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Rivista di approfondimento culturale e politico dell'Associazione SocialismoeSinistra
 

 

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Il Socialismo dei fratelli Rosselli , di Carlo Felici

Post n°58 pubblicato il 19 Gennaio 2009 da socialismoesinistra

 

Parlare oggi dei fratelli Rosselli significa tornare a nutrirsi della sorgente stessa del Socialismo moderno, liberale, democratico e federalista. E’ importante ricordarli, non solo per motivi storici e filosofici, ma soprattutto perché sul loro pensiero può fondarsi quel ‘socialismo dei cittadini’ di cui oggi si parla come necessità impellente, non solo per innovare il partito che porta questo nome, fino a farlo risorgere, ma per ritrovare il senso stesso di una politica nuova, veramente innovativa.

Ne tratteremo dunque sia con la prospettiva di attualizzare il loro pensiero, sia con l’intento di comprenderlo meglio nei suoi tratti essenziali, augurandoci inoltre che, ogni tanto, fare un excursus sui padri fondatori di una filosofia e di una cultura che sono tutt’altro che da consegnare ai secoli scorsi, come certi esponenti di partiti, frutto di impropri accorpamenti politici, vorrebbero far credere, sia importante per la stessa identità del cittadino del Duemila. Per riconsegnargli le chiavi di lettura del suo stesso presente, liberandolo dalla schiavitù di una contingenza senza frutti né radici, sterile per sua stessa costituzione.

Il più noto dei fratelli Rosselli, morti per mano dei sicari cagoulards, al soldo dei servizi segreti del regime fascista, il 9 giugno del 1937, fu Carlo ma sarebbe un grave torto dissociarlo dalla memoria del fratello Sabatino, meglio noto come Nello, non solo perché egli contribuì validamente alla stesura del libro edito a firma di Carlo, quel Socialismo liberale che è un vero e proprio testo di filosofia che andrebbe studiato nelle scuole anziché ricercato in librerie antiquarie, ma anche perché gli fu sempre accanto. E pagò anche con un’accusa ed una ingiusta cattura la fuga del fratello dall’esilio, sebbene essa fosse stata in gran parte organizzata dalla di lui moglie: Marion. Di queste due figure cruciali, nella storia del Socialismo italiano, si è ricordato soprattutto Bobbio, che curò la sua pregevole introduzione all’edizione di Socialismo Liberale uscita per Einaudi, più di dieci anni fa.Lo stesso Bobbio nota opportunamente che i Rosselli non debbono essere inquadrati nella lotta che allora si fece implacabile tra fascismo e comunismo, e che talora riappare tra i rottami non riciclabili del passato che ancora vanno alla deriva nel corso della nostra contingenza storica, ma sono altresì protagonisti di un’opposizione non meno dura ad una forma di capitalismo disumano, sprezzante di ogni regola e di ogni controllo, e soprattutto per questo restano stremamente attuali.La loro ricerca di una terza via non era dunque per loro la risultante di un’ opposizione al fascismo e al comunismo, ma ben di più al collettivismo e al capitalismo, in nome di un’economia partecipativa e federativa, basata sulla gestione diretta e responsabile delle risorse del territorio, e questo è forse ancora oggi l’aspetto meno studiato e apprezzato del loro pensiero,sebbene possa essere tuttora, nell’Italia di oggi, uno dei più interessanti.La prospettiva dei Rosselli va oltre il marxismo ma non prescinde da esso, e sfugge persino alla stessa definizione di riformismo, essa rappresenta piuttosto la continuazione di quelle istanze democratiche e partecipative che animarono la storia migliore del Risorgimento italiano. E’ la teorizzazione di un Risorgimento permanente, concretizzato dal motto di Giustizia e Libertà:Insorgere e risorgere.

Parlerò di Rosselli sempre al plurale, anche se userò il cognome al singolare, distinguendoli solo negli scritti e nelle citazioni, ma mai nell’impostazione del pensiero, perché spesso l’elaborazione di Carlo è frutto di discussioni con il fratello, e anche perché ciò sarebbe far un grave torto al senso stesso della loro vita e del loro sacrificio comune.Il 1908, anno in cui socialisti rivoluzionari sono sconfitti, in un congresso svoltosi a Firenze vincono i riformisti ma questo evento, per Rosselli, inaugura un periodo di vuoto di prospettive ideali che solo Mondolfo e Gobetti cercarono di colmare. Il primo con una difesa critica del marxismo, culminata nel testo “Ilmaterialismo storico di Federico Engles” del 1912, e il secondo che, pur teorizzando la sua Rivoluzione Liberale, alla fine, si rivela più marxista che socialista.Sono gli unici che parlano di marxismo a cui Rosselli si rivolgecon rispetto e stima.

Del marxismo Rosselli salva solo il materialismo storico e la lotta di classe, ma boccia inesorabilmente il suo determinismo antiumanista, poiché nota che nel sistema marxiano non vi è un luogo in cui gli uomini possano essere protagonisti della loro storia, essendo essa, in tale prospettiva, mossa soltanto dallo sviluppo tecnico e dai rapporti sociali in continuo contrasto tra di loro.Replicando a Mondolfo Rosselli spiega che l’esigenza che il partito socialista sia solo tale, non implica la necessità di sbarazzarsi di tutto il marxismo, ma della mera utilità di un “partito marxista”, tale da imporre a tutti i suoi aderenti una filosofia unica e determinata. E sottolinea “che oggi è assai preferibile un utopista premarxista, purché antifascista, a tutta una tribù di marxisti in fregola di collaborazione.”

Lo scrisse nel 1923, ben prima che Togliatti pubblicasse il suofamoso appello ai “fratelli in camicia nera” nel 1936, dopo avere definito Rosselli come un "fascista dissidente" o un "ideologo reazionario".

Rosselli è consapevole del gradualismo insito ad ogni liberalismo, che pur resta una forma di socialismo in azione, perché, nell’essenza di questo procedere per passi successivi, si estrinseca l’idea di progresso, di “educazione, tolleranza, vittoria su se stessi”. Il liberalismo dunque, per Rosselli, non è un sistema, ma piuttosto metodo del socialismo, quello che anima i gruppi e i partiti a più diretto contatto con le masse. Il principio di base di questo processo lo esprime in un articolo uscito sulla rivista di Gobetti, quando dichiara che “tutte le libertà sono solidali” e dunque sottintendendo che se una libertà non è solidale non è nemmeno libertà. Non potrebbe essere monito più grande a chi fonda un partito delle libertà come reduxio ad unam: la propria. 

Tale liberalismo in azione e cioè socialismo attualizzato, presuppone “un complesso di regole di giuoco che tutte le parti in lotta si impegnano di rispettare, in quanto servono ad assicurare, in modo definitivo, la pacifica convivenza dei cittadini e delle classi”. Come non notare in ciò un preciso riferimento ad una prassi costituzionale di condivisione dei valori comuni, tanto più necessaria non solo allora, in un tempo in cui la dittatura la impediva sul nascere, ma ancora oggi, dato che tale modus operandi è messo a serio rischio da tendenze oligopolistiche e timocratiche, le quali sono espressione di un capitalismo insofferente ad ogni sorta di regola.

 Il socialismo rosselliano non è dunque solo incompatibile con quel liberalismo “di sistema” avversato dai marxisti, ma è, a maggior ragione, l’antidoto essenziale alla distruzione illiberale delle conquiste civili del proletariato, frutto di quelle libertà solidali che si oppongono anche alla collettivizzazione coercitiva dello Stato.Il liberalismo è quindi un metodo che fa i conti con le avversità e le difficoltà del processo storico, trovando in fieri, quella via graduale di affermazione che ha come suo centro irrinunciabile la dignità e la unicità della persona umana. Non è per questo quindi incompatibile con la dottrina evangelica, ma sembra esserne piuttosto una feconda attuazione.

 Il socialismo è altresì un ideale che fa di questa prassi il riconoscimento di una necessità, e non un’utopia o una prospettiva escatologica, come l’imperativo categorico kantiano impone alla volontà di adeguarsi alla necessità, e di agire conseguentemente ad essa.

Purtroppo certa cultura socialista, radicale e liberale è stata solo usata in passato in funzione anticomunista, e cioè strumentalmente. Essa invece vale di per sé, per quello che è, ieri come oggi, autonomamente; il comunismo statolatra o partitolatra (tale infatti può essere ancora una prassi centralistica gestionale di un partito come casta di potere), non ha infatti bisogno di un confronto ad excludendum per essere condannato, si condanna già abbondantemente da solo, col suo essere pratica liberticida. Anche nella sua versione timocratica e padronale.

 Carlo Felici

 
 
 
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