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Blog di narrativa, suggestioni di viaggio, percorsi interiori, sguardi sul mondo.

 

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Tra Città del Messico e Torino

Post n°142 pubblicato il 21 Maggio 2007 da falco58dgl
 

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La casa dell'adolescenza. Un appartamento vasto, freddo, non lontano dall’ingresso principale della Fiat Mirafiori, con grandi porte  finestre spalancate su strade vuote e anonime, due semafori, una stazione di rifornimento,  le colline poco visibili sullo sfondo.

 - In quella casa, in realtà, ho passato uno dei periodi peggiori della mia vita, una crescita che mi ha condotto ad andare via, a fuggire da lì, con rabbia, con ferocia. Ci sono stato poco, dai quattordici ai diciotto anni e in seguito per frazioni ulteriori di  una settimana, quindici giorni, un mese-.

 Quanto sei bello, figlio mio. Ciao, mamma, come stai? Bene, ti vedo bene. Non piangere, mamma, non lo sopporto. Scemo, piango di contentezza. Anch'io sono contento di stare qui da voi. Abbracciami, non ti vedo da due anni. Sì, mamma, sì.

Quattordici anni di assenza quasi totale dalla  casa dell'adolescenza. Valigie disfatte,  sigarette accese e lasciate bruciare. Il telefono che squilla.  Una cena abbondante, dollari esibiti, fotografie di spiagge, un liquore stomachevole. A letto in un letto vecchio di tre lustri.

 - Mi ritrovavo, a trentadue anni, in un luogo e in una città che non avevo mai amato, da cui era cominciata una deriva che mi avrebbe ricondotto, per quegli strani giochi di corrente che attraversano la vita, al punto di partenza. Ma io ero cambiato - mi dicevo -, la città non sarebbe stata più la stessa. Avevo imparato a giocare, a propormi. A farmi scudo con le esperienze precedenti, a rendermi interessante-.

  Via Nizza angolo Corso Spezia, le  automobili che vorticavano intorno e quella tremenda voglia di piangere Individuare i target, elaborare strategie, rivendere le  competenze, chiedere appuntamenti, inviare curriculum.

 - Dopo aver vissuto a Città del Messico, Torino sembrava un fazzoletto. Dicevo sempre agli amici che, in rapporto alla popolazione, era come trovarsi a Pinerolo. Ma la città aveva una scorza dura, era pregna di miti e di valori che mi avevano attirato e insieme suscitato ribrezzo: fare bella figura, evitare il ridicolo come la peste, saper gestire, manipolare, costringere gli altri al silenzio, all'assenso. Saperi e competenze specifiche, il culto della professionalità-

L'università  di  Guanajuato, gli studenti che scrivono anche gli errori di un professore dallo spagnolo zoppicante, un campo di pallavolo, un materasso di hule,  una ragazza che  sospira di piacere e stringe forte un corpo sopra di sé.

- Costruivo un progetto che non desideravo, dopo aver esaurito per stanchezza quelli precedenti. E, investendoci tempo ed energie, provavo quelle sensazioni ambivalenti proprie di chi, in sogno, non sa se si annoda una cravatta o si stringe al collo un nodo scorsoio-

-  Ciao, Gigi come stai?
-  Non c'è male, bentornato.
-  Mi presti la tua casa per qualche mese?
-  Si libera tra tre settimane. 
-  Cerca di fare più presto che puoi, non ne posso più.
-  Cos'hai, fretta?
-  Voglio andare via da qui, via.

 ***

 La casa di Gigi. Una strada stretta, antica, che sbuca nella piazza del municipio. Un'edicola all'angolo con via Cernaia, il bar di fronte, case di ringhiera senza ascensore.

-Era un appartamento di vent'otto metri quadri, incastonato nel centro del  centro. Vi si accedeva lungo una rovinosa scala, larga e scrostata, su cui si affacciavano almeno quattro porte per ogni piano. La mia prima casa torinese era passata di mano da un amico all'altro nell'arco di pochi anni. La consideravamo un po' come un bene comune. Il telefono squillava e mi piaceva rispondere. Ci abitavo precario e provvisorio, ma sveglio, in un posto non solo mio,  intessuto di storie affettuose-.

Un pomeriggio di novembre. Sono seduto a un tavolo di legno rettangolare, scrivo, sto mandando un curriculum al Comune di Torino. Fogli di carta dappertutto. Un tazza di caffè ormai tiepido. Il telefono.

Marguerita?  Non ci posso credere. Dove sei? Chiami dal Messico? Mi manchi da morire. Ti penso sempre, sempre. Ho voglia di vederti, di fare l’amore con te. Come dici? La prima volta? Certo, mi ricordo di quando ci siamo incontrati ad Acapulco per la prima volta e mi convincesti a  chiedere un passaggio per Città del Messico.

Cinque obesi  in mutande a bordo di un Datsun gigantesco. una donna e un uomo che salgono in macchina senza sapere se arriveranno a México. Risate, frasi allusive, una mano sulla schiena di Marguerita.

-Quando alla fine arrivammo  nella capitale (i cinque grassoni si erano addormentati tutti, tranne, per fortuna, l'autista che ascoltava paziente i miei sproloqui e le dichiarazioni di amore eterno rivolte a tutta l'America Latina ),  invitai Marguerita a dormire là dove soggiornavo. Abitavo allora con Gigi sulla montagna prospiciente la città, una specie di Superga di Città del Messico, posta a duemila novecento metri di altezza. Nel giardino –che attraversammo in fretta, faceva freddo- crescevano quattro agavi giganteschi, uno dei quali stava fiorendo. Seppi poi che quel fulgore anticipava di poco la morte della pianta-.

 Marguerita s'avvicina. Scocca un  bacio, sollevandosi sulle punte dei piedi, a un ragazzo vestito male, stanco, contento, confuso. Marguerita è piccolina, ha una testa di riccioli scuri e labbra grandi a forma di cuore.

  - Onde di benessere che fluiscono insieme alla stanchezza, alla musica, alla penombra della stanza. Decidiamo di andare a dormire. Su un letto piccolissimo che ci contiene a stento. Mi volto verso Marguerita e l'accarezzo, le bacio il collo, ma lei dorme o  finge, forse è stanca, forse non mi vuole, almeno la prima sera. Sprofondo nel sonno pensando ai cinque obesi che mi hanno lasciato i loro indirizzi e salutato con vigorose strette di mano-.

Una settimana intera a far l’amore con Marguerita, i corpi che ripetono i gesti consueti del desiderio, mentre Gigi dorme nella stanza accanto. Tre persone in giro per le  montagne, una vecchia radio e un cane che ci scodinzola intorno. “Aquì todo es posible, mi amigo”.

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LA RECENSIONE

usumacinta

DIECIMILA E CENTO GIORNI
Storie di uomini tra Italia e America Latina
di MARIA PIA ROMANO

Un tuffo che ha il colore del giallo ocra e del verde intenso, di mandorle amare, schizzi di sudore e deliri di lacrime. Di Italia ed America Latina, di viaggi e di fughe, di ritorni e di allontanamenti. Di esaltazione di popoli, di passioni e grida senza voce nella notte. Del blu e dell'azzurro di cielo e mare. Gli stessi che guardano fluire i giorni, i diecimila e cento giorni, mentre la brezza marina scuote il pino le cui radici restano annodate alla terra. All'amore, alla ricerca costante che dà un senso alle cose, alla vita che è fatta di scenari che cambiano, di sogni di libertà da
condividere con i compagni, di ansie e sconforti segreti, che si affondano nel dolore della bulimia, ingurgitando per rabbia e insoddisfazione cibi di cui non si riesce a percepire il sapore. Emersione, immersione, navigazione, approdo: in quattro sezioni si snoda avvincente la narrazione, che racchiude un arco di trentaquattro anni, dal 1970 al 2004.

E' uno di quei libri che si vorrebbe non finissero mai i "Diecimila e cento giorni" di Claudio Martini, edito da Besa. Ti capita tra le mani e lo leggi d'un fiato, perdendoti in quei nomi che diventano subito uomini e tu li ascolti e li vedi soffrire, gioire, respirare, far l'amore. Destini che s'incrociano e si salvano a vicenda, in un costrutto narrativo di suprema bellezza.

Ci sono immagini che s'imprimono nitide e vere nella mente, mentre insegui il tuo cuore rapito dalle storie. Storie di uomini. Storie che vengono fuori in una sorta di "stream of consciousness", in cui più che la cronologia conta il tempo interiore, che ti porta direttamente dentro le porte delle loro case e ti dischiude l'universo dell'anima. Fotogrammi sospesi tra un'Italia che si chiude dietro un perbenismo di facciata e cela solo irriguardose marginalità ed un'America Latina che grida la sua libertà con fierezza sconcertante, mentre è ancora oppressa da un macigno sul cuore che non la fa respirare.

Lo psicologo di origini tarantine, che ha una lunga esperienza di lavoro all'estero, proprio in America Latina, scrive di Perù, Nicaragua, Messico, Kosovo, Italia con la penna guizzante di una grande intelligenza che, come lama, squarcia la cortina dell'indifferenza dei tanti.

 

 

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