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Abbandonare Tara

abbandonare le sicurezze, i luoghi comuni, alla scoperta di cosa c'è fuori di qui

 

 

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B. A. per 10

Post n°857 pubblicato il 08 Dicembre 2015 da odio_via_col_vento
 
Tag: Viaggi

 

Fabian Perez, Proud to be a man III

 

10 cose che mi porto via da una troppo breve visita a Buenos Aires:

1. I volti italiani e spagnoli lungo le strade, una mescolanza bella, meno orgogliosa e chiusa dello spagnolo, meno sufficiente e spocchiosa dell'italiano. Gente aperta, con quel che di trascurato e scivolato che fa tanto nuovo mondo; attaccata alle proprie radici, con tutto quello che significano, vicine e lontane, allungatissime e remote.

2. Il senso di sud del mondo che hanno certi nostri paesi mediterranei, Sicilia, Andalusia, Grecia, e che sempre mi innamora: vita per strada, parlare a voce alta, panni stesi, eleganza e bellezza innate e quasi non consapevoli di se stesse, odore di cibo ovunque, pigro strascicarsi dei passeggi, cielo azzurro.

3. I fiori di un indaco quasi viola della jacaranda, ovunque, in alberi lungo i viali e le strade dell'immensa città, che arredano anche lo squallore e la povertà del barrio di Boca.

4. I chioschi, uno dietro l'altro, ovunque, lungo tutte le strade, che vendono di tutto, caramelle, gelati, bibite, giochetti da bambini; un buco dietro l'altro, qualcuno con tavolini e cibo da strada, altri che sembrano antri della strega; che ti domandi a cosa servono, ma dopo un paio di giorni diventano parte del panorama e quasi ti chiedi come potrai farne a meno, una volta tornata a casa

5. Le architetture fantasiose, eclettiche, improbabili dei bei palazzi ottocenteschi del centro: volute, stucchi, pinnacoli, mascheroni grotteschi, scale a chiocciola esterne, colori. Che fanno delle lunghe avenidas una improbabile commistione della Parigi hausmanniana e della Praga barocca. Ma colorate: di rosa, di giallo, di verde, di azzurro, a mitigare lo sfarzo imperiale delle architetture da parata, quasi a prendere in giro ricchezza e vanagloria.

6. Lo spagnolo facile del porteño, cantilenante, un preludere al tango, sentito soprattutto dai tassisti. I tassisti di Buenos Aires, chiacchieroni e cordiali, che ti raccontano la città, ti spiegano il percorso, chiedono di te. Uno fra tutti, un tassista architetto che si è entusiasmato al nome di Firenze che non aveva mai visitato, ma di cui sapeva tutto, nomi di palazzi e nomi di architetti; che mi ha intrattenuta in una conversazione ai limiti dell'assurdo, su chi mi piacesse di più tra Bernini e Borromini,

7. E poi il tango, sì, per turisti, ma anche per la città: quello delle piazze e dei locali, quello che si sparano i tassisti a pieno volume, quello delle scuole di tango che fioriscono ovunque; quello per cui si vendono scarpe e abbigliamento speciale nelle vetrine del centro e delle periferie.

8. Il caffè Tortoni: boiserie di legno, lampade liberty, sembra quasi un tuffo in una vecchia brasserie francese. La saletta dove stava Borges, i vecchi vinili di Gardel, il caffè alla cannella.

9. I cani, i tantissimi cani che gli argentini evidentemente adorano: tutti a guinzaglio, anche a folti gruppi, portati in giro da affettuosi dog-sitter. Ma cani qualsiasi, quasi mai cani di razza, solo dei pelosoni grandi e un po' zuzzurelloni, che aspettano pazientemente di attraversare la strada, che affollano le aree-cani dei parchi. 

10. E poi, inevitabilmente, il peso della storia, soprattutto della storia recente, il dramma che non ti levi di mente. Non puoi passare per la Plaza de Mayo, oggi un grande giardino pieno di gente al sole, senza pensare al cupo dolore delle madri dei desaparecidos. Non puoi guardare la Casa Rosada senza pensare quanto sia assurdo quel colore da casa di pescatori liguri in confronto ai loschi delinquenti assassini che l'hanno abitata. Non puoi fare a meno di sentire quel passato, se ti dicono, ad ogni cena, che non c'è persona della nostra generazione che non ha avuto un parente o un amico o un conoscente vessato, torturato, imprigionato (o peggio) dal regime di Videla.


 

 
 
 
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