Creato da card.napellus il 11/04/2008
L'importante è accorgersene

AUGURI

 

 

Crederò in Dio quando lui crederà in me!

 

ADOTTA A DISTANZA IL CARD.

Adotta a distanza il Card.

Questo semplice e relativamente economico gesto ti darà un senso di beatitudine mai provato prima.

Al solo costo di un Negroni al giorno (servito al tavolino del Danieli di Venezia), potrai avere la gioia incomparabile di contribuire alla crescita, alla salute e all'istruzione del tuo Card. prediletto.

Lui ti manderà tutti i mesi una foto, una letterina e se gli telefonerai ti parlerà con voce suadente dei suoi progressi nello studio e nella vita.

Inoltre se sei una donna, puoi contribuire anche in modo più interessante, e coinvolgente, allo sviluppo e alla crescita del tuo Card. 

E ricorda, un Card. è per sempre.

 

Area personale

 

DISCLAIMER

ATTENZIONE

Questo blog potrebbe sembrare una testata giornalistica visto e considerato il penoso livello della maggior parte dei quotidiani.

Si tratta invece di un contenitore di stronzare ad elevata densità, e come tale è regolato dalla legge n.173 del 29.02.2001 e dai successivi regolamenti attuativi.

Gli argomenti trattati in questo blog dovrebbero offendere pesantemente la sensibilità di tutti quelli che hanno un orientamento politico o religioso preciso. Non escludo che possano anche offendere qualche minoranza, ma il blog non è stato concepito espressamente per questo.

Nel leggere questo blog potreste pensare di essere idioti, o che sia idiota chi ci scrive. Entrambe le ipotesi sono valide e meritano di essere approfondite.

Il tempo perso qui non può esservi in alcun modo rimborsato.

Non ci sono più le mezze stagioni - di questo non può in alcun modo essere considerato responsabile il gestore del blog.

 

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Bertrand e la sua teiera.

Post n°806 pubblicato il 19 Luglio 2016 da card.napellus

La causa fondamentale dei problemi è che 
nel mondo moderno gli stupidi sono sicuri di sé 
mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi.


Queste parole, che andrebbero scolpite a caratteri di scatola all'ingresso delle scuole e in tutti i luoghi pubblici, sono del grande filosofo e matematico inglese Bertrand Russel.

Nei suoi quasi cent'anni di vita il caro Bertrand si occupò di un sacco di problemi, quasi sempre nel momento sbagliato, e se la prese con tanta gente. Gli andò sempre bene perché era un Lord, faceva parte di una famiglia ricchissima e imparentata con mezzo mondo che conta, Churchill compreso.

Dunque fu pacifista quando tutti volevano la guerra, ebbe n mogli, fu insignito di un premio Nobel per la letteratura forse perché nei campi dove eccelleva (logica, filosofia, matematica) un simile premio non era previsto.

Quando gli chiesero di scrivere di religione, si inventò un paradosso ancora oggi buono per i tanti casi in cui a una persona viene chiesto di confutare una tesi indimostrabile: la teiera di Russel.

Scrisse che non ha senso fornire la prova negativa rispetto a qualcosa che è totalmente indimostrabile, e per questo immaginò che esistesse in un'orbita solare fra il nostro pianeta e Marte una teiera di porcellana tanto piccola da non poter essere risolta da un telescopio.

In questo caso, se qualcuno sostenesse la presenza di questa grazioso recipiente, non dovrebbe chiedere ad altri di fornire la prova che non esiste per confutarne l'esistenza.

Il caro Russel alla fine consegnò il suo scritto, che non venne pubblicato. Non se la prese, aveva già fatto la galera per i suoi atteggiamenti pacifisti, e in ogni caso la delusione non gli impedì di vivere fino a 98 anni.

 
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Corsi e ricorsi.

Post n°805 pubblicato il 18 Luglio 2016 da card.napellus

Una piccola curiosità.

Olga Hepnaroval, la ragazza che vedete ritratta qui sopra, ha una storia che rimanda a un fatto di sangue recentissimo; per ritrovarla su wikipedia sono diventato pazzo, ne avevo letto la storia anni fa, leggendo delle curiosità sulla città capitale della Repubblica Ceca.

Per farla breve costei, che aveva guidato per lavoro mezzi pesanti, un bel giorno prese un grosso camion, girovagò per la città aspettando di trovare una fermata del tram gremita, e poi si lanciò contro la gente in attesa, ammazzando otto persone.

Prima di compiere il crimine aveva lasciato scritto che voleva fare qualcosa per lasciare una traccia prima di suicidarsi.

Siamo nel periodo precedente la caduta del muro, in una nazione che ha sempre fatto uso della pena capitale, e dunque dopo un processo costei, che probabilmente aveva anche dei problemi psichici non trascurabili, nel 1975 fu impiccata - aveva 24 anni.

La notizia ebbe un certo clamore in Cecoslovacchia, e nel tempo sono stati scritti molti libri - ovviamente tutti in una lingua per me ostile e cattiva.

In ogni caso questo suo gesto le garantì un posto nella storia, visto che nessuna donna dopo di lei è più stata giustiziata in quel paese. 

 

 
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I treni che sbattono.

Post n°804 pubblicato il 12 Luglio 2016 da card.napellus

Io, come scritto sopra, sono un ignorante.

Ma mi chiedo come si possa ancora oggi verificare uno scontro fra due treni che viaggiano in direzioni opposte sullo stesso binario.

Ci sono auto che si muovono da sole nel traffico, ci sono aerei che partono e atterrano in modo totalmente automatico, si spedisce una sonda nello spazio e la si fa atterrare sul nucleo di una cometa.

Ma non si riesce a evitare che accadano incidenti del genere.

I sistemi che segnalano la presenza di un treno su un tratto di binario esistono da decenni, e non hanno bisogno di diavolerie elettroniche: ogni tanto c'è un tratto di binario che ha una verga isolata, il carrello del treno passando la mette a terra con l'altra e così si conosce in modo semplice e preciso se c'è un treno.

Fra l'altro in Italia esiste da sempre una società che si occupa di questo, la STS (passata da Ansaldo a Hitachi poco tempo fa), che opera da anni a livello globale. 

Alla fine verrà fuori, perché in effetti è sempre così, che è colpa di una persona. Magari di uno dei conduttori, che con tutta probabilità non sono rimasti indenni. 

Tuttavia io penso che la colpa sia di chi consente che ci siano ancora ferrovie dove un errore umano o anche un guasto permette questo.

Tanto per avere un'idea, le porte automatiche dei supermercati secondo le ultime norme devono avere un doppio motore, con una doppia centrale con batteria maggiorata e un doppio sensore per essere sicuri che aprano sempre. Sono, come si usa dire, ridondanti.

Ma ancora i treni sbattono l'uno contro l'altro.

 
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Son problemi.

Post n°803 pubblicato il 08 Luglio 2016 da card.napellus

Tanti anni fa mi capitava di pensare "come deve essere bella la vita di questa persona" magari riferendomi a un amico o un personaggio pubblico.

Non era che una forma lieve di invidia, non vorrei davvero cambiare la mia vita con quella di un altro. ma comunque ci pensavo, provavo a immedesimarmi.

Da qualche tempo non ho più questa tendenza. Penso che non è tutto così semplice, che una persona conosciuta solo per averne sentito parlare o perché si è vista in televisione in genere è molto diversa dall'idea che io posso farmi.

La vita di queste persone non è così facile. 

I tempi d'attesa per ritirare la Ferrari dopo il tagliando, l'impossibilità di trovare sempre un ristorante stellato nel luogo di soggiorno, il codazzo di giovani donne disposte a dartela senza alcuna formalità, la difficoltà di trovare la taglia giusta da Gucci, son problemi grossi.

Penso che nonostante tutto nella mia vita ci siano delle cose meravigliose che persone come un giovane bellissimo calciatore milionario, il figlio di un miliardario russo, il fratello gemello premio Nobel di Rocco Siffredi non possa nemmeno immaginare. 

 

Suonano, sono due signori vestiti di bianco che mi portano una tuta bianca con le maniche lunghe lunghe... un attimo, ora pubblico e poi vengo ad aprirvi la porta.

Ecco che ho scritto un'altra idiozia. 

 
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Ignorante.

Post n°802 pubblicato il 04 Luglio 2016 da card.napellus

Sto pensando a quei poveretti ammazzati in un bar di Decca perché non conoscevano il Corano.

Come sono diverse le persone.


Io considero un mio grande privilegio non conoscere il Corano, non conoscere la Bibbia, non conoscere la Torà.
Però conosco il principio di Archimede, i principi della termodinamica, il teorema di Pitagora e altre cose utili.


Nel mondo che sogno io non si ammazza la gente perché non conosce libri cosiddetti sacri, al limite gli si stringe la mano o gli si offre una decorazione al valor civile.

 
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Marketing!

Post n°801 pubblicato il 01 Luglio 2016 da card.napellus

Grazie alla mia lunga esperienza con peccati e peccatori, sono pronto a lanciare sul mercato la mia nuova Tessera Prepagata per le Indulgenze Purpuree.

Rispetto alla classica confessione è un sistema moderno, pratico e fai-da-te.

Non è poi così diverso dalle tasse che quotidianamente paghiamo senza sapere perché né tantomeno dove quei soldi vadano a finire: in questo caso voi sapete perché, avendo commesso il peccato, e io so dove vanno a finire.

 

 
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A Viterbo.

Post n°800 pubblicato il 29 Giugno 2016 da card.napellus

A Viterbo una decina di blogger si sono incontrati lo scorso fine settimana.

Ovviamente c'era anche il Card e la perpetua.

Bei posti, buon cibo, ottima compagnia.

Sagredo, tenutario di un noto blog, ha già descritto brevemente tutti i partecipanti in modo preciso e conciso.

Posso solo aggiungere che c'erano più donne che uomini, tre erano coppie, due auto erano Fiat Multipla.

Se ora chiamiamo A la coppia con il card., B la coppia con Gnappetta e C la terza coppia, sapendo che il romano ha l'auto scoperta, il fotografo modenese viaggia senza la moglie e che la donna con la Multipla non è di Alba dovete scoprire chi è l'uomo che ripara i condizionatori.

 

 
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Brexit.

Post n°799 pubblicato il 23 Giugno 2016 da card.napellus

Oggi gli abitanti della perfida Albione decideranno se rimanere o meno nell'Unione Europea.
La cosa non ha turbato il mio sonno, anzi da ora in poi non sentirò più parlare i grandi esperti su cosa succederà se...

Io a differenza degli inglesi, anche di quelli che voteranno per non uscire, mi considero da tempo un buon cittadino europeo.
Mi sento a casa mia in ogni stato dell'Unione, anche se ho difficoltà nel farmi capire, non vedo un tedesco o un olandese come diversi da me,siamo parte della stessa grande nazione.

Però devo dire che sono stato un po' deluso. 

Io speravo che quanto prima si sarebbe deciso di semplificare enormemente la struttura burocratica e politica degli stati federati, uniformandola a un unico modello. Che si sarebbe semplificata la struttura europea e che i cittadini europei presto avrebbero pagato solo tre tasse: quella regionale, quella nazionale e quella europea. 

Ora questo obiettivo lo vedo remoto.

Anche perché tutto ciò che viene toccato dai normatori europei viene complicato. Ne parlo perché riguarda anche il mio lavoro: prima c'erano norme italiane, un po' complicate, a volte da interpretare ma tutto sommato buone. Ora che ci sono le norme europee, il tutto è diventato un mix fra complicazione (Italia), statalismo (Francia) e tecnicismo (Germania). 

Dunque un insieme barocco di norme tecnicamente contorte che prevedono riscontri millimetrici e istituti di verifica riconosciuti, con verifiche annuali dei sistemi di misura nemmeno si dosassero veleni, uso di segnali, targhe, adesivi... un gran casino che poi ciascuno interpreta a modo suo.


Un po' li capisco, gli inglesi.

 
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Raccontino - Settima parte.

Post n°798 pubblicato il 14 Giugno 2016 da card.napellus

Adamo si addormentò quasi subito, ma fu un sonno di breve durata. Alle due si svegliò, ed era lucido coma avesse dormito fino a mezzogiorno. Il braccio si era indolenzito, ma non faceva troppo male. Dalla finestra entrava abbastanza luce e ora, seduto sul letto, poteva guardarsi intorno con calma.

La camera era abbastanza grande, con la parete alla sua sinistra occupata quasi per intero da una vetrata che doveva dare su una terrazza. Davanti a lui un armadio vecchio e con le ante coperte di adesivi colorati con marchi di abbigliamento e attrezzature sportive, mentre a destra un mobile basso con sopra una miriade di bottigliette di creme, profumi e altro che al buio non riusciva a distinguere.

Fra questo mobile e il letto, dentro a un sacco a pelo che doveva avere molte cose da raccontare, dormiva tranquilla la sua ospite. Notò la macchia scura dei capelli, seguì la linea del collo verso il sacco a pelo. Ebbe una piccola delusione nel notare che non aveva più il suo minikimono, ma tuttavia era ben coperta da una maglia o un pigiama. Respirava tranquilla, mentre il suo smartphone lampeggiava sereno sul pavimento vicino alla sua testa.

Lui si mise a guardarla come avrebbe guardato una figlia, se mai ne avesse avuta una. Quando era giovane l’idea di diventare padre era per lui una bizzarria, ma da quando sua moglie se n’era andata una sottile malinconia si era impadronita di lui, e ora una figlio non gli sarebbe più sgradito, solo che gli piacerebbe già grande, indipendente. Come quella ragazza che ora dormiva nel sacco a pelo, per esempio.

Questo “complesso del padre mancato” da qualche anno gli impediva di provare una serena ed erotica attrazione per le donne molto più giovani di lui, ed era un limite fastidioso.

Tuttavia proprio in quel momento lei si girò, e ora lui poté guardarla con più attenzione: il volto era certamente la sua parte migliore, dai lineamenti regolari, il taglio degli occhi leggermente obliquo, la bocca davvero bella. Ora vedeva chiaramente il suo abbigliamento, sembrava una t-shirt, probabilmente giudicata non degna di essere indossata per uscire.

Sotto quella maglia, pensò, non poteva esserci chissà che cosa. La cara Renata non era precisamente una maggiorata.  

Sobbalzò al suono della sveglia. Teresa aprì gli occhi, senza muovere la testa con una mano prese il telefonò e zittì la suoneria. - Mi guardavi da molto? - Il tono non era quello di una persona che si fosse appena svegliata. - Ti piaccio? Stavi progettando di saltarmi addosso? -

Curiosamente la sua non era l’espressione di chi si è appena svegliato dopo ore di sonno, la testa non si era mossa rispetto a quando dormiva, gli occhi si erano aperti come quelli di una bambola, sembrava perfettamente sveglia, senza un minimo appannamento, senza uno sbadiglio.

- Buongiorno Renata - Adamo si avvicinò al bordo del letto per vederla meglio, ma lei si era già messa a sedere. - Non sono fisicamente in grado di saltare, e non sono neppure una persona che ha l’abitudine di insidiare giovani semisconosciute, specialmente con un braccio inutilizzabile e una serie di dolori che non voglio nemmeno stare a elencarti.-

Sorrise chiudendo gli occhi - A me invece piace eccome saltare addosso a sconosciuti feriti e con un piede già nella fossa. Non mi trovi terribilmente eccitante? - Si mise in ginocchio saltando fuori dal sacco. A parte testa collo braccia polpacci e piedi non usciva altro da quella specie di copricostume sbiadito che evidentemente lei considerava una camicia da notte. Era probabilmente l’indumento meno eccitante che mai fosse stato cucito. -  Ah, la sveglia suona alle tre per due motivi: devo prendere una pillola e poi devo fare due squilli alla mia amica. Hai sete, ti serve qualcosa? Non fare complimenti con me. -

La guardò allontanarsi in direzione della cucina. Dai rumori intuì che stava prendendo la pillola, poi la sentì parlare con un tono quasi materno. Non si sforzò per afferrare le parole, che presto furono coperte dal rumore dello sciacquone e poi dell’acqua corrente. Tornò che aveva già finito la telefonata.

Si sedette sul bordo del letto - Allora, caro Gustavo, ti piacerebbe una figlia come me? Oppure preferiresti - socchiuse gli occhi in uno sguardo complice - un’amante come me?

Non ci pensò nemmeno un istante - Una figlia si, sicuramente. Intendiamoci, sei una bella ragazza, ma io una figlia non l’ho avuta, e ora mi manca. Da ieri sera anche di più, mi piace l’idea di parlare con una come se fosse un’amica, nonostante la differenza di età. Ma forse con le figlie non si parla altrettanto bene. Parli molto con tuo padre? -

Ebbe un sorriso - dovrei fare una seduta spiritica per questo. Non è pratico, mi capisci. Papino è morto un anno dopo avere lasciato la mamma sola con me che avevo appena tre anni. Magari ci avrò anche parlato, ma non ricordo bene. Certo non saranno stati discorsi seri: la pappa, la nanna, la cacca. -

Pensò che fosse meglio cambiare discorso: - come sta la tua amica, gli manca ancora la lavatrice? -

- Sta come sempre, depressa, senza speranza. Anche lei come me ha una storia triste, e tutto per colpa di voi uomini. - Puntò il dito contro il poveretto e iniziò a gridare - Perché è sempre tutta colpa vostra!!! -

Lui si ritrasse per quanto possibile e sgranò gli occhi - ma sei di fuori? Cosa ti succede? -

Renata aveva già cambiato espressione. - Scusa, era solo uno sfogo. Dicevamo? Ah, la lavatrice, sembra si possa riparare, l’ha presa un mio vicino che sa mettere le mani in ogni cosa, ma che io non avevo coinvolto perché ho sempre avuto l’impressione che non siano solo le lavatrici l’oggetto delle sue attenzioni manuali. Mi ha detto che la rimetterà in funzione e la porterà alla mia amica. Speriamo non se la trombi. -

- La lavatrice? -

- Ma no, sciocco, la mia amica. - Rise di gusto. - Facciamoci un caffè, tanto di dormire per ora non se ne parla. - Accese la luce, e andò in cucina. - Come mai sei passato da queste parti? Cosa vendi? -

- Ma chi te lo dice che vendo qualcosa… prodotti per uso sanitario. Siringhe, garze, ma anche apparecchi medicali, disinfettanti. Non so bene nemmeno io cosa vendo. - Lo disse per troncare la discussione, in realtà sapeva ogni singolo articolo che aveva in catalogo, ne conosceva le caratteristiche e il prezzo. Ma non aveva voglia di parlare di lavoro e soprattutto di se stesso. Gli parve di vivere una vita che non valesse la pena di essere raccontata.

- Hai con te antidepressivi per la mia amica? -

- Non vendo farmaci, non sono un farmacista, non ho finito di prendere la laurea in medicina, non sono nemmeno un ipocondriaco, dunque non posso aiutarti. - Vide una foto sul comodino dal lato opposto al sacco a pelo. Non l’aveva notata prima. - Senti, per caso la tua amica è quella gran figa che è con te nella foto sul comodino? -

Non sentì una risposta, ma dopo dieci secondi lei entrava nella stanza con un vassoio e due tazze di caffè, un piccolo bricco per il latte, un piattino con qualche biscotto. - Quella topolona, caro il mio curiosone, è mia mamma. Ha solo diciassette anni più di me, ma la foto è vecchia, dunque lei ne aveva circa trentacinque. Lo dicono tutti che è più bella di me, e hanno ragione. Guarda come gli sta il costume addosso, il mio è mezzo sgonfio. Poi è ancora più alta di me che non sono una nana, e ha due gambe perfette. Questione di fortuna. -

- Allora se fra noi non funziona me la fai conoscere? -

- Volentieri, ma non penso sia bene intenzionata. Ha un carattere molto chiuso, e non penso voglia mettersi mai più con un uomo. Del resto io sono stata delusa dagli uomini, ma lei anche di più. -

Adamo prese a sorseggiare il caffè - Non ho mai capito perché gli uomini pensano alle loro ex come trofei di caccia e le donne ai loro ex come un campionario di deficienti. -

Renata assunse un’espressione sognante, cambiò persino il tono di voce, pareva di ascoltare un documentario delle BBC - Perché noi donne siamo meravigliosi animali liberi nella savana della vita che tutti i giorni si svegliano felici e ignare, liete solo di colorare del loro arcobaleno interiore gli infiniti paesaggi dove si trovano a passare, creature stupende e immacolate che non sanno ancora la sorte triste che le aspetta sotto forma di un crudele cacciatore, l’uomo della caverne affamato solo di carne giovane, desideroso di appendere alla parete della sua spelonca un’asse di legno con la nostra testa farcita di paglia, al posto degli occhi pieni d’amore due gelide e inespressive perline di vetro. Mentre voi uomini siete, in effetti, un campionario di deficienti. Non tutti, capiscimi, non tutti. -

Dopo la lunga considerazione sulla sorte delle donne, che l’aveva colpito anche per la fantasia delle metafore, quest’ultima affermazione non piacque a Adamo.- Sei carina e simpatica, ma non voglio costringerti a convivere anche solo per una notte con un deficiente monco e zoppo, ti prego, chiamami un taxi che torno al mio albergo. Il portiere di notte mi conosce e non mi lascerà fuori sul marciapiede. -

Lei capì che aveva esagerato, cambiò espressione e tono della voce - Come sei permaloso… scusami, ho esagerato. Prendi un biscottino, facciamo pace. -

Tuttavia qualcosa si era rotto, questo continue variazioni di umore non lo divertivano più. Non sopportava quando qualcuno metteva in dubbio le sue capacità sul lavoro o la sua sanità mentale, e ora si sentiva tanto a disagio. Comunque alla fine prevalse la pigrizia, prese un biscotto e nel silenzio che era bruscamente calato gli tornò in mente una scena simile di tanti anni fa.

Si era storto un piede in palestra, e in quell’occasione Maria passò un’intera notte a parlare con lui di mille cose, tutte futili, visto che non riusciva a prendere sonno. Gli venne in mente che forse era stata la sola notte passata in bianco con sua moglie, che era stato benissimo nonostante i dolori, e che se avessero avuto più notti da passare insieme parlando ora tra di loro non sarebbe finita.

Di nuovo la voce di Renata interruppe i suoi pensieri. Balzò in ginocchio sul letto. - Buonanotte papino! - Si allungò verso di lui e gli stampò un bacione in fronte, mentre lui non resistette, data la posizione favorevole, a dare un’occhiata dallo scollo dello sbiadito copricostume, avendo un rapido panorama della ragazza dal collo agli slip. Capì facilmente perché lei si lamentasse del fatto che il costume restasse sgonfio, poi chiuse gli occhi mentre lei si ritraeva. Non voleva passare da guardone e tutto sommato per quel giorno aveva già patito abbastanza.

 
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Un raccontino - Sesta parte.

Post n°797 pubblicato il 01 Giugno 2016 da card.napellus

Renata aprì la porta. L’appartamento rispecchiava l’aspetto dell’uscio: piccolo, scuro, in pessime condizioni.

- Ci passa la lavatrice dalla porta, Renata? -

- Ovviamente, non è stata costruita in casa. Non mi hai detto niente della tua famiglia, facchino Adamo. Sei sposato, insomma? Hai figli, nipoti, bisnipoti? -

- Certamente - disse stando al gioco - ho un bisnipote settantenne che però non si è mai sposato e non mi ha dato alcun trisnipotino. Che crudele. Mia moglie, dopo avermi sopportato dodici anni, se ne è andata, senza mai avermi concesso il divorzio. Era una strana donna, quando uscì di casa per l’ultima volta portò via tutte le sue cose, i vestiti, le foto… stava tutto comodamente nel bagagliaio della sua Punto. Si trasferì in Austria, perché ricordo di avergli spedito delle cose che non aveva preso, poi non l’ho più trovata a quell’indirizzo. -

- Che strana, una donna che ha un bagaglio minimo, che non assilla il marito con onerose richieste di divorzio, che non si vendica facendogli un gavettone di acido…-

Giunsero davanti alla lavatrice. Uno di quei modelli piccoli e compatti, da single, in effetti sarebbe passata da qualsiasi porta fosse larga abbastanza per far passare una persona.

- Non era una donna vendicativa, io comunque non mi sono mai comportato male, non troppo almeno. In dodici anni ho avuto solo una breve avventura, di cui lei non seppe niente. Penso che anche lei mi sia stata piuttosto fedele. Almeno dal fatto che l’idraulico e l’elettricista si siano sempre fatti pagare. -

- Hai bisogno di aiuto per spostare la lavatrice? -

- No, cara, ce la faccio nonostante l’età. Ho notato che hai già staccato la spina della corrente e i tubi dell’acqua. Non la usavi più? -

- Ho staccato tutto per fare prima, sapevo che avresti accettato l’incombenza. - sorrise fissandolo negli occhi. - non sono una gran figa ma ancora qualche uomo riesco a circuirlo. Ma insomma, non sai più dove sia tua moglie? Mi sembra strano. -

- Anche lei era una persona particolare. Non ho mai saputo la sua storia prima di incontrarmi, eppure ci siamo sposati che eravamo già belli grandi, dopo sei mesi dal nostro primo incontro.-

Adamo prese fiato e sollevò la lavatrice. Renata intanto gli faceva strada, finché uscita dalla porta, prima di fare l’unica rampa di scale, si fermò a chiudere la porta di casa. - Vado avanti a tenerti aperto il portone, vedi di non cadere, ci tengo alla mia lavatrice. La controlli bene? -

Dette una sistemata al tubo dell’acqua per evitare che inciampasse e lasciò che la presa andasse a incastrarsi fra il montante della ringhiera e il secondo gradino, poi si allontanò in fretta verso il portone.

Come previsto non appena il cavo andò in tensione Adamo sentì la lavatrice che restava impigliata, istintivamente andò in avanti inciampando proprio nel filo, la presa si staccò ed entrambi, Adamo e la lavatrice, percorsero in modo inconsueto quei sedici gradini: la lavatrice dopo un primo capovolgimento scivolò sui gradini, mentre subito dietro arrivò l’uomo, in modo molto meno elegante rispetto all’elettrodomestico.

Renata cacciò un grido. - Adamo, ti sei fatto male? - corse verso di lui. Il braccio destro era steso in avanti, mentre il sinistro era rimasto sotto di lui con una piega innaturale. Il viso era rimasto stranamente intatto, mentre del resto non si poteva capire le condizioni. Comunque era vivo.

- Renata, ma cosa è successo? - provò a rialzarsi ma un braccio non gli era di alcuna utilità. Lei lo aiutò a portarsi a ridosso del muro e a sedere sul gradino. - Mi fa un gran male il braccio e respiro con difficoltà, forse ho una costola rotta. Uscì una signora dalla porta di fronte a quella di Renata, scese per le scale e aiutò la ragazza a spostare il rottame della lavatrice, poi andò a chiamare il pronto soccorso.

Intanto lei cercava di parlare con Renato. - non so bene, ma devi aver inciampato da qualche parte, mi spiace tanto. Ora ti accompagno all’ospedale, mentre aspettiamo l’ambulanza ti sposto la macchina e la chiudo, non si sa mai.

Non era ancora l’ora di cena che era già stato dimesso. Ora era seduto al tavolo di cucina, in casa di Renata. Lei era veramente mortificata per l’accaduto.

- Come sta il braccio, tesoro? -

Lui abbozzò un mezzo sorriso - bloccato nel tutore abbastanza bene, sono le costole che mi fanno male, e la miriade di bozzoli e ammaccature che ho dovunque. Credo che la sola parte di colore non viola del mio corpo sia la pianta dei piedi.

- Forse anche qualche altro particolare anatomico non è rimasto coinvolto nella caduta - sorrise maliziosamente guardando verso il basso.

- Renata, ti prego, niente allusioni sessuali, non potrei nemmeno se tu fossi miss Italia. Davvero. Ora se puoi organizza il mio ritorno, non mi piace stare lontano da casa quando sto male. -

- Oggi non posso, davvero, Poi hai sentito all’ospedale, due giorni di riposo assoluto prima di spostarsi. Resta qui, fra l’altro io mi sento colpevole per tutto questo. Per rendere il tuo soggiorno più piacevole ho organizzato tutto nel tempo che hai passato in ospedale. Tu dormirai nel mio letto, da solo ovviamente, ho già cambiato le lenzuola. Io ho messo in terra un sacco a pelo, sono giovane e me lo posso permettere. Fra poco si mangia qualcosa, poi a nanna, si guarda un film se vuoi, o si parla, o si dorme. Sarò la tua geisha.

- Una geisha non mi occorre, non ora. Mangio qualcosa visto che hai già preparato, poi vado a dormire. Ma non devi sentirti in colpa, sono cose che succedono. -

Controllò i fornelli poi andò nella camera. Tornò dopo tre minuti con addosso una specie di corta blusa rosso lucido con stampato sopra un grande drago dorato.

- Ma cosa ti sei messa? -

- Se devo fare la geisha, devo essere credibile. Ho messo il mio kimono. -

- Ma quello non è un kimono, ti si vede mezzo culo, dai cambiati. -

- Guarda che stai vedendo una cosa che non è di pubblico dominio, e che pochi hanno potuto anche solo sbirciare. Un grande privilegio. E comunque io in casa mia indosso ciò che voglio. -

Protestò ancora, ma molto debolmente. Per quanto nella sua testa ci fosse molta confusione, si rassegnò a questo strano fine settimana in casa di una pazza sconosciuta. E comunque non era davvero una brutta donna, per quanto non fosse appariscente. Si mise a sedere davanti a lui e mangiarono insieme, in quasi totale silenzio, ogni tanto alzavano lo sguardo per capire meglio chi avevano davanti, e quando lo facevano insieme restavano a fissarsi per qualche secondo, la forchetta in mano, serenamente.

Dopo aver mangiato la frutta, Gustavo tornò a parlare. - è una cosa che volevo chiederti prima, poi con il casino che è successo... ma perché dovevi trasportare la lavatrice? Va riparata?.-

- Ora si, ma fino a qualche ora fa era perfettamente efficiente. Dovevo portarla alla mia amica di ieri sera, a lei si è guastata e ne sta facendo un dramma. Io le mie mutande posso lavarle anche a mano, e gli abiti nella lavanderia a gettone, non mi pesa. Io per un’amica farei di tutto. E ora andiamo a nanna, che è stata una giornata pesante. -

 
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Un raccontino - quarta parte (la quinta è già stata postata).

Post n°796 pubblicato il 24 Maggio 2016 da card.napellus

Ecco che mi tocca fare la parte del vecchio ringalluzzito che si fa abbindolare da una giovane che lo presenta agli amici come fosse suo zio. Ovviamente – pensò Adamo – stasera al bar può aspettare quanto vuole. Io fra l’altro ho da vedere un cliente, ce ne andremo a cenare “all’osteria dei passi perduti” che è a trenta chilometri da qui, e non ho nessuna intenzione di saltare quell’appuntamento per stare dietro a una giovincella.

Come ha detto “tanto non hai un cazzo da fare?” e invece qualcosa da fare ce l’ho anch’io. Vorrà dire che questa sera chiamerà a farle compagnia il nano cornuto.

Rientrò in albergo per cambiarsi, erano già le sei e quaranta quando pensò che non era il caso, per evitare di fare il vecchio porco, di essere scambiato per un vecchio rimbecillito.

Dunque prese il telefono con l’intenzione di chiamarla per scusarsi, ma alla fine decise che era meglio scriverle un messaggino.

Non aveva nemmeno scritto una lettera che l’ordigno vibrò.

Per un istante pensò fosse il cliente che rimandava l’appuntamento. Poteva anche starci, quell’uomo aveva sempre mille problemi che all’ultimo minuto facevano saltare tutto, ma pagava con regolarità, e questo faceva passare in secondo piano tanti inconvenienti.

Se fosse stato così avrebbe mandato ugualmente il messaggio a Renata, ma solo per avvertirla di un suo minimo ritardo, le persone importanti si fanno sempre un po’ desiderare.

Aprì la schermata degli sms e vide quello proprio della giovane bugiarda: scusa ma non posso essere al bar come previsto per le sette, una mia amica è stata investita da un motorino e ora è a casa con una mano fratturata, vado a fargli da mangiare perché vive sola e non può nemmeno rifarsi il letto in quelle condizioni.

Ah, che rabbia essere anticipati dalla persona che si vuole bidonare, per un solo istante!

Immediata la sua risposta: ok per il cibo, mangiare è un diritto, ma devi dire alla tua amica che quando prevede di farsi investire, ma comunque in ogni caso, il letto lo metta a posto la mattina dopo colazione, così se diventa una brava donnina poi trova un buon maritino, e non rompe le scatole alle amiche quando sta male.

Sorrise della stupidità del proprio commento. Normalmente non l’avrebbe mai scritto, ma era sicuro al 90% che quella fosse solo una scusa banale, e così non si sentiva in colpa per aver dimostrato il proprio cinismo.

Finì di prepararsi e uscì tranquillo e sereno. Come previsto il suo cliente arrivò con mezz’ora di ritardo, ma fu comunque una serata produttiva passata davanti a un tavolo a parlare di scatole di cartone, imballaggi espansi, nastri adesivi silenziosi. Come sempre quando due uomini si incontrano per qualche motivo, una volta sistemate le questioni lavorative, complice il vino, si apre il capitolo donne.

Ovviamente in questi casi è sempre un gioco prevedibile fatto di mezze verità, tristi ricordi, amici sfigati (in realtà inesistenti prestanome a cui vengono addossate le proprie figure di merda), commenti pesanti e gratuiti su qualche conoscenza comune o su attrici o donne dello spettacolo.

Adamo non era troppo adatto a queste conversazioni, non gradiva parlare delle proprie conquiste giovanili, né tantomeno del suo matrimonio finito in modo brusco e misterioso. Sapeva di non essere il solo ad aver sposato una mezza pazza che di punto in bianco sparisce, ma la cosa gli pesava. Così restava sempre sul vago, ora per esempio ricordava una giovane greca con la quale ebbe un’avventura a Corfù quando aveva nemmeno trent’anni.
Fu a questo punto, per dimostrargli quanto fosse ancora gagliardo, che il suo compagno di tavola, peraltro di dieci anni più vecchio, prese il telefonino per fargli vedere la nuova ragazza dell’ufficio, allucinandolo con particolari piccanti sul suo modo particolarmente eccitante di vestirsi (ma dalla foto sembrava una novizia) e su come lo guardasse quando si incrociavano per strada, visto che abitava molto vicino a casa sua.

Meccanicamente sorrise e abbozzò qualche becero commento, prese il proprio telefono anche lui, così per vedere se c’erano novità, e si accorse che Renata aveva mandato quattro messaggi. Strano.

Li lesse mentre sul suo viso si stampava un sorriso per celebrare l’ennesima porcata del suo compare, che ormai andava a ruota libera.

Esattamente con cadenza di un’ora a partire dalle sette gli aveva scritto le seguenti, brevi comunicazioni:

“Non hai nessun diritto di prendere per il culo una mia amica”

“Almeno rispondi quando ti tratto male”

“Adamo-Gustavo, ma ce l’hai un cuore?”

“Fra dieci minuti saluto la mia amica, il tempo di aiutarla a coricarsi. Alle undici penso di passare dal nostro bar per farmi una birra prima di tornare a casa. Hai un’occasione per farti perdonare.”

Non erano cose che una persona assennata potesse scrivere. Controllò l’orologio. Si alzò da tavola con una certa lentezza. – Caro Maranni, per me è ora di andare a letto. Domani dovrò tornare in sede e mi aspetta poi un altro viaggetto nel pomeriggio, seicento chilometri di autostrada che si sommano a quelli che ho già fatto in questo mese, tanti davvero. –

- Ma proprio ora che il discorso si faceva interessante, caro mio, ma che peccato – però anche lui mentre diceva così si alzò. – Chiamò il cameriere per farsi fare il conto. – Questa volta pago io, carissimo! –

Ovviamente non andò così. Il cameriere arrivò direttamente con il conto, la carta di credito che Adamo gli aveva dato appena entrato senza farsi vedere (conosceva quel locale da vent’anni e sapeva benissimo che poteva comportarsi così), e lo scontrino già stampato solo da firmare.

Appena fuori, esauriti saluti e imbarazzi per non aver potuto pagare, il signor Maranni si dileguò rapidamente. Erano le undici meno dieci. E sia, passiamo dal bar per controllare come vanno le cose.

Durante il breve tragitto verso il luogo fatidico, pensò alla sua buffa situazione. Gli sembrò di essere tornato indietro di quarant’anni, ma forse nemmeno quando era al liceo si sarebbe messo in una simile situazione, era un ragazzino perbene e non andava a caccia di ragazze strane. Invecchiando, invece, come capita alla maggior parte degli uomini aveva scoperto il suo lato porcello.

Accostò al marciapiede e scese prendendo dalla macchina solo il telefono. Dietro al banco c’era una donna sulla quarantina, che proprio mentre lui aprì la porta alzò gli occhi verso un grosso orologio. - Buonasera, desidera? -

Lui si guardò intorno. Il locale era praticamente vuoto. Decise che non era il caso di sedersi, per evitare che la barista pensasse a una sua lunga permanenza. Probabilmente era vicino l’orario di chiusura. - Una birra piccola, per favore, magari in bottiglia. -

L’altra tirò fuori due bottiglie senza dire niente, lui indicò quella di destra senza nemmeno guardare. Del resto gli occhiali li aveva lasciati sul sedile dell’auto e dunque quelle bottiglie erano per lui identiche.

- Siamo alla chiusura, vedo - una ovvia constatazione fatta solo per dire due parole - non si preoccupi, bevo in cinque minuti e me ne vado a dormire. -

- Il bar chiude tutte le sere all’una, che sia pieno o vuoto per me non cambia niente - la barista stava versando la birra nel bicchiere - in ogni modo ne ho ancora per un’ora e mezzo abbondante e dunque se si vuole sedere per me non ci sono problemi. -

Certo che non era entusiasta della sua compagnia, ma visto che lo invitava a sedersi, Adamo prese la birra e si piazzò a un tavolo accanto alla porta. Che seccatura rischiare di essere arrivato per primo. Pensò che ormai avrebbe atteso dieci minuti e non di più. Come sempre quando un uomo aspetta una donna, inevitabilmente quel tempo si dilatò notevolmente, mentre leggeva il giornale sportivo. Era ormai passata quasi un’ora, la birra era finita e nel frattempo si era aggiornato sulle trattative in corso fra Chelsea e Real Madrid per comprare un famoso attaccante, sul fallimento di un’azienda produttrice di biciclette da corsa, sulle modifiche normative per la formula uno.

In meno di un minuto si alzò dal tavolo, non senza aver dimenticato un suo biglietto da visita sul tavolo, pagò la birra e uscì. Salì in auto e partì mentre una utilitaria color crema si fermava davanti al bar. Ebbe l’impressione che ne uscisse proprio Renata, ma lui non era il tipo che una volta partito si fermasse o tornasse indietro. Buonanotte cara!

 
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Raccontino - quinta puntata

Post n°795 pubblicato il 23 Maggio 2016 da card.napellus

Si alzò la mattina dopo con la testa pesante. Adamo non aveva l’abitudine di protrarre cena e dopocena fino a mezzanotte, come la sera prima. Mangiava poco, quando poteva, e beveva pochissimo.

Mentre radunava le sue cose guardò il telefono, e rimase deluso nel non trovare chiamate o messaggi da parte della misteriosa Renata. Fra l’altro gli restava solo da passare a salutare un cliente e poi poteva tornarsene a casa, era venerdì e aveva lavorato abbastanza.

Scese a fare colazione ma aspettò a liberare la camera, tanto l’albergatore non aveva certo bisogno di tante camere libere per il fine settimana, il suo era un hotel da lavoratori, in un paese poco turistico e metà delle camere sarebbero rimaste vuote fra sabato e domenica.

- Dormito bene? - Il caffè fu posato sul tavolino accompagnato da queste parole, forse un po’ scontate e da una busta - Ieri notte hanno lasciato una lettera per lei. -

Prese la busta e la guardò sui due lati, era bianca, senza finestra o mittente. C’era scritto solo il suo nome con accanto “mezzanotte e mezza”. Aprì la busta, e lesse quello che era stato scritto con una grafia non troppo regolare:

Caro Adamo, perché hai fatto il coniglio? Non si scappa davanti al pericolo! Certo che ieri sono arrivata in ritardo, ma sono una Donna. Arrivare in ritardo è un Mio Privilegio. Io posso. Tu no. Non mi importa se fai lo scemo come mio fratello, non mi importa se hai l’età di mio padre, non mi importa se hai il cervello di mio nonno. Quando io ti dico un luogo e un’ora indicativa, tu mi aspetti. Cosa mai avevi da fare? Ora dovrai farti perdonare, perché queste cose a Una Donna non si fanno. Ho chiesto al portiere che mi ha promesso di consegnarti questa prima della tua partenza, e se sei un uomo la leggerai. E se sei un uomo ti farai trovare al ristorante dell’albergo a mezzogiorno e mezzo per farti perdonare. Se sei un uomo. Renata.

Tutto scritto così di fila, senza mai andare a capo, usando sempre la maiuscola per la parola donna e mai per quella uomo… Che noia farsi tirare dentro questo giochetto, ma perché mai aveva attaccato discorso con questa ragazzina… Alzò la testa verso il barista - Senti, io passerò prima di pranzo a ritirare le valigie, tanto a voi la camera libera per mezzogiorno non vi serve. Mangio qui, puoi lasciarmi libero un tavolo per due? -

Il barista, che lo conosceva abbastanza bene, portò via gli avanzi della colazione. - Si, certo. Oggi dovrebbe esserci il risotto di pesce, ne faccio mettere da parte due porzioni? -

- Perfetto, grazie. - Si rimise la giacca e uscì dall’albergo, diretto al piazzale posteriore dove aveva lasciato la macchina. Si meravigliò di vedere sotto al tergicristallo un foglietto rosa. Come aveva potuto prendere una multa? Lo sfilò curioso. Non era una multa. Dietro al dépliant pubblicitario di una salone di bellezza c’era disegnato un coniglio con scritto sotto “ADAMO”.

Alle undici e mezza la giornata di lavoro era ormai finita.

Tornò verso l’albergo, non prima di aver comprato un coniglietto di peluche

Entrò nella hall, lei era già lì, seduta su una poltroncina tutta presa a sfogliare una rivista.

- Ma le vere donne - disse piano avvicinandosi al suo orecchio - non dovrebbero farsi attendere dagli uomini fino allo sfinimento, e oltre, se necessario? -

- Le vere donne può anche darsi - posò la rivista e si voltò lentamente. Aveva un aspetto non proprio perfetto, si capiva che aveva dormito poco nonostante fosse ormai ora di pranzo - le vere donne non stanno tutta la sera da un’amica malata, non vanno in ritardo a un appuntamento, e soprattutto non richiamano prima di andare a dormire l’amica malata, sapendo che poi quella poveretta le convince a tornare da lei. E a passare la notte in bianco.-

- Ma cosa ha la tua amica?-

- Niente di contagioso, è stata lasciata da un tipo che nemmeno la meritava, ha smesso di mangiare da una settimana, non dorme, è uno straccio. E ora è arrivata una febbre da cavallo, ieri non voleva scendere sotto i 39°. E ha solo me, sono l’unica che può aiutarla, a meno che non torni dai genitori, ma lei preferirebbe morire. Probabilmente è sulla strada buona.

- Le donne sono strane. - provò a troncare il discorso. Lui non era mai stato un tipo altruista, di quelli pronti a dare il proprio sangue per il bene altrui, e non sopportava le lamentele altrui. Non era mai stato un mostro di sensibilità, se poteva fare qualcosa per un amico lo faceva, ma qualcosa che non comportasse ore di ascolto e comprensione. - non hai già qualche problema tuo, devi condividere anche quelli altrui? -

- Certo che ho problemi miei. Per prima cosa gli uomini: ne conosco solo di stronzi, e quelli che incontro lo sono sempre. Sempre. Secondo te c’è un motivo?-

Ignorò la velata allusione - Anch’io ho un problema del genere, tutte le donne che incontro hanno la sindrome della crocerossina. Aiutano gli amici, i bambini africani, le foche monache, i bonzi cambogiani, i delfini giapponesi. Mai che pensino anche alle mie modeste esigenze. Ora per esempio ho fame. -

- Andiamo - disse lei alzandosi - visto che sei un po’ cafone mi offrirai il pranzo.-

- Mi pare il minino. Prego, dopo di lei. - La seguì verso la sala da pranzo senza smettere per un solo istante di guardarle il culo. Giunti a un tavolo dove un cartoncino piegato riportava il suo nome, spostò una sedia - Prego signora, si accomodi. -

- Si accomodi anche lei, signor conte -

In due minuti il cameriere era già arrivato, lasciando il menù.

Adamo nemmeno lo aprì, sapeva già cosa prendere. - Ti consiglio il risotto di pesce, è ottimo. -

- Non mangio pesce il venerdì, lo fanno tutti. Prenderò le tagliatelle funghi e piselli. - Alzò gli occhi dal menù - se posso. Altrimenti se c’è l’obbligo del pesce… Ho visto ieri sera che hai una macchina bella grande. Mi aiuti a portare a casa la lavatrice?

Renata aveva una facilità nel cambiare discorso francamente irritante - No cara, non ti aiuterò a portare niente in nessun luogo se prima non accetterai di giacere con me.

- Come immaginavo sei solo un vecchio porco - ma rideva mentre lo diceva; l’espressione seria di lui e l’apparente assurdità delle sue parole in effetti non facevano pensare a una proposta seria - potresti essere mio padre. Quanti anni hai? -

Adamo si raddrizzò sulla sedia - sappi cara mia che ho festeggiato da non molto il mio quarantesimo compleanno -

- Da non molto? -

- Da sedici anni. -

- Ma allora hai quasi trent’anni più di me! Non ti vergogni? -

- Dovrei vergognarmi di essere nato cinquantasei anni fa? -

Lei lo guardò diritto negli occhi, spalancando i suoi - No, dovresti vergognarti di fare proposte oscene a una giovane e pura fanciulla. -

Lui non perse tempo nel replicare - La proposta oscena l’hai fatta tu. Non si chiede a un signore che non si conosce e potrebbe essere un tuo anziano zio di spostare una lavatrice usando in guisa di camioncino la sua auto con interni in pelle. A proposito, vivi sola? -

- Sei un po’ troppo curioso. Prima il trasporto della lavatrice, poi il resto. Se mangiamo in fretta possiamo farlo prima che io rientri al lavoro nel negozio di sport. Poi te ne puoi anche andare dove ti pare. -

- Stavo per dimenticarmi della cosa più importante - fece Adamo estraendo con fare teatrale il coniglio da sotto la giacca. - Ecco, questo è un coniglio! -

Lei prese il piccolo peluche. Non era un granché. - Adamo caro, non conosco i sistemi per l’approccio che andavano di moda quando non ero ancora nata, ma voglio darti un buon consiglio per il futuro. Ecco, è meglio non regalare niente a una donna se non c'è niente di buono o non hai un cazzo di idee. Questo coniglio fa veramente cagare. -

 
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Coppie e Olimpiadi.

Post n°794 pubblicato il 14 Maggio 2016 da card.napellus

Nel 1904 si sono svolte le Olimpiadi di Saint Louis.

Non sono passate alla storia per particolari record, a parte la lunghezza (quasi cinque mesi) e la scarsa partecipazione degli atleti non americani.

Una curiosità di questa edizione furono le competizioni pseudo sportive riservate a gruppi etnici (nativi, pigmei, inuit) o addirittura ai fenomeni da baraccone, inventate per divertire i visitatori della grande fiera che si svolgeva in contemporanea.

Oggi ci sembrerebbe l'espressione del più gretto razzismo, ma sono passati più di cento anni...

Lo stesso sarà fra cent'anni quando parleranno di una legge approvata in Italia che, per dare qualche diritto a una categoria di persone, crea apposta per loro uno pseudo matrimonio, e addirittura per chi non vuole sposarsi prevede la possibilità di disporre di nient'altro che dei propri diritti secondo strane regole e previa registrazione.

Oggi sembra una conquista di civiltà, ma se ci si pensa è più o meno come se esistesse un matrimonio speciale per i negri...

Fra un secolo rideranno pensando che esisteva un matrimonio di serie A e uno di serie B, come se l'amore si potesse catalogare.

 
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Un raccontino - terza parte (la quarta chissà quando ci sarà).

Post n°793 pubblicato il 10 Maggio 2016 da card.napellus

Interessante incontro, pensava il bevitore di birra tornando sui suoi passi, fuori dal locale. Era già tardi, ma tanto a lui nessuno l’aspettava a casa. Questa trasferta si stava facendo interessante. Non certo per quello che riguardava il lavoro, quello era per lui normale e tediosa routine, ma la giornata era iniziata bene davvero.

Aveva dormito di gusto – oggi non doveva lavorare – fino alle nove, per lui tardissimo, si era svegliato di ottimo umore, parlando con il direttore dell’albergo e aveva anche provato a vendergli la sua auto. Del resto quell'auto non gli serviva più, tanto valeva sbarazzarsene.

Una vettura così grande per il direttore dell’albergo, questo era stato il suo principale argomento di vendita, sembrava fatta apposta: una famiglia con due figli piccoli, la passione per lo sci, la necessità di dover andare personalmente ad accompagnare qualche cliente con il fardello di valige in stazione o all'aeroporto, le brevi vacanze al mare che imponevano un mezzo veloce e capiente…

Ripensò al fatto che alcune di queste motivazioni lui tre anni prima le aveva trovate per convincersi all'acquisto. E adesso gli sembravano buffe, inadeguate. Adesso non trovava un buon motivo per possedere una station wagon di oltre cinque metri.

Dopo aver offerto la sua auto era uscito per comprare un paio di pantaloni, visto che quelli che aveva portato in valigia erano si misteriosamente rovinati, e della cosa non sapeva esattamente quale lavanderia incolpare. Dunque era entrato in un negozio di abbigliamento con l’idea precisa di sostituire quel capo deteriorato con qualcosa di simile, ovvero in cotone grigio unito, di taglio classico. Una persona come lui non cambiava idea facilmente, quando aveva detto una cosa, quella era.

Uscì dal negozio con due paia di pantaloni, nessuno dei quali grigio. Non era un giorno da grigio, evidentemente.

Adesso, tanto per dirne una, aveva voglia di farsi due risate alla faccia della sua credulità, mandando a quel numero di cellulare datogli dalla bugiardissima ragazza del bar un criptico messaggino.

Si rendeva conto che l’eventuale (sempre che il numero fosse attivo) sconosciuto destinatario non avrebbe capito niente, ma in ogni caso quel messaggio lo avrebbe cancellato o gli avrebbe inviato una risposta per dirgli che aveva sbagliato numero.

Dunque prese il telefonino, copiò il numero che la Renata, se davvero si chiamava così, aveva scritto dietro al biglietto del cinema, e in due minuti trovò le giuste parole: Cara Renata, io non sono Gustavo ma volevo dirti che hai lasciato sul tavolino del bar la tua sciarpa di ciniglia, che ora ho con me. Se vuoi rivederla, fatti viva.

Era abbastanza idiota, come messaggio, lei non aveva nessuna sciarpa al bar. Gli parve perciò ancor più adatto alla bisogna.

Non erano passati dieci minuti dall'invio che sentì vibrare nella tasca. Lesse: Quale sciarpa? Ah, quella verde pallido? Passa pure dal negozio a riportarmela, stasera ci sono fra le tre e le sette.

- Ma allora non ti chiami Gustavo! –

Lui chiuse la porta alle sue spalle e si meravigliò di quel sorriso un poco eccessivo. Il negozio era vuoto, e lei era dietro alla cassa a recuperare dei capi invenduti.

- Certo che no, Gustavo è evidentemente un altro tuo zio. Per caso non hai uno zio Gustavo? –

- Ho uno zio che abita in Francia, ed è effettivamente vedovo, e una zia, Adele, che non si è mai sposata e che vado a trovare spesso. Gli voglio tanto bene – mentre lo diceva chiuse gli occhi e abbracciò la felpa che aveva appena piegata e stava rimettendo sopra lo scaffale – tanto tanto bene alla zia. Anche perché ogni volta che vado a trovarla mi lascia qualche spicciolo, o mi fa trovare un regalino, a volte insiste perché accetti dei vestiti che metteva quando aveva la mia età, e che poi conservo accuratamente sotto naftalina. Sai, io penso, anzi sono sicura, che fra vent'anni torneranno di moda. –

- Mi stai parlando di un amore sfegatato, nemmeno sfiorato da un'ombra di interesse... - si passò una mano sul volto, fingendo commozione – io non ho la lacrima facile, ma queste storie mi commuovono fino al midollo. Ma ora con Renzo come fai, se ti chiede notizie dello zio Gustavo, mica puoi far fare la plastica facciale a Adele, o portarlo in Francia dopo aver detto al tuo zio, quello vero, di truccarsi come me –

- Ma che sciocco che sei, Renzo stamattina si è già dimenticato del nostro incontro di ieri, magari lo rivedrò fra un mese – dall'espressione che fece si capiva che quel mese poteva essere anche un anno, e lei non si sarebbe preoccupata di questo – lui dice sempre che mi sposa, che mi porta all'altare, a volte passa mezz'ora a decidere del viaggio di nozze, ma lo fa tanto per dire. Non si sposerà mai, e forse nemmeno gli interessa. Io ci esco volentieri perché è simpatico e quando passeggiamo in centro e entro in un negozio per comprarmi qualcosa, non riesco mai a pagarlo. Appena mi avvicino alla cassa spunta la sua mano con la carta di credito pronta. –

- Un'altra struggente storia d'amore. Renata, sei davvero impareggiabile. A proposito, ma è il tuo vero nome? –

Si stava allontanando per andare alla cassa, dove un ragazzo aspettava di pagare le sue scarpe – Certo che è il mio nome, cosa credi, che vada in giro sotto mentite spoglie? –

Il ragazzo delle scarpe pagò e sorrise, Renata lo ricambiò – Ciao, se passi la prossima settimana c'è la nuova collezione delle polo a maniche corte. –

- D'accordo, non mancherò Irene. –

- Ragazza cara – lui nel frattempo si era avvicinato alla cassa con un pacco di calze grigie in cotone – hai una tendenza a mentire francamente sconcertante. Sei proprio sicura che tuo padre non si chiami Geppetto e che non faccia il falegname? –

Lei non rispose alla banale allusione, gli prese una mano e la posò sopra una coscia. - Ti sembra di legno? -

- Ma tutti sanno che anche Pinocchio alla fine diventa un ragazzino di carne e ossa! -

Lei lasciò la sua mano e lo guardò seria - Gustavo, o come ti chiami, ti fidi se ti dico che non sono un ragazzino? - ma subito la sua espressione perse ogni traccia di severità – del resto Pinocchio quando si trasforma smette di mentire, e allora forse vuol dire che io sono sempre di legno! -

- Comunque, tanto per mettere in chiaro le cose, io mi chiamo Adamo. Davvero, se vuoi ti faccio vedere i documenti, sono proprio Adamo. Il primo uomo! -

- Allora, stammi bene a sentire, siccome non mi piace interrompere le conversazioni e visto che sono le cinque e da un attimo all'altro tornerà il capo, e devo mettere via tre scatoloni di roba, troviamoci allo stesso bar verso le sette, quando chiudo. Tanto te, a quanto mi pare di capire, non hai mai un cazzo da fare.

– Ma insomma, ti chiami Irene o Renata?

- Come sei pedante, i nomi sono solo convenzioni, mi chiamo Renata, ma qui in negozio l’altra commessa ha preso l’abitudine di chiamarmi Irene perché gli ricordo il personaggio di un libro, o di un film, ma che cavolo ne so, insomma qui dentro mi sentono chiamare così e pensano che sia il mio vero nome. In fondo un nome vale l’altro. Ciao Gustavo! –

- Ciao, Anna. -

 
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Un raccontino - seconda parte (la terza chissà quando ci sarà).

Post n°792 pubblicato il 29 Aprile 2016 da card.napellus

- Sarà bene mettere subito in chiaro una cosa, ragazzina, io non scherzo giammai. – Il tono era così improbabile che non ebbe paura di essere frainteso. Con un gesto autoritario della mano sinistra spostò il notebook che li separava, bloccò la mano destra della ragazza che era rimasta lì dove un attimo prima c’era la tastiera, mentre con l'altra mano prese per il collo la bottiglia di birra, e la brandì come una mazza. Ovviamente la bottiglia non era completamente vuota, e un filo di liquido schiumoso colò lungo il polso fin dentro la manica della camicia, lasciando una sottile traccia fino al gomito.

- Devo arguire – notò lei senza cambiare d’espressione – che un quarto di secolo fa eri anche molto meno attento al look? –

La bottiglia tornò al suo posto, ma la sua mano continuava a tenere quella della ragazza.

- Ciao Renata, scusa per il ritardo tesoro – Un tipetto che poteva avere qualche anno più della sua vicina di tavolo era appena entrato nel locale. Lei non liberò la mano, si voltò verso il nuovo arrivato e lo apostrofò con severità: - Vedi cosa accade, quando ritardi? Arriva uno sconosciuto che con violenza approfitta di me. Ciao Renzo, ti presento mio zio. Zio, ti presento mio Renzo. –

- Salve Renzo, tutto bene? –

- Buongiorno, zio. Ma tuo zio ha un nome proprio? –

- Certo – rispose lei prontissima, prima ancora che l'uomo aprisse la bocca – si chiama Gustavo.-

Un solo Gustavo aveva conosciuto nella sua vita, l'uomo che beveva birra: era un professore che in terza media aveva sostituito a metà anno il precedente insegnante, che lui adorava. Gustavo invece era essenzialmente un ignorante pieno di sé e lui lo detestò immediatamente. Questo portò a un calo costante dei suoi voti, dalla media del sette a quella del cinque o anche meno. E ora, per il breve spazio di dieci minuti, sarebbe stato un Gustavo anche lui…

- Tutto a posto zio Gustavo? Gustavo, che nome originale… sai, Renata non mi presenta mai i suoi parenti, che strana che è! –

- La stranezza è una costante di famiglia, Renzo, pensa che mia moglie si chiamava Maria Eva e io l’ho sposata perché il mio nome è l’imperfetto di Gustare mentre il suo era l’imperfetto, terza persona singolare, di Mariaere. –

- Caro zietto, fattelo dire, strano è dir poco! Perché non me l’hai presentato prima, lo zio? Aspettavi il giorno delle nozze? – il ragazzo stava prendendo un po’ troppa confidenza. Fra l’altro, ora che lei si era alzata dalla sedia, guardandoli vicini l’uno all’altra, notò che era davvero basso e aveva le gambe corte. Non era precisamente il nano Birillo, ma comunque mancava di eleganza. Li osservò ora che erano vicini e lei riponeva il portatile, con lui che gli sussurrava qualcosa all’orecchio, certo un’idiozia nei suoi riguardi. Scosse impercettibilmente la testa. A parte che lei era una fantastica bugiarda e che aveva le tette, fra i due non c’era comunque paragone: lui era più brutto.

Renata chiuse la borsa – Allora zio, magari ora non aspettare due anni a farti rivedere, se non mi fermavo a prendere un frullato qui passavano altri due anni! Lo so che da quando la zia è morta hai mille problemi, ma se vieni qui facendo quattro passi puoi venire al negozio di sport qui accanto, lo sai che ci passo tutti i pomeriggi. Che poi una telefonata non costa niente. –

- Non costa niente ma vedi, noi vecchi dinosauri non abbiamo dimestichezza con le moderne tecnologie, ci segniamo i numeri del telefono senza salvarli e poi, quando si guasta l’apparecchio, restiamo senza contatti. – Così su due piedi gli parve l’espediente più semplice per conoscere il telefono della ragazza. In fondo era lei che continuava a alimentare la conversazione su un pendio decisamente scivoloso… la morte della moglie… ma quale moglie?

Mentre lei scriveva il numero su un foglietto, Renzo mise a fuoco che aveva davanti a lui un vedovo, e subito mutò espressione. – Oddio, mi spiace di avere scherzato sul nome di Maria Eva, non sapevo che fosse morta, ma come mai? Doveva essere ancora giovane – In quel “ancora giovane” c’era una sfumatura che in un poco più che ventenne significa “non doveva avere ancora un piede nella fossa”.

- Una triste storia, credimi Renzo, te lo spiegherà Renata, io ora devo andare. Lei a raccontare le cose è anche più brava di me. – Se ha questa attitudine a sparare balle, pensò, recuperi in corna i centimetri che ti mancano di gambe, ragazzo mio.

E si avviò verso l’uscita del bar.

 
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Un raccontino - prima parte (la seconda chissà quando ci sarà).

Post n°791 pubblicato il 22 Aprile 2016 da card.napellus

Alzò gli occhi dal proprio bicchiere. Non si era accorto dell’arrivo della ragazza, che con un frullato si era messa davanti a lui, protetta dallo schermo del suo notebook.

Lei scriveva, sorridendo al mondo irreale che si svolgeva davanti ai suoi occhi, mentre le dita scorrevano sulla tastiera; a volte cambiava espressione, poi la sua attenzione cadeva per un attimo, forse per un cambio di pagina o una pubblicità, ma subito tornava a sorridere e strizzare gli occhi.

Avrà meno di trent’anni, pensò, circa la metà dei miei; spostando il braccio sentì nella tasca della giacca il giornale ripiegato: un’inveterata abitudine molto in stile intellettuale anni settanta, e solo per questo si sentì ancora più vecchio.
Pensò che quello che lui aveva appena letto su quei fogli era stato superato dalle notizie che la ragazza davanti a lui aveva scorso sul suo apparecchio appena sveglia.

Lei alzò lo sguardo un attimo incrociando i suoi occhi, fece per un istante un’aria stupita, poi rise coprendosi la bocca con una mano, subito abbassò lo sguardo riprendendo a pestare sulla tastiera, dopo venti secondi ancora alzò lo sguardo, forse per controllare se lui era ancora al suo posto o avesse cambiato espressione. 
- Scusami – gli disse – non volevo riderti in faccia, una mia amica ha scritto che suo padre è appena caduto di bicicletta, rompendosi un braccio, lo so che non ci sarebbe niente da ridere, ma vedi, lui ti assomiglia molto; ho alzato gli occhi e ti ho visto qui davanti, mi è venuto da ridere. Ma non per il braccio, perché lui pensa che sua figlia sia all'università a Bologna, mentre invece non si è mossa da qui, per una serie di motivi, insomma, scusa ma mi è venuto da ridere. –

L’uomo la guardò con una certa attenzione. Non aveva perso una parola del suo sconclusionato discorso, e non aveva voglia di inventarsi una risposta convincente, ma l’espressione di lei esigeva un minimo di coinvolgimento.
- Non devi scusarti, sei molto carina quando ridi. Ma io non ho figlie, o almeno non so di averne. Alle donne non può accadere, ma un uomo potrebbe avere un figlio senza saperlo. –

Lei spalancò gli occhi – Non pensavo di avere davanti a me un casanova! –

- Non sono un casanova, ma in cinquantasei anni mi è accaduto di avere rapporti carnali non protetti con femmine fertili della mia specie, e dunque non posso escludere niente. – A questo punto il dialogo poteva prendere una piega surreale, lui poi aveva una speciale inclinazione a usare parole strane o desuete. Continuò. – Vediamo, dovresti avere circa ventisette anni, io ventotto anni fa, quando sei stata concepita, ero spesso in trasferta a Stoccolma… tua madre è svedese? –

- Si, certamente – rispose lei fingendo meraviglia – Svedese di Gubbio! E in me puoi riconoscere facilmente i caratteri scandinavi, capelli platino e occhi celeste chiaro – disse passandosi una mano fra i corti capelli corvini e indicando con l’altra gli occhi scuri. – Poi io di anni ne ho ventiquattro caro il mio tombeur de femmes, dunque devi sforzarti di ricordare dove andavi a inseminare ingenue ragazze circa venticinque anni fa! –

Costei vuole la guerra, pensò per un attimo. Nessun uomo maturo che non sia un tranquillo pensionato ottuagenario affronta una conversazione con una ragazza di trent’anni più giovane senza che pensieri fra il porno e il ridicolo non gli affollino la mente. Lui però in questo momento poteva permettersi di condurre la cosa con leggerezza e mollò i freni senza alcun ritegno. – Fammi riflettere, ero appena tornato dalla Svezia… ecco, ero in galera. Si, ero proprio in galera, a Marsiglia. – Si gustò la faccia della sua occasionale conversatrice. Questa non se l’aspettava. Prese la bottiglia di Ceres e la svuotò nel bicchiere.

- Sei stato in prigione? E perché? –

Lui giocherellava con la bottiglia vuota, prese un sorso di birra, non aveva alcuna fretta di rispondere. Certi istanti occorre goderseli. – Mi sono fatto tre anni per aver spaccato la testa a un marinaio di passaggio, proprio con una bottiglia di birra. Questo per due singolari fatti: mi aveva detto qualcosa in francese, lingua che ignoro, qualcosa che secondo il mio insindacabile giudizio era una sanguinosa offesa a mia madre, e inoltre indossava una maglietta verde, colore che detesto. Il combinato disposto delle due cose era per me giustificazione sufficiente alla mia successiva azione. Presi la bottiglia semivuota di Pastis che avevo davanti e il resto lo puoi immaginare da sola. –

A questo punto merita notare che la fanciulla portava proprio una t-shirt verde prato, e che subito fece mente locale a quanto aveva detto un attimo prima, usando proprio un modo di dire francese. Gli occhi gli uscirono dalle orbite. – Stai scherzando? –

 
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Gusti particolari...

Post n°790 pubblicato il 06 Aprile 2016 da card.napellus

I ragazzi crescono, l'auto di famiglia ha quasi vent'anni e così si parla di auto da comprare.

Preso atto che vivendo in una città e non avendo box né denaro da buttare prenderemo come sempre una vettura di seconda mano, uno dei miei fanciulli mi dice perché non è il caso di comprare un'auto classica.

- Padre, ma quali auto hai guidato? -

Ma caro figliolo, io ho avuto sempre auto scarse, come la Fiat 126, la Lancia Prisma, la Citroen Dyane o la BX. Non che le auto di trenta anni fa siano dei catorci, ma rispetto a quelle di adesso non reggono il confronto.

Hanno bisogno di più manutenzione, spesso consumano molto, sono scomode da guidare, non hanno l'aria condizionata o il servosterzo, frenano quasi sempre peggio.

Certo che ci sono state delle eccezioni, ma in genere quando scendi da una vettura trentennale e risali su una attuale senti subito la differenza.

Allora, tanto per fargli capire come stanno le cose, ho citato le gomme. Dal diametro delle gomme dipende la frenata, dalla larghezza la tenuta di strada.

Per esempio una grande sportiva come la Miura del 1967 aveva ruote da 15'' larghe 205mm, lo stesso diametro e un centimetro più larghe del furgone con il quale lavoro, ma aveva 350CV, da gestire senza servofreno né servosterzo (si può obiettare che con quella potenza sulle ruote posteriori per girare basta l'acceleratore...).

Insomma, la questione è ancora da dirimere.

Questo mi ha costretto a enunciare i mei gusti in fatto di vecchie auto, gusti davvero particolari:

Mercedes 300SL, Citroen DS23, Chrysler Convair 1965, Imperial 1960, Triumph Dolomite Sprint 1970, Volkswagen T3 WBX6 Oettinger, Lancia Flaminia Zagato Supersport...

Meglio cercare un'auto attuale. Molto meglio. 

 

 
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Come mi sento.

Post n°789 pubblicato il 23 Marzo 2016 da card.napellus

L'altro ieri un bus che portava numerosi studenti Erasmus in Spagna ha avuto un grave incidente e tredici di loro sono morti.

Titoli italiani: sette studentesse morte in Spagna. Poi, nell'articolo, si spiega che ci sono altri sei morti, ma non sono italiani, dunque contano meno.

Poi il cronista spiega a chi non lo sapesse cosa è il programma Erasmus.

Il programma Erasmus dovrebbe servire anche a evitare, in futuro, che si facciano certi titoli.

Nell'incidente in Spagna sono morte tredici persone del mio stesso paese, l'Unione Europea.

A Bruxelles, ancora ieri si sentiva dire che per fortuna non c'erano morti italiani...

Francamente non ce la faccio più. Tutti danno la colpa ai burocrati per i problemi europei, eppure ancora i giornali, le televisioni, i politici continuano a presentare un'Europa fatta di pezzi messi insieme, ci sono i francesi, i tedeschi, gli inglesi.

Ma io quando sono a Arles mi sento a casa mia, come a Norimberga o a Lancaster. 

Magari faccio fatica a intendermi, ma io non sento di essere straniero.

Faremo bene ad accelerare l'unione dei nostri paesi, altrimenti saremo solo più deboli.

 
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L'otto marzo in ritardo.

Post n°788 pubblicato il 11 Marzo 2016 da card.napellus

Dopo lunga ponderazione, un post sulla festa delle donne.

Delle donne con i controcoglioni.

Proprio nei primi giorni di quest'anno una donna coraggiosa, Gisela Mota, si è insediata come sindaca di un paese messicano, Temixco; il due di gennaio è stata uccisa dai narcotrafficanti.

Sorte simile a quella di un'altra coraggiosa donna messicana, María Santos Gorrostieta Salazar, che dal 2008 al 2011 è sopravvissuta a tre attentati, in uno dei quali è morto il suo primo marito.

Cercate la sua storia in rete, le terribili foto in cui si mostra pubblicamente a quelli che non credevano agli attentati il suo corpo coperto di cicatrici...

Dopo  la fine del suo mandato si ritira dalla politica e termina così la protezione della polizia.

Il 12 novembre 2012 l'auto con la quale porta a scuola sua figlia viene bloccata, da un'altra, ne escono uomini armati che le fanno scendere. Lei li supplica di lasciare la figlia, e loro prendono Maria fuggendo senza lasciare tracce.

Dopo tre giorni viene ritrovato il suo cadavere.

Ecco, io quando penso all'otto di marzo penso a questi due eroi (non posso usare la parola eroina, cercate di capire...), e a tante altre donne vere come loro. 

 

Pensiamoci prima di parlare delle operaie morte nella fabbrica Cotton di New York, che per inciso non è mai bruciata perché non è mai esistita.

 
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Precisazione.

Post n°787 pubblicato il 03 Marzo 2016 da card.napellus

 

Caro Matteo,

sono un Gufo, e non capisco francamente perché tu mi tiri sempre in ballo con quel tono spregiativo e insofferente.

Intanto io non sono un uccello qualunque, sono un rapace, uno dei migliori cacciatori notturni, e tale è la mia bellezza e prestanza che mi chiamano addirittura Gufo Reale.

Io a differenza di gran parte della classe politica italiana - ma direi mondiale - vedo bene anche quando la situazione è buia, e vedo lontano, molto più lontano di tanti altri.

Sono da sempre un simbolo di saggezza, come sapeva bene la Disney quando ha fatto il film "La spada nella roccia".

Vivo più a lungo di un cane, faccio comodo all'uomo perché mi cibo di ratti, non ho quasi nemici naturali e sono probabilmente l'essere vivente che più di ogni altro si fa i cazzi propri.

Dunque, di nuovo, perché mi tratti come fossi un deputato qualsiasi?

 
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