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Creato da socialismoesinistra il 28/06/2008
Rivista di approfondimento culturale e politico dell'Associazione SocialismoeSinistra
 

 

L’oscuro oggetto della bioeconomia

Post n°387 pubblicato il 05 Febbraio 2010 da socialismoesinistra

 

Pubblichiamo del compagno Sergio Ferrari questo interessante saggio sulla bioeconomia apparso nel Settembre 2008 su Scienza e Società e ancora attuale.



 

Sono storicamente frequenti gli studi che partendo dalla constatazione degli aumenti demografici, dalla conseguente crescita nell’utilizzo delle risorse naturali e dalla finitezza di queste risorse, si sono esercitati in previsioni circa le possibilità di sopravvivenza  per l’umanità intera.

Già alla fine del ‘700 il  contrasto tra la crescita della popolazione  e l’ammontare della terra necessaria per il suo mantenimento si sarebbe risolto, secondo Malthus e poi anche secondo John Stuart Mill, in una condizione di reddito di pura sussistenza per la classe dei lavoratori sino ad incidere sugli andamenti demografici per poter recuperare un qualche riequilibrio. Le preoccupazioni di Malthus si rilevarono errate e i timori per l’esaurimento delle risorse si rivolsero verso altri aspetti. A metà del 1800, ad esempio, in pieno sviluppo della rivoluzione industriale, un altro grande economista, W.S. Jevons, fece notare come i costi inevitabilmente crescenti dell’estrazione del carbone minacciavano in maniera preoccupante l’industria britannica e che quindi essendo inimmaginabile la disponibilità di sostituti, le felici condizioni di progresso di quel periodo avevano davanti un futuro limitato. Una preoccupazione che si sarebbe riproposta  anche negli Stato Uniti alla fine dell’ottocento.  Sino al più recente Rapporto Meadows del 1972 secondo il quale un declino catastrofico per l’umanità era prevedibile nell’arco di un secolo.

Lungo questa linea si colloca più recentemente la posizione di un altro economista, Nicholas Georgescu-Roegen, capostipite di una concezione che con coerenza critica il concetto dello sviluppo sostenibile in quanto comunque connesso ad un pur “sostenibile” sviluppo, considerato invece irrealizzabile, e che indica la strada della decrescita non come soluzione alternativa alla crisi finale ma come unico comportamento responsabile verso le generazioni future, comunque condannate in quanto è  scientificamente ineluttabile l’esaurimento delle risorse naturali in genere e di quelle energetiche, in particolare.

La novità nelle argomentazioni di Georgescu rispetto ai precedenti autori sta nel richiamo a una legge scientifica che dovrebbe eliminare quei margini di aleatorietà impliciti in ogni previsione ancorché apparentemente logica e coerente. Questa base scientifica è rappresentata dal secondo principio della termodinamica che per gli aspetti che interessano il tema in questione potrebbe essere espresso nei seguenti termini: in ogni processo la qualità dell'energia (cioè la possibilità che l'energia possa essere ancora utilizzata da qualcun altro) è sempre peggiore rispetto all'inizio, quindi ogni trasformazione materiale implica la perdita irreversibile di una parte dell’energia impiegata. Avendo a loro volta le fonti di energia fossile una dimensione finita ne consegue che lo sviluppo economico cosi come da sempre lo conosciamo, non può essere proiettato indefinitamente nel tempo.

E’ evidente che nessuna teoria economica può contraddire le certezze di una legge scientifica e quindi poiché le risorse energetiche naturali sono finite e, in base al II Principio della termodinamica, subiscono un degrado parziale ma irreversibile, non è possibile qualunque ipotesi di sviluppo  economico basato sull’uso di risorse naturali e tanto meno sulla crescita dei consumi di prodotti energetici.  Qualsiasi processo economico che produce merci materiali diminuisce la disponibilità di energia nel futuro e quindi la possibilità futura di produrre altre merci.

 Non è quindi possibile alcuno scenario di progresso essendo discutibili solo le scadenze della crisi finale in funzione dell’andamento della demografia, dei consumi pro-capite e delle tecnologie di produzione e di consumo.  Naturalmente non è indifferente sapere se tale ineluttabilità riguarda un orizzonte di tempo in qualche misura limitato oppure se si tratta di una prospettiva  “teorica” indefinita nel tempo. La stessa responsabilità morale che occorre manifestare verso le generazioni future diventa molto soggettiva se si allude ai secoli, piuttosto che ai millenni o alle ere geologiche. Ma tutto questo non modifica l’ineluttabilità individuata precedentemente.

Il riferimento al secondo principio della termodinamica rende, secondo questa scuola, indiscutibili le previsioni negative e marginali gli eventuali ripieghi escogitati dall’uomo per superarle.  E questo vincolo energetico si riflette anche sulla disponibilità delle altre risorse materiali: una volta disperse nell'ambiente le materie prime precedentemente concentrate in giacimenti nel sottosuolo, possono essere reimpiegate o riciclate nel sistema economico solo in misura molto parziale al prezzo di un alto dispendio di energia. (pag. 107, 142 )[1]. Quindi anche queste risorse materiali, oltre a quelle energetiche, sono destinate all’esaurimento. In questo caso ovviamente si ipotizza che la terra sia un sistema chiuso cioè un sistema che ammette la possibilità di un passaggio ai propri confini di energia ma non di massa.

A questo punto e con le conoscenze oggi disponibili, due sono le possibilità teoriche di modificare queste conclusioni negative. Da un lato chiamare in causa un’altra legge scientifica e in particolare l’equazione di Einstein sul rapporto tra massa ed energia -  la ben nota E = mC2  - e dall’altra ricordare che ci si riferisce ad un sistema chiuso che come tale consente lo scambio di energia ai propri confini. In definitiva prendere in considerazione i flussi di energia provenienti sulla terra da parte del sole.

Naturalmente l’esistenza di queste due possibilità non sfugge a Georgescu; pur tuttavia le conclusioni non sembrano modificarsi. Georgescu, infatti,  esclude la possibilità di un uso efficace dell’energia solare ed esclude la possibilità che le fonti energetiche di origine nucleare siano realizzabili. Nel caso dell’energia da fissione nucleare l’impossibilità del suo utilizzo sembra consistere essenzialmente in una condizione di non accettazione sociale: “  Il reattore autofertilizzante che converte materiale fertile in combustibili fissili sarebbe un dono prometeico se la sua realizzazione pratica non fosse pregna di rischi e di  ostacoli tecnici….” (pag. 181) . Per l’energia da fusione l’impossibilità deriva, sempre secondo Georgescu, dal fatto che “nessun contenitore materiale può resistere alla temperatura di reazione …” (pag.89).  Per l’energia solare dal fatto che gli apparati per il recupero e l’utilizzo di questa energia richiedono più energia di quanta siano poi in grado di produrne durante l’arco della loro vita: “…attualmente è impossibile produrre collettori solari tramite la sola energia solare da essi accumulata e che quindi qualsiasi applicazione dei metodi esistenti basati sui collettori solari è parassitaria della tecnologia corrente..  “ (pag. 170). [2]

 Anche l’esistenza di una equivalenza tra massa ed energia espressa dall’equazione di Einstein non modifica questa situazione ma anzi l’aggrava in quanto le diverse possibilità tecnologiche di “utilizzare” quella equazione, come si è visto, sono con varie motivazioni escluse,  mentre il fatto che in nessuna parte dell’universo sia possibile trasformare l’energia in massa (V. pag. 137), trasferisce le ipotesi di esaurimento delle risorse energetiche anche alle risorse materiali in genere. Questa impossibilità converge, sempre secondo Georgescu, verso una prospettiva di esaurimento dei materiali necessari e quindi dell’impossibilità di una crescita economica indefinita dal momento che, come già affermato, “la materia non può essere completamente riciclata.”.  

A questi vincoli alla crescita Georgescu tuttavia perviene, come si visto, attraverso delle considerazioni tecnologiche, non scientifiche. Naturalmente sono perfettamente legittime modellizzazioni, simulazioni  e approssimazioni. Basta non dimenticarsene quando si devono tirare delle conclusioni. E in particolare occorre ricordare che la forza cogente del riferimento ad una legge scientifica non può essere trasferita automaticamente alle ipotesi e alle argomentazioni tecnologiche. Inoltre occorre sempre ricordare come le leggi della fisica proprio in quanto leggi generali, si riferiscono a modelli generali e non alle specifiche e variabili condizioni che si possono trovare nella realtà o anche in laboratorio. E questo non perché in queste condizioni particolari quelle leggi non valgano più ma perché le variazioni delle condizioni reali rispetto al modello generale implicano degli effetti che possono essere apparentemente contradditori con  l’esistenza di quelle leggi: la legge della gravità non è smentita dall’esistenza di condizioni di assenza di gravità.

A parte le osservazioni critiche di merito alle specifiche argomentazioni tecnologiche di Georgescu, alcune delle quali sin troppo evidenti, le osservazioni centrali  e pregiudiziali sono “scientifiche” e si riferiscono ai tentativi di applicare un principio scientifico ad un contesto non coerente.  Nel tentativo di precisare la differenza tra energia accessibile e energia disponibile e tra sistemi aperti, chiusi o sistemi isolati sembra alle volte che a R. sfuggano  le connessioni: “Essendo l’entropia un indice dell’energia non disponibile in un sistema isolato, un’espressione equivalente della legge di entropia si traduce in questa popolare formulazione:  Qualsiasi cosa si faccia, l’entropia di un dato sistema non può diminuire “ (pag. 217 ). Se non che essendo sparito il riferimento al sistema isolato il lettore “popolare” è autorizzato a pensare che questo sia vero sempre e qualunque sia il sistema di riferimento; e questo non è vero. In secondo luogo se si assume che la terra sia un sistema chiuso non ha fondamento scientifico assumere che lo scambio di energia che avviene ai suoi confini dia luogo ad una energia, quella solare, inutilizzabile. 

Se si abbandona il rigore scientifico – operazione peraltro che può essere anche proposta e esaminata a titolo di studio – allora si entra nel campo delle dinamiche tecnologiche, delle valutazioni economiche, sociali, ecc., ecc., cioè in quel campo di valutazioni e argomentazioni  che hanno  caratterizzato tutte le precedenti previsioni. E, come si è visto, anche le argomentazioni di R  non fanno eccezione. Non a caso è possibile rilevare come si ripropongano alcune posizioni  che già hanno caratterizzato altre previsioni negative per il futuro dell’umanità e basate sul fatto che gli economisti - ma forse non solo loro – fanno una certa fatica a riconoscere che non è possibile ragionare a bocce ferme, cioè come se non facesse parte della storia la capacità dell’uomo di modificare le tecnologie e di crearne di nuove. Infatti  sembrano valere anche per R. le osservazioni formulate in occasioni di analoghe previsioni e cioè che esistono difficoltà obiettive in questo campo derivanti dal fatto che si dispongono di informazioni relative alle tecnologie esistenti e poco più in là e per le quali l’unica certezza consiste nel fatto che sicuramente queste tecnologie non saranno quelle in uso nei tempi previsti.  Naturalmente non si tratta di sposare ipotesi miracolistiche e tecnocratiche ma nemmeno commettere l’errore opposto.

Per la verità gli scritti di R non sempre appaiono cosi perentori. Se il riferimento a principi scientifici indiscussi non può concedere margini e gli scritti di Georgescu tendono a assumere gli apparenti  vincoli tecnologici  come altrettanto indiscutibili, tuttavia Georgescu per primo lascia aperte delle possibilità di scenari diversi:  per quanto riguarda l’energia solare ad esempio “il quadro può essere radicalmente modificato dalla scoperta di metodi più efficienti.” , e “cercare tenacemente di scoprire metodi più efficienti non solo è legittimo, è imperativo;”.( pag. 172, 173). Quindi si deve trattare di metodi in linea di principio fattibili anche se  “L’attesa potrebbe essere assai lunga prima che Prometeo III offra all’umanità la grande opportunità di una soluzione.”(pag. 224). “Il reattore autofertilizzante, che converte materiali fertili in combustibili fissili, sarebbe un terzo dono prometeico se la sua realizzazione pratica non fosse pregna di rischi addirittura maggiori e anche di ostacoli tecnici; “ (pag. 181). “ Finché l’uso diretto dell’energia solare non diventa un bene generale o non si ottiene la fusione controllata, ogni spreco di energia………dovrebbe essere attentamene evitato….”. (pag. 96).  “Possiamo inoltre essere pressoché certi che, sotto la medesima pressione (della necessità), l’uomo scoprirà mezzi capaci di trasformare direttamente l’energia solare in forza motrice. E riguardo al problema entropico dell’uomo una scoperta del genere costituirà sicuramente la più grande delle conquiste possibili perché assoggetterà al suo controllo la fonte più abbondane dei mezzi necessari alla vita.”

In definitiva sembrerebbe che Georgescu più che una fine ineluttabile della civiltà umana, preconizzi delle gravi difficoltà e incertezze nella disponibilità delle risorse materiale e di quelle energetiche in primo luogo. In questa attesa si comprendono gli allarmi e le critiche alle soluzioni economiche, tecnologiche e sociali che trascurano quelle minacce e le sollecitazioni, anche drammatizzate, per tutte quelle proposte che consentano invece di allungare i tempi della attesa.  Diventerebbe centrale, a questo punto, una analisi e una valutazione dei tempi necessari per arrivare a disporre di un nuovo  Prometeo ma anche dei tempi di attesa ancora disponibili. Questo è un lavoro che Georgescu non affronta e sembra un compito che intende lasciare ad altri.  Peraltro i tempi disponibili non sono solo quelli derivanti dalla valutazione dell’entità delle risorse energetiche naturali esistenti, quanto piuttosto quelli che definiscono questa disponibilità in relazione a costi di estrazione di queste risorse. Costi che, a loro volta, non hanno un andamento connesso in modo rigoroso con i prezzi di mercato.  Per quanto riguarda la valutazione dei tempi necessari per disporre delle  soluzioni offerte da un nuovo Prometeo alcuni, come è noto, sostengono che ci siamo già arrivati e che i problemi eventualmente aperti sono di ordine tecnologico e finanziario.    

Poiché nella storia dell’uomo le certezze rappresentano dei desideri forti e diffusi, molti degli epigoni e dei seguaci di Georgescu hanno sposato il II Principio della termodinamica in termini di fede, evitando accuratamente le pur esistenti aperture tecnologiche espresse da Georgescu potendo cosi soprassedere anche ad una piena comprensione dello stesso Principio e al bagaglio culturale e dialettico  di Georgescu.  Così, ad esempio, poiché si assume che non è più “scientificamente” possibile prevedere un processo continuo dello sviluppo economico quale quello che abbiamo conosciuto, questa impossibilità si trasferisce allo sviluppo del sistema capitalistico; il II Principio della termodinamica prende cosi il posto della certezza fornita a suo tempo dalla  previsione marxista sulla fine del capitalismo stesso.  E’ in questa area  socioculturale che in effetti sembra trovare maggior successo la teoria della decrescita. La quale, a sua volta, diventa finalmente - e in maniera altrettanto “scientifica” - indiscutibile e come tale non solo una necessità ma anche un modo per recuperare stili e modelli di vita virtuosi, parsimoniosi nei consumi e negli scambi, giusti, ecologici e elevati, o assunti come tali, nei rapporti e nell’organizzazione sociale. Lungo questo percorso si possono collocare le soluzioni positive di qualunque questione e le stesse prospettive di decrescita, che potrebbero avere contenuti da guerra all’ultimo sangue, si trasformano in ipotesi bucoliche, serene e in comportamenti virtuosi. Si tratta di percorsi “ ideali” già presenti in altre “visioni” millenaristiche che si ritrovano nella storia dell’umanità e che probabilmente fanno parte di una dimensione sostanzialmente reazionaria del pensiero umano.  In questo caso, tuttavia, il ricorso alle leggi scientifiche consente di dare un tono di modernità e laicità a questa teoria, al prezzo, naturalmente, di forzature e deformazioni di quegli stessi riferimenti scientifici e tecnologici.  Tuttavia, come accennato, questa estensione politico-sociale non appartiene a R. che infatti non si diffonde nella descrizione della società della decrescita, ma riguarda quegli adepti che sembrano interessati più ad assumere le conclusioni più radicali di R che a vagliarne criticamente la validità.  

Naturalmente le critiche a queste “deformazioni” non possono significare l’inesistenza dei problemi ambientali, della distribuzione delle risorse, della qualità dello sviluppo. La questione è esattamente nei termini opposti e cioè nel senso che se a tutti questi problemi provvede comunque il  II Principio della termodinamica, potremmo anche dormire tranquilli  e occuparci d’altro. Ma cosi non è.


Sergio Ferrari

Scienza e Società -  5/6 settembre 2008



[1] Tutte le citazioni riportate sono tratte,  tranne eventuale diverso riferimento, dal  volume: Nicholas Georgescu-Roegen: Bioeconomia, Ed. Bollati Boringhier, 2003.

[2] Tra l’altro appare piuttosto singolare che sulla base di una affermazione vera in termini  molto contingenti – si dice infatti che questo limite delle celle fotovoltaiche è vero “attualmente”  - si pensi di costruire una intera teoria economica Inoltre lascia perplessi il fatto che se quell’affermazione poteva essere vere nel momento specifico in cui R la riferiva, tuttavia era noto già da allora che si trattava di una “verità” tecnologica in corso di trasformazione. Sarebbero altrimenti da rivedere immediatamente e drasticamente le strategie di contenimento dei gas serra adottate di quasi tutti i paesi dove  un posto particolare è occupato dalla diffusione dell’energia fotovoltaica….

 

 
 
 

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Post n°386 pubblicato il 05 Febbraio 2010 da socialismoesinistra

 

 

 
 
 

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Post n°385 pubblicato il 05 Febbraio 2010 da socialismoesinistra

 
 
 

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Post n°384 pubblicato il 05 Febbraio 2010 da socialismoesinistra

 
 
 

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Post n°383 pubblicato il 05 Febbraio 2010 da socialismoesinistra

 
 
 

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Post n°382 pubblicato il 05 Febbraio 2010 da socialismoesinistra

 

 
 
 

“Se non vi convertirete, perirete tutti”

Post n°381 pubblicato il 04 Febbraio 2010 da socialismoesinistra

Dice Gesù nel Vangelo: "Se non vi convertirete, perirete tutti." Che voleva dire: "Se non cambierete modo di vedere e di agire, perirete tutti". Queste parole non mi sono mai sembrate tanto veritiere come quando ho visto le Cronache di Copenaghen, un documentario TV francese trasmesso in un canale privato in Brasile e suppongo in tutto mondo. Alla COP 15 di Copenhagen nel dicembre scorso, si sono incontrati i rappresentanti di 192 nazioni per decidere di ridurre le emissioni di gas a effetto serra, i produttori del riscaldamento globale.

Tutti erano lì con la volontà di fare qualcosa. Ma i colloqui dopo una settimana di accesissime discussioni arrivarono ad un punto morto e non si decise nulla. Quali sono le cause di questa situazione di stallo che ha provocato delusione e rabbia nel mondo?
Credo che prima di tutto non si è avuta abbastanza coscienza collettiva delle minacce al sistema Terra e al  destino della vita. Era come se i negoziatori fossero informati che un certo Titanic affonda senza rendersi conto che è proprio la nave sulla quale si trovano, la Terra.

In secondo luogo, non si è avuta una chiara messa a fuoco: per evitare che il termometro dalla Terra salga di più di due gradi centigradi, perché allora conosceremo il dramma della desolazione climatica. Per evitare una simile tragedia, è urgente ridurre le emissioni di gas ad effetto serra con strategie di adattamento, riduzione, la fornitura di tecnologia verso i paesi più vulnerabili e con finanziamenti per attuare tali misure. La preoccupazione non è ora quella di garantire la continuità dello status quo, ma di dare centralità al sistema Terra, alla vita in generale e a quella vita umana in particolare.

In terzo luogo, mancava una visione collettiva. Molti negoziatori hanno detto chiaramente: noi siamo qui a rappresentare gli interessi del nostro paese. Sbagliato. Ciò che è in gioco sono gli interessi collettivi e planetari, non quelli dei singoli paesi.  La difesa degli interessi di ogni paese appartiene ai negoziatori della Organizzazione mondiale del commercio, che sono regolati dalla concorrenza e non dalla cooperazione. Predominando la mentalità del mercato, funziona la seguente logica, denunciata da molti ben intenzionati a Copenhagen: nessuno ha fiducia perché tutti sospettano di tutti, tutti giocano in difesa, nessuno mette le carte sul tavolo, per paura di critiche e di rifiuti, tutti si riservano il diritto di decidere all'ultimo momento, come in una partita a poker. I grandi giocatori si sono astenuti: la Cina osservava, gli Stati Uniti tacevano, l'Unione europea è restata isolata e gli africani, le principali vittime, non sono stati nemmeno considerati.  Il Brasile, alla fine, ha mostrato coraggio con le parole di denuncia del presidente Lula.

Infine, il fallimento di Copenaghen – bene ha detto Lord Stern lì presente - è dovuto alla mancanza di volontà di vivere insieme e pensare collettivamente. Ora, queste cose sono eresie per lo spirito capitalistico affondato nel suo individualismo. Questo non è affatto interessato a vivere insieme, perché la società per esso non è altro che un insieme di individui, in concorrenza feroce per la fetta maggiore della torta chiamata Terra.

Gesù aveva ragione: se non ci convertiremo, vale a dire, se non muteremo questo tipo di pensiero e di prassi, in una linea di cooperazione universale, non riusciremo mai ad ottenere una possibilità di salvezza. E così andremo incontro al riscaldamento di due gradi Celsius, con le sue conseguenze devastanti.

Il valoroso negoziatore francese Laurence Tubiana ha detto rassegnato come bilancio finale: "Il pesce grande mangia sempre i piccoli e i cinici sempre vincono la partita, perché questa è la logica della storia". Non possiamo accettare questo disfattismo. L’essere umano sa resistere, cioè, può imparare dai suoi errori, nell’urgenza, può cambiare. Sto dalla parte del paziente capo negoziatore Michael Cutajar che alla fine del fallimento, ha dichiarato: "Domani faremo meglio".

Questa volta l'unica alternativa è pensare insieme, agire insieme, sognare insieme e coltivare insieme la speranza, confidando che la solidarietà sarà ancora ciò che era in passato: la forza segreta della nostra umanità migliore.

Leonardo Boff

(trad. C.F.)

 
 
 

Discorso del Subcomandante Carolus all'Assemblea della Sinistra Socialista

Post n°380 pubblicato il 04 Febbraio 2010 da socialismoesinistra

“Compañeros, finalmente abbiamo l’occasione di vederci qui riuniti, dopo tanti incontri virtuali e tante comunicazioni sparse per il nostro paese. Il calore che sprigiona questa platea, che ci ha raccolto così numerosi, dimostra che il grande bisogno di incontrarsi non poteva che portare tutti noi a riconoscerci con lo stesso anelito e lo stesso obiettivo.
Alcuni prima di me hanno posto l’accento sull’innovazione, in merito alla questione del lavoro, rilevando che non può esserci sviluppo e crescita senza avere nel contempo realizzato un grande sforzo di aggiornamento e di incremento degli strumenti formativi, gli stessi che possono rendere un paese realmente competitivo e concorrenziale, ma io direi piuttosto, anche originale nella sua proposta di civiltà.
Perché mai come oggi, nella storia recente dell’umanità, il rischio della barbarie è sembrato incombere su masse sempre più numerose di esseri umani, privandole persino dei beni più essenziali, degli stessi bisogni vitali: l’aria e l’acqua. E quindi mai come oggi il motto “socialismo o barbarie” risulta più concreto ed attuale, in quanto la sua valenza è ormai autenticamente globale.
Per realizzare questo grande sforzo innovativo, è necessario uno strumento essenziale, che è la scuola con un sistema di ricerca che ci metta in condizione di affrontare le nuove sfide globali mediante una preparazione adeguata e consona agli obiettivi da raggiungere.
Però purtroppo, cari compagni, in Italia il sistema di formazione è stato recentemente ridotto al lumicino, distrutto da tagli paurosi e laceranti che hanno costretto le scuole a vivere di elemosina con i contributi volontari delle famiglie, e con la devastante macelleria sociale di un personale che è stato per tanti anni “usato” e viene oggi “gettato” sul lastrico senza scrupolo alcuno.
Oggi dunque la questione lavoro in Italia, non è una questione che si pone soltanto in termini economici, ma soprattutto in termini morali, etici, oltre che sociali. Sotto i nostri occhi si svolge il dramma quotidiano dei senza lavoro, degli incatenati alle gru, dei pernottanti sui tetti delle fabbriche, degli occupanti minacciati dalle squadracce, dei migranti bastonati e deportati per avere solo osato alzare la testa dalla loro condizione di schiavitù salariale, di quelli che muoiono nello stillicidio crudele e devastante delle morti bianche o di quelli che si danno fuoco, come ultima testimonianza del loro martirio di fronte alla crudeltà e all’indifferenza di un mercato capitalista privo di regole e di alcun fondamento morale.
In questo Paese convive la tragica condizione di uno squilibrio pauroso tra contribuenti tartassati fino all’inverosimile e grandi plutocrati monopolisti che spesso fanno affari illeciti con organizzazioni criminali che producono una gran quantità di ricchezza ormai perversamente assimilata al nostro PIL, interdipendente con gli stessi meccanismi di sopravvivenza dalla bancarotta generale. Tanto che lo scudo fiscale, con cui anonimi profittatori hanno accumulato fortune ingenti e le hanno riciclate altrove, serve a riportarle ai beneficiari, pagando solo un misero 5%, un “pizzino” ai governanti di uno Stato che si è fatto carico di rappresentare prevalentemente i loro interessi criminali
Di fronte a tutto questo, è necessaria e direi vitale una vera alternativa politica e più che in termini riformistici, direi in senso rivoluzionario. Se con rivoluzione vogliamo intendere quel processo per cui la politica finalmente si riappropria del suo compito originario: quello di dettare le regole necessarie all’equilibrio sociale e alla convivenza, ai valori cioè di fraternità, uguaglianza e libertà.
La politica oggi in questo Paese è ostaggio di consorterie lobbistiche, che sono gli ultimi addentellati di un sistema corrotto ed autoreferenziale che sta portando l’Italia e gli italiani sul baratro della bancarotta e della secessione.
Ci vuole dunque un grande sforzo “rivoluzionario” concreto e largamente condiviso di attuazione di un nuovo modello di democrazia partecipativa, che sostituisca alle clientele e ai perduranti feudalesimi e servaggi autoreferenziali che hanno fino ad ora prodotto corruttele e debiti stratosferici, l’intelligenza, l’innovazione, la responsabilità e il merito.
La politica dunque deve tornare in mano a chi si merita di esercitarla. Nichi Vendola con la sua grande vittoria alle primarie e soprattutto con il suo paziente e tenace lavoro, con il suo concreto impegno innovativo, ha dimostrato, nel suo territorio e alla sua gente, di poter rappresentare un nuovo modello di governo, che ha il primo merito essenziale di aver rispettato i bisogni vitali dell’essere umano: l’aria depurata dalle diossine e l’acqua come bene pubblico non privatizzabile. Ha così posto un serio argine alla barbarie, perché noi, lo sapete bene, siamo fatti di acqua e di aria e privatizzare o inquinare questi beni vuol dire ridurre noi stessi a “materia prima” di un apparato che é proteso esclusivamente verso il suo auto potenziamento tecnocratico e timocratico, coniugando così barbaramente ed indissolubilmente la volontà di potenza e di potere, con l’accumulazione di profitto
Noi socialisti vogliamo essere protagonisti di questa lotta contro i barbari, che ormai non solo hanno la pretesa di governarci ma anche di sottrarci le risorse vitali. Noi non rinneghiamo nulla del nostro passato e siamo decisi a lottare con tutto il valore ed il peso della nostra tradizione e della nostra cultura storica da sempre proiettata verso l’umanesimo ed il rispetto della dignità della persona. Giustamente Nichi Vendola ha ricordato che di questa tradizione fa parte a pieno titolo anche Bettino Craxi, che difese la dignità del nostro Paese a Sigonella e anche la dignità di un grande leader non socialista: Moro, quando fu calpestata e vilipesa dal terrorismo e dalle manovre di palazzo.
Io aggiungerei anche quando difese la dignità internazionale del Socialismo dai macellai militari fascisti sudamericani e dalle truppe corazzate della nomenklatura dei paesi dell’est comunista.
Noi però, cari compagni, non dobbiamo dividerci in lombardiani e craxiani, noi dobbiamo piuttosto rivendicare con orgoglio la nostra storia nella sua interezza, e condividerla con chi ha saputo vivere e superare la propria, o anche con chi, diversamente, ne ha un’altra che può arricchire il confronto e l’innovazione.
Io capisco il travaglio dei comunisti italiani che hanno portato il peso di una grande responsabilità e anche di vari errori; anche i socialisti hanno fatto in passato molti errori, anche Craxi ne fece. Sappiamo quante e quali persone lo circondarono e con quale rovinoso effetto, sappiamo che la voglia smodata di esserci a tutti i costi, spinge tuttora alcuni di loro a cercare il potere fine a se stesso. Sappiamo anche dell’incoerenza di quei comunisti che, pur partecipando a manifestazioni per la pace, votarono la fiducia ad un governo di centrosinistra impegnato in guerre e nell’aumento spasmodico delle spese militari, varando leggi che hanno sovvenzionato scuole private ed aumentato la precarizzazione, senza risolvere in alcun modo il conflitto di interessi
Ma sappiamo anche con certezza che il centrosinistra è oggi morto e sepolto proprio a causa di questi errori.
E ora non può nemmeno resuscitare, dato che i rappresentanti del PD tendono più al centroalquadrato piuttosto che ad una formula rinnovata di centrosinistra, con l’ulteriore umiliante risultato di sentirsi dire da Casini che lui no, davvero non è la stampella del PD, un PD che non potrà certo gettare quella stampella di nuovo con uno pseudoeroismo alla Toti, per tornare nel suo splendido quanto illusorio isolazionismo veltroniano.
Noi dobbiamo dunque costruire un’alternativa politica inversa, magari questa volta di sinistra-centro, facendo appello al popolo socialista, e tornando ad usare un vocabolario della politica in cui socialismo non sia più erroneamente sinonimo di “ladro”, ma piuttosto di “sinistra”, come accade naturalmente e legittimamente in tutti i paesi del mondo e come è stato dalle origini della storia del movimento dei lavoratori italiani, già dal XIX secolo
La grande proposta di una V Internazionale Socialista che raccolga il consenso di tutte le forze della sinistra socialista mondiale, deve essere accolta con entusiasmo, indipendentemente da chi la lancia, perché nessuno potrà pretendere mai di assumerne la guida o l’egemonia, in quando essa deve essere fondata su un nuovo concetto di politica partecipativa. Che proviene dal basso, dalla gente, dai movimenti e dalla società civile, dai popoli, compresi i migranti e gli indigeni. Essa si fonda però su un assunto semplice: capitalismo e sopravvivenza della specie umana sulla terra non sono più compatibili. Lo confermano sia gli scienziati che i teologi ormai, almeno quelli che riescono ancora a guardare il futuro con occhi trasparenti e non ancora opacizzati dal monopolismo che ormai, come ultimo fronte da sfondare a proprio uso e consumo, si scaglia proprio contro la scuola e la cultura.
Chi vi parla combatte su quella linea del Piave sempre più minacciata e vilipesa, tanto che ormai coloro che scendono in campo per difenderla, sono definiti dagli oligarchi del potere asservito al profitto, come dei guerriglieri. Ebbene se le cose stanno così, mi vedete, io sono un guerrigliero e non ho alcuna paura.
Compagni, il popolo socialista deve avere un sussulto di eroico slancio e superare e contrattaccare da questa linea, per avere finalmente la sua vittoria. E per far questo le avanguardie che ci sono qui devono espandersi e coinvolgere le masse, invitandole a combattere sullo stesso fronte. Non ci riusciremo mai se ci divideremo persino tra noi, e a chi insegue tragici ed umilianti armistizi diciamo evangelicamente: “lasciate che i morti seppelliscano i morti” perché la loro battaglia è già persa in partenza: sono in partenza già morti e sconfitti.
Come dice invece giustamente Nichi Vendola: noi abbiamo un grande futuro sulle spalle, con valori che sono munizioni inesauribili, si tratta solo di distribuirli, si tratta solo di dare il buon esempio, ciascuno combattendo in prima persona. E saremo tanti e cresceremo ..hasta la victoria siempre!
Venceremos!”

Carolus Felix (mi nombre de batalla)

 
 
 

Lettera di Nichi Vendola ai compagni della Sinistra Socialista riuniti a convegno il 1 Febbraio 2010

Post n°379 pubblicato il 02 Febbraio 2010 da socialismoesinistra

Care compagne e cari compagni,
mi spiace non potere essere oggi con voi.
Perdonatemi ma non si può essere dappertutto, anche se mi piacerebbe. La realtà è che i miei impegni sono di molto aumentati dopo quanto di bello è accaduto qui in Puglia. Sono ben cosciente che la mia affermazione nelle primarie pugliesi è dovuta anche al sostegno che ho ricevuto da voi, compagne e compagni della sinistra socialista. Di questo vi ringrazio profondamente soprattutto perché questo risultato e il modo con cui è maturato rafforza l’unità tra noi e rende concreta la costruzione di Sinistra Ecologia e Libertà come un nuovo soggetto politico della sinistra unitario e plurale.
Non possiamo nasconderci che il cammino che abbiamo fin qui percorso è stato irto di ostacoli. Alcuni di questi derivano da difficoltà per così dire oggettive, che dipendono dalla crisi generale della sinistra e della politica in cui siamo immersi. Altri da limiti soggettivi abbastanza ben distribuiti. L’esempio pugliese ci dice però che tali ostacoli e limiti possono essere superati d’un balzo se si ha più coraggio politico e maggiore fiducia nel popolo della sinistra, nella sua generosità, nel suo entusiasmo, nella sua voglia di tornare ad essere protagonista del proprio presente del proprio futuro.
Per costruire un nuovo soggetto della sinistra abbiamo bisogno del consenso di più culture, di più esperienze, di più contributi teorici e politici. Costruire un nuovo soggetto non significa abiurare il proprio passato, significa invece riconsiderarlo criticamente, senza però disperdere la sua parte migliore. La storia del movimento operaio italiano è lunga e ricca di diverse tradizioni, molte delle quali originali. Nessuna di esse va dimenticata, tutte devono trovare spazio e attenzione in Sinistra Ecologia Libertà affinché possano concorrere a definire il profilo identitario e i caratteri programmatici di una sinistra del XXI secolo
La profonda crisi economica e sociale che stiamo attraversando ha messo a nudo le contraddizioni su cui si è sviluppata la lunga stagione neoliberista del capitalismo contemporaneo. Non se ne uscirà con qualche aggiustamento superficiale. Proprio la natura strutturale di questa crisi ci permette oggi di riproporre in modo più concreto il grande tema del superamento del capitalismo che caratterizza una vera forza di sinistra.
Non solo noi, quindi, ma direi l’Europa tutta e l’intero nostro paese hanno bisogno dei valori del socialismo italiano. Mi riferisco in particolare alle grandi narrazioni che hanno attraversato più di un secolo di storia, dal 1892, dalla nascita del Partito Socialista Italiano e ancora prima dalla nascita delle Leghe, delle Case del Popolo, delle Società di Mutuo Soccorso, delle Società Operaie che sono state determinanti per inverare la grande idea di solidarietà e di comunità. La filantropia socialista, l’umanesimo socialista sono stati protagonisti di un’educazione sentimentale verso l’accoglienza degli altri, il rispetto e la tolleranza nei confronti dei diversi.
Il socialismo italiano ha un grande futuro SULLE spalle e io sono convinto, che voi, compagne e compagni qui riuniti, lo saprete portare avanti con determinazione, orgoglio ed intelligenza. E a farlo insieme a molti altri, interpreti di altre storie, in Sinistra Ecologia e Libertà.
Buon lavoro, compagne e compagni socialisti, abbiamo tanto lavoro da fare insieme per trasformare radicalmente questo nostro paese nel nome della pace, del lavoro, della democrazia e della libertà.

Nichi Vendola
Bari 1 febbraio 2010

 
 
 

Fare cose con le parole

Post n°378 pubblicato il 01 Febbraio 2010 da socialismoesinistra

 

 

Riceviamo dal compagno Giorgio Pesce  l’ultimo articolo di sua sorella Adele, recentemente scomparsa. L'articolo, che pubblichiamo volentieri perché interessante ed utile al dibattito, é uscito come editoriale della rivista “Inchiesta” (n. 164, 2009), in cui  Adele era impegnata e che conserva molto del suo lavoro di riflessione, di invenzione, di cura delle parole e dei testi. 

 


Secondo il filosofo della scuola analitica di Oxford John Langshaw Austin, le cui teorie molti ritengono aver costituito un vero e proprio mutamento di paradigma nelle scienze del linguaggio, dire qualcosa è sempre (anche) fare qualcosa
.

Uno dei grandi meriti di Austin (le cui lezioni di linguistica sono contenute in un volume tradotto anche in Italia, Come fare cose con le parole
) è stato quello di mettere in luce che il linguaggio ha una forza; che il linguaggio è uno strumento e un’arma con cui non solo è possibile manipolare la realtà, ma modificarla nel senso più elementare del termine. Tutto questo ha a che fare con le conseguenze e gli effetti che può avere il pronunciare una frase, o un insieme di frasi, su chi ascolta. Effetti che talvolta sono involontari ma che molto più spesso sono calcolati, in particolare quando avvengono sotto il segno di una relazione asimmetrica tra il parlante e l’ascoltatore (mai come in questo caso non parlo di ciò che faccio ma faccio qualcosa parlando).
In un paese come l’Italia, dove il capo del governo è al tempo stesso proprietario di gran parte dei mezzi informazione, l’analisi di Austin sulle “parole che fanno cose” merita grande attenzione. Berlusconi sembra infatti quello che ha imparato meglio di tutti (ovviamente a suo modo) la lezione di Austin, sa che dire è già fare, e lo sa così bene che in lui può accompagnarsi il massimo disprezzo per le parole (è uso tranquillamente rimangiarsi la sera dopo ciò che ha detto il giorno prima) e la massima consapevolezza che una cosa basta dirla perché si trasformi e sia percepita, nel momento in cui la si dice e grazie all’amplificazione mediatica, come una azione compiuta.

Ci troviamo in una strana condizione. Mai come oggi il linguaggio è stato così importante e, nello stesso tempo, mai come oggi le parole appaiono private di responsabilità nei confronti di una qualunque realtà extra-linguistica, sufficienti a se stesse e in se stesse. Efficacissime e insieme depotenziate — almeno in una delle loro funzioni fondamentali, quella di designare, di descrivere in maniera attendibile uno stato di cose effettivo, reale. La falsificazione attraverso la parola è diventata pratica cruciale nel dibattito e nell’azione politica (tanto che si pubblicano libri come Tutto quello che sai è falso
). Le parole fabbricano mondi, fabbricano storie inossidabili che non temono rettifiche o smentite, che non temono il confronto con altre parole, e nemmeno con prove, documenti, testimonianze. Analizzare questa deriva ci porterebbe troppo lontano (forse dovremo farlo in un prossimo numero di Inchiesta). Basti sottolineare qui che dire qualcosa ha assunto un valore senza precedenti.

Mai come nell’era del berlusconismo, insomma, la forza delle parole, degli atti linguistici, è stata tanto forte e tanto insidiosa. Un esercizio utile può essere quello di passare in rassegna le parole che la destra che ci governa dedica da tempo all’immigrazione (lo facciamo in questo numero di Inchiesta
) per renderci conto che tali parole sono nella maggioranza dei casi enunciati performativi, nel senso in cui li analizza Austin: il loro solo proferimento basta a compiere azioni socialmente rilevanti. Se qualcuno dice che “i romeni hanno una propensione allo stupro”, si limita a dire qualcosa o fa qualcosa? Frasi come questa sembrano limitarsi a descrivere “un problema” e invece favoriscono azioni razziste, anzi sono azioni razziste a tutti gli effetti che precedono, preparano, accompagnano gli atti concreti (ad esempio una legge liberticida come il cosiddetto “decreto sicurezza”).

Le parole che producono, riproducono, diffondono, legittimano il razzismo in Italia sono molte. Come si può leggere nel Libro Bianco
recentemente pubblicato a cura della Associazione Lunaria, “una buona parte ha seguito un percorso discensionale, dalla bocca e dalla penna di uomini colti o almeno con un buon accesso ai media, fino alle dicerie da cortile e da bar. Altre, presenti nel senso comune, sono state avallate da chi si presenta nella sfera pubblica come detentore di un sapere più accreditato”.

Ci viene ricordato, ad esempio, che sono stati per primi i giuristi ad offrire all’immaginario dei cronisti e della gente comune il termine “extracomunitario”; “clandestino” è invece di origine colta, letteraria. Solo una parte minore dei termini che escludono, come badante
e il più recente sbandato, nati entrambi in terra padana, sembrano muovere da livelli più bassi d’istruzione, ma vengono fatti propri immediatamente dai media. Si tratta di scelte, segnala il Libro Bianco “tutt’altro che innocenti, come tutt’altro che innocenti sono le strategie sottese non solo nella scelta del lessico, talora denigratorio fino alla disumanizzazione (“blitz nel dormitorio-fogna dei cinesi”, “conigli itterici sbucati dal cilindro di un abile mago”, “culle clandestine a Careggi” solo per citare qualche esempio) con cui si parla di immigrati, ma alla posizione delle parole, ai giri sintattici, alle forzature semantiche e agli slittamenti di senso, per non parlare delle manipolazioni dei dati statistici e dei sondaggi d’opinione”.

Molto diffuse sono le omissioni: vengono spesso taciuti gli esiti difatti delittuosi attribuiti a “extracomunitari” che in sede processuale sono assolti. Contigue alle omissioni sono le rinominazioni (riportare un fatto vero aggiungendo alla fine “ma non è così”, e le “negazioni” pretestuose. Infine l’uso di “parole-schermo”, tra cui le più adoperate sono “clandestino” e “badante” (introdotta per la prima volta da Bossi nel 2001).

Analizziamo, come fa il Libro Bianco
, queste due parole-schermo. “Clandestino” e “badante” sono parole molto diverse tra loro, la prima di esplicita condanna, la seconda apparentemente innocua. Sono usate però nello stesso modo, con lo stesso scopo: entrambe “fanno cose” per dirla con Austin: creano sofferenza (o disagio) tra le persone immigrate, e paura (o disprezzo) da parte di chi immigrato non è. La tecnica è di usarle in maniera ripetitiva, ossessiva. “Nelle redazioni dei quotidiani più illustri come dei fogli meno illuminati ‘clandestino’ e ‘badante’ non ammettono sinonimi. Si contano fino a dieci — dodici ripetizioni di ‘clandestino’ e ‘badante’ a pochissima distanza, ossessivamente ripetuti”. Perché?

La spiegazione offerta dall’analisi del Libro Bianco
è convincente: “Se si trovasse un sinonimo o una riformulazione a ‘clandestino’ (ad esempio irregolare, senza documenti, sans-papier, ecc) o a ‘badante’ (ad esempio assistente domiciliare, infermiera, dedita al lavoro di cura, ecc.) forse qualcuno potrebbe sospettare che quei due termini rigidi nascondono qualcosa, hanno una funzione connotativa (denigratoria, discriminatoria, inferiorizzante) e soprattutto che non ci permettono di comprendere il fenomeno di cui si sta parlando”.

Le parole del razzismo assolvono così a due funzioni-chiave: servono a individuare e additare dei colpevoli (quindi dei nemici) o degli esseri considerati inferiori. “Le due funzioni, si legge nel Libro Bianco
, sono contigue e spesso intrecciate: la presunta inferiorità appare spesso conseguenza o causa della colpa. Ad ogni modo, sia l’inferiorità, sia la colpevolezza legittimano comportamenti discriminatori (punizioni, esclusione, subordinazione, al limite sterminio) e, su questo sfondo, giri di vite nel quadro di una generale deriva neo-autoritaria”.

Ci sono infine le parole che cambiano colore, tono, peso. Vengono enfatizzati caratteri e particolari che diventano rilevanti per costruire un’immagine distorta dello straniero, la cui appartenenza nazionale viene enfatizzata quando commette un reato o un’infrazione, e viene ordinariamente cancellata quando rimane vittima di un delitto o di un incidente. Prendiamo qualche esempio fra i tanti contenuti nel Libro Bianco
: una persona di nazionalità albanese viene definita dai media “albanese” se a 14 anni ruba un video gioco al supermercato, ma ottiene la promozione a “muratore” se invece cade da una impalcatura e muore; un salvadoregno guidatore di autobus che soccorre una donna anziana aggredita, ed è a sua volta picchiato, viene chiamato semplicemente “autista”, senza nessun riferimento alla sua nazionalità; un uomo proveniente dal Marocco che rapina due donne viene invece immediatamente indicato con il suo appellativo di nazionalità, “marocchino”.

Nonostante da anni i dati del ministero degli Interni attestino la diminuzione dei reati e delle violenze contro la persona, le parole del razzismo persuadono gli italiani che stanno vivendo alla mercé di immigrati criminali e, creata la psicosi, è facile per il governo ergersi a paladino della sicurezza.

Tutto ciò serve anche (citiamo sempre dal Libro Bianco) “a distrarre l’opinione pubblica dalle ansie vere, i soldi che non bastano, il lavoro che non c’è o rischia di mancare. E serve a ricostruire su basi “etniche” la coesione sociale distrutta dal capitalismo. Non importa se si è operai con il rischio di perdere il lavoro, se la casa non si trova o l’affitto è troppo caro; l’importante è essere italiani. Se vogliamo prendercela con qualcuno possiamo farlo con chi italiano non è.

Lo scopo principale è però un altro. “Con la scusa delle emergenze, il diritto penale può essere esteso a dismisura, e trasformarsi in una macchina da guerra contro tutti i nemici interni. Non solo migranti e marginali: chiunque dissenta, si agiti o protesti. Più che condannare il fenomeno, è urgente leggerlo per individuarne la tendenza generale in cui si iscrive”.

Oltre che “capri espiatori incolpevoli”, gli immigrati diventano “strumenti” di giustificazione della regressione autoritaria della relazione politica. La potenza simbolica del linguaggio ne fa due cose insieme: stranieri e marginali. In quanto stranieri sono nemici, in quanto marginali sono devianti. “Questa duplice connotazione permette un sillogismo pedestre, che prima semplifica arbitrariamente (i migranti sono nemici in quanto marginali), poi generalizza (tutti i marginali sono nemici e, come i migranti, lo sono in sé, per natura, indipendentemente dai fatti compiuti)”. La deriva razzista nasce da qui.

Ma le teorie di Austin non ci consentono solo di analizzare e interpretare le parole del razzismo della destra governativa e mediatica o gli enunciati performativi del presidente del consiglio, in cui abbonda il pronome “io” che caratterizza sempre il ruolo del parlante in contrapposizione a quello dell’ascoltatore. Esse ci sollecitano ad una riflessione che riguarda le prospettive della sinistra nel nostro paese.

Anche il linguaggio della sinistra ha usato enunciati il cui solo proferimento ha prodotto azioni socialmente rilevanti. L’esempio storicamente più significativo può essere considerato quel “proletari di tutti i paesi unitevi” (proletarien aller Lander, vereinigt euch) contenuto nel Manifesto del Partito comunista di Marx e Engels e introdotto in Italia da Togliatti in una traduzione non completamente fedele (“di tutti i paesi” sostituito con “di tutto il mondo”). E per un lungo periodo le cose sono andate bene. Chi pronunciava frasi di quel tipo non parlava di ciò che faceva, ma già parlando faceva qualcosa, produceva lotte, movimenti, iniziative a livello internazionale.

Più recentemente, ci ha provato il movimento nato da Porto Alegre e da Seattle, tanto da essere spesso definito un “movimento performativo”. Non perché le iniziative di questo movimento consistessero solo o essenzialmente in enunciazioni verbali, ma perché il parlare e l’agire erano strettamente connessi e intrecciati: parole e azioni esemplificavano forme di vita alternative rispetto a quelle vigenti.

Anche in questo caso, per un certo periodo le cose sono andate bene e le parole del movimento hanno prodotto una prassi politica intenzionata a delineare, mediante una forte carica etica e l’esposizione agli altri di sè, nuove abitudini individuali e collettive. Un’etica della “buona vita” contrapposta alla vita risucchiata, ingoiata, divorata dal postfordismo. Sarebbe meglio dire che, almeno ai suoi inizi, si è trattato di un movimento etico-performativo.

Condizione umana, libertà, condivisione dei beni comuni, pace, salvaguardia dell’ambiente naturale, giustizia e solidarietà, aspirazione a una sfera pubblica in cui le esistenze dei singoli individui siano tenuti in conto: parole e frasi che per molto tempo sono riuscite a creare gli eventi ai quali si riferivano.

I guai sono cominciati quando il movimento ha cominciato a prediligere troppo il terreno simbolico-comunicativo e ad attestarsi esclusivamente su di esso, senza riuscire a produrre esempi politicamente riproducibili. Ricorriamo ancora una volta ad Austin. Gli enunciati performativi, dice Austin, non sono veri o falsi giacche non descrivono un fatto ma lo istituiscono ex novo. Austin chiama però “infelici” i performativi che non realizzano nulla. La stessa cosa avviene in politica. In quali condizioni la parola-azione risulta efficace? Quando con essa non ci si limita a enunciare programmi ma li si comincia a praticare nel momento stesso in cui li si enuncia, rendendo conto di ciò che si è fatto che si fa, che si intende fare.

E oggi come stiamo, come parliamo, come agiamo? Il Dossier di questo numero di Inchiesta propone una serie di “voci della sinistra” sulla crisi economica e della democrazia. Voci diverse, anche se la valutazione generale è ampiamente condivisa: la crisi con cui ci stiamo confrontando a livello globale non può essere ristretta ai suoi soli aspetti finanziari ma affonda le sue radici in quel sistema politico, economico, sociale, culturale che si è andato affermando nel mondo. La base centrale (il presupposto) di quel sistema è stata la riduzione drastica, sino all’annullamento, di tutto ciò che comportava vincolo sociale per pervenire ad una logica mercatista al cui centro è collocato il profitto e la redditività delle attività economiche, con il lavoro e i problemi sociali, i diritti della persona e il rapporto con la natura ridotti a variabili dipendenti, non più vincoli.

Quali sono le conseguenze di questa situazione? Accanto ad una sempre più diffusa crisi democratica, dicono molte delle voci contenute nel Dossier, emerge una profonda crisi della sinistra, una estrema difficoltà della sinistra a riemergere dalle sconfitte di quelle ipotesi su cui si era più o meno affermata per lungo tempo. Occorre, dicono ancora, concentrarsi non solo sul piano dell’analisi ma anche sul piano della ricerca di risposte in grado di aprire la strada ad alternative da sinistra al sistema e contenuti in contrasto con le basi su cui si è fondato il sistema neoliberista: riproposizione dei vincoli sociali e dei soggetti sociali che li rappresentano; rilancio della democrazia e dell’intervento pubblico; diverso rapporto tra economia e natura.

È vero, ci vogliono ipotesi, pensieri e parole capaci di rappresentare i problemi e le tensioni sociali che derivano da questa crisi. Parole che facciano cose, e che soprattutto ritrovino la loro responsabilità nei confronti del mondo, il loro rapporto — sempre problematico, certo, ma che non può essere annullato — con la verità.

Adele Pesce

pubblicato su  "INCHIESTA - Aprile-Giugno 2009" Edizioni Dedalo

 

 
 
 
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CONVEGNi DI SOCIALISMOESINISTRA:

 5 FEBBRAIO 2009 ore 16.30      

Il Socialismo europeo e la crisi del Capitalismo         

presso il Centro Congressi Cavour di Roma - via Cavour 50/a


presiede: Franco Bartolomei  Direzione Partito Socialista

intervengono: Paolo Leon   professore di Economia Pubblica, Giorgio Ruffolo  Direzione Partito Democratico, Emanuele Macaluso Direttore de "Le Ragioni del Socialismo", Antonio Foccillo Segretario Confederale UIL, Piero Sansonetti Direttore di "Liberazione"

introduce: Renato Gatti per il Forum di SocialismoeSinistra

   Associazione SocialismoeSinistra, Sezione Socialista S. Saba "Sandro Pertini", Sezione Socialista Tufello "Rodolfo Morandi", Circolo Socialista di Ostia Antica "Andrea Costa", aderiscono le Federazioni di Roma e dei Castelli-Mare del Partito Socialista, aderisce "DAS- I Democratici a Sinistra"

____________________________________________

 

.

29 Maggio 2008 ore 17.00

Riformare la politica, il Socialismo, la Sinistra

presso il Centro Congressi Cavour di Roma

_______________________________

Introduzione di 

Franco Bartolomei

Interventi:

Politica amministrativa e gestione del territorio di  Michele Ferro;    Politica, Istituzioni e partiti di  Luigi Rosafio; Politica ed economia di Vincenzo Russo; Democrazia  nei  partiti  e rapporto con i  cittadini  di Marco Zanier; Quadro internazionale ed effetti sullo sviluppo della società di Francesco Anghelone; Precarietà del lavoro e regole del mercato di Marco Foroni; Nuova imprenditoria di Roberto Franco. Conclusioni dPierluigi Sernaglia.



 


 

PRINCIPI ISPIRATORI E PROGRAMMA D'AZIONE

L'Associazione SocialismoeSinistra, ispirandosi ai principi fondamentali della Costituzione della Repubblica Italiana, persegue la promozione dei valori di libertà, di solidarietà e di eguaglianza nella vita politica, sociale e culturale del Paese.
L’Associazione considera il principio della laicità dello Stato e della libertà nelle professioni religiose, affermato dalla Costituzione, un valore di riferimento a cui ispirare la propria azione politica, ed intende perseguire la  effettiva affermazione del principio di legalità, nel quadro dei valori costituzionali, quale elemento fondamentale di una riforma democratica dello Stato che restituisca ai cittadini della Repubblica la certezza nella legittimità, nella imparzialità, e nella correttezza della sua attività amministrativa ad ogni livello.
L'Associazione SocialismoeSinistra fonda la propria azione politica sulla convinzione che la crisi delle economie dei paesi sviluppati abbia assunto i caratteri di una crisi di sistema, tale da incrinare la fiducia collettiva in un futuro caratterizzato dai livelli di garanzia sociale finora conosciuti, e cancellare l’egemonia delle idee-forza liberiste, neoconservatrici e tecnocratiche attorno a cui l’Occidente ha consolidato gli equilibri di potere responsabili dei processi economici, finanziari e sociali oggi entrati in crisi.
L'Associazione SocialismoeSinistra ritiene che la Sinistra italiana debba necessariamente ripensare la propria impostazione culturale e programmatica rispetto alla profondità della crisi che sta coinvolgendo il capitalismo a livello globale, recuperando appieno una concezione del riformismo socialista fondata sulla affermazione della superiorità del momento della decisione politica rispetto alla centralità degli interessi del mercato, nuovamente proiettata a perseguire una trasformazione strutturale degli assetti economici e sociali, ed in grado di individuare un diverso modello di sviluppo, diversi parametri di riferimento della qualità della vita della società, e nuove regole di controllo sociale delle variabili economiche.
L'Associazione SocialismoeSinistra ritiene quindi che questo nuovo percorso politico passi attraverso una ristrutturazione di tutta la Sinistra essendo evidente che la straordinarietà della crisi implica il superamento della distinzione tra coloro che provengono dalle file del socialismo europeo e chi si è finora riconosciuto in esperienze politiche nominalmente più radicali.
L'Associazione SocialismoeSinistra si costituisce al fine di rendere possibile questo grande progetto di ricostruzione della Sinistra italiana,  di rinnovamento democratico della società e di riforma dello Stato. (Art. 2   dello Statuto dell'Asso- ciazione SocialismoeSinistra )

Clicca e leggi per intero lo Statuto dell'Associazione SocialismoeSinistra

 

Ass.Cult.Consequenze

1° Convegno Nazionale

"Dall'intellettuale funzionale all'intellettuale libero"

FERRARA 21 SETTEMBRE '07

Relazioni di:

Stefano Pierpaoli -Fondatore e coordinatore nazionale

Franco Bartolomei- Presidente della Commissione Scientifica e resp. per i rapporti con le Istituzioni 

Rita Borioni - Storica dell'arte e Docente di Legislazione dei Beni Culturali 

Alessia Ortenzio -Commissione scientifica di Consequenze



 

 

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