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LA GRANDE RIVOLTA DEI SIPAHI
Post n°50 pubblicato il 06 Settembre 2012 da cielostellepianeti
I sipahi, soldati indiani al servizio della Compagnia delle Indie, furono protagonisti di una lunga e sanguinosa rivolta, probabilmente l’ultimo soprassalto di un nazionalismo indiano ormai prossimo a cedere le armi di fronte allo strapotere dell’Inghilterra. Fu proprio in seguito alla rivolta, che gli storici chiamarono, Mutiny, che i possessi vastissimi della Compagnia delle Indie passarono alla corona britannica e l’India non fu più soltanto amministrata da inglesi, ma divenne essa stessa “inglese”.
Esaminare nel complesso le ragioni che portarono alla rivolta, non fu per gli storici impresa facile, ma senz’altro uno dei fattori scatenanti venne ricercato nella propaganda anti inglese, ma soprattutto anti europea, assai abile e nascosta, di alcuni principi e nobili indiani che temevano l’abolizione dei loro privilegi da un lato, e dall’altro dall’ostilità suscitata dalla propaganda missionaria e dai nuovi ordinamenti amministrativi. Il malcontento profondo esplose il 10 maggio 1857 con la rivolta della guarnigione di Merhat, che fucilò gli ufficiali inglesi e si pose in marcia verso Delhi, proclamando la restaurazione dell’impero moghul (il regno fondato dal mongolo Babur nel 1526). L’esempio di Merhat fu seguito da quasi tutte le guarnigioni del nord, ma senza organicità, per cui non giunse mai a toccare il sud. Una delle figure di spicco nella rivolta era Nana Sahib, scomparso poi nelle giungle nepalesi senza lasciare traccia di sé, al quale si lega il massacro di Kaunpur. Dopo essersi sempre professato amico fedelissimo degli inglesi, Nana Sahib passò all’aperta rivolta e al tradimento assaltando la guarnigione di Kaunpur il 17 maggio 1857. Colta alla sprovvista, la guarnigione si chiuse nel forte Williams con le proprie donne e i bambini, ingaggiando un’accesa resistenza. Schiacciati dal numero degli assedianti, e giunti al limite della resistenza, quando Nana Sahib offrì loro la salvezza e l’onore delle armi accettarono. Per i superstiti furono preparate sul Gange ventisette piccole imbarcazioni, due speciali solo per donne e bambini “ perché stessero più comodi”. Non appena le imbarcazioni si mossero, le truppe indiane schierate sulle rive aprirono il fuoco, sicché tutti gli uomini furono uccisi dai ribelli o perirono divorati dai coccodrilli. Le due imbarcazioni riservate alle donne e ai bambini furono riprese e ricondotte a Kaunpur per disporre di ostaggi preziosi. Chiusi dapprima in luogo molto ristretto, furono poi massacrati con ferocia due giorni prima che le forze inglesi riconquistassero Kaunpur. In una cisterna trovarono i corpi di trecento vittime. Sul mausoleo eretto dai vendicatori a ricordo della strage, un angelo enorme di marmo porta scritta la frase: “ Traveller, Pray for us and our murderers”. (viandante, prega per noi e per i nostri carnefici). Fra le reliquie consacrate alla storia, su una pietra di granito asportata dall’edificio, un’altra scritta dice: “ Remember Kaunpur”. Parole scritte da chi, entrato nella casa della strage, ebbe il compito di detergere il sangue che saliva fin sopra le caviglie. Fu nello spirito di quella frase scritta su di un macigno sconnesso, che si manifestò la reazione inglese in tutta la sua violenza. La repressione, già di per sé crudele e spietata, si trasformò in una caccia all’uomo per tutta la penisola. Nell’insieme, la Mutiny non fu una semplice rivolta militare e nemmeno una rivoluzione nazionale. Fu forse un’esplosione di odio xenofobo, oppure un ultimo movimento della vecchia India. O entrambe le cose insieme.
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