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Creato da odio_via_col_vento il 03/11/2005

Abbandonare Tara

abbandonare le sicurezze, i luoghi comuni, alla scoperta di cosa c'è fuori di qui

 

 

e se due giorni vi sembran pochi....

Post n°730 pubblicato il 21 Aprile 2014 da odio_via_col_vento
 

 

Carl Gustafsson, Saskia


Non mi pare giusto, ecco!
Proprio per niente.

Due giorni di pausa non bastano: in fondo sono solo 48 ore e quando il tempo lo puoi contare in ore significa che è breve, troppo breve.

Perché poi, a guardar bene, esattamente 48 non sono.
Tanto per cominciare non vogliamo mica metterci dentro le ore di sonno, no? Quelle esistono comunque, anche nei giorni di lavoro. Quindi non contano come riposo.

Allora sottraiamo da 48 circa 12 ore (6 per notte). E quindi le ore diventano solo 36.

Poi c'è da considerare il pranzo di Pasqua: un impegno di famiglia, non è mai riposo.
Quindi 36 meno 4 (un pranzo di Pasqua che si rispetti almeno 4 ore le dura, perché se era Natale erano almeno 6).

36-4=32

Ma al pranzo non ci si arriva indenni, freschi e riposati: uno scotto lo si paga, quello della preparazione del cibo (o di parte di esso, nel mio caso, visto che non ero a casa mia; ma il mio contributo l'ho dato). E quindi, diciamo, 3 ore.

32-3=29

Insomma, il monte orario diminuisce a vista d'occhio.
Mettici anche qualche telefonata di auguri, rispondere agli sms, arginare gli ovetti, pulcini, conigli, colombe che tracimano fuori dal cellulare, dal tablet, dal computer, travestiti da auguri.....proprio a far poco, a stare stretti stretti, un paio d'ore.
Quindi 29-2=27

Poi c'è stata una rincorsa alle lavatrici e a sfruttare quel po' di sole per cercare di non arrivare alla ripresa della settimana con arretrati.
Due ore, sommando solo i minuti effettivi e non contando i tempi morti?
Vabbé: 27-2=25

Insomma, in queste 25 ore strette strette ci si devono far rientrare anche:
- i film in arretrato; 
- un romanzo giallo (almeno); 
- gli aggiornamenti su un ramo collaterale della famiglia della suocera di mia sorella (ad ogni festa comandata ne scappa fuori uno nuovo, di questi rami collaterali: storie interessanti, non c'è che dire....ma insomma, fra aggiornamenti e riassunto delle puntate precedenti, un po' di tempo ci vuole); 
- la visita alla mia, di suocere; 
- i complimenti alle quasi-nuore; 
- un po' di balocchi e prove col Chromecast; 
- un infinito ripasso degli elenchi di cose da fare che non si ha tempo di fare...

.....e tutto è finito.

Nemmeno il tempo di allungare le gambe e fare un sonnellino. 

Ma se lo dico, io, che due giorni di festa son pochi? La Pasqua è una iattura, ti lascia in bocca il gusto proibito del risposo e poi si volatilizza.

 

 
 
 

ricominciare

Post n°729 pubblicato il 18 Aprile 2014 da odio_via_col_vento
 

 

Sarah Jarrett, The Call of Spring 

 

E vi ritrovo, cumulo di vecchie e nuove cose, affastellate e ben ordinate, noiose e splendide, faticose e lievi.
Il tempo che saltella, la primavera che non arriva, un'altra Pasqua fredda, mal di gola e raffreddore, cena e dieta, una vera pizza e un vero tiramisù dopo tanti pasti di cartone. 
Libri e pagine e carta, dopo Kindle e ebook e file e pendrive.

Un trenta in un esame, un ragazzo timido e schivo uscito fuori incredibilmente da un bambino affettuoso e terribile.

Gatti rossi e (maledetti) piccioni sul balcone; flash di vita notturna, un nuovo palazzo cresciuto in distanza, filari di cipressi da cartolina, vento e un nuovo verde cupo.

Una coppia di ragazzini che ridono di nulla e giocano, come i bambini che erano appena ieri; eppure la loro confidenza sa di nuova vita, di costruzione, di mistero e mi fermo sospesa, in attesa, per non disturbare, non interrompere.

Sembra solo ieri che ero io, eri tu, eravamo noi quel verde, quell'attesa, quel trenta ad un esame, quella pizza e quella costruzione del futuro.
Ogni rinascita ha in sé il seme del passato. Ogni vita, nella sua ferma consapevolezza e grantica certezza di essere nuova, calpesta e ricalca le orme del passato.

Ecco perché la Pasqua è sempre affascinante e trascina stancamente in sé un grande mistero.

 
 
 

agenda di NY - day #8

Post n°728 pubblicato il 13 Aprile 2014 da odio_via_col_vento
 

 

Spesso tendiamo a categorizzare e a definire tutta la popolazione di un luogo per certi tratti specifici: altezza, colore dei capelli, modo di vestire, forma del viso, atteggiamenti pubblici, ecc.

Spesso ci indiìoviniamo e la categoria è azzeccata.
Altrettanto spesso dà luogo ad uno stereotipo.

Che dire della gente di NY?
Che è eccentrica?

 

 

Che veste spesso di nero?

 

Che se son colori, sono sempre con colori accesi?

 

Che ama l'eleganza a tutti i costi?

 

Che è bianca/nera/asiatica/multirazziale?

 

Che non ti guarda mai in faccia? 

 

 

Vero tutto questo, ma anche il contrario di tutto.
Vero che è comunque ben distinguibile, pur essendo molto eterogenea.

Da amore a prima vita (e anche a seconda)

 

 
 
 

Agenda di NY - day #7

Post n°727 pubblicato il 08 Aprile 2014 da odio_via_col_vento
 

 

La tanto vituperata cucina americana offre anche un piatto incredibilmente buono, di chiara derivazione italiana, cui non avevo prestato molta attenzione finora. Anzi, lo avevo anche schifato un po'.
Il "Mac and Cheese": cioè maccheroni al formaggio. 

 

 

La storia, però, racconta che è un piatto francese, da lì esportato anche in Inghilterra.
E che in America lo portò nientepopodimenoche Jefferson, dopo il suo soggiorno a Parigi.

(questo mi fa venire in mente che è tanto che voglio fare un post su Jefferson, ma che ancora non l'ho fatto nulla di bello, eh, a me Jefferson fa pure un po' schifo.....ma vediamo) 

Cosa hanno di diverso da un nostro pasticcio al forno? Il tipo di formaggio, intanto: niente mozzarella o parmigiano, ma il tipico Cheddar (prima inglese, poi americano), direi un gusto che va più sul provolone.

Poi l'assenza di sugo (nella versione classica).
Ma comunque è un bel tuffo in una cucina che sa di casa anche se non lo è.
Un piatto popolare, il piatto della povertà e della crisi, del dopoguerra. Che oggi, naturalmente, trova un revival raffinato, come "side" (cioè contorno) o come antipasto, in dosi minime, magari arricchito di una spolverata di tartufo. 

Dove consiglio di mangiarlo?
Da S'Mac , una sorta di fast food dei Mac&Cheese, serviti direttamente nel loro padellino, di varie dimensioni e con aggiunte a scelta, ma sempre e solo molto popolari.

 

 

Uno di quei luoghi da America anni '50, un'oasi di tradizioni locali e di poche pretese, nascosta tra i quartieri eleganti di Manhattan.
Come nei migliori telefilm, si entra e si mangia a qualsiasi ora del giorno (e per me è stata una benedizione, verso le 4 di pomeriggio di un freddissimo e ventoso giorno di camminate infinite).
Oppure ci si porta via il preparato precotto, ma artigianale, pronto da essere scaldato, magari in un micronde.

 

 

 
 
 

Agenda di NY - day #6

Post n°726 pubblicato il 06 Aprile 2014 da odio_via_col_vento
 

 

 

Una delle più abusate immagini di NY è quella della Statua della Libertà. Ma è del suo simbolo che voglio parlare oggi, quel simbolo della speranza per milioni di immigrati che arrivarono qui da tutto il mondo.

Dall'altra parte, dalla parte di chi arrivava.
ed ecco il monumento all'emigrazione italiana. Abbastanza stereotipicamente chiamato "Mother Italy". 

 

Joseph Massari Hunter, Mother Italy

 

 

Dedicato agli immigrati italiani…simbolo delle madri di ogni nazionalità che mandarono i loro figli a costruire una nazione di immigranti, concepita nella libertà e dedicata all’uguaglianza di tutti coloro che vennero e di quelli che ancora devono arrivare.

 


Situato in un minuscolo parco che fiancheggia l'Hunter College, nell’Upper East Side, tra la Lexington Ave e la 68th street, tutto il monumento è colmo di simbolismi, dalle due figure femminili che rappresentano la musica e le arti teatrali, al monaco a sinistra che raffigura la religiosità degli italiani, mentre la donna col bambino è simbolo della cura per l’umanità.
Sulla parte destra c’è un uomo con un piccone, come significato del lavoro che abbraccia e conduce un bambino al suo fianco, simbolo di tutt ii figli degli immigrati italiani che sono stati portati verso l’istruzione dal lavoro pesante dei lotro genitori.
Ai due estremi di “Mother Italy” si trovano due busti, uno è di Cristofaro Colombo e l’altro è dedicato a Roma antica, centro dell’universalità.

Un piano anche troppo denso e affollato di idee, che certo non rende il sangue il sudore e le lacrime della vita di stenti condotta da generazioni di immigranti italiani prima del raggiungimento della fortuna e del riconoscimento di un loro posto specifico nella società americana.
Meriterebbe comunque di essere in un luogo più visibile, per tutti i Fiorello La Guardia, le Madre Francesca Cabrini, gli Antonio Meucci, Enrico Fermi, ma anche i Francis Ford Coppola, Frank Capra, i Martin Scorsese, i Sinatra, i Fonda, i Robert De Niro; e poi i Rudolph Giuliani e, oggi, i Bill De Blasio, che hanno affollato la storia degli Stati Uniti.

 

 
 
 
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