Creato da rteo1 il 25/10/2008
filo aperto con tutti coloro che s'interrogano sull'organizzazione politica della società e che sognano una democrazia sul modello della Grecia classica

Area personale

 

Tag

 

Archivio messaggi

 
 << Ottobre 2020 >> 
 
LuMaMeGiVeSaDo
 
      1 2 3 4
5 6 7 8 9 10 11
12 13 14 15 16 17 18
19 20 21 22 23 24 25
26 27 28 29 30 31  
 
 

Cerca in questo Blog

  Trova
 

FACEBOOK

 
 

I miei Blog Amici

- PAESAGGI DELLANIMA
- Donne
- back to black
- Van&igrave;...
- filtr
- annavera
- magica
- mediterranea
- ~ Anima in volo ~
- A= Amicizia
- Per me
- La mia dimensione
- Anna
- ASCOLTA IL TUO CUORE
- arcobleno blu
- Lampi di follia 2
- vita di una donna
- KRISTALL
- Silenzio
- L antro di Morgana
- TRIKELIA e dintorni
- Al di la del mare
- Ginevra...
- CREATIVECHARME
- CHE MONDO DI CARTA!
- MARCO PICCOLO
- putpurr&igrave;
- principessabionda
- Mary
- A LADYBUGS LIFE
- La Ballerina Triste
- pensa e sogna
- Cenerentolasiribella
- la vita mia
- DIAMONDS
- LA SCIENZA
- le mie giornate
- VOLARE...ALTO
- Da Bruco a Farfalla
- misteriosa
- SWEET WOMAN
- Calamity Jane
- Ariannaeil Minotauro
- Il bianco e il nero
- BLOG PENNA CALAMAIO
- MINICAOS IN LIBERTA
- Volto in pensiero
- anima libera
- Mi viene il vomito
- GOCCE DI CRISTALLO!!
- EMOZIONANDOMI.......
- ..MaNo NeLLa MaNo..
- Sale del mondo
- interrogativi
- Urlo di Farfalla
- SONO LIBERA.........
- VOCE IN CAPITOLO
- sciolta e naturale
- tuttiscrittori
- sognami
- La vita &egrave; meraviglia
- 3menda
- ...r&eacute;veil en Italie
- chioscofelice
- dagherrotipi
- Suggestioni effimere
- ARIA FRESCA...
- LADY NOTTE
- Origami
- Red Rose
- Rever
- DURA LEX, SED LEX
- La Specola
- buonagiornata
- C&egrave; stato un prima
- Anima on line
- my blog femminile
- La farmacia depoca
- IL MIO MONDO BLOG
- ...STREGATA...
- ADORO ROMA
- Angolo Pensatoio
- tsunami di emozioni
- ECHI
- UTOPIAPOSSIBILE
- antropoetico
- A R T E
- Le note dellAnima !
- VOLANTINAGGIO
- sous le ciel de ...
- omerostd
- PROLAK
 
Citazioni nei Blog Amici: 29
 

Ultime visite al Blog

rteo1massimocoppaITALIANOinATTESAletizia_arcuriMetr0polCherryslgianor1eeeeeeeee1972moon_ITEMPESTA_NELLA_MENTEossimorashadow_15124hfukrlgiacinto.garceamauriziocamagnanikolino73
 

Chi può scrivere sul blog

Tutti gli utenti registrati possono pubblicare messaggi e commenti in questo Blog.
 
RSS (Really simple syndication) Feed Atom
 
 

 

ABROGARE IL PRIVILEGIO DEI DIPENDENTI PUBBLICI DI CUMULARE IMPIEGHI E INCARICHI

Post n°1006 pubblicato il 27 Settembre 2020 da rteo1

ABROGARE IL PRIVILEGIO DEI DIPENDENTI PUBBLICI DI CUMULARE IMPIEGHI E INCARICHI

Molti hanno i figli disoccupati, o i fratelli, i nipoti, o figli e parenti di amici. Tra le diverse cause che generano disoccupazione c'è anche il PRIVILEGIO garantito a tutti i dipendenti pubblici (Professori universitari e degli Istituti superiori, magistrati, medici, avvocati, ecc. ecc.) dall'art.53, del D. Lgs. n. 165 del 2001 di poter cumulare impieghi e incarichi con il lavoro pubblico. Io penso che in una fase socio-economica come questa, in cui la disoccupazione ha superato ogni limite, occorra DISTRIBUIRE SOCIALMENTE IL LAVORO ed eliminare tale PRIVILEGIO, imponendo ai dipendenti pubblici il rapporto esclusivo, come prescrive l'art. 98 della Costituzione. Ho scritto anche alla segreteria di CONTE - il Professore e Avvocato (del Popolo) -, e a vari deputati, affinchè si provveda a MODIFICARE la norma ma non mi sembra che si stia muovendo qualcosa. Eppure si parla tanto di RIFORMISMO !  E QUANDO, SE NON ORA ? Spero, allora, che facendo un appello con questo Post possa scaturirne un migliore risultato, sempre che altri seguano l'esempio e scrivano al P.d.C. o ai parlamentari (soprattutto a quelli dei 5Stelle e del PD per metterli alla prova) per eliminare il suddetto PRIVILEGIO mediante LA SOSTITUZIONE dell'art.53 del D. Lgs. n.165 del 2001 con il seguente: (Art.53: 1. Il rapporto di pubblico impiego è esclusivo. È vietato cumulare impieghi o incarichi. 2. Sono abrogate tutte le vigenti disposizioni legislative in contrasto.》.

Si riporta di seguito il testo del vigente art.53, del D. Lgs. 165/2001, per far notare quanto sia contorto e obbrobrioso,pur di attribuire un privilegio di stampo feudale

D. LGS. 30.3.2001 n. 165

Norme generali sull'ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche

Art. 53. Incompatibilità, cumulo di impieghi e incarichi

1. Resta ferma per tutti i dipendenti pubblici la disciplina delle incompatibilità dettata dagli articoli 60 e seguenti del testo unico approvato con d.P.R. 10 gennaio 1957, n. 3, salva la deroga prevista dall'articolo 23-bis del presente decreto, nonché, per i rapporti di lavoro a tempo parziale, dall'articolo 6, comma 2, del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 17 marzo 1989, n. 117 e dagli articoli 57 e seguenti della legge 23 dicembre 1996, n. 662. Restano ferme altresì le disposizioni di cui agli articoli 267, comma 1, 273, 274, 508 nonché 676 del decreto legislativo 16 aprile 1994, n. 297, all'articolo 9, commi 1 e 2, della legge 23 dicembre 1992, n. 498, all'articolo 4, comma 7, della legge 30 dicembre 1991, n. 412, ed ogni altra successiva modificazione ed integrazione della relativa disciplina.

1-bis. Non possono essere conferiti incarichi di direzione di strutture deputate alla gestione del personale a soggetti che rivestano o abbiano rivestito negli ultimi due anni cariche in partiti politici o in organizzazioni sindacali o che abbiano avuto negli ultimi due anni rapporti continuativi di collaborazione o di consulenza con le predette organizzazioni.

2. Le pubbliche amministrazioni non possono conferire ai dipendenti incarichi, non compresi nei compiti e doveri di ufficio, che non siano espressamente previsti o disciplinati da legge o altre fonti normative, o che non siano espressamente autorizzati.

3. Ai fini previsti dal comma 2, con appositi regolamenti, da emanarsi ai sensi dell'articolo 17, comma 2, della legge 23 agosto 1988, n. 400, sono individuati gli incarichi consentiti e quelli vietali ai magistrati ordinari, amministrativi, contabili e militari, nonché agli avvocati e procuratori dello Stato, sentiti, per le diverse magistrature, i rispettivi istituti.

3-bis. Ai fini previsti dal comma 2, con appositi regolamenti emanati su proposta del Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione, di concerto con i Ministri interessati, ai sensi dell'articolo 17, comma 2, della legge 23 agosto 1988, n. 400, e successive modificazioni, sono individuati, secondo criteri differenziati in rapporto alle diverse qualifiche e ruoli professionali, gli incarichi vietati ai dipendenti delle amministrazioni pubbliche di cui all'articolo 1, comma 2.

4. Nel caso in cui i regolamenti di cui al comma 3 non siano emanati, l'attribuzione degli incarichi è consentita nei soli casi espressamente previsti dalla legge o da altre fonti normative.

5. In ogni caso, il conferimento operato direttamente dall'amministrazione, nonché l'autorizzazione all'esercizio di incarichi che provengano da amministrazione pubblica diversa da quella di appartenenza, ovvero da società o persone fisiche, che svolgano attività d'impresa o commerciale, sono disposti dai rispettivi organi competenti secondo criteri oggettivi e predeterminati, che tengano conto della specifica professionalità, tali da escludere casi di incompatibilità, sia di diritto che di fatto, nell'interesse del buon andamento della pubblica amministrazione o situazioni di conflitto, anche potenziale, di interessi, che pregiudichino l'esercizio imparziale delle funzioni attribuite al dipendente.

6. I commi da 7 a 13 del presente articolo si applicano ai dipendenti delle amministrazioni pubbliche di cui all'articolo 1, comma 2, compresi quelli di cui all'articolo 3, con esclusione dei dipendenti con rapporto di lavoro a tempo parziale con prestazione lavorativa non superiore al cinquanta per cento di quella a tempo pieno, dei docenti universitari a tempo definito e delle altre categorie di dipendenti pubblici ai quali è consentito da disposizioni speciali lo svolgimento di attività libero-professionali. Sono nulli tutti gli atti e provvedimenti comunque denominati, regolamentari e amministrativi, adottati dalle amministrazioni di appartenenza in contrasto con il presente comma. Gli incarichi retribuiti, di cui ai commi seguenti, sono tutti gli incarichi, anche occasionali, non compresi nei compiti e doveri di ufficio, per i quali è previsto, sotto qualsiasi forma, un compenso. Sono esclusi i compensi derivanti:

a) dalla collaborazione a giornali, riviste, enciclopedie e simili;
b) dalla utilizzazione economica da parte dell'autore o inventore di opere dell'ingegno e di invenzioni industriali;
c) dalla partecipazione a convegni e seminari;
d) da incarichi per i quali è corrisposto solo il rimborso delle spese documentate;
e) da incarichi per lo svolgimento dei quali il dipendente è posto in posizione di aspettativa, di comando o di fuori ruolo;
f) da incarichi conferiti dalle organizzazioni sindacali a dipendenti presso le stesse distaccati o in aspettativa non retribuita;
f-bis) da attività di formazione diretta ai dipendenti della pubblica amministrazione nonché di docenza e di ricerca scientifica.

7. I dipendenti pubblici non possono svolgere incarichi retribuiti che non siano stati conferiti o previamente autorizzati dall'amministrazione di appartenenza. Ai fini dell'autorizzazione, l'amministrazione verifica l'insussistenza di situazioni, anche potenziali, di conflitto di interessi. Con riferimento ai professori universitari a tempo pieno, gli statuti o i regolamenti degli atenei disciplinano i criteri e le procedure per il rilascio dell'autorizzazione nei casi previsti dal presente decreto. In caso di inosservanza del divieto, salve le più gravi sanzioni e ferma restando la responsabilità disciplinare, il compenso dovuto per le prestazioni eventualmente svolte deve essere versato, a cura dell'erogante o, in difetto, del percettore, nel conto dell'entrata del bilancio dell'amministrazione di appartenenza del dipendente per essere destinato ad incremento del fondo di produttività o di fondi equivalenti.

7-bis. L'omissione del versamento del compenso da parte del dipendente pubblico indebito percettore costituisce ipotesi di responsabilità erariale soggetta alla giurisdizione della Corte dei conti.

8. Le pubbliche amministrazioni non possono conferire incarichi retribuiti a dipendenti di altre amministrazioni pubbliche senza la previa autorizzazione dell'amministrazione di appartenenza dei dipendenti stessi. Salve le più gravi sanzioni, il conferimento dei predetti incarichi, senza la previa autorizzazione, costituisce in ogni caso infrazione disciplinare per il funzionario responsabile del procedimento; il relativo provvedimento è nullo di diritto. In tal caso l'importo previsto come corrispettivo dell'incarico, ove gravi su fondi in disponibilità dell'amministrazione conferente, è trasferito all'amministrazione di appartenenza del dipendente ad incremento del fondo di produttività o di fondi equivalenti.

9. Gli enti pubblici economici e i soggetti privati non possono conferire incarichi retribuiti a dipendenti pubblici senza la previa autorizzazione dell'amministrazione di appartenenza dei dipendenti stessi. Ai fini dell'autorizzazione, l'amministrazione verifica l'insussistenza di situazioni, anche potenziali, di conflitto di interessi. In caso di inosservanza si applica la disposizione dell'articolo 6, comma 1, del decreto legge 28 marzo 1997, n. 79, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 maggio 1997, n. 140, e successive modificazioni ed integrazioni. All'accertamento delle violazioni e all'irrogazione delle sanzioni provvede il Ministero delle finanze, avvalendosi della Guardia di finanza, secondo le disposizioni della legge 24 novembre 1981, n. 689, e successive modificazioni ed integrazioni. Le somme riscosse sono acquisite alle entrate del Ministero delle finanze.

10. L'autorizzazione, di cui ai commi precedenti, deve essere richiesta all'amministrazione di appartenenza del dipendente dai soggetti pubblici o privati, che intendono conferire l'incarico; può, altresì, essere richiesta dal dipendente interessato. L'amministrazione di appartenenza deve pronunciarsi sulla richiesta di autorizzazione entro trenta giorni dalla ricezione della richiesta stessa. Per il personale che presta comunque servizio presso amministrazioni pubbliche diverse da quelle di appartenenza, l'autorizzazione è subordinata all'intesa tra le due amministrazioni. In tal caso il termine per provvedere è per l'amministrazione di appartenenza di 45 giorni e si prescinde dall'intesa se l'amministrazione presso la quale il dipendente presta servizio non si pronunzia entro 10 giorni dalla ricezione della richiesta di intesa da parte dell'amministrazione di appartenenza. Decorso il termine per provvedere, l'autorizzazione, se richiesta per incarichi da conferirsi da amministrazioni pubbliche, si intende accordata; in ogni altro caso, si intende definitivamente negata.

11. Entro quindici giorni dall'erogazione del compenso per gli incarichi di cui al comma 6, i soggetti pubblici o privati comunicano all'amministrazione di appartenenza l'ammontare dei compensi erogati ai dipendenti pubblici.

12. Le amministrazioni pubbliche che conferiscono o autorizzano incarichi, anche a titolo gratuito, ai propri dipendenti comunicano in via telematica, nel termine di quindici giorni, al Dipartimento della funzione pubblica gli incarichi conferiti o autorizzati ai dipendenti stessi, con l'indicazione dell'oggetto dell'incarico e del compenso lordo, ove previsto.

13. Le amministrazioni di appartenenza sono tenute a comunicare tempestivamente al Dipartimento della funzione pubblica, in via telematica, per ciascuno dei propri dipendenti e distintamente per ogni incarico conferito o autorizzato, i compensi da esse erogati o della cui erogazione abbiano avuto comunicazione dai soggetti di cui al comma 11.

14. Al fine della verifica dell'applicazione delle norme di cui all'articolo 1, commi 123 e 127, della legge 23 dicembre 1996, n. 662, e successive modificazioni e integrazioni, le amministrazioni pubbliche sono tenute a comunicare al Dipartimento della funzione pubblica, in via telematica, tempestivamente e comunque nei termini previsti dal decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33, i dati di cui agli articoli 15 e 18 del medesimo decreto legislativo n. 33 del 2013, relativi a tutti gli incarichi conferiti o autorizzati a qualsiasi titolo. Le amministrazioni rendono noti, mediante inserimento nelle proprie banche dati accessibili al pubblico per via telematica, gli elenchi dei propri consulenti indicando l'oggetto, la durata e il compenso dell'incarico nonché l'attestazione dell'avvenuta verifica dell'insussistenza di situazioni, anche potenziali, di conflitto di interessi. Le informazioni relative a consulenze e incarichi comunicate dalle amministrazioni al Dipartimento della funzione pubblica, nonché le informazioni pubblicate dalle stesse nelle proprie banche dati accessibili al pubblico per via telematica ai sensi del presente articolo, sono trasmesse e pubblicate in tabelle riassuntive rese liberamente scaricabili in un formato digitale standard aperto che consenta di analizzare e rielaborare, anche a fini statistici, i dati informatici. Entro il 31 dicembre di ciascun anno il Dipartimento della funzione pubblica trasmette alla Corte dei conti l'elenco delle amministrazioni che hanno omesso di trasmettere e pubblicare, in tutto o in parte, le informazioni di cui al terzo periodo del presente comma in formato digitale standard aperto. Entro il 31 dicembre di ciascun anno il Dipartimento della funzione pubblica trasmette alla Corte dei conti l'elenco delle amministrazioni che hanno omesso di effettuare la comunicazione, avente ad oggetto l'elenco dei collaboratori esterni e dei soggetti cui sono stati affidati incarichi di consulenza.

15. Le amministrazioni che omettono gli adempimenti di cui ai commi da 11 a 14 non possono conferire nuovi incarichi fino a quando non adempiono. I soggetti di cui al comma 9 che omettono le comunicazioni di cui al comma 11 incorrono nella sanzione di cui allo stesso comma 9.

16. Il Dipartimento della funzione pubblica, entro il 31 dicembre di ciascun anno, riferisce al Parlamento sui dati raccolti , adotta le relative misure di pubblicità e trasparenza e formula proposte per il contenimento della spesa per gli incarichi e per la razionalizzazione dei criteri di attribuzione degli incarichi stessi.

16-bis. La Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento della funzione pubblica può disporre verifiche del rispetto delle disposizioni del presente articolo e dell' articolo 1, commi 56 e seguenti, della legge 23 dicembre 1996, n. 662, per il tramite dell'Ispettorato per la funzione pubblica. A tale fine quest'ultimo opera d'intesa con i Servizi ispettivi di finanza pubblica del Dipartimento della Ragioneria generale dello Stato.

16-ter. I dipendenti che, negli ultimi tre anni di servizio, hanno esercitato poteri autoritativi o negoziali per conto delle pubbliche amministrazioni di cui all'articolo 1, comma 2, non possono svolgere, nei tre anni successivi alla cessazione del rapporto di pubblico impiego, attività lavorativa o professionale presso i soggetti privati destinatari dell'attività della pubblica amministrazione svolta attraverso i medesimi poteri. I contratti conclusi e gli incarichi conferiti in violazione di quanto previsto dal presente comma sono nulli ed è fatto divieto ai soggetti privati che li hanno conclusi o conferiti di contrattare con le pubbliche amministrazioni per i successivi tre anni con obbligo di restituzione dei compensi eventualmente percepiti e accertati ad essi riferiti.

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 
 

LA PANDEMIA: UN PROBLEMA INDIVIDUALE O DI SPECIE ?

Post n°1002 pubblicato il 26 Maggio 2020 da rteo1

LA PANDEMIA: UN PROBLEMA INDIVIDUALE O DI SPECIE ?

La storia degli esseri umani ha reiteratamente registrato nel corso dei secoli degli eventi pandemici, che perciò appartengono a pieno titolo al ciclo biologico della natura. È quindi prevedibile che così come è già accaduto nel passato e nel nostro presente avverrà anche nel futuro. Certamente non è facile poter immaginare con quali strumenti tecnologici e conoscenze scientifiche combatteranno i popoli del terzo millennio, tuttavia non si può escludere che anch'essi, come è avvenuto in questa fase, debbano fare ricorso al "distanziamento sociale", all'igiene personale, alla sanificazione, nonché all'uso delle mascherine, ai guanti (forse) e ai divieti di assembramento. Essi, tuttavia, a differenza dei cittadini e dei governanti di questi tempi, potranno dominare l'angoscia, il panico e l'ansia di poter essere infettati dai virus se riusciranno a superare alcune incrostazioni culturali che hanno forgiato l'uomo occidentale. Va detto, per evitare malintesi, che la vita umana è stata opportunamente ritenuta "sacra" dai popoli europei e occidentali, anche se non mancano episodi sociali (si spera sempre più sporadici) che dimostrino l'esatto contrario (e forse sarebbe anche necessario intendere la vita in senso più universale). La "sacralità" però, attribuita dagli esseri umani ai diversi simboli, ai fenomeni reali e alle oggettivazioni della propria immaginazione, non deve negare il ruolo e l'essenza della natura, nonché la ciclicità di questa, che si evolve  e si perpetua mediante la procreazione e la  trasformazione della specie. È questa, infatti, la specie, che ha primaria importanza e significato per la natura e non certamente il singolo individuo, né tantomeno il nucleo familiare dello stesso, il suo gruppo sociale o l'intera Comunità nazionale di appartenenza. Per la "specie", infatti, rilevano tutti gli esseri umani esistenti sulla terra e tutte le altre specie viventi, ed è del tutto indifferente sia rispetto all'esito dei conflitti statali, indotti dalle ambizioni egemoniche e imperiali, sia dei conflitti sociali, spesso conseguenza delle disposizioni politiche, giuridiche ed economiche degli ordinamenti umani. E non prende parte, ovviamente, neppure  alla lotta per la sopravvivenza  tra gli esseri umani e le altre specie, come ad es. quella contro i virus e i batteri. La natura, quindi, non si cura del singolo individuo bensì della specie che "abita" nell'inconscio degli esseri umani e che mediante l'incessante azione  li spinge alla procreazione per la continuità della specie. Pertanto in questo processo filogenetico e ontogenetico diventano del tutto insignificanti tutti coloro che, diventati "anziani",  hanno ormai assolto il proprio ruolo di "funzionari della specie". Questa "verità" (o meglio, "crudele" realtà), al di là del fine che abbiano o non abbiano la natura e le specie, si scontra, purtroppo, con una cultura ultramillenaria che ha esaltato l'individuo e lo ha convinto a credere nell'immortalità, rispetto alla quale si strutturano i progetti e i sogni "dell'Io", oltre, ovviamente, a mitizzare il progresso scientifico e tecnologico. È perciò questa radicale e acritica convinzione dell'eternità individuale che entra in crisi, che vacilla, quando accadono eventi del tutto fisiologici, come certamente è quello della pandemia virale. E così la naturale paura inconscia si trasforma in angoscia, terrore, di perdere la vita (che prima o poi comunque accadrà), a tal punto che tutti si assoggettano supinamente alla guida di un "pastore" e ai suoi provvedimenti, anche se questi dovessero essere liberticidi o il prodotto dell'irrazionalità inconscia del "pastore". Ed è probabile che tutto questo sia avvenuto in occasione della pandemia da Coronavirus. Come ormai noto, il primo "focolaio virale" si è manifestato nella città di Wuhan, in Cina, e poi con varianti si è diffuso in "tutto il mondo". L'OMS dichiarava la "pandemia". Tra i vari Stati occidentali l'Italia veniva colpita per prima e anche duramente, soprattutto in alcune Regioni del nord, come la Lombardia, ma anche l'Emilia Romagna, il Veneto e il Piemonte. Per circa tre mesi, quotidianamente, tutti i mezzi d'informazione, con l'ausilio di esperti virologi ed epidemiologi, spesso in disaccordo tra di loro, come sempre avviene in un'epoca in cui è di primaria importanza apparire in video più che dire cose utili e sensate, intrattenevano i telespettatori e i lettori sull'immane tragedia sanitaria che aveva colpito l'Italia. La drammaticità dei decessi e delle corsie degli ospedali invase da persone colpite dal virus aggiungevano ulteriori motivi di ansia e panico generale. Anche i dati giornalieri diffusi dalla Protezione civile, con le curve statistiche, tenevano i cittadini col fiato sospeso. Così sparivano anche tutti i cori dai balconi, e pure gli ottimisti della prima ora che avevano creduto che fosse sufficiente invocare la formula magica che "andrà tutto bene" per garantire a tutti di superare indenni la fase pandemica. In tutto questo marasma generale il 31 gennaio il Consiglio dei ministri deliberava lo stato di emergenza nazionale per rischio pandemico senza adottare immediati, contestuali e consequenziali provvedimenti di urgenza (come, ad es., il divieto di assembramenti, il distanziamento sociale, l'uso di mascherine e le sanificazioni), che venivano emanati soltanto a partire dalla fine di febbraio (una sequela di DPCM, autorizzati con d.l.), con cui venivano chiuse quasi tutte le attività economiche e segregati in casa, in quarantena, tutti i cittadini. A questo riguardo credo di poter ritenere che se fossero stati adottati dei provvedimenti tempestivi (mascherine, distanziamenti, ecc.) già a partire dal 31 gennaio forse si sarebbero potuti evitare sia i domiciliari ai cittadini che la quasi totale chiusura delle imprese. Comunque sia, ormai "la frittata" è fatta, e di certo non si può tornare indietro. Si spera solo che non si ripetano gli stessi errori, visto che già si stanno assillando e terrorizzando i cittadini con la possibile replica virale dell'autunno. Anche diffondendo la notizia che il virus non è sparito ma è tuttora in circolazione, come se questo fosse un evento straordinario e non ordinario, dal momento che è noto a tutti che i virus stanno al mondo da circa tre miliardi di anni, prima della comparsa sulla terra dell'uomo, il quale è già stato da loro colonizzato (anche in alcune sequenze geniche del DNA). Perciò è necessario che questa volta, con l'approssimarsi della stagione autunnale, siano adottati congrui provvedimenti, senza far prevalere l'irrazionalità, come è avvenuto durante la prima fase. E che ci sia anche migliore coordinamento istituzionale per evitare, se possibile, di aggiungere ai provvedimenti statali le numerose ordinanze delle Regioni, emanate soprattutto per marcare gli spazi di potere ad esse riservati dal Titolo V della Costituzione, e i protagonismi sindacali, oltre a quelli di altre autorità e consulenti, ormai diventati parte di un sistema politico-amministrativo e burocratico che da tempo sta ballando sull'orlo del precipizio. Occorrerà, altresì, tener ben presente che sul piano economico l'Italia ne è uscita con le "ossa rotte" e che il debito pubblico, già prima insostenibile a causa di gestioni per nulla oculate, aumenterà di alcune centinaia di miliardi, che certamente graveranno sulle generazioni future. Ed è probabile che anche i prestiti dell'Unione europea saranno spesi con la solita logica clientelare anziché strutturare la filiera produttiva  e dei servizi, mediante un rapporto equilibrato e proporzionale di sistema tra i produttori e i consumatori di risorse.  In questa prospettiva, perciò, bisogna anche "razionalizzare" il fenomeno pandemico per affrontarlo con la secolare esperienza e conoscenza ormai acquisite, anche considerandolo secondo il modello generale della selezione della specie. Un salto culturale, questo, che certamente non sarà facile, ma che se gli occidentali ci riusciranno potrebbero annullarsi del tutto le angosce di fronte alle emergenze pandemiche, che sicuramente avverranno ancora nel futuro. A questo scopo  può forse risultare utile fornire alcuni dati statistici. In Italia durante il primo quadrimestre sono stati accertati 236.000 cittadini positivi al coronavirus, a fronte dei quali ci sono stati 34.223 decessi.  Nel mondo, invece, i positivi erano 7,41 Milioni e i decessi 418.000.

La Popolazione mondiale, invece, alla fine di maggio, era di 7.791.112.900 (e in costante aumento, con  843.716.882 di persone denutrite).

Nello stesso quadrimestre i nati  nel mondo sono stati 63.226.950 mentre i morti  sono stati 26.544.300, per cui nel periodo considerato c'è stato un aumento della popolazione mondiale di 36.683.000 (peraltro, nello stesso periodo, nel mondo  si sono verificati 3.706.469 decessi a causa del cancro, 2.256.055 per il fumo delle sigarette, 609.208 decessi per incidenti stradali e 483.951 decessi per suicidi).

È di tutta evidenza, perciò, che a fronte dei decessi avvenuti nel mondo a causa del coronavirus c'è stato comunque un aumento di 36.682.650 della popolazione mondiale (che tende, ormai, verso gli otto miliardi). Un dato, questo, che dovrebbe almeno far riflettere gli esseri umani perché fa ben comprendere la tendenza globale della natura la cui economia si occupa della "specie" (sia umana che degli altri esseri viventi) e non degli individui, né delle comunità nazionali o statali. E la natura non fa neppure il "tifo" per i cinesi, che stanno colonizzando l'Africa e l'Europa, mentre quest'ultima ha soffocato il ricambio generazionale e i decessi ormai superano le nascite. Il problema, infatti,  è politico-economico per cui non interessa alla natura che gli Stati occidentali (e peggio di tutti l'Italia, con l'età media più elevata) non sono stati lungimiranti. Al di là, perciò, dei rimedi che saranno adottati dagli Stati occidentali per tentare di invertire il declino della propria civiltà va preso atto che le pandemie costituiscono dei fenomeni del tutto naturali e che, a cominciare dalla possibile replica autunnale, l'Italia dovrà affrontare il coronavirus con tutti gli strumenti scientifici e tecnologici disponibili ma anche con la consapevolezza che per la natura è importante soltanto la specie umana e non gli individui o la Comunità statale, la quale, tuttavia, se reagirà in modo compatto e con spirito di abnegazione potrà contrastare efficacemente l'aggressione virale riducendone gli effetti nefasti.

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 
 

UN NUOVO CAPITALISMO DI STATO

Post n°995 pubblicato il 18 Aprile 2020 da rteo1

UN NUOVO CAPITALISMO DI STATO

Nell'epoca in cui "impera" ancora il capitalismo si ripropone, con fasi alterne, sempre lo stesso dilemma: organizzare il mercato sulla libera iniziativa economica dei privati, ossia mediante la libertà d'impresa con lo Stato che fissa solo le "regole del gioco" e interviene con la politica fiscale per la redistribuzione delle risorse, oppure accettare che lo Stato sia (anche) imprenditore. Dalla storia si trae l'insegnamento - spesso ignorato - che la ciclicità degli eventi non consente mai alcuna soluzione definitiva, assoluta, ma che le azioni e le decisioni umane devono essere sempre, necessariamente, adattate al mutare delle condizioni socio-politiche, sia generali, e ora globali, che climatico-ambientali. Perciò nessuna soluzione adottata dagli esseri umani potrà mai essere "rigida" e definitiva ma soltanto temporanea e "flessibile", anche per meglio adeguarsi alla continua metamorfosi della natura, le cui "forze" ("leggi" chimico-fisiche) sovrastano da sempre quelle degli uomini, le cui illusioni, rappresentazioni simboliche e rituali ieratici sono sempre messi in crisi dalla realtà naturale, sensibile e, soprattutto, dal mondo degli esseri invisibili e da quello subatomico fondato sull'indeterminazione quantistica. Il ciclo, quindi, anche se assuma le forme a spirale di Fibonacci, riguarda, perciò, anche il modello economico del capitalismo che si è affermato in occidente ed è stato esportato in tutto il globo; e vale, altresì, anche per i modelli antagonisti, come quelli di tipo socialista, o comunista, sperimentati in alcuni Stati, nonché per i modelli di tipo "misto", social-liberale, che mediante oscillazioni tra i due estremi consentono il governo di alcuni Popoli. Il regime economico, però, non può essere analizzato e valutato, positivamente o negativamente, prescindendo dal quadro politico generale in cui esso si colloca. Per quanto, infatti, da circa due secoli, ormai, il capitalismo, oggi sospinto e condizionato dalla tecnica, abbia influenzato le dinamiche politiche e statali tuttavia queste ultime hanno finora costituito un argine, seppur flebile, alla volontà di potenza del capitalismo, e ora anche rispetto alla finanza speculativa, all'intelligenza artificiale e alla robotizzazione. Per questo occorre sempre aver chiaro che non è mai irrilevante, rispetto al capitalismo, il regime statale di riferimento, che in occidente è quello democratico (espresso con modalità differenziate), in cui la centralità (anche se sempre più formale) delle decisioni politiche è stata riservata all'assemblea parlamentare, sebbene siano frequenti i tentativi di spostare l'asse decisionale in capo ai governi (non elettivi) e ai capi di Stato. Ed è indubbio che tale "centralità democratica" debba influire in qualche modo sul modello di capitalismo perché altrimenti non ci sarebbe alcuna differenza con quello che oggi è stato adottato dalla Repubblica Popolare cinese. In Italia, nell'ultimo ventennio (periodo storico che risulta sempre alquanto nefasto per i cittadini), durante i governi sostenuti dalla maggioranza politica ispirata ai principi liberali, lo Stato è stato posto ai margini del mercato e le privatizzazioni, ossia la cessione ai privati di imprese statali e del patrimonio pubblico, sono state la regola politico-economica per eccellenza. Nella fase attuale, invece, anche a causa degli effetti della pandemia da coronavirus (forse malgestita), il governo italiano (e gli altri Stati europei) agevolato dalle decisioni dell'U.E., che hanno consentito -temporaneamente- gli aiuti di Stato alle imprese e hanno allentato i vincoli di bilancio, sta orientando la propria politica economica anche verso la soluzione dello Stato-imprenditore, ossia dello Stato (o, meglio, del governo) che interviene nell'economia per entrare nel capitale sociale delle imprese, in particolare di alcune grandi aziende (come Alitalia, l'ex Ilva, ecc.). Al contempo, e per tendenza culturale tuttora preminente, sta ricorrendo anche alla politica di bilancio "a debito" ("scostamenti", variazioni) con emissioni di nuovi titoli del debito pubblico per molti miliardi di euro con l'intento, espresso nelle fonti legislative, di "sostenere" e "rilanciare" l'economia del Paese e stimolare i consumi. L'auspicio di tutti è, ovviamente, che il governo riesca nel suo intento per il bene generale, ma, onestamente, sorgono molte perplessità e dubbi sul buon esito dei provvedimenti emanati e delle manovre economico-finanziarie finora attivate, soprattutto  rispetto alle future generazioni del Paese. E la ragione delle perplessità è semplice. Anzitutto, dai proclami, molti in videoconferenza, non si rileva un'idea di Paese unito, o da riunire come Comunità e non come collettività fluida e occasionale. La task force e gli "stati generali", al di là dei contributi teorici forniti -ma sistematicamente elusi- per "rilanciare" l'economia, sono la concretizzazione di una società rigidamente articolata per classi,categorie, corporazioni. Il programma delle opere pubbliche da realizzare, poi, che pure sarebbero, almeno in parte, necessarie, sembra del tutto disancorato dal  debito pubblico, che continua a lievitare senza, peraltro, apportare benefici generali, ossia per tutti i cittadini. Così diventano inutilmente reboanti gli spot televisivi con cui si annunciano i provvedimenti-bazooka come se fossero dei prodotti da vendere e acquistare nei supermercati, peraltro senza che ci siano soldi nella Casse pubbliche, e si parla con nonchalance di miliardi di euro da spendere come se non si debbano restituire (anche se fosse solo in parte). Non vi è dubbio che i provvedimenti governativi emanati per affrontare la pandemia abbiano messo in ginocchio l'economia del Paese (oltre ad aver inciso irreparabilmente sullo stato psico-fisico della stragrande maggioranza dei cittadini) tuttavia non è ragionevole aggravare ulteriormente  il bilancio statale senza aver ben chiaro che cosa fare e perché nell'interesse generale; e, inoltre, senza aver chiesto un piccolo sacrificio ai cittadini mediante un prelievo, temporaneo, con provvedimento urgente, di una quota degli stipendi e pensioni pubbliche al di sopra di una certa soglia, affluiti, durante il lockdown, sui conti e depositi senza alimentare i consumi. Dai dati Istat è infatti emerso che durante il primo quadrimestre dell'anno (durante la segregazione forzata dei cittadini) i depositi bancari e postali sono aumentati di circa 20 miliardi di euro. Una cifra enorme, che prova, però, come sono stati mal distribuiti i soldi pubblici, dal momento che un'ampia fascia di cittadini, durante lo stesso periodo, si è trovata priva di risorse, tanto che le file alla Caritas (e di altre organizzazioni umanitarie) per fruire di un pasto giornaliero sono lievitate a dismisura. E ancora permangono ampie fasce di emarginazione sociale malgrado i tentativi di aiuti "a pioggia" da parte del governo e degli enti territoriali e locali. È evidente, perciò, che esiste nel Paese un gravissimo problema di diseguaglianza nella distribuzione delle risorse economiche; di cittadini comunque garantiti e cittadini esclusi, precarizzati o marginalizzati. E questo ben si desume anche dalla "corsa" di una parte dei cittadini alla sottoscrizione dei titoli del debito pubblico (forse anche con lo scopo di "alleggerire" o svuotare i conti temendo un prelievo forzoso) mentre un'altra parte ha vissuto e sta vivendo il dramma dell'indigenza o della penuria di risorse. Va detto, al riguardo dell'acquisto dei BTP, che è  certamente un bene che il governo abbia la credibilità e la possibilità di approvvigionarsi sul mercato delle risorse occorrenti per finalità pubbliche (magari valutando anche altre fonti, come il Mes, la BCE, la Bei, il Recovery Fund, ecc.), tuttavia perseverare nell'accumulo di debito (visto che l'Italia ha già un debito che ormai supera il 140% del PIL) potrebbe portare il Paese a un collasso finanziario ed economico. E anche i continui e variegati "bonus" evidenziano uno smarrimento della politica di governo che dimostra di non riuscire a strutturare in modo armonioso e omogeneo il Paese. Per questo occorre aggiustare (o cambiare) la rotta, e fare un salto culturale, anche se appare difficile dal momento che per farlo bisogna essere dotati del "pensiero della complessità" e di una visione della "Comunità di destino", come direbbe Edgar Morin, di cui sembrano privi alcuni leaders politici. Una buona "ripartenza" potrebbe essere, intanto, quella di predisporre e attivare almeno due piani strategici e operativi, sia in ambito sociale sia economico.

Relativamente al primo, è necessario decidere, una volta per tutte, che destino riservare a coloro che sono marginalizzati dalla logica faziosa della maggioranza politica che tende a proteggere la propria parte in danno delle opposizioni e delle minoranze. In altri termini, bisogna politicamente decidere se tutti i cittadini sono sostanzialmente eguali (e non solo formalmente, dinanzi alla legge), attribuendo, così, a tutti un minimo di risorse vitali oppure continuare a discriminare i cittadini, così com'è finora avvenuto, generando situazioni di padroni e di schiavi. Se, infatti, non si supera politicamente la rigida divisione sociale (come ad es. quella tra dipendenti pubblici e lavoratori privati, o tra lavoratori in genere e disoccupati, oppure tra lavoratori e pensionati, ecc.), anche mediante la previsione di un unico Istituto di previdenza nazionale, qualunque governo gestirà sempre le risorse pubbliche "favorendo" la "sua" base elettorale. E gli effetti sono oggi sotto gli occhi di tutti: un Paese diviso in due (o più) parti, frammentato, non solo nel corpo ma persino nello spirito.

Per il secondo ambito, invece, quello economico, occorre prima di tutto che i cittadini (visto che la Repubblica è definita democratica e la sovranità appartiene al popolo) decidano quali debbano essere i "servizi e i beni pubblici", sia primari che accessori. E anche quando a deciderlo dovessero essere i "rappresentanti" istituzionali (Parlamento e Governo) ci dovrà sempre essere il responso e l'avallo popolare. Purtroppo, o per fortuna, questa è (ancora) la democrazia ! Lo stesso dovrebbe avvenire per quanto concerne l'attività produttiva e il commercio (il mercato), fermo restando, quanto già sopra detto, perchè oggi non si può non tener conto delle regole del libero mercato vigente in occidente e della globalizzazione. Per questo, il Governo, riservati a sé le attività d'impresa e la produzione ed erogazione dei relativi beni e servizi essenziali, ritenuti d'interesse pubblico generale, se vuole giocare un ruolo nel mondo del mercato non può più farlo, come forse vorrebbe, con la solita logica "assistenziale" del passato, ossia dei tempi dell'IRI (ultima fase), ma deve fare i conti con le regole del libero mercato. E allora il "salto culturale", anche qui da farsi e che tuttora il Governo non ha dimostrato di voler fare, è quello di coinvolgere direttamente i lavoratori nell'impresa. In altri termini, dovranno essere i lavoratori i nuovi protagonisti dei processi produttivi aziendali senza più la presenza ingombrante dello Stato azionista-assistenziale, che spesso persegue anche lo scopo di "collocare" nei consigli di amministrazione persone politicamente fedeli anziché competenti e inclini al bene comune. Perciò anziché il "Governo-imprenditore" dovrà essere la Comunità-statale, ossia i cittadini-lavoratori, a farsi carico della responsabilità dell'impresa (in concorso con il capitale). E in una fase di crisi generale, come quella che stiamo vivendo, i lavoratori potrebbero anche ritenere "civilmente doveroso" donare volontariamente alla propria Comunità almeno dieci minuti in più del proprio lavoro o prestazione professionale. Sarebbe, questa, una vera metamorfosi, che potrebbe far emancipare anche i cittadini rispetto alla sclerosi ordinamentale e sociale e farli diventare degli adulti responsabili e non più dei minori assistiti da un padre-pubblico che a volte non ama tutti i figli alla stessa maniera. I lavoratori, quindi, dovranno essere sia soci dell'azienda che dipendenti. E in questa prospettiva dovrà essere orientato anche il risparmio dei cittadini ad acquistare quote societarie delle imprese (soprattutto di quelle strategiche, sia nazionali che territoriali) anziché invogliarli a utilizzare i risparmi solo mediante prestiti allo Stato con tassi garantiti, perché in questo modo si favoriscono solo le rendite parassitarie e speculative e non si fa crescere il senso di Comunità nazionale, di solidarietà (con i fatti e non a parole) e di responsabilità dei cittadini. Occorre, perciò, incentivare, mediante benefici fiscali, gli investimenti azionari dei cittadini e dei lavoratori per dare un nuovo "rilancio" all'economia del Paese e disincentivare le rendite speculative, cominciando a comprendere che è pura follia fa lavorare un Popolo per pagare i debiti e gli interessi. E bisogna anche prendere atto che i servizi sociali  e assistenziali dello Stato possono essere erogati e sostenuti dai cittadini sempre che ci siano delle strutture produttive capaci di stare sul mercato, fintanto che questo sarà il dispositivo regolatore dei rapporti economici e commerciali. E anche l'impiego dei lavoratori nell'apparato burocratico pubblico può essere garantito solo se c'è un'adeguata produzione di risorse perché altrimenti i servizi pubblici necessari possono essere forniti soltanto facendo ricorso all'indebitamento. In altri termini uno Stato, e l'Italia, per quanto ci riguarda, deve avere ben chiaro che l'apparato produttivo è fondamentale, centrale, nella sua organizzazione e che tutti i servizi pubblici possono essere garantiti solo se c'è una adeguata produzione e relativa attività di mercato. È pura follia, perciò, pensare che si possa assumere senza limiti i dipendenti pubblici e assicurare ai cittadini tutti i servizi sociali senza che ci siano le risorse e un giusto rapporto tra queste e le esigenze pubbliche dello Stato. Così come è pura follia credere che per la semplificazione delle procedure amministrative e della burocrazia sia sufficiente approvare qualche norma senza dover cancellare i relativi uffici e organi dall'intero apparato pubblico. Perciò, per quanto detto, fintanto che esisterà il regime democratico (che ora sta virando verso una forma autoritaria), la produzione delle risorse deve avere preminenza nella politica statale per cui nel gioco del libero mercato devono entrare i cittadini, sia individualmente che come "Comunità nazionale" e non il Governo-apparato con le sue Aziende statali, perché non è più il tempo per la logica assistenziale e dei bilanci in rosso. Un nuovo capitalismo, perciò, per rilanciare il Paese, con il protagonismo dei cittadini-lavoratori e azionisti, se si vuole far crescere la "Comunità nazionale", resistere ai tentativi autoritari dei governi, e allontanare il rischio del collasso economico e finanziario dello Stato. 

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 
 

IL DIRITTO DI SOPRAVVIVERE

Post n°992 pubblicato il 24 Marzo 2020 da rteo1
Foto di rteo1

https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/537601/il-diritto-di-sopravvivere/ 

 

Il Coronavirus è strumento per il fine della natura. Dopo la pandemia la Comunità statale dovrà risanare il bilancio e rinascere sul primato del dovere di reciproca solidarietà tra tutti i cittadini. La tendenza all'autosufficienza economica dello Stato deve essere una scelta strategica, con la partecipazione azionaria di tutto il Popolo e di tutti i lavoratori, mediante l'istituzione dell'Azienda del Popolo Italiano (A.P.I.). La tutela previdenziale va riservata a un solo Istituto nazionale e alle Casse private la sola assistenza. Inoltre, occorre riconoscere a tutti i cittadini il "diritto di sopravvivere", affinché tutti possano avere una casa e le risorse necessarie per alimentarsi e riprodursi. Questo dovrebbe essere il futuro progetto minimo delle forze politiche per la rinascita dello Stato.

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 
 

L'EREDITA'

Post n°986 pubblicato il 23 Agosto 2019 da rteo1

 

http://reader.ilmiolibro.kataweb.it/v/1248728/leredita_1263570

 

L'eredità è una delle cause dei conflitti familiari. A volte le successioni provocano perfino delle tragedie.

Nel romanzo si rievocano anche frammenti del passato,  ma si riflette pure sul presente, e si tenta di cogliere il senso della vita per proporre un orizzonte politico alle generazioni future.

Nel racconto trova spazio anche uno stupro e la riflessione sul ruolo della donna nella società. 

Con quest'opera l'autore intende valorizzare la spiritualità degli esseri umani rispetto al primato della finanza e dell'economia, ed esaltare i valori umani fondamentali contro la idolatria della ricchezza e dei  beni economici. 

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 
 
« Precedenti Successivi »