Creato da socialismoesinistra il 28/06/2008
Rivista di approfondimento culturale e politico dell'Associazione SocialismoeSinistra
 

 

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Partito e/o Sindacato del Sud

Post n°255 pubblicato il 07 Agosto 2009 da socialismoesinistra




Dopo il Rapporto della Svimez, quello di Confindustria, della Banca d'Italia, la UIL rompe il silenzio e con una intervista del segretario confederale Guglielmo Loy a Giorgio  Pogliotti il Sole 24 Ore del 30.07.09  lancia la proposta di contratti differenziati anche al di sotto dei minimi contrattuali nazionali per contribuire a colmare i divari di produttività tra Nord e Sud e mettere le imprese in grado di competere e creare nuovi posti di lavoro.  La proposta  è coerente con il protocollo sul nuovo modello contrattuale definito a gennaio tra le parti sociali ma non firmato dalla CGIL. La proposta  ha  raccolto il consenso dell'altra grande confederazione CISL ma non dalla più grande organizzazione dei lavoratori la CGIL. È chiaro che presa isolatamente la proposta non è risolutiva del complesso problema del Mezzogiorno e del Paese ma che anche i sindacati si muovano per mettere in campo qualche elemento di una strategia per lo sviluppo del Mezzogiorno è da valutare positivamente - tenuto conto anche dell'altro elemento di novità che si è manifestato nei mesi scorsi con la creazione del c.d. partito - forse meglio movimento - del Sud non privo di grossi elementi di ambiguità.

 Buona anche l'idea di Loy di un'Agenzia nazionale per la progettazione delle infrastrutture. Io la integrerei con la proposta di accelerare la istituzione di vere e proprie imposte regionali sulle quali si possono superare i vincoli comunitari ai c.d. aiuti di Stato. L'Irap di cui la Corte costituzionale  proprio in questi giorni ha respinto con ordinanza la deducibilità dalle imposte erariali sui redditi se convertita in tributo proprio delle regioni potrebbe diventare uno strumento su cui le regioni meridionali potrebbero determinare una fiscalità di vantaggio.  Tenendo sempre presente la complessità del problema meridionale che chiama in causa l'inefficienza e la corruzione delle burocrazie meridionali, il funzionamento della giustizia e delle forze dell'ordine, il ruolo di programmazione e coordinamento delle stesse regioni meridionali e, quindi, la qualità delle classi dirigenti meridionali e del ceto politico attaccato alla greppia dei fondi sanitari e di quelli comunitari non di rado male utilizzati.

 Per questi motivi della proposta di Loy è positivo anche l'accenno che il segretario confederale della UIL fa ai compiti e al nuovo ruolo che dovrebbero svolgere le regioni meridionali. Io andrei più avanti dicendo che bisognerebbe aprire una serie di vertenze territoriali, in primo luogo, con le stesse regioni meridionali per cercare di fare chiarezza su un punto fondamentale che ha a che fare con le politiche economiche del governo nazionale e il nuovo assetto istituzionale dopo la riforma del Titolo V della Costituzione del 2001 che ancora tende attuazione. A livello centrale non c'è traccia di politica industriale  e di altre politiche settoriali. Moltissime delle competenze sono state trasferite a livello regionale ma senza fondi. Sono dieci anni che andiamo avanti così nascondendoci dietro il dito con il governo centrale che cerca di riappropriarsi illegittimamente di poteri che non gli spettano, con le regioni che non fanno politica regionale perché non sanno come finanziarle, con il solito scaricabarile dall'una e dall'altra parte sulla cattiva gestione dei fondi comunitari e con il paese che va alla deriva. Ecco il sindacato, possibilmente in modo unitario, dovrebbe aprire vertenza su piattaforme e programmi di sviluppo regionale anche in chiave dialettica con le stesse regioni. Potrebbe scoprire che la sede più adatta per portare avanti la concertazione sui temi dello sviluppo non sono gli incontri con il governo centrale ma con quelli regionali. Magari aiutando questi ultimi a contrastare una linea del governo centrale che nei fatti da un lato nega il ruolo del   Conferenza Stato, regioni e autonomie e, dall'altro, non rispetta gli accordi  con il sindacato - vedi esperienza del Patto per l'Italia del 2002.

 Se il sindacato non vuole fare la stessa fine dei partiti politici nazionali, se non vuole sclerotizzarsi, se non vuole abbandonare al loro destino i giovani e le donne del SUD, gli inoccupati, i disoccupati, i lavoratori in nero, i precari meridionali, se non vuole assistere inerme alla gestionale criminale e criminogena degli appalti pubblici, dei fondi sanitari, dei fondi comunitari deve capire che il suo nuovo ruolo, la sua nuova frontiera sta al Sud. Stare in mezzo agli ampi ceti intermedi più deboli per coinvolgerli in un nuovo processo di sviluppo che non è solo del Mezzogiorno ma di tutto il Paese. Non che i poveri vadano abbandonati a se stessi o solo affidati ai servizi dell'assistenza sociale - che nel SUD lavorano ben al di sotto dei livelli essenziali - ma è chiaro che l'inclusione sociale e l'uscita dalla trappola della povertà funziona meglio nei limiti in cui tutta l'economia italiana sia messa su un sentiero di crescita sostenuta e sostenibile. E questo potrà avvenire nei limiti in cui si riuscirà a far crescere il SUD più velocemente del Centro Nord.

 Nel motivare il no della CGIL la segretaria confederale Vera Lamonica - ex n. 1 della CGIL calabrese - dice che il costo del lavoro non è l'elemento decisivo e che c'è un problema di assenza di servizi, di territorio degradato, di mafia e di deficit infrastrutturale - dico subito: parole sante - ma che le deroghe al SUD "aprirebbero la strada alle gabbie salariale". Su questo punto non voglio criticare la posizione della segretaria confederale  che conferma una vecchia posizione della CGIL  ma mi piace discutere 2-3 argomenti che il collega Viesti riprende nel suo eccellente libro Mezzogiorno a Tradimento, Laterza, Bari, 2009. Se non letti attentamente detti argomenti, rischiano di risultare ambigui e   fornire qualche giustificazione e/o alibi alla stessa conclusione cui giunge la segretaria confederale della CGIL.

 l primo argomento di Viesti è che  i salari al SUD sono già più bassi ed una più forte differenziazione tra Nord e Sud non migliorerebbe la situazione. Ma è interessante quanto singolare la spiegazione che ne dà. Non c'è stato un forte aumento della produttività nel Centro-Nord. Se ci fosse stato, le differenze salariali sarebbero state più forti. Il SUD ha scampato un grosso pericolo? Siamo sul filo del rasoio.  Prendere alla lettera tale argomento potrebbe portare ad una conclusione veramente paradossale: bisogna aiutare le imprese del Nord a migliorare la propria produttività perché si allarghino le differenze salariali tra Nord e Sud e, così, quest'ultimo potrebbe attirare maggiori investimenti. È quello che in parte e, magari inconsapevolmente, si è fatto nell'ultimo decennio ma che non ha funzionato atteso che il problema - come abbiamo visto sopra - è ben più complesso. Ma se così il SUD  non crescerà mai perché il problema della produttività del lavoro è generale per il NORD e per il SUD ma è veramente drammatico per quest'ultimo dove continua a prosperare l'economia sommersa nonostante diversi provvedimenti di recupero adottati anche da questo governo.

 A scanso di equivoci voglio ribadire il punto. È corretta la posizione di Viesti quando afferma che non va bene l'idea di un SUD a basso costo e che, invece, bisogna far crescere la produttività di tutte le imprese e che questo non si può fare con la sola riduzione del costo del lavoro al SUD. Ma se l'intervento su tutti gli altri fattori richiedono una difficile politica di medio lungo termine portata avanti con determinazione e costanza,  i contratti in deroga possono aiutare nel termine relativamente breve.

 Ora essendo chiaro che il costo del lavoro è solo uno degli elementi da valutare ma che è e può essere una condizione necessaria ma non sufficiente, oggi a fronte dell'aggravarsi della crisi bisogna mettere in campo ogni strumento legittimo e trasparente per ridurre il gap di produttività e competitività. Per contro ritengo non molto alto il rischio di un "ritorno e/o consolidamento delle c.d. gabbie salariali perché se si riuscisse a imprimere uno slancio di dinamismo all'economia meridionale - come del resto a tutta l'economia nazionale - man mano verrebbero meno i presupposti per una differenziazione salariale. In altre parole, è difficile che le gabbie salariali ingessino un mercato del lavoro che abbia un minimo di dinamicità e di flessibilità[1]. Tale rischio è più alto in una situazione di stagnazione come quella attuale. Lo ripeto serve una politica che affronti tutte le cause con una strategia di ampio respiro che sia condivisa da tutti: dal governo centrale e da quelli regionali, dalle forze sociali.

 Il secondo argomento utilizzato da Viesti è che non si può competere sul costo del lavoro con il resto del mondo. Condivido pienamente l'argomento ma osservo che esso prova troppo. Il problema è innanzitutto quello di mettere le imprese meridionali in grado di competere con le altre imprese del Centro Nord e magari con quelle europee in settori importanti. Tra un quarto e un quinto delle imprese sono in grado di farlo e alcune di queste stanno anche al SUD[2]. Il problema  più generale per le imprese meridionali e anche per quelle del Centro Nord  è il miglioramento della qualità dei servizi pubblici e privati. Per questi ultimi c'è un problema di liberalizzazioni e di concorrenza, di efficienza delle reti distributive che pesa su tutta l'economia. Le liberalizzazioni approntate da Prodi- Bersani hanno conseguito risultati limitati e in parte sono abortite e/o abbandonate. Anche questo è uno dei tanti motivi per cui il SUD  non attira investimenti né dal NORD né dall'estero.

 L'ultimo Rapporto della Svimez sull'economia meridionale ha evidenziato come negli ultimi dieci anni 700 mila persone si sono spostate dal SUD  al NORD per trovare lavoro. Si tratta anche di molti giovani diplomati e laureati che per necessità  fuggono da casa ma che inevitabilmente impoveriscono la dotazione di capitale umano del Mezzogiorno. Ma se si vuole minimamente contrastare tale fenomeno occorre creare nuovi posti di lavoro al SUD e mobilitare tutti gli strumenti necessari e sufficienti per una strategia mirata ad alzare i livelli occupazionali nel SUD. Solo in un contesto che tende alla piena occupazione si può ridurre la precarietà, il sommerso e rendere la mobilità un valore.

 Il terzo argomento. Anche Viesti nelle ultime pagine del suo ben documentato libro  si occupa del sindacato e del partito del SUD. Fa una valutazione ingenua quando afferma che la politica non può essere vista solo come competizione per la ripartizione - verrebbe di dire per la spartizione - delle risorse. Una visione corretta e se si vuole scettica del funzionamento del mercato politico rinvia all'analogia con il funzionamento del mercato economico. C'è e ci deve essere competizione per la distribuzione delle risorse. Si dà il fatto che nel settore pubblico alla competizione deve subito seguire la cooperazione. Senza cooperazione non si producono beni e servizi pubblici necessari. Le risorse per gli interventi pubblici sono limitate e  per la loro assegnazione è corretto che si scateni una forte competizione proprio per arrivare alla selezione dei progetti migliori. Sta al governo centrale e a quelli sub-centrali darsi delle regole e delle priorità serie per procedere alla loro distribuzione lasciando da parte i criteri clientelari. Il problema delle regioni meridionali è che negli ultimi due decenni - a torto o a ragione criminalizzate  da una opinione pubblica giudata da soggetti faziosi e dalla veduta corta  - hanno subito passivamente la concorrenza della Lega Nord e sono state scoraggiate dal partecipare alla gara. Hanno sofferto della c.d. idiosincrasia, quel fenomeno per cui sentendomi largamente inferiore al mio avversario non partecipo alla gara, alla competizione, perché in partenza sono convinto che ho scarse probabilità di vincere.

 Il sottotitolo dell'ottimo libro di Viesti è quello dell'ultimo capitolo: il NORD, il SUD e la politica che non c'è. Non c'è la politica del governo centrale. Non c'è quella delle regioni meridionali. È  la cosa la più grave di tutte perché se non sono le regioni meridionali a difendere i loro interessi, non si vede perchè debbano farlo quelle settentrionali o il governo centrale tutti caratterizzati dalla "veduta corta"[3]. Non c'è quella dei partiti. Non c'è quella dei sindacati che con 12-13 milioni di iscritti restano la più grande forza organizzata del paese. Ecco la proposta della UIL può darsi che si riveli solo un sassolino lanciato nello stagno ma può essere considerata un tentativo di coprire questo vuoto. Secondo me, va incoraggiato perché se si riflette al fatto che le  regioni meridionali  non hanno serie politiche regionali, dire che tutto si risolverà con l'attuazione del federalismo fiscale e la delega Calderoli è solo una fuga dalla realtà. È solo vaniloquio. 


Vincenzo Russo

Docente Ordinario di Economia Pubblica a "La Sapienza" di Roma


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[1] Anche l'ultimo rapporto del Cnel sul mercato del lavoro conferma che quello italiano è uno dei mercati relativamente più flessibili, quindi, in grado di  adattarsi alle condizioni di mercato.

[2] Vedi Rapporto Istat 2007.

[3] Ovviamente non è solo questione di veduta corta. C'è una strategia di fatto di questo governo che parte da lontano e che non è stata contrastata neanche dall'ultimo governo Prodi. Vedi distrazione di 50 miliardi di euro in cinque anni ad opera di Tremonti.

 
 
 
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