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LA FESTA DEI SERPARI

Post n°177 pubblicato il 02 Maggio 2013 da cielostellepianeti
Foto di cielostellepianeti

In Abruzzo, un piccolo centro nella provincia aquilana, Cocullo, festeggia il santo patrono Domenico Abate, ricoprendo interamente la sua statua con i serpenti.

Il primo giovedì di maggio migliaia di turisti vi si recano per assistere alla spettacolare processione che mescola insieme al folclore, devozione, superstizione e magia.

Il santo, vissuto tra il secolo X e l’XI, tra i monti dell’Abruzzo, del Lazio e del Molise, ha costruito monasteri e operato vari miracoli, come quello delle serpi tramutate in pesci per mezzo di un bastone, divenendo protettore contro i morsi velenosi.

 La sua fama crebbe dopo la sua morte, avvenuta il 22 gennaio 1031, all’età di ottanta anni, diffondendosi dall’Umbria alla Campania. Fu canonizzato nel 1104.

A mezzogiorno, quando la statua del santo esce dalla chiesa, i serpari si avvicinano al patrono e depongono, con gesti solenni e propiziatori, i rettili sul simulacro.

Mentre il corteo si snoda per le vie della cittadina, il groviglio dei serpenti è in continuo movimento, seguito dall’intera popolazione, dal parroco, il sindaco, le forze dell’ordine, da tanti fedeli che chiedono la grazia.

Per spiegare come e perché le serpi a Cocullo siano considerate sacre e offerte al santo patrono, è necessario tornare nel tempo in cui nella regione vivevano i Marsi, in età precristiana. La loro fama di guerrieri valorosi e forti, che li portò persino a combattere come gladiatori presso i romani, è pari a quella di grandi conoscitori delle erbe a scopo terapeutico e anche per l’abilità nella preparazione di antidoti e veleni.

Secondo Plinio il Vecchio, i Marsi avrebbero appreso il loro potere di maghi e guaritori da Circe, maestra nel manipolare le erbe e incantare i serpenti.

La leggenda che li voleva immuni dai morsi dei serpenti accrebbe la loro fama, tramandata attraverso i secoli e conservata sino ai nostri giorni, seppure tra continui adattamenti e trasformazioni.

Con la diffusione del cristianesimo anche nella Marsica, come altrove, i molti riti precristiani non furono subito abbandonati, ma sopravvissero per lungo tempo al nuovo credo, cedendo al processo di assimilazione in modo lento e graduale, lasciando spazio alle tradizioni, ai simboli, ai culti e ai rituali preesistenti.

Di tale cultura subì il fascino anche Gabriele D’Annunzio, che non a caso, nella tragedia “La fiaccola sotto il moggio” del 1905, inserì tra i personaggi un serparo di Luca e di sua figlia Angizia, la dea di cui i Marsi erano cultori.

Il culto della dea Angizia fu documentato da ritrovamenti archeologici e da toponimi locali.

Un manufatto raffigurante la dea che regge un serpente è stato rinvenuto nel bacino lacustre del Fucino, presso le cui sponde i Marsi erano insediati.

Noto anche Luco dei Marsi, il cui nome deriva da “lucus” il bosco sacro ad Angizia, del quale anche Virgilio racconta nell’Eneide.

Il centro politico e religioso, allo stesso tempo città e santuario, si conservò fino agli inizi del I secolo a. C., dopo la guerra sociale, il “ bellum Marsicum”, che portò alla nascita del municipio romano di Anxa-Angitia. 

 

 

 
 
 
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