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Blog di narrativa, suggestioni di viaggio, percorsi interiori, sguardi sul mondo.

 

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La caduta del muro

Post n°189 pubblicato il 14 Ottobre 2007 da falco58dgl
 

Pochi chilometri più in la è caduto il primo blocco. La gente è ancora incredula, ma comincia a capire che sta succedendo qualcosa di inconcepibile. Persino i più piccoli, bambini di otto  o nove  anni, partecipano all'abbattimento.  Migliaia di persone che stazionano sulla cima del muro, vi saltano sopra, abbattono il simbolo concreto della divisione, della barriera che divide in due la città da quasi trent’anni. Ci si abbraccia per strada tra sconosciuti e nessuno si  controlla le tasche per timore di essere derubato. Non è una sera in cui si possa perdere qualcosa…


-        
Marco, dai,  perché non lo  facciamo?
-        
Uff, Eugenia, ti rendi conto di ciò che significa? Mettere al mondo un figlio in un mondo come questo?
-        
Cosa c’è che non va nel mondo attuale? La gente fa figli tutti i giorni.
-        
Poco lavoro, catastrofe ambientale, crisi di valori. Dovremo  svegliarci la notte ogni tre ore, non uscire più di casa. Che pianeta gli lasciamo?  E poi viviamo in un appartamento di quaranta metri quadri…
-        
Ma sono scuse, sono otto anni che inventi sempre qualcosa! Di’ che hai paura, fai prima.
-         Non ho paura, lo sai bene, però non mi sento pronto.  

                       

Periodo di grandi, incredibili cambiamenti. I giornali e le televisioni rimandano immagini impensabili fino al giorno prima.

La Germania Est, il muro che divide in due la città  scalpellato e demolito da un esercito di residenti.
Poi, come  in un gioco del domino, come un’onda di piena, si libera Praga, piazza San Venceslao colma di gente, lo sciopero generale.  Budapest, le frontiere aperte, la divisione dei poteri. Varsavia,  Solidarnosc vince le  prime elezioni libere con una maggioranza schiacciante. Poco dopo,   Bucarest. Il parlamento in fiamme,  il tiranno che fugge in elicottero e viene giustiziato in modo sommario.


Il "Kudamm", centro di Berlino ovest,  invaso da migliaia di Berlinesi dell'est, un clima da sagra paesana, di euforia contagiosa. Negozi, ristoranti, cinema e discoteche  aperti per tutta la notte. Uno striscione scritto da cittadini dell’est  "Dank den West-Berlinern" - Grazie ai Berlinesi dell'ovest!  La metropolitana strapiena, presa d’assalto.   adesso collega quelle che erano due città, due universi divisi, Un traffico caotico, da vittoria alla coppa del mondo,  bandiere e clacson strombazzanti

Gli inviati dei TG  che parlano concitati, consapevoli di essere testimoni di un evento epocale, mentre una folla di popolo transita  incredula e festante da una parte all’altra di Berlino.

 Ed Eugenia, con quel mezzo sorriso…

-       Appassionante, non trovi? Un pezzo di storia che cambia
-   Appassionante,  sì. Ti ricordi quando abbiamo fatto l’amore sul divano qualche settimana fa? 
 -   Certo, e allora?
-   Ero nel pieno dell’ovulazione 
 -   Ah, bene. Qué onda ?
-   Non so ancora

Passano un paio di settimane. Mi divido tra la stesura di un rapporto di ricerca e la consultazione disordinata dei telegiornali e di Televideo, cercando di mettere freno a una paura ignota che lotta per manifestarsi.

 Havel, Walesa, Dubcek riabilitato dopo venti anni di morte civile,   folle che si raccolgono in piazze occupate anni prima dai carri armati. I partiti al potere da quarant’anni cadono come brilli, uno dietro l’altro. Titoli di giornali a nove colonne,  analisi, dibattiti, fiumi di parole per descrivere la caduta della cortina di ferro. Effetto Gorbaciov o disgregazione di un impero?

Fa di nuovo freddo. Piove. Torino nella sua quintessenza più genuina.

Fu un mattino che Eugenia estrasse di tasca  un oggetto piatto con un piccola incavatura rotonda sulla sua superficie. Lo guardò con occhi brillanti,  poi mi mostrò una nitida croce che campeggiava nel centro.

 -      Che bello, bonita – dissi con voce tremante, mentre appoggiavo una mano sulla sua spalla, quasi a volermi sostenere
 -  Sono incinta! - fece lei  allargando le braccia come se intendesse avvolgere tutto il  mondo.

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LA RECENSIONE

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DIECIMILA E CENTO GIORNI
Storie di uomini tra Italia e America Latina
di MARIA PIA ROMANO

Un tuffo che ha il colore del giallo ocra e del verde intenso, di mandorle amare, schizzi di sudore e deliri di lacrime. Di Italia ed America Latina, di viaggi e di fughe, di ritorni e di allontanamenti. Di esaltazione di popoli, di passioni e grida senza voce nella notte. Del blu e dell'azzurro di cielo e mare. Gli stessi che guardano fluire i giorni, i diecimila e cento giorni, mentre la brezza marina scuote il pino le cui radici restano annodate alla terra. All'amore, alla ricerca costante che dà un senso alle cose, alla vita che è fatta di scenari che cambiano, di sogni di libertà da
condividere con i compagni, di ansie e sconforti segreti, che si affondano nel dolore della bulimia, ingurgitando per rabbia e insoddisfazione cibi di cui non si riesce a percepire il sapore. Emersione, immersione, navigazione, approdo: in quattro sezioni si snoda avvincente la narrazione, che racchiude un arco di trentaquattro anni, dal 1970 al 2004.

E' uno di quei libri che si vorrebbe non finissero mai i "Diecimila e cento giorni" di Claudio Martini, edito da Besa. Ti capita tra le mani e lo leggi d'un fiato, perdendoti in quei nomi che diventano subito uomini e tu li ascolti e li vedi soffrire, gioire, respirare, far l'amore. Destini che s'incrociano e si salvano a vicenda, in un costrutto narrativo di suprema bellezza.

Ci sono immagini che s'imprimono nitide e vere nella mente, mentre insegui il tuo cuore rapito dalle storie. Storie di uomini. Storie che vengono fuori in una sorta di "stream of consciousness", in cui più che la cronologia conta il tempo interiore, che ti porta direttamente dentro le porte delle loro case e ti dischiude l'universo dell'anima. Fotogrammi sospesi tra un'Italia che si chiude dietro un perbenismo di facciata e cela solo irriguardose marginalità ed un'America Latina che grida la sua libertà con fierezza sconcertante, mentre è ancora oppressa da un macigno sul cuore che non la fa respirare.

Lo psicologo di origini tarantine, che ha una lunga esperienza di lavoro all'estero, proprio in America Latina, scrive di Perù, Nicaragua, Messico, Kosovo, Italia con la penna guizzante di una grande intelligenza che, come lama, squarcia la cortina dell'indifferenza dei tanti.

 

 

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