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LA BATTAGLIA DI TEUTOBURGO
Post n°176 pubblicato il 28 Aprile 2013 da cielostellepianeti
La foresta di Teutoburgo, il cui nome antico originario era “Osning”, è una catena di alture che si snoda in direzione sud-ovest, attraversando il confine tra i Lander della Bassa Sassonia e del Nord Reno-Westfalia. Proprio sul margine settentrionale della foresta, vi è il sito identificato come il luogo in cui si svolse lo scontro leggendario tra le legioni romane e i guerrieri germanici. Per la prima volta, il nome “Teutoburgo”, fu applicato a queste alture nel Seicento, ripreso poi da Tacito, che ne parla come di un “saltus Teuteburgensis”. La battaglia di Teutoburgo, che avvenne duemila anni fa, nel settembre del secolo nono dopo Cristo, segnò una delle più pesanti sconfitte dell’esercito di Roma. Le fonti, riferite alla battaglia, sono di autori, tra i quali Tacito, Floro, Cassio Dione, che non ne furono testimoni diretti e dunque, i racconti che ne fanno coincidono solo nelle grandi linee. Sono concordi nel dichiarare che i Romani in Germania vivevano situazioni difficili specialmente nelle terre a est del Reno, che rappresentavano una continua sfida nonostante Roma vi avesse costruito imponenti accampamenti militari. Il governatore di allora, Publio Quintino Varo, si trovava con tre sue legioni nel mezzo delle terre esplorate di recente, nell’accampamento estivo sulla riva occidentale del fiume Weser, in pieno territorio cherusco. I cherusci, il popolo che abitava in quel territorio, furono prima alleati poi nemici di Roma. La loro struttura sociale era basata sulla figura di un principe, ma spesso i capi delle aristocrazie locali erano in conflitto tra di loro. Durante la via del ritorno all’accampamento invernale, dove lo attendevano altre due legioni, fu avvicinato da Arminio, figlio di un principe cherusco a capo di una milizia di cavalieri ausiliari germanici al servizio di Roma. Per i suoi meriti militari, Arminio era stato insignito della cittadinanza romana. Disse a Varo che nelle terre del nord era scoppiata una rivolta fra tribù locali, per cui consigliò di deviare dalla via militare stabilita, cambiando itinerario per sedare gli scontri con fazioni ribelli. Il governatore forse esita all’inizio, ma poi decide di seguire il nuovo percorso, preceduto da Arminio e dai suoi cavalieri. L’enorme corteo era composto di tre legioni, la XVII, XVIII e XIX, per complessivi 15/20.000 soldati, più cavalli e animali da traino. Riferisce Cassio Dione: “ le condizioni del tempo sono pessime, il terreno impervio, reso oscuro dalla fitta selva, paludoso. Il corteo procede a stento e a un tratto, gli uomini di Arminio piombano sui soldati romani da ogni parte. Data la struttura del terreno e la disposizione del corteo, impossibilitati a organizzarsi e a serrare i ranghi, sono alla mercé dei loro assalitori. I combattimenti si svolgono in un periodo di quattro giorni, legionari contro guerrieri cherusci e cavalieri ausiliari di Roma passati al nemico”. Secondo il racconto di Cassio Dione, Varo fu in grado di erigere un campo fortificato, ma risultò inutile. Le tre legioni e le truppe ausiliarie furono annientate. Varo si suicida insieme ai suoi ufficiali, viene decapitato e la sua testa recapitata ai Marcomanni, popolo alleato di Roma e nemico di Arminio. La testa di Varo fu più tardi restituita, e lo stesso imperatore Augusto fece in modo che fosse deposta con tutti gli onori nella cripta di famiglia.
“ Nel mezzo del campo biancheggiavano le ossa, disperse o ammucchiate. Giacevano vicino a frammenti di frecce e arti di cavalli, insieme ai teschi umani inchiodati su tronchi d’albero. Nei boschi vicini c’erano altari barbari, dove erano stati trucidati i tribuni. I superstiti di questa strage, sfuggiti alla battaglia o alla prigionia, raccontavano che in questo luogo erano state rapite le aquile; segnalavano dove Varo fu ferito la prima volta e dove egli trovò la morte per sua mano. E segnalavano il rialzo del terreno da cui Arminio arringava il suo esercito, e come, per superbia, egli si fosse fatto beffa delle insegne militari e delle aquile.”
La descrizione di Tacito lascia supporre lo sgomento di quei legionari che, guidati dal nuovo comandante dell’esercito romano, Germanico, si recarono sul luogo dove pochi anni prima avevano trovato la morte i loro compagni. Nel 15 d.C. tra Germanico e Arminio si scatenò un duro scontro, alla fine del quale recuperò una delle aquile legionarie perdute a Teutoburgo. La sorte di Arminio, a causa della sua sfrenata ambizione, fu decretata dai suoi stessi parenti e cadrà a sua volta vittima di un’imboscata. Cassio Dione menziona un’altra aquila recuperata nel 41 d.C. La battaglia di Teutoburgo era entrata nella leggenda.
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