Creato da woodenship il 23/08/2010

delirio

una spirale

 

...A suo tempo

 

... e chissà cosa mai ci dice lo specchio

al mattino, quando lo si interroga

con occhi che non ammettono bugie.

Se poi, durante l'arco della giornata

è un atteggiarsi, un incapricciarsi

di una giovinezza che fu

ingannando lo specchio, noi stessi

e pure gli sguardi invidiosi di chi non sa

che, a suo tempo, si ritroverà anch'esso

a vivere giocando d'illusionismi e trucchi 

se non proprio da baro

magari meditando di fuggirsene...

come i grani di sabbia

di una clessidra dal vetro infranto:

fuggirsene senza tempo per le spiagge

di un mondo fuori da ogni tempo.

 

 
 
 

Sei, siete...

Post n°394 pubblicato il 17 Giugno 2017 da woodenship
 

Siete nel verso d'un gabbiano

che dalla costa voli fino a me;

nelle foglie d'ulivo mi siete

che la corrente blanda

a pelo d'acqua culla,

incantandomi coll'essermi voi

terra promessa: ci penserete

mi penserete alata, fremente

donandomi tremiti sulla coffa

che mi danzate intorno riflesso

d'un sole auspicato lucore

... Come si fa che vorrei darti del"tu"

ed invece mi ritrovo a darti del"voi"?

Sprofondato nell'abisso, romantico

distacco, costretto ad impormelo

mi vedo quel "tu" non sentito

ch'è notte di plenilunio e sapere vorrei

cosa vorrebbe sentirsi dire da me

che già truccioli di plancton

carboni sfavillanti sull'oceano

sdrucciolante lumescenza, non le dicano

fino a lei volando, luna in cielo rossa

rugata di nubi narcisa.

Forse, anche tu querula, vorresti

estorcermi quelle due parole due

messe in croce e portate a spalla

per mille vite: via crucis sempiterno

pur di non pronunciarle

se non nel segreto d'una lacrima

per quanto arrotato a dura ammissione

di una resa inammissibile per bocca

che sappia d'acqua salata

dell'annegare d'ogni giorno

... Ma tu non sei la luna, vero?

Anzi d'un gabbiano mi sei nel verso

che dalla costa voli fino a me:

nelle foglie d'ulivo mi sei

l'argento novello librante su mare

a pelle incanto d'essermi tu

terra promessa. Ci penserai

mi penserai, con ali sfarfallante

clamore intorno, riflesso

d'un faro agognato nitore.

 
 
 

Di circostanza


Di circostanza i sorrisi

smorfie di visi sprecate

formalità/ criticità dell' oggi

estivo: passi pesanti d'afa

vestiti appiccicati francobolli

filatelia succinta

sudata stampa del sè carnale.

Oltre non c'è nulla di cui parlare

di cosa pensare.

E così lontani si è
dal render l'anima alla Terra

... con alle spalle il buio

senza contare i passi

il disco lanciando allumato

di salti, di giravolte eclissanti

dalle prese d'atto: d'istinto un dì.

 

Domani

chissà se riusciranno a non risaltare

mera circostanza

ancora.

 
 
 

Poesia

Post n°392 pubblicato il 03 Giugno 2017 da woodenship
 

... d'un attimo

istillandone sul foglio

vaga la grafia allucinata

che sappia di visione

il profumo inebriante

assorbito prima che

appassito

dolce d'uva passa

quasi come fosse

amore

 

 

 

 
 
 

Ci giochi

Post n°391 pubblicato il 27 Maggio 2017 da woodenship
 

Ne hai brividi perchè

ti sfidi ad averne

immagine. E, come

i bambini, ci giochi

con la paura: ti vedi

che più non ci sei.

Ma quando veramente

non ci sarai più

quando davvero

le palpebre saranno

calate sipario e per

sempre, allora non ci

sarà più specchio

a rifletterti. Nemmeno

gli occhi allumati

di lacrime ancor vivi

avranno per te riflessi.

Ridotto in cenere, opaco

nel vento ti allontanerai

consunta passione.

Ecco perchè non proverai

brividi ne' dispiaceri

tantomeno dolore o gioia;

di tutto ciò avrai lasciato

perle ai viventi. Ogni cosa

rimandando fuori dal tuo

ambito rinsecchito

a tal punto ristretto

da esser più simile

al seno di molecola spersa

vagabonda.

 
 
 

Smottante sassi

Post n°390 pubblicato il 20 Maggio 2017 da woodenship
 

Apice ne è una pietra

cuore lavico levigato da stenti

del cumulo che ostruisce la linea

frana di ogni veridico sbocco:

non è come schiacciare bottiglie

plastica da riciclo, rimuoverla.

Occorre tatto per farlo, ripartendo

con i prossimi fiocchi a favore

che c'è da ricordarlo sempre

che questa non è che una pausa

un battito cardiaco arreso

sistole epifanico frame.

Poi si ricomincia

complice lussuria d'uno sguardo

supplice che sa dell'anice di bacio

fresco, aromatico, estorcente un sorriso

sbalzante

da un sedile all'altro

in treno, ch'è giorno cupo

smottante sassi

sui binari.

 
 
 

Ridotti a talpe

Post n°389 pubblicato il 13 Maggio 2017 da woodenship
 


D'appena sopra lo spigolo
degli scuri, lo zigomo
sfiorando, ingiuria
filtra raggio/ sputo
di sole. Stordisce

che pure decapitati
dello spunto, ci si stia
storti nella tana: mille
e mille volte svuotata
di crucci e radici

come vassoio dalle
cibarie; ma da Helios
sempre rimpiazzate
con vermi e lo sgarbo
d'un mancato colpo

di grazia. Marchiati
lasciando, per ogni
dove feriti: negletti
visionari prede d'ombre
ridotti a talpe

sfioriti stretti all'angolo
ch'è con i forti il sole.
Ingiusto con i deboli
per contrafforti balugina
accecandone verità.

 
 
 

Ci manca...


Ci manca sempre qualcosa se ci fai caso
quando pur ponendosi in posa ombre
si sorride umbratili che si mima un cane
in caccia di una lepre fuggitiva
per interstizi ed intercapedini
irraggiungibile perciò inafferrabile
infine disegnantesi sul muro cigno
d'ombre cinesi fantasia.
Facci caso allora alla bizzarria di certi stili
architettonicamente slanciati
sferzati dalle correnti, nell'equilibrio efficienti
sembrano celare intenti assassini
nel costringere a torcere il collo
all'incauto che provasse, sedotto dall'idea
di sfuggire con lo sguardo verso l'alto
seguendo profili zigrinati da balconi
di grattacieli zavorrati al cielo.
Dovessi farci caso dal basso dei cespugli
da sotto le terrazze decollanti di sempreverdi
nota bene che ci manca sempre qualcosa
fosse pure uno scatto d'ali nello slargo tra nubi;
che poi, quando si va a vedere la foto:
l'antenne lampeggianti in cima
lungi dall'apparire candeline su torta
s'arcignano selva d'aghi infissi maligni
volontà pungenti le mucose d'orizzonte arrossate

dal vespro nell'incistarsi d'ignava gravità
di una realtà fattasi tempio del culto del nontempo.
In essa, se ci fai caso, si fa dramma
non riuscire a dire cosa ci manchi.


 
 
 

Sosta selvaggia

... per questo sto a perder tempo

e le strappo minuzioso

che poi i pezzetti li metto tutti lì

nel bicchiere di carta del caffè.

No, non per berle

solo per confonderle col buio

all'oscurità restituendole

che sono sue queste storie

pazze, annotate seguendo pagliuzze

di zucchero filato in piazza

su questa piazza in cui è vietata

la sosta

... allora che ci stanno a fare

tutte queste auto ferme?

Non si dovrebbe.

Arrampicate per ogni dove stanno

tirate a lucido, nuove di pacca

costose: un mondo di vernici

brillanti fuorilegge, inciampi

per i passanti... oggi, del resto

non corro e non volo

non faccio che incespicare

in ogni pagina, stracciandola:

va così selvaggiamente

in certi giorni

 
 
 

Dal gran libro delle fiabe...

Post n°386 pubblicato il 22 Aprile 2017 da woodenship
 

"C'era una volta..."in genere così

si comincia all'orecchio del bimbo

snocciolando favola a che cali palpebra

il sonno conciliando col fantastico.

"C'era una volta..."ti sto narrando

bimba al ruolo ribelle:favola tra le 

fiabe la più bella del reame degli

scacchi liquidi viventi.

Già sapevo di te e ti aspettavo regina

pronto ad accoglierti tra gli stracci

di luce, magia del"C'era una volta..."

per dirti ch'è disdicevole lo stallo

da sotto le coltri, col naso alla pagina

a giocarci l'amore, amanti

gli schemi seguendo dal gran libro

delle favole. Descritta in esso

è facile la minaccia del libeccio:

innalza un cavallone riccio

sulla cresta schiaffandoci il naufrago

illudendolo che sia questo lo stallo

eterno"C'era una volta..."Ma sai

anche tu ch'è momentaneo, vero?

Ti dico: sai? Duole che ci sia solo

bianco e nero nel sentirselo dire

e buchi sulle suole di un pedone

sulla scacchiera di corallo.

Ove era inciso il tuo nome ho letto

di te, regina dalle braccia di sabbia

cingenti marea. E che la mia bambina

saresti stata: donna e bambina, curiosità

espungente fascinosa, follia che il vento non

disperde

troppo intento coi marosi nel disimpegnarli per gioco

muovendoli incontro alle torri

delle nuvole, sibilando all'arrocco per darti scacco

mia regina. Tu che giochi con i lacci, le spalline

lasciando cadere, abbacinandomi

nudità. Io pedone che  vorrebbe

assimilarsi all'oscuro richiamo

facentesi vento: chiama

e richiama per onde che appaiono

quasi d'una campana eco bronzea

riportandone ch'è l'ora

di scorrere all'orizzonte liberi

e senza rimandi o comandi. Bensì il nuovo.

Quel mai udito di cui è sì forte il bisogno

come per l'affamato il pane, per l'assetato l'acqua

... Certo avresti preferito di Biancaneve

la fiaba. Ma sono io il principe

Azzurro della Bella addormentata

nel bosco atro dei sogni: orsù

dovrai ridestarti al mio bacio.

Il pubblico bambino se lo aspetta

fai finta di dormire felice

sul tuo letto guarnita di rose nella teca

adesso.

Poi ci sarà tempo

a partire dagli sbreghi sui jeans

a che s'allarghi lo sconforto sul viso

sorriso mesto tagliuzzato di noi

che riallacci le spalline. Rivestita

non rinunciando all'abbraccio

ristagno lasci di te sul palato. Sai

di melograno rosso rubino generoso

del succo di"C'era una volta..."

dal gran libro delle favole

dei tristi addii

amorali.


 

 
 
 

A che ti ascolti

Post n°385 pubblicato il 15 Aprile 2017 da woodenship
 

T'ascolto fiaba


narra discosta

d'ombre la fiorescenza

essenza rara


T' ascolto fiaba


apri al segreto

fiore notturno sole

aere apollineo


T' ascolto fiaba


effondi sogno

irraggiando tepore

racconta amore


T' ascolto fiaba


prece marmorea

arte atavico grido

predichi arsura


T' ascolto fiaba


provochi sete

d'oralità remota

infliggi fede


T'ascolto fiaba


già che t'innalzi

polline vai nel mondo

fa che sia poesia


T'ascolto fiaba

 
 
 

L'inverno sulla pelle

Post n°384 pubblicato il 08 Aprile 2017 da woodenship
 

 

la senti che ti prende

formicolio in corpo la senti

che ti rende inverno 'stasera

la senti che ti lecca prima

poi secca di tremiti d'averno

che ti s'infilza nelle ossa

svuotandole del midollo

la senti

che non c'è scampo capisci

dal carosello 

delle foglie intorno

morte

portami su

implori raggelato

con te

lassù

 
 
 

Iridea

Post n°383 pubblicato il 31 Marzo 2017 da woodenship
 

 

Fuori bolla la coppola sul cranio

incollata per un nulla ai capelli crespi

che basterebbe meno d'una scoppola

a vederla volare trottola vorticante

subdola... Ma che c'entra Capo Verde?

Di quelle isole immagino spiagge nere.

Vulcaniche, onde ne stringono al collo le coste

di morna strangolandole con saudade.

E'qui ch'è nata Iris: indolenza nel passo

sulla sabbia scura luna luccicante ebano

Iris che affonda il coltello nella pancia

nuda e cruda del pensionato; che volesse lui

stuprarla, lei lo ha sostenuto; Iris che rigira

gli spaghetti in padella, nel salto

rovesciandoli per terra: che così i vermi

ci si ingrassano. Poi avrà anche pianto.

Di certo rideva, intanto che bruciava la cipolla.

Pure che bevesse, lo dicevano. Io so solo

che questa è la prima sera: l'autunno

nelle orecchie ronza trapanando

con strazi e balbuzie fino al cervello.

Senza requie gli acuti assillanti risucchiano

che ci pensi a Capo Verde, al sole, al ritmo lento

del vivere e ad Iris che galleggia vittima

improvvida assassina inebetita

che persino la morte rallenta

dietro le sbarre.

 

 

 
 
 

Quando il cielo era il cielo

 

Il massimo era andarsene per muschio

in giro per boschi e colline quelle mattine

in cui il cielo era il cielo

ed il sole il sole: rispetto alla Terra, ognuno

si tracciava il suo confine netto; noi

ci giocavamo spensierati.

... E di strade e persone era solcato mondo:

arancia incisa con piedi dalle orme taglienti

sbuccianti paesaggi determinanti differenze

conferenze, raggi e diametri fuor d'ogni apparenza.

Il coraggio era sposo dell'incoscienza

entrambi convolavano per potere esistere

ancora: un sussulto nel rigirarsi di pianeti

... che se ne vede il rosso tuttora

accecante di quella ruggine da muschio

persino dai polsi della notte

schizzarne sangue

sugli occhi.

 

 

 

 
 
 

Mia e Mio

Post n°381 pubblicato il 18 Marzo 2017 da woodenship
 

"Mio"è possessivo, Madame: che sono

vostro mi state dicendo. Aggettivo

al femminile fa "Mia": che mi

appartenete vi rispondo: elettività

assai piacevole da declinare

in intimità; poichè in essa è l'ambito

prediletto per affermarci complicità

sottile aspetto irrinunciabile per veri

amanti. Dunque venite, su: vorrei

portarvi a pesca di stelle. Salite

a bordo della lancia che si parte.

Sulle mie gambe mentre remo

bisogna che rimaniate ben ferma

incastonata sul mio esservi sedile

in principio. Poi potrete muovervi

a gusto: fate che vi senta portentosa

intanto che di spalle vi plasmo il seno

con le mani, sempre dolcemente

sì che l'energia del godersi c'involi.

Stelle cadenti raccoglieremo

ogni qualvolta ne vedremo

vi strapperò un gemito;

con la lingua la catturerete in punta

depositandola preziosa stilla in me;

di mio provvederò a riporla in sfera

dei desideri custodia trasparente.

Quando a sufficienza ne avremo, ci sarà

luce per tutte le notti a venire. Luce

sarà d'ogni brama decadente

di piaceri inconfessati, nelle notti

maturati inseguendo orgasmi. Sarà

la luce che l'amarsi avrà consegnato

al mondo, liquida meraviglia al cielo

sfuggita, lampo di beltà effusa

nella mente sussulto cerebrale

mi siete. In un giorno tra i tanti

in un clima che era dei soliti

l'insolito s'è materializzato

che vi baciavo capezzolo di nuvola

permeata di calde vampe di vespro:

mi appartenete/ vi appartengo

in un tutt'uno rincorrendo le stelle

regalandocene lo splendore

nello sfiorarsi di labbra

pensiero.

 
 
 
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Video lettura della poesia"Dimmi"

da parte di Klara Rubino,

poetessa

https://youtu.be/l2BZnGiKHk0

 

SO FAR

I'm so far

too far

i'm going more far

like a comet

living the solar sistem

 

 

LADY DAY

 

 

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