Creato da socialismoesinistra il 28/06/2008
Rivista di approfondimento culturale e politico dell'Associazione SocialismoeSinistra
 

 

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Post n°6 pubblicato il 15 Dicembre 2008 da socialismoesinistra

Relazione di Stefano Pierpaoli

Fondatore e coordinatore nazionale di Consequenze

 

Questa storia inizia da un sogno. Non so se sia il sogno di milioni di italiani oppure il sogno di una minoranza o addirittura di un uomo soltanto. Ma non mi sembra. So che se vivessimo in un paese normale sarebbe un sogno realizzabile. So che se vivessimo in un paese normale forse non sarebbe nemmeno un sogno. Non avrebbe bisogno di esserlo. Non avrebbe la necessità di diventarlo.

Come cittadino ho sentito la forte esigenza di verificare il confine del sogno. Come uomo che svolge un’attività intellettuale ho avvertito il dovere di mettermi al servizio della collettività offrendo il modesto contributo di un’idea e di un progetto da condividere.

Come molti sapranno ho utilizzato il mezzo che non esito a definire il punto vitale della moderna democrazia: internet. Mi sono inserito in una grande comunità virtuale, MySpace, e ho trascorso qualche giorno ad esplorare questo universo composto e animato da artisti di ogni disciplina e da donne e uomini di tutte le età e di tutte le nazionalità.

Ho creato la mia pagina e ho cominciato a scrivere di me, della mia storia, ma soprattutto ho aggiunto qualcosa di ancora più personale e importante: appunto quel sogno e quell’idea…quel progetto. Questo progetto.

L’ho fatto in modo schietto, credo molto esplicito, nitido, cercando subito di eliminare il rischio del malinteso, del “travisabile” e di sottrarre ai soliti ignoti ogni possibilità di manipolazione come anche di controllo.

Sarebbe stato mortificante per lo stesso progetto essere scambiato con un aspirante agente di artisti, con n futuro imprenditore della comunicazione o peggio ancora con un aspirante politico o fustigatore di politici.

Il sogno era quello di generare una grande onda spontanea in quanto prodotto di autentico protagonismo popolare, prodotto di una spinta cosciente e partecipata, consapevole e matura, in grado di recuperare un sistema di valori, di riferimenti, di punti di ordine sui quali riconquistare una dimensione attiva nel presente e quindi una prospettiva concreta di futuro.

Il grande problema che oggi ci assilla e che opprime è proprio l’impossibilità di poter inquadrare il nostro futuro, l’impossibilità di progettare la nostra esistenza, l’impossibilità molto spesso di migliorare la nostra conoscenza e anche il nostro tenore di vita.

Il concatenamento di fattori devianti, di elementi che favoriscono i dis-equilibri nella nostra società ha effetti devastanti, causando esclusione, emarginazione, disperazione a diversi livelli e fenomeni di esasperazione nelle dinamiche di confronto, di dialogo e nell’eccesso di volgare spettacolarizzazione in talune vicende legate anche al dibattito politico.

Questi continui eccessi che siamo costretti a subire o che addirittura ci possono vedere protagonisti, sono il frutto delle distanze e dei vuoti che caratterizzano il nostro assetto sociale.

Se qui a Ferrara, per entrare nel castello c’è un ponte, fisso o mobile che sia basta che io lo attraversi camminando. Se ci fosse un interruzione di un metro potrei azzardare un salto. Ma nel caso i metri fossero dieci o ancora di più, dovrei tentare un prodigio per accedere. Un eccesso. E comunque andasse a finire diventerei un personaggio da prima pagina, oppure, molto più probabilmente, anzi sicuramente, finirei in mezzo alle carpe e alle anguille. È vero che sulle grandi imprese si è spesso scritta la storia, ma quando si parla di accesso al diritto e alla fruizione di beni comuni, permettetemi di dire che è inaccettabile essere ridotti a pensare all’eccesso.

L’accesso, la fruizione, il confronto, la partecipazione, il dialogo.

La casa, la salute, la giustizia, l’istruzione, l’ambiente, il lavoro. Su questo non ci deve essere distanza. Non ci devono essere prodigiosi salti nel vuoto.

In questo sistema sociale fatto di limitazioni al diritto, alla libertà, su questo sistema sociale impostato sul privilegio, sul rapporto particolare, sull’interesse corporativo gli effetti sono devastanti sul piano anche antropologico. L’uomo, privato di tradizione, memoria, riferimenti, obbligato a vivere in funzione della sola produzione, con l’acqua alla gola e nello stesso tempo forzato al consumo è ridotto, per la prima volta nella storia, a incastrarsi in un itinerario soffocante che non prevede altre mete se non quelle economiche nel senso più mortificante del termine e accanto a questo a subire la condanna alla miseria morale e intellettuale.

In tutto questo mettiamoci che il mercato, divenuto ideologia predominante e pensiero unico, ci conduce al parossismo legato al successo personale, alla prevaricazione dell’altro, all’accumulo di potere, in un gioco che non ammette soste se non quelle decise dall’alto e regolamentate secondo criteri degeneranti.

Io la chiamo “strategia del pugno di riso”. Il “meglio di niente” che aiuta a non pensare e che risolve qualche problema legato alle diverse povertà.  

Questo delitto si consuma maggiormente nel campo della comunicazione e della cultura. Abbassare la soglia dell’esigenza culturale e della richiesta di qualità artistica è uno strumento soporifero che elimina il problema della coscienza critica. Cinema scadente, televisione volgare e musica dozzinale sono mezzi efficaci per diffondere alienazione. Impedire a nuovi talenti di accedere al mondo della cultura è funzionale a tutto questo. Evitare il ischio dalle sperimentazioni artistiche e dei nuovi linguaggi è fondamentale per chi vuole dirigere un popolo indebolito. Obbligare le giovani generazioni al salto nel vuoto è utile. E invece no: niente salti nel vuoto ma libero accesso per chi lo merita. Niente eccessi da una parte o dall’altra ma dialogo, confronto, democrazia.

Gran parte delle responsabilità di questa condizione di degrado e di degenerazione nei collegamenti d’accesso e di distorsioni per la corretta fruizione da parte dei Cittadini del prodotto culturale è da attribuire senza alcun dubbio proprio alle classi dirigenti culturali del nostro paese, cioè a coloro che, potendo contare su appoggi privilegiati, su palcoscenici di grande visibilità, su canali protetti di ingresso nel mercato e sul potere distributivo su media e schermi di ogni genere, invece di mantenere un ruolo di connessione tra popolazione e categorie dirigenti, invece di difendere la naturale funzione di interpretazione della società, invece di tenersi in costante e diretto legame con la cittadinanza, si sono preoccupati di ritagliarsi spazi di potere corporativo, assistito e fortemente elitario, con grandi vantaggi economici e allineata funzionalità alla politica e all’alta imprenditoria.

Nel momento in cui un artista si distacca dalla società civile e diventa strumento di controllo delle coscienze, così come strumento di arricchimento personale e di monopolisti da strapazzo, al servizio di caste asserragliate nei palazzi, compie un grave delitto contro la collettività e diventa ulteriore punto di debolezza per la democrazia stessa.

Perché produce un vuoto pericoloso negli equilibri dell’informazione e nei processi di crescita dell’intero paese.

Perché diventa organico rispetto a un sistema sleale e incapace di interpretare le istanze che provengono dalla popolazione.

Perché si pone al servizio di processi di disgregazione, di perdita d’identità, di smarrimento culturale e di squilibri sociali che generano disperazione, esclusione, emarginazione.

Perché in altre parole tradisce e offende quel compito nobile e disinteressato che dovrebbe essere proprio dell’artista, dell’intellettuale, dell’operatore nella cultura. 

Questo drammatico vizio corporativo costituisce uno dei grandi mali che hanno soffocato la crescita italiana in molti settori, ma quello che vogliamo evidenziare attraverso il nostro messaggio e la nostra attività culturale è un appello rivolto alle classi dirigenti della cultura, affinché abbandonino l’olimpo dei privilegiati e tornino a conoscere il paese in cui vivono.

È un modello sorpassato, in certe dinamiche addirittura feudale, quello che pretendono di sostenere attraverso la loro rete di rapporti particolari e il potere    mediatico che danno loro mille occasioni di conformiste, ipocrite rappresentazioni di se sessi. L’autoreferenzialità ha raggiunto in Italia un livello inaccettabile. Basta avere un curriculum di personaggio della televisione per predicare sui mali del mondo.

Il vizio assistenzialista ha invece provocato, oltre ai noti danni economici e legali, la disabitudine all’iniziativa libera e indipendente. Le squallide frasi: “chi conosci all’assessorato?” “chi hai alla commissione dei finanziamenti” “ chi ti presenta questo o quel progetto”, hanno finito per radicare in seno alla popolazione una sorta di lassismo da “attesa ineluttabile”, scenari kafkiani si manifestano sotto varie forme dietro la proposta artistica avanzata da un non-autorizzato e come in un universo sospeso in un limbo di soste e inquietudini, ci rassegniamo all’impotenza o alla ghettizzazione in ambiti di ristretta visibilità.

In questi mesi, da aprile ad oggi, da quando ho deciso di fare questa scommessa che ci ha portato qui oggi tutti insieme, ho fatto un viaggio per l’Italia. Non si è trattato certo di un viaggio in un paese che non conoscevo, del resto quello che ho scritto nei primi tempi della mia iniziativa lo testimonia, ma mi ha dato comunque la possibilità di verificare alcune alterazioni nei nostri costumi tradizionali. Sono stato spesso accolto da una rassegnazione feroce rispetto alle potenzialità che possiamo sviluppare. Lo scetticismo che a caratterizzato molti confronti con artisti e cittadini mi ha ferito, perché tentava di intaccare non solo la mia volontà nel portare avanti questo progetto, ma cercava di indebolirne le fondamenta, che non erano altro che il desiderio di produrre un’onda fresca, vivace, allegra ma nello stesso tempo molto concreta e costruttiva, basata su principi etici di convivenza armoniosa e su valori condivisi che devono essere parte integrante del nostro quotidiano. Su un’esigenza di uguaglianza e libertà, di iniziativa e di futuro.

La diffidenza che ha sovente appesantito gli incontri con diversi operatori culturali è in fondo la stessa che erige muri all’interno delle nostre comunità e tra diversi aggregati sociali che pure potrebbero e dovrebbero collaborare per migliorare e migliorarsi. Di nuovo un vuoto, di nuovo una distanza, di nuovo uno spettro che ci tiene separati e che ci indebolisce.

Sguardi pensierosi che mi studiavano: “Chissà questo dove vuole arrivare”. “Vorrà fare l’agente, l’impresario, vorrà inglobare tutti in un nuovo soggetto economico di sua proprietà”. “Chissà chi lo ha mandato. Chissà cosa c’è dietro. Vorrà fare politica”.

Io non ho nessuna intenzione di fare l’agente o l’impresario. Così come tutte le persone che stanno lavorando in Consequenze. La politica per come viene considerata e vissuta in Italia ci interessa poco e in questo momento ancora di meno. 

 
 
 
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