero in mezzo alle canne, nel tratto davanti alla villa, facevamo silenzio quasi sempre e una di quelle poche volte che non lo facemmo, mentre salivamo correndo, prendendoci a pietronate, notammo che Schell, non c’era ad abbaiare, accompagnandoci come sempre sino al cancello del ponte. Strano. Ma ancor più strano fù, che nei giorni a seguire, non notammo più il cane, non ce ne era più traccia. Gaitan, viveva in una pertinenza, nel terreno a retro della villa e lasciava che il cane girava libero per tutta la proprietà. Ma il bestio non c’era. Era verso la fine dell’inverno e già le piante cominciavano a svegliarsi, le gemme si aprivano, le cortecce si coloravano, era solo una questione di tempo. Gli inverni erano passati anche per Schell e l’ultimo gli era stato fatale, evidentemente. Era l’ora, al seccaggio.

 

                          In mezzo alle canne, ci facemmo venire spianato da quante volte, abbiamo sostato in osservazione della villa, cani non se ne vedeva, non era stagione di cuccioli, e anche poi, un cucciolo, poveretto a lui, nulla ormai si poteva interporre tra noi e l’obiettivo, la villa, le sue piante da frutta.

 

                          Tantè, però, mentre il tempo passava e si faceva l’ora delle ciliege, ci prese un strano senso di paura, chissà, l’istinto o semplicemente aver perso le bave per tanto tempo, ci aveva fatto venire l’indigestione, ci aveva stufato, però il parlarne, ravvivava sempre il desiderio, considerando poi che era uno stato di fatto temporale e che non sarebbe durato in eterno, prima o poi avremmo visto un altro quadrupede canino, gironzolare in loco ed essere addestrato da Gaitan, ad abbaiare ai poveri e innocui viandanti, noi per l’appunto e allora addio a tutto.

 

                           Alla fine, di noi sei, la metà optò per una rinuncia, mentre io, Cita e Mattone, decidemmo e pianificammo l’azione.

 

                            Mattone, bravo come il pane ma un po’ tardo, soprannominato, per via della sua scarsa capacità d’apprendimento, un giorno a scuola ci fu, una battuta, da fondo classe, tu non hai il cervello, ma un mattone, non riusciva a capire ciò che gli spiegava e rispiegava la maestra . Era la mia metà operativa, lo difendevo sin dai tempi dell’asilo, era un sacco da botte e pensare che era forte e massiccio come un orso, due volte più di me, ma purtroppo troppo buono e incapace di difendersi. Cita, per via della sua agilità scimmiesca e pure una certa somiglianza fisica alla scimmia di Tarzan, aveva perso la sua metà operativa, Scion, si perché quando facevamo le gare a chi piscia più lontano, lui vinceva sempre. E allora, u pisciun, poi anglofonato in Scion, era un po’ come Jhon. Bhè, tre saremo bastati e avanzati, poi meno bocche = più ciliege, semplice.

 

                           Credo in fondo, che la nostra sensazione negativa nei confronti della villa, nasceva dalla  percezione di un pericolo celato. Da piccoli predatori, avevamo affinato la sensibilità alla caccia, al predonaggio, alla valutazione istantanea sulla fine positiva dell’azione e stavolta la gola ci tradì. Uno dei sette peccati capitali.

 

                           La villa era munita di un’autodifesa, fatta dalla grandezza e bellezza del sito, la totale mancanza di ricognizione dei luoghi, sul posto, la vedevamo da lontano ma da vicino mai, e poi aveva un fascino che ci tagliava le gambe, ma ci stregava nello stesso tempo, per noi era un sogno avvolto nell’ignoto e per me poi, ci pensavo pure prima di addormentarmi.

 

                           Cita si arrampicò per primo, su per il muro di pietre nel fiume, al canto destro del podere, passò attraverso un varco nei biancospini, poi sali Mattone, poi io. Avevamo stabilito di attraversare tutta la proprietà da destra verso sinistra, nella parte bassa, coperti da piante e siepi per poi risalire il lato sinistro del podere e andare alle piante di ciliegie, messe in batteria su due filari. Erano le più lontane dalla casa, altri filari di frutta ci avrebbero coperto alla vista dei lavoranti, che nel primo pomeriggio se ne stavano nelle stalle a riposare. Il sole e il caldo a quell’ora sarebbero stati eccessivi, poi verso le 17 e  volte anche prima, uscivano e stavano a lavorare la terra sino a sera. Campo libero, tutto come previsto. Nell’avvicinarci avevamo fatto una mangiata di fragole, messe sotto un basso muretto di pietre, il profumo ci aveva guidato a loro.

 

                             Ai piedi delle piante, nel secondo filare, c’erano le cassette della frutta, quelle basse, da frutta, le frasche di castagno, c’erano anche le scale di legno a terra, era tempo di raccolta, ci demmo certe occhiate  e la cosa ci elettrizzo, avevamo azzeccato alla perfezione i tempi, probabilmente nel pomeriggio, sarebbero state raccolte e l’indomani al mercou. Salimmo ravidi e furtivi, sull’ultima pianta, la più grande, alta una decina di metri e la più defilata alla vista di chi da casa, eventualmente avesse guardato la campagna. Squisite, così le ricordo, erano duroni straordinari, neri succosi fitti come grappoli d’uva, era una estasi essere lì. Le delizie scendevano nella gola e subito incominciammo a sputarci l’un l’altro i noccioli, ridendo anche al pensiero dei beccamorti in mezzo alle canne, a becco asciutto e noi lì a riempircela a più non posso. Mattone ed io eravamo sullo stesso grosso ramo volto a sud, c’erano delle ciliegie mostruose, le piante erano perfette, cresciute sotto un’occhio competente e amoroso, tutto lì d’intorno aveva questo aspetto curato e pulito, che terra, che podere. Mangiavo e guardavo tutto intorno eravamo in estasi, soddisfattissimi di tutto, delle ciliegie, del posto, di noi, dell’impresa, un orgoglio al di sopra di tutto vinceva persino la paura, guardavo i miei compari mangiare e sputare, sputare e mangiare, Mattone mi disse una frase che è ancora nelle mie oreccie: “Senti che buone, senti che purpescinne”  e aveva una voce che sembrava un gatto in amore, “ vieni qua che sono buonissime”. Mi avvicinai a lui, aveva davanti un ventaglio di frutti da togliere il respiro, le raccoglievamo a manate e ce le infilavamo nel buco sotto il naso con ingordigia, si, erano veramente tutta polpa, purpescinne appunto.

 

                               A forza di mangiare, presi da una competitiva estasi d’ingorda euforia, spalla a spalla, non ci accorgemmo ahinoi di essere arrivati troppo in punta al ramo che avevamo sotto i piedi, si che ci tenevamo ai cimelli intorno a noi, ma entrambe eravamo belli robustotti, Mattone pesava solo lui ben oltre al mezzo quintale e io ero poco di meno, comunque, il ramo si spezzo all’improvviso sotto i nostri piedi e cademmo al suolo da un quattro metri di volo senza paracadute alcuno.

 

                             Ma non era ancora finita, nel cadere, Mattone che mi aveva agguantato ai fianchi per tenersi, mi trascino giù, e  gli caddi in pratica addosso e come toccammo terra, il terreno sotto di noi cedette di schianto e piombammo in una cisterna d’acqua sotterranea per l’irrigazione.

 
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PURPESCINNE, II PARTE

Post n°19 pubblicato il 28 Settembre 2012 da massimofurio

                             Ricordo ancor ora la paura, il terrore, l’istantanea consapevolezza di averla fatta grossa veramente, in pericolo di vita, il buio, l’acqua, le mie gambe prese da dietro da una lastra di cemento che mi bloccava sul fondo di quella cisterna. Venimmo poi a sapere che serviva a distribuire equamente l’acqua ai canali d’irrigazione che andavano in tutta la villa, era coperta da una sottile lastra di cemento, che non aveva retto l’urto e si era sfondata cadendoci poi addosso ad entrambe.

 

                             E’ strano, come in una frazione di tempo infinitamente piccola , feci un ragionamento del tipo: pensai ai miei genitori ai miei nonni alla zia di Mattone, alle botte che avrei preso, stavolta ci ammazzano, ma prima cerchiamo di restar vivi, dopo si vedrà. E reagii, come riuscii a sfilare le gambe da sotto la lastra, è uno dei misteri della mia vita, credo semplicemente che, non era la mia ora, tutto lì, ma soprattutto come misi la faccia all’aria, non vedendo Mattone vicino a me ebbi la certezza di una tragedia incombente. Guardai Cita chiedendo a lui, ma mi fece una smorfia del tipo, non lo so.Aveva due occhi come quelli di un toro. Subito Cita lesto come un furetto prese la scala sotto la ciliegia, e io mi buttai nell’acqua a cercar Mattone. Emotivo come sono, ora come allora piangevo, allora disperato, ora emozionato al ricordo di quei brutti momenti, gridavo disperato e terrorizzato il suo nome di battesimo, non c’era nessun scherno a spazio per offendere, scherzare?. A un certo punto lo sentii sotto di me nel fondo della vasca, non so come ho fatto a trovarlo in mezzo al fango e c’erano pure un metro e mezzo buono d’acqua, lo tirai per i capelli, poi le braccia, affondavo nel fango, senz’aria, sotto choc, sottacqua, ma non l’avrei mollato mai, sentii il tonfo di qualcosa in acqua, erano Cita e Cavallo e insieme tirammo fuori Mattone da quel cazzo di buco, era come morto. Eravamo disperati, ma con i denti serrati e il cuore in una morsa. Sull’erba lo scrollammo come un tappeto, lo prendemmo a calci a schiaffi, niente, nessuno conosceva tecniche di rianimazione. Eravamo soli sotto un sole impietoso e indifferente, eravamo pieni di sanguisughe, ci avremmo pensato dopo e a forza di scrollarlo e pestarlo urlando come impazziti, si mise a tossire e poi vomitò, Acqua, fango, foglie marce e poi le ciliegie e le fragole, sputo e scatarrò ogni schifezza per dieci minuti, era suonato come un tamburo, sembrava un zombie, non stava in piedi, era imbambolato completo, un vero mattone, vomitai anche io quelle cazzo di ciliege, eravamo tutti li, Mattone, Cavallo, Cita, Scion, Mezzo e Panzer, (che ero io), la banda al completo, come ci intendevamo con gli occhi, con i soli sguardi, gli altri tre erano venuti subito in soccorso ognuno aveva fatto la loro parte, avevano visto tutto e ci stavamo guardando sorridendo, come se il peggio fosse passato, come tante altre volte, Mattone era a terra che sorrideva anche lui, aveva un bernoccolo in fronte che divento poi un arancio e su quel capoccione grosso come un’anguria aveva  una sula colossale, dove lo avevo tirato per i capelli, sembrava un berretto, le sanguisughe dappertutto, quei vermi neri/rosso, ci sembravano ridicoli. Credo che esista veramente un Dio, quella volta ci pose le mani a protezione, il sole ci scaldava piacevolmente, mi sentivo esausto, tutti ci sentivamo esausti e ci sedemmo a terra, nessuno pensava a nulla, eravamo in fase di resuscito, poi Mattone cerco di alzarsi, ma si abbatté di fianco dando un’altra facciata in terra. All’istante partimmo prendendolo polsi sul collo davanti e ginocchia a gomito dietro, in quattro, uno per arto, mentre scendevamo a ritroso il tragitto dell’andata, qualcuno si mise ad urlare dalla Villa, ma vaffanculo pensai, ci mancate solo voi  a rompere…. attraversammo i biancospini come missili, ci riempimmo di quelle spine cilindriche di legno, che le togli solo con la lametta da barba, se si spezzano lunghe, senno vai al P.S. a fartele togliere, la sera tra le spine e le sanguisughe…..

 

                      Ci avevano quasi raggiunto Gaitan e i suoi sgherri, così quasi buttammo Mattone giù dal muro nel fiume, se non l’abbiamo ammazzato a quel giro……credo che l’ultima acqua che aveva in corpo la data lì, dopo un'altra facciata in terra……poveretto, cadde come un sacco di patate.

 

                      Per far prima, ci portammo nelle vie del paese, portando sempre Mattone polsi-caviglie, la gente ci guardava con relativo interesse, erano abituati alle nostre “imprese”……

 

                      Lo portammo (al solito come quella volta che si era rotto il polso a camminare sul pergolato dell’uva di Serra, cadendo ovviamente e rovinosamente a terra), da sua zia, una zoppetta che era stata infermiera tutta la vita. Quasi svenne quando ci vide entrare, per primo vide Cita che scavalcò il cancello come un ladro ed entrò nel minuscolo giardino da zanzare nel vicolo e poi ci aprì da dentro ed entrammo, si mise a gridare la parente, Cita le disse “Dopo dopo dopo”. Per primo dovevamo nasconderci. Mattone era senza padre e la madre la vedeva ogni tanto… Era sua zia e suo marito, che l’accudivano. Lo mettemmo sul tavolo in cucina, lo stronzo faceva il finto svenuto, lo conoscevo bene io, ma così stava fuori dai giochi, capito il tontolone…Le dissi, vado a chiamare mio nonno, lui sa come togliere le sanguisughe, almeno credevo, meno male che lo sapeva veramente. Arrivai a casa dai nonni che erano a un tiro di schioppo per fortuna e doppiamente fortuna mio nonno c’era, come entrai in baracca, ancora un pò e ci rimaneva secco, vedendomi conciato com’ero. Le sanguisughe, la maglia strappata, tutto graffiato, le gambe e braccia piene di sangue e di spine di biancospino, senza scarpe, gli dissi, “zitto zitto, che la nonna se ne accorge, vieni andiamo, andiamo” e lo tiravo per la mano e lui solo per l’immenso bene che mi voleva mi segui. Spense la Centauro e andammo. Lo portai dalla zia di Mattone e subito capì che ne avevamo combinato una delle nostre, le facce che fece, ma senza dir nulla si accese una Alfa, con le braci scottava le sanguisughe che mollavano la pelle staccandosi, se le strappi, le sanguisughe lasciano nella carne sotto la pelle, tutta la bocca, che resta attaccata per via di denti a sciabola, ricurvi come ami, così facendo dopo marcisce e ti viene un’infezione non da poco, cosa che ci venne a quattro di noi, comunque.

 

                     La zia piangeva disperata e Mattone faceva ancora lo svenuto, figlio di sua madre, nell’orecchio senza farmene accorgere, gli dissi “ svegliati o ti strappo le palle” e allora il marotto (malato) rinvenne. La zia poveretta che se non le è venuto anche a lei un colpo quel giorno, non le viene mai più, smise di piangere e si attaccò al telefono. La macchina dei guai si era già messa in moto, cazzo.

 

                     Ci ripulirono e bendarono tutti, arrivo persino il medico del paese e arrivo la mia nonnetta, che tanto era piccola e dolce da calma, tanto era gigantesca e feroce da arrabbiata, solo un’altra volta la vidi così, quando tornai a casa con un chiodo piantato in fronte con tutta una tavola attaccata, le sue labbra creole fremevano di rabbia, sapeva già tutto, mi sembra di vederla, mi fissava silenziosa e feroce come una belva, per fortuna le mie ferite, le sanguisughe, le spine di biancospino gli altri reduci e mio nonno la ammansirono e rientro nella parte che amavo di lei, la abbracciai col pianto in gola. Ero già più alto di lei, ma mi sembrò di abbracciare un colosso, lei mi strinse con il suo modo dolce e forte e di totale affetto, senza remore o vincoli, mi voleva bene e basta, ero salvo, nessuno le teneva testa, il mio potentissimo alleato era di nuovo dalla mia parte. Avrei mangiato da lei e per la sera ero quasi salvo, le chiesi subito, se avessi potuto anche dormire e lei mi disse di si. Non salvo, salvissimo. Nessuno poteva modificare di fatto la serata.

 

                     Arrivarono i parenti di tutti noi e cominciarono a volare i ceffoni, e la mia dose me la presi da mia madre, ma ormai il peggio era alle spalle, Mattone, il mio Mattone, il mio servente alla fionda, il mio delfino e protetto, il fratello che non ho mai avuto, lo avevo visto perso e morto dentro quel fango, ora stava bene ed  era vivo, anche se per miracolo. Sogno ancor oggi quella cisterna, modificata, più grande e piena di morti, ma è quella. La paura che mi presi quel giorno è nei miei recessi mentali e non se ne andrà mai più.

 

                     Passammo a letto malati o finti malati un paio di giorni e dopo varie cure di antibiotici, le solite minacce  e di più da parte di mio padre e mia madre, ci fù un epilogo inatteso a questa vicenda.

 

                     Mio padre, conosceva l’avvocato e si recò alla villa, per pagare i danni che avevamo fatto. L’avvocato da far suo, non volle nulla e addirittura si scusò per quello che era successo, poteva finire in una tragedia, (giusto, aveva ragione), anzi fece molto di più, ci invitò nella Villa ad una di quelle merende famose e tutti e sei ci andammo, scortati da mia madre e dalla zia di Mattone, passando per il cancello e mi scaccolai nelle anfore, persino Gaitan ci sorrideva un po’ spaventato, aveva visto cosa sapevamo fare e un pò ci temeva. Facemmo onore al banchetto, come solo noi sapevamo fare, mangiammo tutto. Fu una cosa da sogno, per noi per lo meno, mangiammo con le posate d’argento massiccio.

 

                     Quando ci invitarono ad andare a mangiare le ultime ciliegie, tra l’altro già raccolte e nei vassoi d’argento anche quelli, nessuno di noi le mangiò, non ci piacevano più, preferimmo andare nell’orto, c’erano i primi pendini, li divorammo col sale e l’olio d’oliva, naturalmente.

 
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II SOGNO RICORRENTE

Post n°18 pubblicato il 29 Luglio 2012 da massimofurio
Foto di massimofurio

Un’acqua gelida e immensa mi circonda, è notte, sono sul fondo del mare, non sò cosa mi dia la forza di reagire, risalgo verso la superficie.

 

C’è una strana luminescenza sul fondo, quasi radioattiva, come mi stacco e risalgo mi volto verso il basso e mi accorgo che il fondo del mare è lastricato di grosse pietre, ma non distinguo, sembrano lapidi, urlo disperato, la bocca si riempie d’acqua, annego, no, non accade.

 

Mentre risalgo mi accorgo che il mare si illumina a tratti, discontinuamente, sono i fulmini di una tempesta in superficie, nel tenue bagliore intermittente, sopra di me, ci sono due capodogli bianchissimi che stanno accoppiandosi.

 

Lo fanno con una dolcezza e delicatezza quasi commovente a dispetto della immensa mole, è straordinario il senso dell’amore che trasmettono, passo loro vicino potrei toccarli, ma non lo faccio, non voglio assolutamente influire o infastidirli.

 

Sento intorno a me una calma assoluta.

 

Li vedo svanire nell’immenso nero del mare, percepisco un senso di dolcezza e malinconia, mi ricordano l’amore che provavo e che ho perso.

 

L’immenso buio mi avvolge e intanto risalgo verso la superficie, mentre dai miei occhi cadono lacrime, le guardo perdersi nelle profondità del mare scuro, lasciano una lunga e sottilissima scia di luce.

 

Arrivo all’aria, sono sotto costa e il mare è una belva, raggiungo a stento la spiaggia e mi accorgo di avere, illuminati dai fulmini, sopra la mia pelle dei condotti che sembrano arterie con dentro un liquido argenteo, ogni tanto si infila una diramazione dentro la mia carne, la luce a tratti illumina uno scenario di enormi scogli, di colore quasi liquido, blu e viola scuro.

 

Sono avvolto gambe braccia collo volto busto e genitali, da quei condotti che sembrano metallo, piove come se fosse un’alluvione.,, sto immobile sotto l’acqua nudo, con la pelle solcata da cicatrici rosso fuoco.

 

I lampi illuminano un sentiero che parte dalla spiaggia, passa in mezzo agli scogli, attraversa prati e boschi devastati dal fuoco e va su di una collina ma non di terra, sono tutti cadaveri, un senso di nausea e la voglia di vomitare sono fortissimi, i miei respiri sono rantoli animaleschi.

 

Guardo i morti, li conosco, so chi sono ad uno ad uno, mi rendo conto di avere in mano un grosso coltello tipo machete e capisco che sono stato io ad uccidere quelle persone, che sono i miei figli, mia moglie, mio padre, i miei amici, le mie fiamme d’amore, i miei nemici, sconosciuti, chi ha attraversato il mio cammino è morto, io l’ho ucciso brutalmente.

 

Ci sono vermi dappertutto, gli occhi dei morti, mi guardano come vulcani spenti.

 

Salgo la collina di cadaveri pestando i loro corpi, i loro volti, piove fortissimo e una voglia di ridere mi viene forte e prepotente ma io non voglio farlo ancora.

 

In cima alla collina c’è un corpo a terra, non vedo se è un uomo o una donna, ma con pochi colpi di machete inferti con bestialità, gli squarcio il torace sul davanti, non dorme, è sveglio, non reagisce, non riesce, il suo volto non ha espressione, sembra sapere che ogni supplica sarebbe inutile.

 

Con la sinistra gli prendo il cuore lo estraggo senza nessun riguardo, tagliando gli ultimi i condotti, lo alzo sopra la testa, è rovente, pulsa, pompa ancora sangue, che mi cola sul volto mentre lo mangio ad avidi morsi, sono inondato dall’acqua e dal sangue che mi cola dalla bocca e mi bagna ormai il collo, il torace, lo stomaco, le cosce.

 

Ora posso ridere, con forza, con crudeltà, sazio.

 

Scendo sfinito la collina, respiro normalmente, ora ho rispetto dei cadaveri che ci sono, ritorno al mare che si è calmato, torno alle mie scure profondità, vado a casa, sulle lapidi.

 
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LA FINE

Post n°17 pubblicato il 06 Luglio 2012 da massimofurio
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.............Cristalli che si frantumano dentro la testa, ma non hanno suono, dentro agli abissi della mente, dentro la tua anima e gli occhi, che chiudi per ripararti, per isolarti, per sopportare un dolore che ti stritola, che morde, che mastica, che ti fà sentire perso, disperato, impotente.

Precipiti in un vuoto infinito, ma perchè, perche doveva finire così, sempre dolore, solo dolore, il cuore cerca un appiglio, un oasi in tanto male, vorresti respirare, alzare la testa e guardare il cielo, le nuvole, il sole, vivere, ma nelle tue viscere c'è solo disperazione, ti senti schiacciare.

Cerchi di far uscire l'orrore che hai dentro, via da qui, via da me, lasciami in pace, solo le lacrime, come gocce di luce che cadono hai tuoi piedi, bagnano il tuo volto, ti gorgogliano in gola mentre urli con tutta la forza che hai nei polmoni, cerchi di lanciare via questo dolore, ma come esce dalla bocca  torna nella tua mente, lo senti rimbombare, come tuoni che scendono dai monti, più urli più senti forte la tua disperazione.

Il dolore sarà la tua unica compagnia, resterà dentro di te, sarà forza  futura, non sorriderai mai più, non crederai mai più a nessuno, osservi i rottami della tua vita, che bella che era, li raccogli e ognuno di quei piccoli frammenti ti parla e ti guarda, testimone silenzioso di una felicità passata e finita per sempre............

 

 

 
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Da u Ce I^ parte.

Post n°16 pubblicato il 17 Giugno 2012 da massimofurio
Foto di massimofurio

    Questo prossimo racconto nasce da una stimolazione della mia memoria, per via di un altro scritto, di un amica, che con un suo spunto molto bello, ha risvegliato in me ricordi sepolti nella mente, ci tengo molto a dirlo, perché non avrei certo ricordato.

                Ho avuto una vita molto intensa e i dolori sono stati molti, forse anche troppi per una vita normale e ogni volta che, sono riuscito a reagire è solo grazie a quegli innesti, a quei supporti, a quei puntelli, che ho ricevuto in un infanzia, dura e addestrativa, ma molto formativa.

                Dentro di me si è formata lentamente una piattaforma sulla quale ho posato la casa della mia vita, sicuramente non  perfetta dal punto di vista architettonico, ma strutturalmente è indistruttibile, anche grazie a quelle esperienze tempranti, belle e brutte che ho vissuto allora, con i miei fratelli/amici e personaggi di quei tempi.

               E dato che purtroppo sono l’unico di quella banda ad essere vivo, le anime dei miei compagni di allora, anche se ne sono andati via in un modo terribile, vivono in me e così sarà sino alla mia fine.

                In loro onore e ricordo scriverò un ricordo, storie che ci appartengono, il passato mi appartiene, non so cosa farmene del presente e tanto meno del futuro.

 

 

               Da ragazzini, nel periodo estivo, andavamo in giro per la valle, la principale attività era far danni.

               Le ragazzine erano un vero tabù, non si riusciva mai ad intercettarle, da nessuna parte, solo a Messa, è tutto dire quindi, a scuola riuscivamo a stringere contatti più “pressanti”, ma era solo un intenzione, del resto non c’era tempo. Poi di noi erano terrorizzate, i dispetti....

               Finalmente veniva Maggio e poi Giugno, il mio mese e noi esplodevamo come tante mine, liberi dalla mattina alla sera, solo la fantasia poneva i limiti al nostro fare e quante ne abbiamo fatte.

               L’estate finalmente,  il fiume i laghetti i monti e la caccia, le infinite corse, le battaglie a pietronate a colpi di zserbo (zolle d’erba), gli archi con le stecche degli ombrelli e le relative aste in metallo, le cerbottane le trappole, sua maestà la fionda, il fuoco, e poi ci veniva fame, allora gli assalti alle fragole ciliege amarene susine pesche albicocche fave piselli cipolle e patate e pomodori, le uova di gallina e di colombo. Ci inseguivano i padroni dei poderi e noi ridendo scappavamo a volte facendo sfottii maleducati, gneree (pernacchie) e chiappe al vento e ricordo la solita frase urlata da distante dietro di noi– te cunusciu u digghu a te puè-(ti conosco lo dico a tuo padre), che poi a casa eran botte, sia chiaro.

               Ma chi poteva tenerci, limitarci, eravamo uccelli liberi, piccole poiane che volavano in un cielo senza reti, una valle senza confini, il nostro mondo libero, nessun steccato nessun limite eravamo padroni assoluti di tutto e così ci sentivamo veramente. Ma com’era diverso allora, non cerano limitazioni di alcun genere, potevi entrare nei poderi, nelle stalle, nelle ville, negli immensi orti, tutto era coltivato, persino nei monti, i boschi erano pulitissimi, come un prato di casa, vedevamo i funghi a molti metri di distanza, cosi come le tane degli animali del bosco.

               Nel fare le nostre cose, i danni,…. eravamo organizzati , come sempre, frutto di una cooperazione strutturata semplicemente, un’efficienza militare, ma di un esercito vincente, c’era chi faceva la guardia ai padroni, chi si organizzava a portare i sacchi per la verdura, erano i piccoli sacchi di iuta per le olive, allora i sacchetti di plastica (che odio), non esistevano ancora, la spesa le donne la facevano portandosi la sportina o la borsa di corda, e poi c’erano quelli incaricati dell’azione vera e propria, io ero uno di quelli, andavamo via quasi sempre scappando, ma l’avvicinamento era da veri predatori. A dire il vero avevamo diviso l’azione criminale in varie fasi. La prima, la ricognizione e sopraluogo anche da lontano, riunione per decidere il da fare, la seconda, l’avvicinamento, che per me era la più bella, sempre in coppie, gerarchie e simpatie stabilite sin dal tempo dell’asilo, strisciavamo come serpi in un silenzio irreale comunicando a gesti, a volte a pochissimi metri dai proprietari, ci portavamo nei posti prefissati e scattava la terza fase, il seccaggio. Allora più velocemente che si poteva si arraffava tutto ciò che era possibile, riempiendo nel caso delle fave, i sacchi così come per le cipolle e le patate e i pomodori, che poi ce le facevamo nella cenere del fuoco. N.D.R. seccaggio viene, dall’abbiamo fatti secchi……

               Le solite raccomandazioni, stare bassi e occhi bassi, caricatevi poco, la schiena alla casa dei contadini, uno raccoglie l’altro fa la guardia, poi in caso di fuga, la quarta fase, ognuno per se e ci vediamo al posto stabilito, per poi andare a mangiare in santa pace, la quinta fase.

               Esser presi era un problem, minimo ti staccavano un orecchio sbatacchiandoti come un tappeto e la pelle dal culo te la portavano via a trapponate, ti portavano quasi di peso  dai genitori,…. Era una civiltà ancora contadina, i frutti della terra erano vita, semplice, poi a casa erano botte da orbi, cinghia e schiaffi da mio padre e a letto senza cena e chi se ne fregava tanto poi mangiavo lo stesso, di notte.Eravamo indomabili, selvaggi, che bello, avremmo potuto resistere a tutto, non ci faceva paura nulla,

               Ma poi veniva sera e il sole scendeva dietro al cumin, un monte che allora era tutto a bosco di olive ed era di fronte al mio palazzo ove abitavo e il forte vento di tramontana lo tingeva di argento in autunno, poi ci voleva una settimana prima che le foglie si risistemassero giuste.

               Allora, molto ma molto a malincuore scendevamo a valle, tornavamo in paese, a dirlo era niente, ma gli scenari ove poco prima avevamo fatto le nostre razzie, ora ci vedevano che come degli angioletti tranquilli tranquilli che se ne tornavano a casa, e qui le cose si mettevano male anzi, malissimo, non che avevamo del mal tolto con noi, ce l’eravamo mangiato, o nascosto al sicuro, per l'indomani …. ma chiaramente ci conoscevano bene, eravamo ormai famosi in tutta la valle e anche nelle valli vicine….. un susseguirsi di insulti rimproveri, punizioni promesse, pure qualche pietronata e anche qualche cane mordace lanciato alle nostre terga, allora in un modo semplice ma geniale avevamo risolto la strategia dell’ultima fase, la sesta, la ritirata.

               Scendevamo lungo uno dei tre fiumi, dipendeva da dove ci trovavamo a fare danni,  che  confluivano nel centro  del paese e sbucavamo sotto il ponticello alle spalle della piazza, eravamo a casa, sani e salvi, erano quasi sempre le sei-sette di sera.

 
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Da u Ce II^ parte.

Post n°15 pubblicato il 17 Giugno 2012 da massimofurio
Foto di massimofurio

  Ma non era sempre così, a volte erano sulla piazza ad aspettarci, avevano capito la strategia, ma d’altro canto non ce n’era un’altra e una sera si verifico un episodio che è  stato fondamentale, per noi.

               Satolli, stanchi e felici e faccia da innocenti come sempre a quell’ora, ci stavamo lavando al brunzsin (fontanella) all’angolo della piazza, eravamo sporchi marci, quando due ragazzi grandi con i loro padri, ci chiusero nell’angolo ed erano gia cominciate a volare le prime sberle sulle nostre facce e gia ci eravamo predisposti all’ultima lotta mani sui coltelli ancora in tasca dei pantaloni, per chi ce l’aveva ancora addosso, anche se non avremmo avuto nessuna possibilità, quando dal negozio all’angolo  usci un uomo, era Ce per gli amici, Cebotti di cognome, il ciabattino, o caiga in genovese, subito disse, e alua?, cose ghe, sun commedie, lascè sta sti figiò (e allora? Cosa c’è, sono tragedie?, lasciate stare questi figliuoli).

                Ci stava difendendo e lo disse con una voce che mi risuonò nelle orecchie come lo sparo di un proiettile, era una tono di voce che non ammetteva repliche, dopo sarebbero state botte. Nel vederlo, era piuttosto piccolo e aveva una gamba di legno, la sua era andata persa in un campo minato in Nord Africa nella II G.M., camminava ancheggiando molto vistosamente ed aveva il bacino deforme sulla destra, ma gli avambracci avrebbero fatto invidia a braccio di ferro e aveva le spalle molto larghe e gli occhi erano neri, inespressivi e tristi e cupi, non era molto vecchio, ma dimostrava molto di più.

               Credo che tutti noi della banda pensammo che razza di misero aiuto ci era arrivato, ma di fatto i quattro “picchiatori” si guardarono  in faccia e se andarono, senza dir una parola ne uno sbuffo o un cenno o uno sguardo, sputai in faccia al ragazzo grande e davanti a suo padre gli dissi che era un figlio di p….. e che l’avrei scannato, ero fuori di me e avevo il coltellino in mano, mi aveva dato un gran man rovescio sulla faccia che mi rimase gonfia e deforme per giorni che mi faceva un male terribile, mi venne un livido dall’occhio all’orecchio destro, l’avrei ucciso, ma per fortuna mi mancò il coraggio, nacque da allora un inimicizia  che dura tuttora, mi sentii sollevare per il collo, era Ce e  che mi disse Stanni sittu, dopu femmu i cunti (Stai zitto, dopo facciamo i conti).

                 Si era radunata una folla, e Ce, ci fece entrare nella sua bottega e ci domandò perché ce l’avevano con noi così tanto e gli dissi insieme agli altri, io piangevo, che avevamo rubato le fave, a dire il vero avevamo rancato una cinquantina di piante con tutti i frutti e ce le eravamo portate via, era un po’ grave in effetti ma era un affinamento della fase tre in fondo, ma a Ce, non sembrò tanto poi così grave, ci vide che eravamo spaventati a morte, ci porto in società e c’era mio nonno, che giocava a carte che si allarmò subito e lì capii, che erano amici.

                Ci fecero bere l’aranciata, misero il ghiaccio sulla faccia a me e un’altro e ci passò lo spavento e da subito ci mettemmo a pensare una vendetta, ma Ce ci capii al volo e nel accompagnarci indietro insieme a mio nonno disse di non fare sciocchezze, che non era il caso, che avevamo in fondo torto e che poi non ci si comporta così.

                 Guardavo mio nonno e lui mi guardava annuendo molto serio, guardai di traverso i miei compari e con una smorfia sancimmo all’istante senza parlare, di lasciar perdere.

                  Non che smettemmo di fare furtarelli di frutta e verdure varie o di cos’altro ci passasse in mente di fare, ma diventammo meno sfrontati, ci demmo una calmata insomma. Da allora, comunque, tutte le sere, al ritorno sulla piazza, non ci scordavamo mai di Ce, in segno di profondo rispetto e non solo gli portavamo in un sacchetto di carta o avvolte in uno straccio o due foglie di fico, delle pesche o dell’uva, delle ciliege, ed eravamo tutti d’accordo nel farlo, non che lui le volesse anzi ci diceva ogni volta di non farlo che non le voleva, sgridandoci, ma noi eravamo irremovibili, stavamo fermi e silenziosi con la frutta in mano facendo di no con la testa ai suoi rifiuti di prenderla, doveva prenderla, io capii che si commuoveva e allora accettava, subito ce ne andavamo via, per vergogna ed imbarazzo suo e nostro, giù nel fiume di corsa come sempre, saltando di sasso in sasso, con le lacrime agli occhi, almeno io.

                 Dopo esserci lavati-confessati alla fontana, si perché lavarsi era un po’ come togliersi i peccati di dosso, commessi nella giornata, anche perché tornare a casa conci come cinghiali era una dose di botte supplementare a già la dose solita, quante botte mi ha dato mia madre, son servite a nulla erano un sigillo finale, come una colla che ci teneva ulteriormente insieme, ci domandavamo sempre quante ne avevamo prese e le risate quando dicevi, mia madre con la scarpa, la mia con la borsa di corda, mio padre con lo scuresin (cintura), mostravamo i segni a testimonianza, E poi magari si facevano male, perché noi eravamo come molle che saltavano per tutta la casa e poveretti nel cercare di prenderci cadevano o rompevano qualche sovra mobile, a me scappava sempre da ridere quando mia madre mi pestava, il che la faceva impazzire di rabbia, eravamo avvezzi a ben altro, le loro botte erano carezze al confronto, pensare che mia madre avrebbe voluto avere una femmina, le è toccato un scavezzacollo di prima classe, anzi un fuoriclasse come tutti noi del resto. Quante volte mi ha detto ti porto in collegio dai Maristi e io rispondevo, ci do fuoco al collegio  e poi scappo e non torno mai più a casa, lei che sapeva con chi aveva a che fare e pregava il signore di farmi cambiare,  poi mi pestava di nuovo, io le dicevo turna? (ricominci?) e il giro di giostra ricominciava. Quante volte ho saltato la cena e quante volte ho strisciato nel corridoio di notte e andavo a mangiare il latte nella bottiglia di vetro, con i biscotti sotto il tavolo, con lo stomaco che brontolava da sentirlo da lontano.

                 Dopo lavati, dicevo, ci sedevamo sul scalino da u Ce, che l’ultimo raggio di sole lo illuminava come una luce dedicata e ce ne stavamo lì ad asciugare, bussavamo alla piccola vetrinetta a lo salutavamo con un cenno di mano e lui ci diceva, cose hei cumbinou ancoo leggere? (cosa avete combinato oggi delinquenti?), e noi con la voce da passerotti, niente Ce, niente Ce e  intanto ridevamo satanici, usciva col suo grembiule di colla e ci dava i soldi del gelato, aneve a piggia u gelatu (andate a prendervi il gelato). Le vecchie 500 lire di argento, le ricordo come fosse ora. Con noi era un po’ un padre, che nessuno di noi aveva, sia chiaro che tutti l’avevamo come figura, me di presenza nessuno, questo era forse il nostro vero fattore accomunante, l’essere randagi, senza padrone o famiglia, allora andavamo e per farlo spendere poco, prendevamo il ghiacciolo, al ritorno, ci diceva col sorriso,mentre gli davamo il resto, ve sun baste (vi sono bastate), e noi in coro, si Ce sono bastate, grazie…

                 Stavamo seduti lì, anche quasi in sfida a chi passava che ci buttava qualche occhiataccia, ridendo e ghignando a fronte della nostra breve impunità passeggera ma fin che durava la sfruttavamo sino in fondo, quelle risa sono ancora nelle mie orecchie, gli occhi, gli sguardi, la complicità nostra, condita con le scoregge e gli sberleffi, i manici d’ombrelli, il dito allora, lo si faceva col braccio… a noi, a tutti, al mondo e poi il più delle volte se non andavamo incontro a Giuli e alla Nina, scappavamo di corsa a casa e di corsa veloci sino a casa a volte solo in mutande, con la roba bagnata in mano e dato che quattro della banda abitavamo nello stesso palazzo, al portone delle volte c’erano ad aspettarci…….allora andavamo da mia nonna, estrema ratio, in attesa che si facesse il momento buono per  salire in casa. Dopo mangiato se ce ne davano….. a volte salivamo sul terrazzo a guardare le stelle, in pigiama, scalzi sulle piastrelle di cemento, al calore osmotico della sera, respiravamo gli odori dei prati che erano molto più forti che di giorno, non potevamo uscire (castigo), ma sul mio terrazzo andava bene lo stesso, e facevamo già i piani per il giorno dopo………..., prima di andare a dormire andavamo a pisciare sui gerani della vicina dell’interno 22, che era una gran rompipalle, nel farlo scavalcavamo i muretti in cemento con i vetri sopra….., perché lo sapevano chi era, ma se non riuscivano a prenderci, cercavano almeno di fermarci, ma noi eravamo noi, non ci avrebbe fermato nulla, neanche la morte.

                 Ce, era solo, viveva in una stanza senza cucina con l’uso bagno in comune, a Genova, nei vicoli ed era un decorato di guerra e aveva preso in guerra, la decorazione data a chi aveva ucciso più di dieci uomini con l’uso delle sole mani, me lo aveva detto mio nonno, quegli occhi cupi e tristi si rallegravano quando ci vedeva entrare in quel fazzoletto di negozio, magari con le ciabatte rotte o i sandali scarcagnati (sfondati) e ce li aggiustava per nulla o ce ne regalava un paio di qualche cliente che non li aveva più ritirati o chissà dove li prendeva.

                 Quando ci sedevamo sullo scalino del suo negozio e lui sorrideva vedendo quelle teste coi capelli rasi, capivo che era felice di vederci, quasi ci stava aspettando.

                 A volte gli facevamo qualche piccolo servizio, tipo portar le scarpe a casa dei clienti, a quelli che ci stavano sulle palle, ci pisciavamo dentro, (poche gocce)  in fondo serviva a farle diventar morbide, non glielo abbiamo mai detto, ovviamente…….

                  Era un lavoro da poveri il ciabattino, e il suo piccolissimo laboratorio era quasi un antro di una fucina, c’era la foto di Piola, un ritaglio di giornale, mentre fa la famosa rovesciata ai Mondiali di calcio vinti negli anni 30 dall’Italia, una sua foto in divisa in Africa ancora con le sue gambe, il ritratto di nostro signore Gesu e u lunaio (calendario con le lune), una foto di una chissà quale formazione del Genua, e tutte stavano lì a sostenere le pareti, nere come il suo grembiule di cuoio pieno di segni e di colla. Da quel fatto, lo osservavo, che poi è stata sempre la mia dote più grande, era modesto, educato, ma in lui c’era un passato pesante, che lo vedevi nella sua tristezza e nel cupo dei suoi occhi, credo che da allora in poi, il suo lavoro era una specie di purgatorio, le scarpe non erano certo quelle di ora e chi le usava le sfruttava all’osso e ripararle era una vera impresa.

                 Il suo banchetto, che era più vecchio di lui, scrosciva (scricchiolava), ad ogni martellata, o ad ogni sforzo, quei chiodi a testa grossa e piatta a gambo quadro, le sellerine, che usava per inchiodare il cuoio, aggiustava anche i basti e i finimenti e le salmerie dei cavalli e muli, quando si sedeva come quando si alzava piegava la gamba di legno, con uno scatto, e nel piantare i chiodini a volte poggiava il ferro a tre forme, che non so come si chiama, sulla gamba di legno, allora il rumore del martello era diverso, i colpi erano più secchi e corti, mi colpiva la scarpa sul suo arto artificiale, era nuova sembrava esposta in vetrina, artificiale anch’essa, l’altra era viva, aveva il piede dentro,lo copriva come una pelle.

                 Lo vedevo alla sera abbassare la serranda, se eravamo lì ci salutava raccomandandoci di star bravi e non fare degollate, (stupidate). Poi col suo passo a punto e virgola, andava a prendere il celere e attraversando la piazza, se incontrava qualcuno, si levava il copricapo nero a meta tra un basco e una coppola dicendo scignuria. (signoria vostra).

                 Figure di un passato remoto che in questi miseri tempi, non esistono più, anche se ce ne vorrebbero molte, avevano valori profondi, si portavano dietro delusioni e dolori con una dignità straordinaria, si accontentavano di quello che avevano con grande testimonianza di signorilità, anche se non di famiglia ma sicuramente di cuore e d’intelletto.

                  Poco prima dei 18 anni di età cambiai casa, e quest’universo si chiuse dietro di me. Non so che fine ha fatto G. Cebotti, ma se, se ne è andato, spero che sia con mio nonno a bersi a tavolino sotto le noci, un bicchiere di vino fresco e buono.

                  Grazie.

 

 
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E.M.

Post n°13 pubblicato il 14 Giugno 2012 da massimofurio
Foto di massimofurio

 

                     Questo mio scritto, nasce a mò di sigillo inviolabile, un avviso, al fine di  chiudere con una parte della mia vita, ho preso il coraggio di farlo, anche leggendo altri scritti, di altre persone incappate nello stesso dramma umano, un po’ per debolezza, ma sopra tutto per amore, verso una persona, una donna sbagliata..

                     Ho vissuto per moltissimi anni,  un amore malato, parallelo, che ha ucciso la mia vita, mi son lasciato trascinare in una storia, che credo abbia pochi eguali, per la durata, per l’intensità, per tutta un infinita serie di fattori, ma il principale era, che io ti amavo veramente, mentre tu mi hai riso sulla faccia fin dall’inizio.

                     La forza del mio amore, ha, in un certo modo vinto ogni resistenza, ma poi, ho capito che era solo una tua convenienza, avrei voluto vedere il contrario del resto, ma io da vero stupido ho continuato ad amarti.

                     Per colpa tua, ho perso la mia famiglia e tutte le volte che ho provato a fermarmi, tu solo per un desiderio di sentirsi potente e vincente, hai fatto fuoco e fiamme per riprendermi, usando ogni mezzo leale o meno, ma facendo leva sul fatto che io ti ho sempre amata.

                     L’amore lo si subisce, al momento che nasce è invincibile, ti travolge, ami e basta, non ti interessa nulla, vederti toccarti sentire la tua presenza, era uguale a vivere, toccare il cielo, essere felice, non mi accorgevo che io stavo suicidandomi lentamente, ad ogni bacio ingoiavo il tuo veleno e mi sembrava rosolio.

                    Non è valso nulla, prendere coscienza della realtà, tutta la realtà, il male a mia moglie, i miei figli, bastava che tu mi chiamassi, vederti, un sorriso e tutto passava e credo che sarebbe andato così per sempre, se, non avessi perso la mia famiglia, che effettivamente mi ha sopportato per un tempo lunghissimo, in quest’inferno di vita, che ho fatto loro ingoiare.

                    Sono passati anni, dall’ultima volta che ho avuto contatti con te, ora sto bene, libero e felice di non avere questa emorragia d’affetto, ho pagato un giusto prezzo con la mia famiglia, ma sono rimasto deluso, di più di tutto di me, non avrei creduto mai di essere così stupido, cadere in trappola e dare una patta in terra al solo battito di ciglia dei tuoi occhioni azzurri,da finta innocentina e santarellina.

                    Vedi, da quel tempo io ho imparato ad avere rispetto per me per primo, ciò significa che non farò mai più quest’errore, ne farò altri, ma questo no, tu invece passi a rovinare una persona dopo l’altra, lo fai per puro interesse egoistico e non ti frega niente se ha una famiglia, se ti ama, se soffre, se tradisci fiducia di persone che in fondo ti ammirano e amano, compreso quel pover’uomo che ti sopporta da una vita, in silenzio, che ti tratta come una bambina viziata.

                     Tradivi persino me, fin d’allora, e ancora oggi, quando ti diverti sadicamente a tormentarmi con frasi del tipo: “ho amato solo te”,  “sei l’unico uomo della mia vita”, continui a frequentare fessi con i quali passi giornate interessanti, (parole tue), anche se son mariti e padri di famiglie che frequenti e conosci per intero.

                      Persino quando speravo da te un aiuto, non fosse per altro per un minimo di rispetto dopo tanti anni, tu mi hai voltato le spalle e te ne sei andata a fare i "giri in barca", con un altro povero fesso.

                      Grazie.

                     Brava, ti stai conquistando un posto di rilievo, nella parte della lavagna dei cattivi, ti ho sempre detto che un giorno, non riuscirai più a specchiarti, non sopporterai quello sguardo e ti vedrai come sei dentro, non vorrei mai essere al tuo posto.

 
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UNO DEI MIEI SOGNI/INCUBI RICORRENTI

Post n°12 pubblicato il 23 Maggio 2012 da massimofurio
Foto di massimofurio

             Festa di paese, nell'entroterra montano Ligure, vedendo le bancarelle di ogni tipo di prodotti, mi sovvengono le parole di mia madre, che mi dice sempre compra della galline che non ne abbiamo più...Cerco allora un banchetto che le venda e trovo ciò che cerco, dopo un certo cercare, strano.

             E' una bellissima giornata col un sole radioso, brillante, le nuvole che passano alte col vento quasi forte, l'aria è pulitissima. 

             Chi vende è un grosso uomo, capelli lunghi barba baffi, neri come l'inchiostro, ha un gilet nero con i brillanti la camicia sporchissima a fiori, ha i denti canini d'oro, due occhi magnetici, rossi, mi senbra uno zingaro,alla mia richiesta, mi porge una stretta e lunga scatola di cartone dove dentro sento pigolare dei pulcini.

             Mmmmmh e chi si fida di questo denti d'oro, se son malati o altro e se poi mi bidona, chi la sente la vecchia, allora apro la scatola e vedo tanti pulcini dentro piccoli scompartimenti che mi guardano impauriti, subito lui mi chiede se vanno bene, io lo guardo e sto zitto e poi riguardo i pulcini e con terrore mi accorgo che hanno si il corpo da pulcino ma la testa è da bambino, sono piccoli bambini con piume di pulcino,sento lui che ride baritonalmente e mi richiede, Li vuoi?

              Terrorizzato, ma calmo, consapevole di essere troppo poco per reagire, ma deciso a salvarli, confermo che li prendo, ma gli dico, non te li pago, chiudo la scatola e me ne vado e lui comincia a ridere fortissimo come un uragano, vedo un'ombra dietro di me che aumenta sempre di più, è lui che diventa gigantesco e ride sempre più forte, deridendomi delle mie intenzioni, ma non mi tocca, mi accorgo che son solo, la festa di piazza è sparita, il paese sta crollando, le strade le case la chiesa tutto come un sisma fortissimo e diventa tutto deserto, le persone che vedo sono tutte morte, in mezzo a ste rovine solo morte e nient'altro.

              La mia auto,... non c'è nemmeno più la strada, andrò a casa per i monti che conosco come le mie tasche, ma cammino attraverso montagne che non sono le mie, solo desolazione e la morte di ogni essere, persona o animale, senz'acqua, mi domando, ma cosa darò loro da bere e da mangiare, un'ansia mostruosa mi invade, ho una disperazione incontrollata ormai, ma poi trovo una piccola capretta, bianca e nera che piano piano riesco a farmela amica e la mungo e col latte sfamo i pulcini/bambini, che crescono lentamente e sono di tutte le razze e dei due sessi.

              Ho fortuna di conoscere molte tecniche di sopravvivenza e le metto in atto, a malapena riesco a sfamarli e li difendo da ogni tipo di insidia e avversità, predatori malattie pericoli e non ne perdo nessuno, mai, il mondo che conoscevo non c'è più, nulla è come prima, tutto sparito, solo io e i bambini che diventano grandicelli e mi seguono sempre.

              Viviamo alla giornata, insegno loro la storia umana, i suoi bui e le sue luci, insegno a trarre il meglio da ciò che ci circonda senza, incidere troppo, spiego le loro responsabilità, da unici sopravvissuti sul pianeta, cerco insomma di trasmettergli quello che sò e per loro avrà un valore enorme in futuro.

              Poi un giorno, uno dei ragazzi, mi porta un frammento di civiltà, gli spiego che è uno specchio, un piccolo pezzo di specchio, me lo dà e mi vedo, sono vecchissimo, con capelli bianchi e rughe ovunque, senza i denti, gli occhi appannati e mi rendo conto di essere alla fine, mi siedo nell'erba e mi appoggio ad una pianta e muoio.

 
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SOTTO LA CROCE

Post n°11 pubblicato il 18 Maggio 2012 da massimofurio
Foto di massimofurio

                          Ieri, in preda ad una crisi catarsica, sono andato (in auto) alla croce, avevo semplicemente voglia di stare sotto quel manufatto, totem della mia vita d'infante.

                          Sul luogo,splendeva un sole tiepido,caldo il giusto da essere corroborante, il mio arrivo ha rotto le scatole ad una coppietta (di probabili amanti,data l'ora in primo pomeriggio), cosa che non farei mai, ma quel posto è un pò la mia casa e sono l'unico e  l'ultimo ad aver diritto di dire che è casa mia e quindi...

                          Ieri, era una giornata stupenda, i miei occhi stanchi non vedono più come un tempo e quindi con l'ausilio di un vecchio paio di binoccoli (regalo per la comunione), mi son messo a scrutare l'orrizzonte terrestre, si vedeva il Monte Rosa, l'Arco delle Alpi Marittime, il Monviso, con ancora addosso ancora una neve brillante.

                          Guardavo, le mie montagne, ferite da palazzi, spuntati come funghi, frane e strade come ciccatrici, ho rivisto Massimo scalzo con le ciabatte in mano correre su quelle coste, con la fionda in tasca, trafelato e contento di essere in compagnia della banda.

                          Ho volto lo sguardo al mare e con felice sorpresa ho visto Capo Corso, l'isola della Gorgona, la marina Toscana sino all'Elba, la mia Ligurietta sino a capo Mele.

                          Un'estasi strana, mistica direi, mi ha avvolto, mi sono rasserenato e disteso, felice come un bambino, sorridevo senza sapere perche, ho sentito un fiume di percezioni buone scorrere nella mia memoria e mi sono venute le lacrime agli occhi dalla felicità.

                           Senza sapere perchè mi son girato e per un attimo ho visto dove ci sedevamo sempre, le sagome di quei ragazzi, quelle teste, quei visi, quegli occhi, che ben conosco e che mancano alla mia vita come  una parte importante e insostituibile.

                            Mi è venuto sonno, quasi un impellenza fisica e mi son seduto in auto e ho dormito due ore.

                            Nel sonno leggero di sempre, ho sentito rumori indefiniti e che son passati accanto,con le portiere aperte il portafoglio sul portaoggetti, cellulare ben in vista e non è successo nulla, il totem mi ha protetto come sempre, la croce col sole, la mia croce.

                            Poi, sono sceso lentamente e ancor più lento è stato il risveglio, non riuscivo a rientrare in me, la strettissma strada mi ha obbligato a stare concentrato e svegliarmi definitivamente.

                            Alla periferia, gli occhi mi hanno lacrimato, il naso mi bruciava, la sensazione di aver avuto un contatto con la felicità è stato netto almeno quanto la delusione profonda di essere di nuovo nella vita di sempre, mi pareva di essere persino diverso dalle altre persone che vedevo.

                             Alla banda, la mia banda.

 
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VORREI

Post n°10 pubblicato il 17 Maggio 2012 da massimofurio
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Vorrei che tu fossi sempre felice.

 

Vorrei che tu non conoscessi mai la sventura quando uscirai

 

dall’arcobaleno dell’infanzia.

 

Vorrei che tu non conoscessi le brutalità umane e la paura di morire.

 

Vorrei che tu non pagassi per le mie colpe, ne avere vergogna per il mio

 

fare o per il mio parlare o per la mia presunzione.

 

Vorrei che tu non conoscessi nessuna tentazione.

 

Vorrei che tu non conoscessi mai il dolore di una malattia.

 

Vorrei che tu non fossi mai meschina o maldestra come me.

 

Vorrei poter gioire della tua voce e dei tuoi gesti, anche quando mi avrai

 

scordato.

 

Papà.

 
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Nel mio errare montano

Post n°9 pubblicato il 04 Maggio 2012 da massimofurio
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Nel mio errare montano, sui sentieri della mia terra, mi capitò un giorno di arrivare in un piccolo nucleo abitativo, completamente abbandonato da molti anni ormai. Non saprei dare un nome alla località, ma mi stupì la bontà costruttiva, pietre enormi squadrate con una perfezione impressionante, travi e tetti con un'intelaiatura in legno lavorata con grande maestria. Insomma erano lì da centinaia d'anni sicuramente ed erano ancora perfettamente in piedi. Ma chi erano sti esseri che costruivano queste opere e con così tanta bontà. Eppure erano anche allevatori e contadini e mogli e madri e mariti e padri e medici insomma isolati dalla civiltà com'erano, avevano un bagaglio culturale, che nessuno di noi ha, ma sicuramente, non sapevano scrivere, ne leggere. Classica formazione di case a domino, la prima, poi man mano che le famiglie si espandevano, vi si attaccava la seconda e cosi via. Convivevano le generazioni che si succedevano come le stagioni. Ogni tanto vi torno e sorseggio la pace che aleggia e ho dormito sereno notti arcaiche, regolate dal rumore del bosco e dalla luce delle fiamme. Ho visto i miei demoni ballare nel fuoco che scaldava la notte e mi sono addormentato senza paura. Quando guardo delle pietre ordinate in un muro o un portale squadrato da antiche e abilissime mani, mi piace pensare a chi poteva essere l'uomo che l'ha fatte e lavorate,paragonare i miei "problemi" ai suoi e cercare di capire perchè l'evoluzione mi ha portato ad essere così poco ora e così tanto allora.

 

 
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Mio nonno

Post n°7 pubblicato il 02 Maggio 2012 da massimofurio
Foto di massimofurio

                              Mio nonno, non era mia nonno, ma per me è come se lo fosse stato. Mia nonna era rimasta vedova nel 1936. Del mio nonno naturale, conosco solo il viso, che ho visto in una piccola foto, una faccia da fetente, con un sorriso che mi fece capire molte cose……..genealogicamente parlando. Mia nonna, allo scoppiare degli eventi tragici della seconda guerra mondiale, sfollò dalla zona dove abitava, Sampierdarena, a ridosso del porto (detto dell’impero),di Genova, che veniva bombardato regolarmente dalle forze alleate e si trasferì nell’entroterra, in campagna e lì conobbe mio nonno. I figli di mia nonna, non sopportavano il nuovo venuto, mio padre si era abituato a essere il capo famiglia, aveva smesso di andare a scuola e si era messo a lavorare, cominciò a 9 anni e fini a 75, una vita di lavoro, il lavoro, la sua vita. Mentre suo fratello gracile di salute e timido nell’animo era rimasto a casa con la madre, un’unione tra di loro fortissima e l’intruso non venne accettato ne allora ne mai, ma si sa, estremi mali estremi rimedi, c’era la guerra e mia nonna fece la cosa giusta, si risposò. Mia nonna aveva trovato casa, in un costruzione a due piani, ma lunga una sessantina di metri, con una scala centrale e due lunghi poggioli corridoio che correvano in facciata. La gente del posto lo chiamava manicomio e in effetti un pò lo era veramente, mio nonno venne ad aggiustare le finestre e ci rimase….. Poi dato che c’era un piccolo e bellissimo giardino, si costruì una baracca e lì faceva il suo mestiere, nei periodi invernali il falegname e d’estate, il mastro d’ascia. Dentro questo micro universo c’era tutto ciò che a me serviva per vivere di fantastiche avventure. L’odore del legno che ogni qualvolta lo annuso, nel mio cervello appare mio nonno, con le sue mani lunghe ossute quasi delicate, con la pelle sottile che si vedevano le vene come in una tavola anatomica, mentre intarsia il legno con le sgorbie, o con le piccole asce o mentre fa funzionare la bindella, enorme arrivava al soffitto e a malapena stava dentro la baracca o il toupie, che mi metteva ansia sentirlo nel suo respiro della pialla. La segatura ragnava sovrana, era dappertutto e in quella a terra i formicaleone facevano i loro coni e stavano in agguato in fondo alla trappola aspettando qualche mal capitato insetto per mangiarselo. Mio nonno e i suoi occhi azzurri come un pezzo ci cielo di allora, guardava il mondo come se fosse di legno, toccava, accarezzava il legno con sentimento, come se volesse vederlo ancora nelle foreste sotto lo sforzo del vento. Mi parlava delle immense foreste Africane o nel sud America che aveva visto, aveva prima di tutto rispetto del legno e sapeva fare cose bellissme, le poche che mi sono rimaste sono straordinarie. Ho ingranaggi di varie misure, pale per ventilatori, eliche di aerei, piccole teste umane di bambino scolpite a tutto tondo che usava per arredo dei mobili che faceva nei tempi morti, ho pannelli scolpiti nelle noce massiccia, con figure di animali marini, ho dei bimbi che giocano col cerchio, arredi di credenze da sala, piccoli aerei, piccole auto e camioncini che faceva per me, intarsiati, la Jaguar di Diabolik, con i fari in ottone. Amava il legno era una elemento a lui vitale, guai sprecarlo o far cattivo uso di un pezzo soltanto. I suoi utensili di lavoro erano ferri di chirurgo, i più tanti se li era fatti da solo, li teneva dentro scatole fatte sempre da lui, che solo le scatole erano un capolavoro, teneva i chiodi o le viti di tutte le misure in piccole scatolette di legno, su di un scaffale tutto fatto da lui, era precisissimo. E vie de ottun (le viti di ottone) erano sacre, guai se le perdevo, quando andava da u Bunettu, una Bulloneria che c’è ancora oggi a Genova e quando qualche volta mi capita di andarci rivivo quelle volte con lui, comprava le scatole di viti, che erano bellissime, lucide di tutte le misure, gli brillavano gli occhi, poi arrivati a casa le ungeva con lo straccio oleato, per non farle ossidare, erano come lo sono oggi, costosissime, piccoli gioielli da lavoro. Ma gli odori, mi sono rimasti nel cervello, le essenze che usava per fare le cere o colorare gli stucchi erano tanti e quasi segreti, ogni volta che apriva un barattolo, sembrava un spezsia (farmacista) e mi spiegava la provenienza, da quali radici erano estratte o da che minerale e da che paese provenivano. C’era la carnauba, la collarina, la trementina, la cera d’api, gli acidi, gli oli, di lino, di  nocciole, la gomma lacca sciolta nell’alcool, che scaldava a bagno maria sopra un piccolo fornelletto sempre ad alcool e la stendeva sui mobili con un stoppino fatto di stracci che non perdevano i peli, guardavo quei barattoli aprirsi sotto i miei occhi, vietatissimo toccarli e sentendo le spiegazioni di mio nonno speravo veder venir fuori qualcosa da dentro, un cammello o una tigre, era per me un momento di gioia unica, avevo 9/10 anni. Nella stagione estiva andavamo al cantiere navale dove lavorava, o meglio io scappavo a mia madre e andavo da mio nonno, con la bici. Lì i sogni erano immensi, costruivano gozzi, leudi lunghi anche più di 20 metri, cabinati, completamente armati di tutto e pronti a navigare. Per un bambino cosa ci poteva essere di meglio, la chiglia di una barca di legno la accarezzavo da sotto con le mani, immaginando poi il mare avrebbe fatto lo stesso, carteggiare, piantare chiodi, la colla di coniglio e il vinavil o u mastice, come lo chiamava mio nonno, vedere il legno che si trasformava in un manufatto straordinario. Su tutto c’era mio nonno la sua arte, era incredibile, dava quattro colpi, con una delle sue piccole asce a un pezzo di legno e diventava ciò che serviva a me sembrava una magia impossibile, ancor oggi. Alle spalle il mare che ogni tanto respirava furioso con quelle onde che arrivavano alla statale e sbattevano contro il ponte, lambendo il cantiere navale. Un giorno mentre fissavo il mare insieme a mio nonno e le sue onde che esplodevano sulla spiaggia sabbiosa, mi disse una frase che è stata il mio destino per sempre, in Genovese stretto a fil di voce, stai attento ciò che cerchi è la e un giorno potresti trovarlo. Chissà, aveva capito tutto di me. Gli volevo bene, molto bene. Andavamo a Sampedenna (Sampierdarena), alla veleria San Giorgio, a prendere le vele, era una ditta con dei locali straordinari, dove c’erano le seste in legno delle vele e ogni vela aveva la sua sesta, le vele, venivano cucite da delle piccole donne, direttamente sopra le seste. Per andare e tornare, usavamo u mutucaro, (il motocarro), un vecchio Guzzi corroso dalla salsedine e ogni volta per farlo partire era un’impresa eroica, le bestemmie, ma senza offendere i santi, sarebbe stato bello metterli su Youtube, ad averne avuto la possibilità, le risate che mi facevo. Poi, nel viaggio stavo sul cassone, quelle giornate d’estate a spasso per Genova sul cassone du mutucaro e al ritorno sulle vele, regolarmente scalzo o al massimo in ciabattine di plastica. Quando u barcun (la Barca), come la chiamava mio nonno era pronta, mi faceva divertire a bagnarla, ma solo quando i calatafai avevano finito di catramare le giunte del fasciame, allora in mutande e con la gomma in mano bagnavo tutta la barca, sino quasi a riempirla, serviva a far gonfiare il legno e stagnare il fasciame, anche quando era incrociato, all’ingleise, con un po’ di spregio, come diceva mio nonno, Poi il giorno dopo si svuotava, e si preparava tutto per il varo, che vero varo era, dato che la barca, pesava a volte più di venti tuneè (venti tonnellate), allora c’erano i pasticci e i gotti de muscou (pasticcini e bicchieri di spumante, moscato), poi la barca partiva ed era un momento magico, è veramente un qualcosa che somiglia ad una nascita, la barca tra poco è nel suo futuro elemento, per questo è stata costruita, per andar per mare Gli ultimi colpi ai tacchi, i verricelli tirano e poi prima piano, lentamente la barca và, poi con un rombo, poi il mare la vita e la morte. Subito dopo la si portava al porticciolo lì vicino, dove andavamo a comprare i pesci dai pescatori che tornavano con i gozzi, ora c’è un puzzolente depuratore, e lì, i proprietari o meglio era quasi sempre lo stesso, un piccolo uomo ingobbito, con i piedi di legno, salivano a bordo e si facevano un giretto, ricordo che una volta alla consegna di un cabinato da navigazione da diporto, una signora si mise a ballare scalza, facendo vedere le gambe a tutti. Mio nonno rifuggiva a tutte queste manfrine, ma il titolare del cantiere voleva che ci fosse pure lui, erano sue creature e lui da padre doveva presenziare anche alla festa, a volte veniva anche mia nonna. In inverno, quando era a casa e finiva di lavorare mi raccontava storie di quando aveva navigato, non c’era nessuna lettura che valesse quelle storie, era stato marinaio per molti anni sulle navi a vela e aveva fatto anche la grande guerra in marina. Mi raccontava degli animali che aveva visto in giro per il mondo, i posti in cui era stato, le avventure che aveva vissuto, le persone strane che aveva conosciuto, ora a rigor di logica, credo che qualcuna se la inventasse, ma allora erano prese per vere,mia nonna gli mugugnava, perché forse vedeva che mi impressionavo, in adorazione alle sue parole. Poi mia madre chiudeva bottega e dovevo andare a casa, e a malincuore mia nonna mi accompagnava alla porta e vedo ora  come allora mio nonno che mi strizza l’occhio e ruota l’indice come dire, domani continuiamo, vanni nu te preoccupà. Quanti sogni ad occhi aperti o chiusi ho fatto pensando ai suoi personaggi, fantastici e meravigliosi, a volte c’era la sofferenza e le paure vissute, ricordo quando mi raccontò che sfuggirono per un pelo ai cannibali e ai pirati o quando si salvo dal naufragio, in una notte che erano stati silurati da un sommergibile tedesco. Aveva avuto una vita piena di eventi, ma era rimasto un falegname, in fin dei conti era semplice e buono, il suo cruccio era non essere stato accettato da mio padre e suo fratello. Quante volte l’ho visto ingoiare mortificazioni verbali assolutamente gratuite, quante volte abbracciandolo e gli dicevo nonno io ti voglio bene e lui con gli occhi tristi e bagnati dalle lacrime, mi diceva -vegni annemmu a fa quarcosa- e andavamo nella baracca e facevamo qualche scatola intarsiata o una grattugia per il formaggio e io cercavo di farlo ridere o chiedevo cose che sapevo benissimo, ma lo facevo solo per farlo concentrare su ciò che facevamo, credo che lo capisse. Persino mia madre gli era contro, forse per solidarietà a mio padre. A volte se non c’ero io, finito di lavorare, andava a bere nella società insieme ai suoi amici. Arrivavo a casa dei nonni e la nonna mi diceva -vai a prenderlo tu prima che arrivi tuo papà e che scoppi una lite-, andavo di corsa e quando arrivavo sulla soglia dell’osteria, bastava che mio nonno mi vedesse che mollava le carte e veniva verso di me, dopo aver pagato al banco, sentivo addosso a lui l’odore del vino forte e delle sigarette, le Alfa che ne fumava un pacchetto al giorno, poi appoggiandosi a me si andava a casa, e io gli dicevo-nonno…..- e lui non mi rispondeva, ma vedevo i suoi occhi chiusi e lo tenevo che barcollava lungo la breve strada da fare, poi mi faceva un sorriso dei suoi e tutto mi si rasserenava nella mia testa. Ma non era così. Mia nonna morì, che avevo sedici anni, il suo piccolo cuore si fermo all’improvviso, fu la fine per mio nonno. Tempo dopo, una sera rincasando cadde e si ruppe il femore, ma riuscì a ristabilirsi, ma poi se lo ruppe un’altra volta e gli fu fatale, non si riprese più. Alto, magro gentile e buono, il mio rapporto con lui fu osteggiato dai miei genitori ed è una cosa che non riesco a perdonare, nemmeno a me. Ho litigato più volte con loro per questo. E’ strano vedere come nella vita le cose che contano, passano confuse e quasi nascoste in mezzo ad una fiumana di cose inutili, non siamo quasi mai in grado di capire quando è ora di schierarsi, ma quando è l’ora di farlo, si preferisce lasciar passare, sopravvivere da vili. Mio nonno era una persona speciale, era un artista e aveva doti uniche, ora non c’è più, ma ciò che ho imparato da lui mi è rimasto dentro e ogni qualvolta lavoro il legno, che per me è una passione, lui è li vicino che mi dice come tenere il martello e che ciuin (chiodini) usare, che vie (viti) adoperare e come stendere la colla. In me lui non morirà mai, sino alla fine dei miei giorni. Io mi sono schierato ora come allora. Ciao nonno Aldo. Arrivederci.

 
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L'oratorio, la mia infanzia.

Post n°6 pubblicato il 02 Maggio 2012 da massimofurio
Foto di massimofurio

All'oratorio, al sabato pomeriggio, davano i filmese. Ora a ricordarli, credo che così belli, non ne esistano più.Si entrava i punta di piedi, c'era un prelato che con lo sguardo severo ti ammoniva di tutto e ci siamo capiti di cosa. Eravamo solo maschietti, le femminucce erano tabu, stavano raggruppate in platea, quasi pecore circondate da lupacchiotti, ma ancora senza tutti i denti, ma tutti ululavamo già, ma a dire il vero, non era quella la cosa importante, intendo le pecorelle, a me rapiva l'ambiente. Nel pre orgasmo cineasta, respiravo l'odore del vecchio legno dei sedili, fissavo le luci tremule, impaziente che si spegnessero, contavo con le mani gli spiccioli del resto, 20Lire era l'entrata, me ne rimanevano abbastanza per un spaccadenti e le patatine, “Pai” naturalmente, ma solo all'intervallo, a volte nella confusione dell'acquisto, riuscivo a non pagare, già ladro a quei tempi, lo ammetto. Poi la luce si spegneva, gli ultimi veloci e pareggianti pugni ai fedeli amici e via andavamo in estasi.

Il far west, il padre di tutti noi, il nostro abbecedario di vita, la nostra estasi, gli sballi del sabato pomeriggio. I cavalli, gli indiani, la diligenza, le giacche blu, lo sceriffo, il saloon con le sue signorine, ma poi su tutto gli scenari. Il deserto dipinto, la valle dei monumenti, il gran canion, le fattorie, i fiumi, una terra immensa e bellissima, che nel grande schermo del cinema, mi sembrava vera e che io fossi lì a respirare la polvere e il caldo, sentendo sibilare le frecce sulla testa. Ho parlato di pugni, nel mentre si aspettava l'inizio, ci si scambiava un ragionar di braccia a ribadire scelte non condivise o piccole vendette o gerarchie non rispettate, tutto nel buio penombrato la piccole luci liberty, che tanto ho cercato in mercatini senza mai trovarle, poi il filmese cominciava e piallava le nostre umanità. Spero, di riuscire ad andare in questi posti, sarà un sorso di gioventù, Don Camillo insegna.

L'unica rappresentazione pomeridiana finiva. Tragedia. Grande tragedia, sconvolti andavamo subito sui prati, e giù botte da orbi, magari solo per stabilire chi faceva la parte di Jhon, (era il personaggio più ambito, insomma Jhon sarà sempre meglio che Carl e che caz). Ne valeva la pena, chi le buscava, faceva la parte degli indiani, è normale. Anni dopo sui dodici tredici anni, arrivarono i filmese, dalla Cina, e con furore. Li le botte erano come stelle nel cielo, ma non era più la stessa cosa. Il West, solo il west, ha potuto incidere nei caratteri, formando le nostre piccole menti di allora. Verso la sera, sui prati, ci accendevamo un piccolo fuoco, lì intorno ci si scusava per qualche colpo troppo forte e si mangiavano le ultime briciole di patatine nelle tasche, poi sentivo mia madre che con la voce incazzata, mi chiamava e mi veniva a cercare, erano botte, dopo e durante il bagno.

Il rito del fuoco è rimasto sino ai 18anni, a volte si faceva alla brace qualche tordo o tortora che riuscivamo a catturare con il roccolo oppure qualche pezzo di salciccia, ma non si disdegnavano peperoni castagne patate cipolle, nei periodi estivi, al mare si pescava cio che si trovava il massimo erano le cozze e i polpi e poi a sera si faceva il fuoco. Due erano le spiagge, una era in fondo ad una crosa de ma a Genova, una spiaggietta in mezzo agli scogli, di poche decine di metri, classica da polpi, l'altra era a Riva Trigoso, ove sotto l'alaggio dove varavano navi da decine di migliaia di ton, cerano cozze, quà chiamate muscoli, grosse come mani. In mezzo a quei tralicci di acciaio, come piccole otarie nuotavamo felici e spensierati in apnea a rischio di morte a ogni istante e nessuno mai si era fatto male.

Presi i muscoli, puliti di tutti i denti di cane, si andava a dissotterrare nella sabbia la pignatta per cuocerli, altri andavano a prendere il prezzemolo in qualche orto a volte anche qualche testa d'aglio e o cipolle, poi con l'acqua di mare si coceva il tutto. Il fuoco in mezzo alle pietre sotto la massicciata della vecchi ferrovia. Quante volte, abbiamo dormito sulla spiaggia, lontani e sicuri come nella sala di casa, sei o sette al massimo una crema di amici legati e solidi come rocce, veramente uno per tutti e tutti per uno. D'inverno era lo stesso molto bello, gli uccelletti di passo erano le vittime. A volte sfociavano liti furiose, se si sbagliava il colore del roccolo, era fondamentale, senno non si mangiava. Il colore se non è appropriato gli uccelletti vedono la rete e la scansano. Ucciderli dopo averli presi era un momento un po difficile, ricordo il primo, era un tordo, gli altri no.

Dopo, intorno al fuoco, mentre si attendeva la cottura, il posto era sempre lo stesso, un seccatoio da castagne, isolato a nord del Monte Fasce, si scherzava sulla puzza delle interiore se era superiore a quella delle scoregge, si aggiungeva qualche pezzo di salciccia e patate nella cenere e poi mangiavamo tutto, anche le ossicine. Quasi tutti sapevamo pulire e scquoiare qualsiasi animale, abbiamo catturato e mangiato anche dei piccoli di cinghiale, cioè piccoli, perche allora erano piccoli, ora si incrociano con i maiali e sono enormi. Allora nei boschi, puliti come un prato di casa eravamo felici come piccoli lupi in caccia, ci guardavamo sorridendo in silenzio e salivamo le montagne di corsa, i bagni ai laghetti, ci pestavamo tutti i giorni, ma senza farsi male, era un rito, si stabilivano gerarchie, ma erano molto elastiche, il pernacchione o il coppino non offendeva nessuno, ci volevamo bene.

Il mio monte, Il Fasce, quasi 900 metri, in cima c'è una grande croce tralicciata alta una ventina di metri, dove salivamo e andavamo a metterci nella braccia quando soffiava il vento pieno di nuvole e sotto c'è Genova, stesa a proteggere la montagne dal mare. C'è una piccola piazzetta dove ci sedavamo a guardare l'immenso panorama, che andava da Capo Corso in Corsica e l'isola della Gorgona, al Monviso nelle alpi Cozie, al Saccarello nelle Marittime cuspide di confine tra Liguria Piemonte e Francia. Ora so i nomi allora no erano i nostri posti, ove solo io da grande ci sono andato. Vedo il Fasce anche dal mio ufficio, e a volte quando il capo uff. mi rompe le palle, guardo sù e mi vedo in pantaloncini corti a correre sulla stradina dei tedeschi, libero sulla groppa di quel monte, correre, tirare sassi, bere l'acqua di sorgente.

E' un posto molto caro, se dovessi scegliere dove morire, mi siederei la sul fianco sotto la croce e chiuderei gli occhi, respirando l'odore dell'erba, sentendo il battito del mio cuore e il mio respiro fermarsi, sarebbe uno scherzo finire così, sarebbe col sorriso. A volte capitava che c'erano le nuvole basse, quelle bianche compatte, dal bianco uscivano le cime dei monti, come isole, sotto le nubi il mondo e noi sopra, si vedevano delle piccole saette e ci sentivamo dei piccoli Giovi tonanti.

Poi scese su di noi la notte della droga e di quei sette solo l'unico vivo. Accendo ancora il fuoco d'inverno nella mia terra e con mia figlia, ci facciamo le castagne o li spiedini, ma non sarà mai la stessa cosa. A volte vado con la mia moto, su quelle spiagge, e trascino i miei pensieri a quei ricordi e mi viene da piangere, come ora. Chissà se la pignatta è ancora là, era della mamma di Carletto, le botte che aveva preso quando ce l'aveva rubata, era d'alluminio con i manici di bachelite nera. I roccoli sono in cantina, in una scatola, ma il mio cuore è spaccato. La felicità come allora, non verrà mai più. Non rideremo mai più così, nessun ristorante ci cocerà cosi bene, quella coscetta di tordo o tentacolo di polpo, non ci sentiremo mai più felici ed appagati mentre tornavamo a casa in quei treni con i vagoni di legno, una porta ad ogni scompartimento o mentre scendevamo in fila dalle nostre montagne, scoreggiando come muli.

Mai più sarà così come allora. Quando vado al cimitero, in mezzo a quella gente che conosco, guardo quei visi iconizzati in vecchie foto e i miei ricordi partono dolorosi. La squadra si formò al cinema dell'oratorio, loro mi stanno aspettando e mi pare che quasi mi sorridono. Chissà, forse un giorno ci ritroveremo e torneremo ad essere un unico organismo, come eravamo.

 
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LA PICCOLA

Post n°5 pubblicato il 01 Maggio 2012 da massimofurio
Foto di massimofurio

Dicono che non vedono, ma appena la vidi capii subito di essere davanti a si, un mistero, ma che aveva già preso possesso della mia anima, in un attimo, nel tempo di un lampo. Una grande magia, la strega, vista la mia età mi domandò se era la prima, ma dato che non lo era, il sorrisetto irridente, diventò smorfia di schifato stupore e subito mi chiese se le volevo dare una mano, per lavarla. Era cesarea, perfetta, bellissima, negl’istanti precedenti al bagnetto, piangeva disperata e mi fissava, girandosi se uscivo dal suo campo visivo. Al bagno, le toccai un piede, quasi con timore, con tutti i timori dell’anima e dell’intero universo. La strega la avvolse in un panno di cotone, un lenzuoletto e mi chiese se la volevo tenere un attimo, che prendeva il borotalco, la presi nelle mani e la posai sul mio avambraccio sinistro e la voltai verso di me, lei si raddrizzo  un poco e mi fisso gli occhi stringendo i suoi per cercare di entrare nella mia testa e mi toccò l’anima quasi l’arpionò, la strega tornava col prodotto ma le feci cenno di aspettare, ci fisso stupita, La piccola non piangeva più, mi fissava, era nata da 10 minuti, ma mi stava già studiando, poi vidi sul suo volto un sorriso sottile, soddisfatto, si girò, si assestò sul mio braccio e sorrise con compiacimento poggiando il visino al muscolo e si addormentò, con l’espressione di chi ha certezza di aver un sicuro e fedele dipendente, a sua completa disposizione, a veglia del suo sonno, gli occhi mi si riempirono di lacrime. La strega rise, io no, avevo già capito tutto. Per la prima volta nella mia vita ho amato, in un modo incondizionato e totale, come è la resa e io ero stato travolto. Il borotalco fini sul mio maglione blu in cachemire, ma non protestai, anche se si era rovinato e costava un capitale, era insignificante. La piccola che sino a 10 minuti prima era attesa come piccolo, dormiva bella serena, e lo fece per circa 2 ore, grufugliando nel sonno ai miei bacetti come un piccolo di cinghiale, cosa che fa tutt’ora. Crescendo, si instaurò un rapporto privilegiato su chiunque e momenti bellissimi hanno riempito la nostra vita, ma uno su tutti è stato il più significativo. Alla sera dopo cena a volte stanchissimo mi sedevo in poltrona, con l’illusione di aver un attimo di calma, non dico di avere il telecomando in mano ma almeno seduto sulla tua poltrona e per chi ce l’ ha sa cosa intendo. Come riuscivo a rilassarmi usciva la piccola assonnata dalla sua camera, con la pezzuola profumata, strofinata con leggera movenza sul volto, mi faceva un cenno con la testa, che era un ordine gestuale, andiamo a dormire nel lettone. A volte facevo finta di non vederla, allora arrivava barcollando da me e con le tre dita importanti, mi toccava, poteva essere il braccio la spalla o la mano, ma quello che percepivo era come un’iniezione, un arpione, il tocco non ammetteva ne se e ne ma, era perentorio e aveva una forza magnetica straordinaria. La piccola aspettava così, io allora la guardavo e lei mi ripeteva il gesto con la testa, andiamo. E si andava, o meglio mi alzavo in assoluta devozione e rispetto all’ordine, anche se con la mente avevo già eseguito da prima.

Si andava nel lettone e tra letture varie, la piccola un attimo prima di cedere al sonno mi chiamava e io la guardavo negli occhi e lei mi ripeteva sempre il sorriso soddisfatto della prima volta, poi si addormentava come colpita da una mazzata in capa. Credo facesse resistenza al sonno, per non perdere nemmeno un’istante di vita. La successione delle letture era sempre la stessa, per prime le favole, almeno tre, poi i dati tecnici di fucili  mitra e pistole, o navi militari e caccia bombardieri, e in ultimo racconti mitologici, da Omero a Virgilio a Dante ai Nibelunghi, e tutto per suo esplicito ordine. A bocca secca e dopo varie grufugliate, piano piano la cingevo per sollevarla e metterla nel suo lettino e lei si stringeva al mio braccio, senza possibilità di farsi mollare, cosa che fa tuttora sul divano avanti la tele, e quindi dormiva vicino a me, spingendomi con la testa a buttarmi giù dal letto, come un piccolo rimorchiatore spinge una grande nave in porto. Quei momenti magici e unici finirono. Passarono gli anni quanti le dita di una mano e mi sono trovato solo, persi la mia famiglia. Nei fatti umani si chiama disperazione-separazione, le colpe, tutte le mie o meno poco importa, di fatto mi trovai solo e quello che ho passato è stato veramente terribile. A parte il dolore, che è stato enorme, la delusione più forte il tradimento di persone sulle quali credevo di poter contare, in modo diretto o meno. La loro indifferenza, il mio sangue, mi ha tradito, non potrò mai perdonare. Già tutto cambia all’alba della ragione, dopo la notte dei sogni. Ora a raccontare il mio fatto personale, mi posso permettere anche di far battute, ma allora, ero come morto. Avevo perso tutto, gli affetti, le persone, i contatti, tutto l’indotto strettamente intimo e sociale, in una parola, la vita, la mia vita. Nel buio della notte, a letto, mi vedevo come una nave semi affondata che lentamente si stava fermando in mezzo al mare gelido e scuro, in balia di chiunque e senza i mezzi e la forza per reagire. A nulla erano valsi tentativi vari di amici, per cercare di aiutarmi, nei modi ben noti agli uomini…… e piano piano mi sentivo morire dentro, nonostante tutti i tentativi stavo perdendo interesse alla vita. Radunavo ogni giorno la forza a granelli di polvere, per tenerli e dedicarli alla mia piccola. Ma mi sentivo sempre meno dignitoso, come uomo e come padre. Annaspavo in un’acqua sempre più profonda e già guardavo il fondo a cercare un posto dove depositare una carcassa ormai a pezzi e irreparabile. Capì che la vita per essere tale e degna di essere vissuta, deve avere un livello di qualità accettabile, senno non ne vale la pena. Ma a un certo punto avvenne un miracolo, un piccolo rimorchiatore arrivò e lo vidi indaffararsi intorno alle murate della mia anima. Quelle piccole mani mi toccarono di nuovo, chiusero le falle e ripararono i danni e riuscirono a tirarmi di nuovo in porto, alla vita. Le devo la vita, solo lei mi ha aiutato, anzi di più mi ha dato la vita, di nuovo, una seconda volta. Alla mia piccola.

 
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LA NINA E GIULI

Post n°4 pubblicato il 01 Maggio 2012 da massimofurio
Foto di massimofurio

 

Più di quarantanni fa, tutte le sere verso le sette,d’estate, ci radunavamo in piazza. La Piazza è ancora oggi un triangolo stipato d’auto, (allora non ce ne erano), dove al vertice dei lati lunghi arriva la strada dalla città, la mia Genova, un lungo rettilineo costeggiato da un fiume pescoso e allora pulito, ove giocavamo nei periodi estivi e da ognuno degli altri due vertici partono strade e una è una ripida salita.

L’adunanza di noi bambini era dovuta ad un fatto, puntuale, ma non eravamo presenti solo noi, c’erano i commentatori acidi, come li chiamavamo, quelli che insomma non si facevano i fatti loro, mai. Per noi era divertente la parte iniziale e non capivamo data l’età il resto, il prosieguo grottesco e quotidianamente tragico, ma poi lo capimmo anche noi,ci volle poco in fondo.

Appena ci radunavamo, andavamo a passo svelto verso la città, andavamo incontro a Giuli, al suo carro e i suoi cavalli e alla Nina.

Il lungo rettilineo terminava con una curva secca la prima di una lunga serie, noi ci fermavamo lì, ci sedevamo sui prati ad aspettare e mai ci è passato per la testa di fare uno scherzo a Giuli e alle sue giumente e ai suoi castrati, avremmo potuto, lo facevamo a tanti. A quei tempi c’erano ancora mezzi ippotrainati, da bestie bellissime, cavalli danesi, spagnoli, toscani, erano carri da trasporto, da villici, calessini e il nostro fare era quello di tirare con la fionda, i pallini di piombo sulle immense e scolpite masse muscolari posteriori dei cavalli o anche muli che fossero, il forte pizzico li faceva schizzare in avanti con la conseguente e temporanea perdita di controllo del mezzo, e i conducenti, ci bestemmiavano a gran voce tutta la genealogia familiare viva e morta, con etipeti irripetibili, che si usano solo negli ambienti portuali, ma che scatenavano le nostre sguaiate risa, nascosti e al sicuro da ogni repressione. I pallini li facevamo noi e ci avevamo messo tanto prima di avere una buona riuscita, fondendo il piombo, recuperato fortunosamente o meno….., colandolo in un passino di acciaio, che lasciava cadere delle gocce di piombo fuso in un secchio d’acqua e si solidificavano formando delle piccole gocce irregolari e allungate, che usavamo oltre sulle ippoterga, anche per crivellare lucertole e passerotti. Ma ai cavalli di Giuli no, era rispettato, lui ci faceva salire sul carro, inconsapevolmente, ma ci faceva salire,ne avevamo avuto la tentazione e sarebbe stato bellissimo, dato che Giuli dormiva sempre,sai che scatto e che corsa incontrollata, ma i suoi cavalli erano speciali e in fondo ci volevamo bene, erano veramente speciali. Come sempre sentivamo sia lo scalpiccio che lo scampanellio, che personalizzava il carro di Giuli, un grosso carro a pianale tutto di legno, meccanismi compresi con un tiro a quattro cavalli danesi,i due castrati dietro e le due femmine davanti, le salmerie tutte di cuoio e metallo cromato. In fila, ci avvicinavamo incontro al carro, la femmina di destra, la Nina, ci vedeva e ci riconosceva, si fermava e tutti gli altri cavalli la imitavano e ci facevano salire, Giuli dormiva della grossa. La Nina si girava a guardarci se eravamo saliti tutti e poi ripartiva e gli altri assieme a lei. Giuli, uno degli ultimi carrettieri, sapeva far schioccare la frusta, la scurià, salendo o scendendo le ottave, quasi una musica ed era uno degli ultimi che andava ancora in porto a Genova a lavorare con i cavalli per spostare la merce dalle navi ai doks.Una razza di lavoratori in estinzione. Teneva carro e cavalli a metà della salita che parte dalla piazza e lo sentivo al mattino prestissimo attaccare i cavalli, parlando con affetto alle femmine e con un pò di durezza ai castrati, in fondo erano maschi anche se mutilati, erano le quattro del mattino a volte anche prima, solo attrezzava carro e animali, caricava le cassette della frutta e della verdura che i contadini gli portavano alla sera, fuori della scuderia e altre ne caricava nel tragitto verso Genova. Io abitavo in un palazzo, al sesto piano che era in linea d’aria, una cinquantina di metri dalla scuderia, un paio di volte la settimana, mio padre partiva a quell’ora per andare a lavorare a Milano e nel baciarmi sulla fronte, io che ho sempre avuto il sonno leggero, mi svegliavo, non gielò mai detto, ma era l’unico bacio che mio padre mi abbia mai dato, da bambino e poi basta neanche una carezza o una pacca sulle spalle, mai. Dopo andavo sul poggiolo d’estate o dalla finestra d’inverno e dopo veder mio padre che partiva con la 600, guardavo Giuli nella sua fatica mattutina, nelle stagioni fredde caricava saltuariamente qualcosa, tipo legnami di qualità, allora lo aiutava i figlio e le quattro figlie. Ma d’estate faceva con le cassette della frutta un cubo sul pianale che poi immagino si allungasse via via strada facendo, legato come si lega una vela di una nave, poi andava a vendere al mercato, la frutta per conto di tutti e da tutti aveva piena fiducia su prezzi di vendita e trasporto, era un brav’uomo, lo vedo come se fosse ora, magro quasi secco, intabarrato d’inverno e in canottiera con paglietta d’estate, camicia appesa alla frusta e fazzoletto al collo, mai ha usato la frusta sulle sue bestie, al massimo la faceva schioccare sulle loro teste e loro capivano. Le grosse ruote del carro, un pianale a più di un metro, di travi massicce, il tiro di bestie stupende, criniera bianca e il pellame marrone i musi grigi, gli occhi attenti, intelligenti, pazienti, la Nina era umana era una bestia straordinaria, entrava per ultima nella stalla alla sera e usciva per prima al mattino, qualunque tempo ci fosse, Giuli le parlava in Genovese e lei parlava agli altri del tiro nel linguaggio dei cavalli, passava gli ordini di Giuli, le volevamo tutti bene, quando salivamo sul carro la accarezzavamo tutti, sempre, com’era sudata, erano tutti sudati marci.Il carro procedeva con noi addosso, l’ultimo chilometro prima della piazza, tutto pianeggiante, Giuli dormiva, ubriaco marcio,era il suo unico vizio, il vino. A quei tempi, le osterie erano frequentissime, quasi ad ogni angolo e l’unico vino forte era il barbera e gli uomini ne facevano un uso smodato, forse unica terapia contro una vita faticosa oltre ogni modo, bevevano per dimenticare, l’ultima osteria era a quattro chilometri dal paese ma i cavalli si fermavano da soli a quella e alle altre sul tragitto, Giuli ubriaco continuava a bere, i soliti “gotti” da un quarto. Come puzzava pover’uomo, con la mano destra teneva le redini, poggiando l’avambraccio alla coscia destra con la schiena piegata ad arco, poggiata allo schienale a panca e con la sinistra si teneva ad una piccola ringhierina in ferro, la presa era molle, ma la Nina era dolce, si fermava ai semafori, che erano si pochi, ma c’erano, come poche erano le macchine, ma lei era un essere umano non una cavalla, attraversava tutta la città e ripartiva dolce senza scossoni e portava carro, i suoi uguali e Giuli a casa, tutte le sere lavorative dell’anno. Poco prima della piazza, la Nina si fermava e noi scendevamo, poi ripartiva dolce e piano piano prendeva un ultima leggera corsa in abbrivio alla salita di casa e tutti i presenti sulla piazza stavano a guardare, non so se in ammirazione di lei o se speravano che succedesse qualche tragedia, con Giuli che dormiva come in coma, arrivati alla stalla i cavalli si fermavano e impuntavano le zampe sulla salita e se non c’era nessuno, la Nina, nitriva con la testa girata verso casa ad avvisare che erano tornati. Uscivano allora le figlie e la moglie, la Iole, una donna stupenda, una bellissima contadina forte ed energica e facendosi aiutare dalla figlie, belle come lei facevano scendere Giuli a braccia dal carro. Il figlio tirava il freno e teneva i cavalli che comunque erano immobili, la Nina guardava girata verso Giuli sbuffando stanca e nervosa. Era un momento delicato, nessuno che non fosse della famiglia si poteva avvicinare, Giuli era uno straccio e parlava a vanvera, bestemmiando e i commentatori acidi che esternavano il loro ben pensare,inutile e fazioso erano gli stessi che poi la domenica, caso mai ce ne fosse stato il bisogno, insieme a Giuli si ubriacavano, giocando a carte. Noi li guardavamo e meditavamo le solite vendette….. dopo andavamo ad aiutare Riki e le sorelle a sistemare i cavalli, mettere a posto il carro e poi puzzando di cavallo andavamo a casa. La domenica, c’erano dei prati dietro la casa di Giuli e i cavalli se ne stavano lì a riposo strameritato, e a volte andavamo a toccare la Nina accarezzandola e le parlavamo, lei ci fissava comprensiva e incuriosita. La cosa strana era che in tutta la casa che era un po’ la casa di tutti noi ragazzi della banda, nessuno ha mai fatto critica a Giuli per il suo bere, al figlio nessuno di noi aveva mai rinfacciato che il padre era un’ubriacone e la moglie e le figlie andavano fiere a braccetto del padre per le vie del paese. Era un personaggio il Giuli, beveva, ma non aveva alzato mai le mani ne in famiglia ne fuori, era un uomo d’onore, tutto ciò che gli veniva affidato lo corrispondeva come pattuito, portava i soldi nella cintura. Mai nessuno si era lamentato, la famiglia si reggeva sulla Iole, le figlie erano incredibili, lavoravano la terra come uomini ed erano bionde e bellissime come la madre, una donna vichinga, una vera valchiria. Giuli mori di cirrosi, lo portarono al cimitero col suo carro tirato dai suoi cavalli, vennero i carrettieri del porto, quelli che lo erano stati o che restavano e  schierati a doppia fila di fronte, fecero schioccare le fruste in suo onore, al passaggio della bara, il più bel funerale che ho mai visto. Nessuno della famiglia piangeva, Riki era il più piccolo dei figli era come noi, un pivello, ma vi fu continuazione nel lavoro del padre, a portarlo avanti furono le due figlie più grandi. Quando si sposarono andarono in chiesa sul carro, li tutti piangevano, ma dalla gioia. Ora il Riki ha un’impresa di autotrasporti, e dopo aver comprato il primo autocarro, i cavalli invecchiati, erano ormai da tempo sempre nei prati e nella stalla, vennero venduti a poco a non so chi, anzi lo so benissimo ma non lo voglio dire, mi fa male solo pensarci. Quando fecero salire i cavalli sul camion la Nina non voleva salire, nitriva e scalciava, si guardava in giro come impazzita e mi guardo e io ero lì, ipocrita come tutti gli altri, piansi come se fosse la mia. A Riki, fini male quel giorno, si chiuse in casa gonfio in faccia. Gliele abbiamo date tutti. Ora, nella stalla scuderia c’è un posteggio per auto, nessuno della famiglia abita più sul posto, anche la Iole se ne è andata ed è vicino a Giuli, le figlie fanno sempre le contadine, però su trattori da capogiro, in un’altra terra, non qua, vedo i camion di Riki che scorrazzano per le strade nazionali, e mi stà bene, ma quando guardo la salita e passo davanti la stalla, vedo ancor Giuli e la Nina che si parlano, sento l’odore di cavallo, vedo il carro, vedo ancora il fiume pulito, la mia anima è lì, ed io vorrei essere con lei.

 
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