Lo giuro su quanto ho di più caro.. quello che vado a raccontare mi è accaduto ieri e non posso tenermelo dentro… Allora bando ai preamboli vado subito ad esporre il fatto.
Allora, per lavoro devo anche risolvere i problemi di collegamento e fruizione delle materie di studio dell’università per la quale lavoro. Molto spesso mi capitano persone che non sanno assolutamente usare il pc, come funziona e perché lo fanno. Il caso in questione già sapevo essere difficile, per esperienza so che quando mi telefona una donna con la voce depressa ed accento napoletano e dice che mi passa il marito che ne sa di più, mi preoccupo ulteriormente, in quanto capisco che troppo spesso non è così, e che il marito millanta conoscenze che purtroppo non ha.
Il problema era che non sapeva come mettere su di una pendrive una lezione che era zippata. Il file era nella cartella “download”. Bene, dico – entri nella cartella, vede il file? – e lui assentisce - ok, faccia clic col tasto destro del mouse sul file… fatto?-
E qui non so se svenire perché lui fa – è questo il problema, che non riesco a copiarlo sia che clicco col sinistro che col destro e con quello al centro, come si chiama? Ah sì, il clitoride… -
-Ehm guardi che non deve toccare la clitoride, adesso, provi col tasto destro invece…
Stavo rotolando giù dalla sedia per le risate, cercando di mantenere un contegno semisoffocato da singulti. Ed allora mi veniva in mente come potesse chiamare i tasti destro e sinistro, se la rotellina la chiamava così. Ovviamente mi sono venute in mente battutacce stupide sul fatto che il mouse dopotutto è la traduzione di “topo” e da qui a “topa” basta scambiare l’ultima vocale. E mi fermo qui per non essere volgare. Però mi ricorda quella squisita storiella che non so se sia vera o una leggenda metropolitana quando, agli albori dei sistemi operativi che usavano il mouse, questo aveva la pallina invece del sensore ottico, e si dice che la IBM in sue istruzioni per i tecnici sulla pulizia del mouse, tradotte in italiano, scrivesse così:
Le palle dei topi sono oggi disponibili come parti di ricambio. Se il vostro topo ha difficoltà a funzionare correttamente, o funziona a scatti, è possibile che esso abbia bisogno di una palla di ricambio. A causa della delicata natura della procedura di sostituzione delle palle, è sempre consigliabile che essa sia eseguita da personale esperto.
Prima di procedere, determinare di che tipo di palle ha bisogno il vostro topo. Per fare ciò basta esaminare la sua parte inferiore. Le palle dei topi americani sono normalmente più grandi e più dure di quelle dei topi d'oltreoceano.
La procedura di rimozione di una palla varia a seconda della marca del topo.
La protezione delle palle dei topi d'oltreoceano può essere semplicemente fatta saltare via con un fermacarte, mentre sulla protezione delle palle dei topi americani deve essere prima esercitata una torsione in senso orario o antiorario. Normalmente le palle dei topi non si caricano di elettricità statica ma è bene comunque trattarle con cautela, così da evitare scariche impreviste.
Una volta effettuata la sostituzione, il topo può essere utilizzato immediatamente. Si raccomanda al personale esperto di portare costantemente con se un paio di palle di riserva, così da garantire sempre la massima soddisfazione dei clienti.
Nel caso in cui le palle di ricambio scarseggino, è possibile inviare richiesta alla distribuzione centrale utilizzando i seguenti codici: PIN 33F8462 - Palle per topi americani PIN 33F8461 - Palle per topi stranieri
Ma il consiglio che voglio darvi è questo: attenti quando cliccate con i mouse che potreste in primis fare peccato ed in secundis diventare ciechi…
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A volte mi chiedo dove finisca il kitsch e dove inizi il genio. Magari è tutta una questione di tempo, visto che ora siamo molto più smaliziati artisticamente, almeno riguardo quelle arti visive cinematografiche e televisive. Se ricordiamo quelle pellicole antiche in bianco nero e mute, chi ce la fa più a guardarle senza sorridere o stancarsi, considerando l’ingenuità delle storie e delle riprese? Certo, ci sono eccezioni, come quei capolavori di Eisenstein, come quell’epica celluloide dell’Alexander Nevskij, con la musica di Prokofiev che adoro… Ma quel vecchio regista è stato, secondo me, l’antesignano delle sceneggiature artistiche, dove ogni inquadratura è praticamente un quadro in movimento. Non a caso i suoi manuali vengono studiati ancora oggi da chi fa cinema e fumetti.
Questo è un pezzo del film che ho citato, del 1938
E questa una pubblicità che ne fa la parodia
O, direte che nel 38 andavano di moda i film epici spinti da quel patriottismo imperante in quei tempi dove, da una parte si tiravano fuori brani di storia per dimostrare o le purezze delle razze, o i grandi imperi o i personaggi celebri. In Italia ci fu tutta quella lista di lungometraggi come Scipione l’africano o Ettore Fieramosca dove i belli e puri dovevano combattere contro i brutti ed impuri e cattivi. Però si tratta di film fatti bene, senza effetti speciali.
A qualcuno non piacerà. Dopotutto anche per Fantozzi la corazzata Cotionkin, sempre di Eisenstein (Einstein), è una cagata pazzesca
Ma Fantozzi non sarà mai kitsch. Invece, e qui volevo tornare, ecco quello che viene considerato il più brutto clip musicale mai fatto. Vi consiglio, se ce la fate, di vederlo fino in fondo e fate le vostre considerazioni. Si tratta di un riprendere la vecchia canzone Apache rifatta negli anni 80 da un personaggio incredibile. Peccato ci siano quelle tre belle squaw che ingentiliscono il tutto come un cucchiaino di zucchero in un bicchiere di olio di ricino. Senza di loro sarebbe terribile. Beh, anche questo faceva parte dei mitici anni ’80…
Ricordatelo, Tommy Seebach, e non è strano che il suo cognome ci porti alla mente i bagni chimici...
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Ogni volta che mi metto a vedere una puntata dei vari CSI, che siano di Las Vegas, Miami o New York, ovvero praticamente tutte le sere, non ce la faccio a non confrontare l’ambiente di lavoro mio con quello della fiction. E le differenze saltano agli occhi come un canguro eccitato (salta più in alto). Tanto per cominciare gli ambienti. Il mio ufficio si trova in un palazzo che avrà un centinaio di anni, addirittura con i mattoni portanti, ed a prescindere che ogni tanto, con il traffico, si aprono delle artistiche crepe, vedo che pur essendo altamente tecnologici per lo standard italiano, non abbiamo mica tutti quei fichissimi computer con schermi trasparenti panoramici che si vedono nei film…
Schermi che occupano stanze grandi come piazze d’armi che non hanno mouse ma ti devi agitare con le braccia e prendi sposti apri immagini files e database piene di impronte digitali, dna e foto segnaletiche degli spermatozoi di ogni maschio nel mondo. La cosa che mi da’ fastidio però è che sono rumorosi. Ad ogni spostamento di finestre sul megadesktop c’è un suono corrispondente: bip, brrrip, driiiii, e così via. Deve essere poco simpatico un tale caos sonoro (non hanno Windows). Che poi sono velocissimi nella ricerca indicizzata ma per scrivere un nome sullo schermo ci mette un sacco di tempo. Tempo scenico, pathos e suspense quasi inutile dato che il colpevole si intuisce quasi subito.
Ok, riguardo gli ambienti luminosi, vetrate e strumentazioni scientifiche, non possiamo fare paragoni, ma per le persone? Prendo ad esempio la serie ambientata a Las Vegas. Ma quanto sono antipatici! Partiamo dal capo, Grissom, genio entomologo, saprebbe riconoscere un bacarozzo solo dalla puzza ed un bigattino dal numero dei denti. Conosce tutti i nomi in latino e quelli che non si ricorda li vede in un libro che prende ad occhi chiusi dalla libreria ed apre sempre alla pagina giusta. Alle pareti è pieno di scorpioni farfalle e zanzare vegetariane. Ti tratta come una cacca con le sue battutacce antipatiche però quando si concentra trova le soluzioni. Quando incontra una bella donna parte per la tangente e diventa poetico, specie se sono escort sadomaso. Parla un migliaio di lingue ed anche quella dei segni. L’avessi come capufficio, lo stirerei sotto col lo scooter poi lo trascinerei legato per i piedi sui sampietrini. Sara, sua ex studentessa, un po’ cozza, gli fa il filo con battutacce, però siccome sono ambedue con problemi di asocialità, si comportano come liceali timidi. Il più simpatico è il patologo squartatore di cadaveri, anziano e zoppo, sembra l’unico con il quale ti piacerebbe lavorare, anche se in un obitorio. Adora fare a fettine i cervelli e suonare lo xilofono con le costole ed i femori avanzati. L’odioso David, nonostante la sua saccenza e la voce da pervertito, pare essere quello che spara le battute migliori. Le altre figure maschili hanno problemi con le famiglie, sanno essere violenti e gentili, maschiacci quanto basta e lavorano 24 ore al giorno senza orari e senza scuse tipo la sveglia non ha suonato. Secondo me sono tutti drogati ed anche frustrati. C’è aria di mobbing che lèvati…
Un discorso a parte merita la Willows, bionda non più giovane, ex spogliarellista e figlia di un mafioso. Cacchio, non so se l’hanno doppiata esagerando, ma ad avere una collega così ci metterei la firma. A parte il fatto che sembra essere la più disponibile a fare roba in ufficio, ha una voce ed uno sguardo quando ti chiede qualcosa, che se fossi io un tecnico di laboratorio farei più danni che altro. Ma come si fa a chiedere una qualsiasi cosa, tipo una provetta nuova, un’ora di permesso o di controllare se il tamponcino del kit antistupro è ancora buono, con quella voce e quegli ammiccamenti? Come si fa a non zomparle addosso durante la pausa caffè dopo che ti ha chiesto se le passi lo zucchero?
Sì, ci devo pensare se spedire il mio curriculum a quelli là. Non li vedo mai scrivere su un blog la mattina…
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Praticamente hanno tirato giù la maschera dietro la quale si nascondevano da troppo tempo! Hai voglia di dire che i militari servono a portare la pace nel mondo, e che aiutano le popolazioni in difficoltà, e che sono sempre pronti ad intervenire durante le calamità naturali sul territorio. Sì, è vero, ma hanno dimenticato la postilla “a pagamento”… Ma è poi così strano? Non volevamo un esercito di professionisti? Bene, ora lo abbiamo, e se ci pensiamo bene, neanche hanno dei prezzi così alti!
Mettiamo il caso che ci serva un idraulico per un rubinetto che perde o un fabbro perché ci si sono rotte le chiavi nella porta blindata. Quanto ci costa? Parecchio, visto che poi alla fine neanche ci fanno la fattura. Ma essendo dipendenti statali, ogni battaglione avrà la sua contabilità e ci emetterà a scelta fattura o scontrino fiscale. I prezzi sono buoni: 70 euro al giorno più vitto ed alloggio. Che problema c’è? Quando ero sotto la naja ci avevano insegnato a gonfiare il materassino di gomma per dormirci sopra, anche in corridoi caldi, e ad aprire le scatolette con la baionetta. Ora le scatolette si aprono tirando l’anellino, come una bomba a mano, ed è tutto più facile. Per il latte e biscotti freschi non c’è problema, anche comprandoli in un hard discount, sempre meglio del latte condensato e delle gallette secche e vecchie.
Un gran risparmio rispetto le 50 euro l’ora dei professionisti civili, ma quelli devono tornare a casa per mangiare e dormire, e non si adattano certo a dormire su di un materassino di gomma in corridoio.
Ok, ora lo sappiamo, sono mercenari in tutto e per tutto, e lo fanno per soldi. Ora venitemi a parlare delle grandi doti di generosità, di come servono il cittadino, di quanto sono utili con le loro pale a togliere la neve. Di come siano sempre in prima fila a risolvere le questioni aperte. Pagando, ovvio.
Ma quando ci sarà l’offerta di azioni? Se avessi qualche soldo da parte me ne comprerei qualcuna da inserire in un portabadge alla prossima sfilata del 2 giugno. Saranno sempre in attivo, ed i dividendi a fine anno, assicurati. Pensate quando arriveranno i nuovi aerei tutti scintillanti, pagati con un paio di manovre finanziarie lacrime e sangue. Pensate ai bei carrarmati che consumano poco, alle belle bombe intelligenti neolaureate. Pensate quando i ministri della difesa che si sono susseguiti e si susseguiranno alzano la voce piagnucolante per chiedere nuove pistole e fucili mitragliatori. Allora esigiamo un’asta. Caro ministro della difesa fammi un offerta, e così anche i vari ministri di par grado a noi confinanti (le truppe aviotrasportate costano parecchio, e preferiamo sempre e comunque affari a chilometro zero) e diamo l’appalto a chi ci chiede meno.
La prossima volta, considerato che probabilmente fanno prezzi migliori, non ci conviene chiamare l’esercito tedesco o quello francese, o lo spagnolo per risolvere i problemi nel nostro paese? Tutta una questione di concorrenza nel libero mercato europeo.
Uhm, mi sa che questa storia l’ho già sentita in passato… Mi sa che sarebbe meglio offire gli stessi soldi ai disoccupati per fare lo stesso lavoro di spalatura.
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Aggiornamento 8 febbraio: Dicono che non saranno più i comuni a pagare gli spalatori, ma sarà lo stato... tramite un giro di bonifici tra ministeri... Cambia qualcosa?
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Un grande Takeru Kobayashi (che non è un lottatore né un supereroe) è diventato famosissimo in tutto il globo terracqueo per avere stravinto una importantissima competizione che ha richiamato campioni di tutto il mondo a Philadelphia, patria del formaggio cremoso con poche calorie.
La tenzone, così come ha avuto tempi di preparazione lunghissimi, è durata molto poco nel suo svolgimento sportivo. Ci sono voluti solamente 30 minuti affinché si svolgesse l’acme dell’olocausto che ha interessato svariate centinaia di polli. Infatti il nostro supercampione ha vinto mangiando in mezz’ora il campionato mondiale di ali di pollo con il suo nuovo record: 337!
Ovvero ben 168,5 poveri polletti hanno immolato i loro arti sull’altare della gloria dello sport agonistico. De Coubertin sarà contento, ed anche gli industriali del pollame. Un po’ meno i pennuti. Però noto dal filmato che le ossa non se l'è mangiate... Peccato...
Non so se ora ci sono in giro un sacco di poveri animaletti con le protesi alari, o se per non farli soffrire e non richiedere i risarcimenti ai fondi assicurativi previdenziali, siano stati fatti fuori. Posso comunque immaginare che i miseri resti siano stati comunque riciclati per gli altri campionati del mondo di specialità simili, tipo chi mangia più coscette, o divora più zampette, anche colli, teste, bargigli, penne o gricile. Penso che riguardo la gara di chi manda giù più “bocconi del prete” questa possa benissimo svolgersi in tutt’altre zone geografiche abitate da mangiapreti. Oddio, io ci potrei anche partecipare se fossero arrosto e non crudi.
Vedendo le foto, però mi viene la curiosità di sapere come siano stati cucinate le alette. Vedendo il sugo che sporca la faccia del vincitore, direi che come handicap ci sia anche quello del condimento pesante. In padella, con i peperoni, oppure, essendo negli Stati Uniti, con il ketchup?
Incuriosito dal personaggio, vedo che ne parla anche wikipedia, dalla quale scopro che è ormai da sei anni campione di quasi tutte le cose che si possano mangiare. Il guinness dei primati è pieno delle sue grandi prestazioni relativamente ai campionati da lui vinti come sommo divoratore di hot-dog, polpette, hamburger, pasta, pizza, sushi e merendine twinkies. Ah, epica anche la gara che lo vide vincitore per aver mangiato 32 uova in un minuto:
Chissà come starà il suo fegato, il colesterolo ed il sistema nervoso. Certo che se ci fosse la raffigurazione del demonio nei pollai di tutto il mondo, questo sarebbe raffigurato da questo individuo senza fondo, forse dimora di nidiate di vermi solitari, o con lo stomaco allargabile o semplicemente senza terminazioni nervose per non vomitare. Grasso non è. Chissà quale ginnastica fa ogni mattina a colazione, o se il suo intestino è così corto da avere un passaggio preferenziale verso l’esterno? Alla faccia di chi ha fame e non può mangiare.
Beh, comunque onore a lui: una bella corona di alloro, con fegatelli… ovviamente!
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Ho assistito più volte alle varie interviste a cui è stato sottoposto oggi il sindaco di Roma, Gianni Alemanno. Era arrabbiato, molto arrabbiato, e se la stava prendendo con la protezione civile perché il suo servizio meteo era sbagliato o quantomeno confuso.
Ed indicando un foglio di carta spiegava che gli era stato detto che ci sarebbero stati 35 millimetri di neve a Roma! E mi chiedevo come potesse esserci una tale precisione riguardo l’altezza della coltre bianca che sarebbe gentilmente precipitata sulla capitale. E pensavo che di solito ci si esprime in millimetri riguardo l’acqua caduta in un certo lasso di tempo, mentre riguardo la neve di solito ci si esprimeva in centimetri. E pensavo che non è che c’è stata una confusione di unità di misura? Come i vari casini che accadono mischiando i pollici con i centimetri? Ma no, mi dico, mica sono calcoli fatti negli Stati Uniti.
Ed infine in un altro servizio, rieccolo a sventagliare il foglio di carta con i dati che hanno fatto sì che le strade fossero inservibili, bloccate, con le persone abbandonate sul raccordo anulare (che con il solito scaricabarile si da’ la colpa all’Anas, quindi niente comune in colpa), e la telecamera ce lo mostra e ce lo fa leggere. E sorpresa, eccolo qua.
E per leggere tutto il documento, è qui: http://media2.corriere.it/corriere/content/2012/pdf/alemanno.pdf
E si capisce che non ci si riferiva alla neve, secondo le convenzioni, ma all’acqua che sarebbe risultata dal suo sciogliersi, ovvero un millimetro per ogni centimetro. La maledetta “cumulata di precipitazione”. Non era così difficile da capire per uno che, non dico debba essere esperto in scienze meteorologiche, ma che si mettesse a pensarci sopra per salvare anche la pellaccia di qualcuno che potrebbe trovarsi in pericolo.
Ma non me la sento di prendermela con un sindaco. Come sappiamo bene, c’è differenza tra politici e tecnici. Purtroppo. Non ragionano se non per il potere, l’interesse, l’orgoglio.
Ma i tecnici che hanno ricevuto l’informativa? Loro sì che avrebbero dovuto leggere e spiegare bene i dati ricevuti. A meno che non facciano parte di quell’infornata di raccomandati, amici ed amici degli amici che hanno riempito i posti del comune, dell’Amnu, dell’Atac, della Regione?
Io ci penserei sopra, e darei una controllatina a chi non ha fatto il suo dovere, non per inefficienza, ma per ignoranza. Che se non capite una parola, cari raccomandati, andatevela a cercare su wikipedia, così non farete danni… http://it.wikipedia.org/wiki/Giorno_di_pioggia
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(aggiornamenti in fondo al post...)
Ce lo stanno facendo a peperini, letteralmente. A Roma aspettiamo la neve come uno scudetto di calcio e non si parla d’altro, ed osserviamo vogliosi tutti i servizi giornalistici in video che ci mostrano come dappertutto meno che qui sia tutto bianco ed innevato e freddo e gioioso e pericoloso.
E sembriamo quasi invidiosi per quelle strade bloccate, quei terrazzini da spalare, quella sensazione da stato di emergenza che ci fa venire i brividi dentro, e non per il freddo. Tra termosifoni accesi, babbucce pesanti, vestaglioni e borsa dell’acqua calda, il freddo in casa non ci fa paura, e neanche pensiamo troppo a quei poveracci che vivono per strada
Ore 9:38 prima infiocchettata nel quartiere Prati. Stiamo tutti a guardare il palazzo scuro di fronte per vedere passare, tra le goccioline di pioggia, quelle un po’ più grandi e bianchicce, che ogni tanto sembrano prendere il sopravvento. E pochi minuti dopo ecco che questi fiocchettini stitici cominciano a vorticare, e tutti a fare “oooohhh” con il naso attaccato al vetro freddo ed il fiato che forma l’appannamento che fa tanto Natale. Ora il pensiero che assale le nostre menti è: attacca o non attacca? Si fanno scommesse. E’ tutto bagnato per la pioggia di questi giorni, tanto freddo non è che lo faccia, e per ora i cristalli bianchi si sciolgono come lacrime fredde nei rivoli sporchi di olio, grasso e deiezioni canine.
Ecco che mi viene voglia, quella voglia bambinesca, di uscire in strada, aprire la bocca e tirare fuori la lingua per acchiappare più fiocchi possibili, come un camaleonte ubriaco. Già mi vedo, in mezzo all’incrocio, ricoperto del mio giaccone di Linus, senza il quale non esco di casa, a fare lo scemo a bocca aperta.

Le battute si stanno sprecando ora che siamo tutti a guardare di fuori. E per farci contenti, i fiocchi diventano più grandi come se crescessero per i nostri occhi. O forse siamo noi ad ingrassarli con i nostri pensieri? E ancora non attacca, e sono una ventina di minuti di cade.
Ovviamente, ora che sta passando la sorpresa tanto attesa, stiamo cominciando subito a lamentarci. Io innanzitutto perché il motorino a freddo fa fatica a partire questi giorni, e figuriamoci ora che si ricoprirà del poetico manto bianco. Forse le strade ghiacceranno e tutti noi malediremo in cuor nostro queste espressioni della natura. Per le strade cominceremo a notare solo quelli che faranno gli sboroni con i suv, e qualche anziano con la ritmo che metterà le catene, inutilmente, se non per rovinare gli pneumatici e l’asfalto che è praticamente lo stesso da quando passavano sulle bighe i nobili tifosi dei gladiatori che andavano al Colosseo. Le buche verranno ricoperte poi dall’acqua, in piccole pozzanghere-trabocchetto per i motorini. E domani dovrò anche lavorare per un sabato mattina di straordinari.
10:10 pare abbia già smesso, ma siamo sempre in attesa della tormenta. Ci sarà o no? Boh. Mi piacerebbe starmene in una baita al caldo a bere cioccolata tiepida con sottofondo musicale. In compagnia di una gattina delle nevi… ovvio… Forse stasera sarà tutto bianco, e domattina quasi tutti, eccitati per l’algida coperta no parleranno d’altro. E mi sento di dare un consiglio, come cantava il grande Frank Zappa, non mangiate la neve gialla! (Don’t eat the yellow snow)…
Ore 12:00 inizio della nevicatona che resterà nella nostra storia romana moderna e passerà per "la grande nevicata del '12" dopo quella del '56, del 65 e dell'85.
Ore 12:20 stiamo tutti a guardare la strada dalla finestra e ci cominciamo a preoccupare di come torneremo a casa coni motorini. Mi sa che stasera la metro sarà piena.
Ore 12:25 uno qua sotto fa una palla di neve e se la fotografa...
Ore 12:30 sui marciapiedi ricoperti di bianco noto alcune orme di lepri e di linci che le inseguono.
Ore 13:00 alcuni gabbiani reali mi sembrano scemi. Volano in tondo poi si fermano, scendono di quota e risalgono. Forse si sentono le ali appesantite o forse pensano che quei fiocchi siano molliche di pane e se le mangiano al volo...
Ore 13:30 apro un buco nel ghiaccio e mi metto a pescare. Acchiappo un topo di fogna. Forse devo aprire un altro buco un po' più al largo.
Ore 14:20 mi sembra di aver visto un orso bianco fare capolino dietro un furgone, ma non so se è colpa della pizza alle cozze e mozzarella che mi si rimpone o della signora in pelliccia che porta a spasso il cane.
Ore 16:00 tutti a casa. Si chiude... A piedi fino alla metro dopo un'ultima occhiata allo scooter sotto una coltre di una decina di centimetri di neve. Poverino. Si fatica perfino a camminare anche per salvarsi dai soliti idioti col suv che corrono e schizzano fanghiglia addosso ai pedoni. Hanno perso ancora un'occasione per non vergognarsi... Comunque a Roma sud piove semplicemente, con un pochino di nevischio, i negozi sono aperti senza problemi. A Roma nord sembra di essere a Stalingrado. Macchine in mezzo alla strada, montarozzi bianchi e pozze in cui si cammina lentamente alzando i piedi. Sono quasi tutti con i moonboots. Negozi chiusi e sirene in lontananza. La geografia è strana...
Sabato ore 10:00 mi sveglio senza troppa convinzione e fuori dalle finestre è tutto bianco. Faccio un salto in terrazza e ci sono una trentina di cm di neve. Faccio un po' di foto del panorama imbiancato. Belli gli alberi ricoperti. Ma faccio in fretta che esce il sole e comincia a sciogliersi tutto. Fa freddino. Ma l'abbiamo scampata.
Penso che la storia finisca qua...
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C’è un quadro della Lempicka che si chiama “la convalescente”, ed è proprio questo qua che vedete sotto in tutto il suo splendore:

Di solito ci passo in continuazione davanti, visto che si trova proprio sul corridoio che porta alla macchinetta del caffè ed ai bagni. Quindi molto di passaggio. Ma ieri mi ci sono soffermato a studiarlo. Forse a causa di un bel capezzolo stilizzato che occhieggiava impenitente ad altezza delle mie fosche pupille.
E dal capezzolo al merletto, per i movimenti oculari è poca cosa. Bella posa plastica, bei capelli, la mano, la spalla e le spalline, e tutto il resto, plastico e morbido, ma contemporaneamente anche spigoloso, nel suo bello stile decò.
Però i minuti passano, ed io fisso a scrutare. Mi avvicino e guardo meglio. I colleghi mi osservano bloccato ed accennano battutine sul mio voyeurismo. Praticamente sembro un deficiente miope davanti ad una stampa affissa al muro con un po’ di crepe.
Finalmente realizzo: secondo me c’è un errore: allora, ci sono delle spalline. Una messa bene e l’altra tirata giù. Spalline di cosa? Non è un reggiseno o un corpetto. Diciamo che, dato il titolo e l’ambientazione potrebbe essere una camiciola da notte in cotone e merletto. La malconcia forse si stava misurando la febbre ed in questo momento immortalato dall’artista stava tenendo sotto l’ascella calda un termometro? C’erano termometri ascellari negli anni 20? Boh? Potrebbe essere. Magari la somma pittrice voleva rappresentare il narcisismo di una donna in preda a turbe mistiche. Lo sguardo e la postura ricordano, molto alla lontana, l’estasi di santa Teresa. O forse sta delirando per la febbre? Beh, no, è convalescente, mica malata, per cui sta guarendo, riprendendo le forze con minestrine e formaggini ed ovetti battuti.
Lo sguardo esce dal quadro, ed immagino ci sia una finestra, dalla quale entra la luce. Magari il sole le bacia la pelle, la scalda ed il desiderio di guarire ed uscire saltellante come la vispa Teresa la sta facendo pensare, o sognare. Magari pensa all'amato ed ai prossimi amplessi, e si carezza mentre si spoglia.
Allora decido che si tratta di una camicia da notte sexy. Ma la schiena dietro il gomito è nuda! E la spallina sparisce dietro dietro. Ma dove sta? A cosa si collega? La camiciola è strappata sul fianco così che la mossa plastica stia a nascondere la stoffa lacerata? Vittima di violenza? Mi aspettavo in verità un lembo bianco, magari con altro merletto, o anche raso o semplice cotone. Ma non tutta quella schiena nuda. Ma se la spallina passa sopra il collo e ridiscende come nei costumi interi anni 50, o come quella protezione per chi cucina, volgarmente detta da noi "parannanza"?
Sarà stata una svista volontaria con significati surreali che in questo momento mi sfuggono, oppure si è proprio dimenticata di dipingere da quella parti? Il mistero, benché inutile, è fitto e si sta brancolando nel buio. Ma continuerò ad indagare passando altri momenti lavorativi da immolare sull’altare dell’arte, e ci riuscirò, o morirò nel tentativo!
Ok, non era proprio come in questa vignetta di Andrea Pazienza, ma ci vado vicino…
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Questi moderni umoristi non è che mi facciano tanto ridere. Anzi… E sì che mi ci metto a guardare tutte le trasmissioni televisive che vanno tanto di moda da Zelig a Colorado con la speranza di farmi quattro risate. Ma non è così. I cosiddetti comici moderni mi sembrano dei dementi che tirano fuori delle frasi che ripetono in continuazione, entrano nel cervello stanco di chi si rilassa in poltrona, e così facendo, quando qualche altro ragazzino si mette a ripeterle per fare effetto con gli amici del muretto, si sentono arrivati al rango di comico.
Eppure se solo, in quelle trasmissioni, non ci fosse il pubblico pronto a ridere a comando o a ripetere quelle frasi stupide, dove sarebbe la comicità?
Ci faccio caso. Ogni volta la telecamera stacca dal protagonista e si va ad insinuare con un vero e proprio taglio dell’inquadratura, su un primo piano del pubblico, si vede una faccia sganasciata con le lacrime agli occhi che pare si stia sentendo male per il troppo ridere. Se guardate bene sembra sia un copia-incolla.
Allora i casi sono tre:
- Sono così comici ed avanti con i tempi che io non li capisco, essendo rimasto abituato ai vecchi comici che adoro come Petrolini e Fabrizi, oppure gli umoristi come Campanile, Lucatelli, Flaiano, Marchesi, Woodhouse, Jerome ed Allen, o anche Battista che in questo momento è l’unico che mi rallegra.
- Non sono per niente comici, anzi sono una mandria di deficienti che si è abituata a dire idiozie ritmate alle quali il pubblico che segue la melodia ma non capisce le parole, ride nelle pause del respiro, subito dopo l’imbeccata o lo storpiamento di una parola.
- Non esiste né il comico né il pubblico. Si tratta di creazioni virtuali del Grande Manipolatore che, tramite sofisticati software incolla frasi slegate tra loro inframmezzate con immagini di repertorio di gente che ride.
E nel trabocchetto del tormentone sembrano cadere anche i nuovissimi sedicenti comici che ancora non si vedono se non in alcune trasmissioni che vanno in onda su televisioni commerciali povere. Eppure alcune battute sono anche carine, ma non tengono il ritmo che deve essere sostenuto per non far addormentare i nuovi spettatori drogati di risata, di battute veloci e ritmo incallito. Sembra che manchi la preparazione della battuta, composta semplicemente da uno sciorinare di frasi idiomatiche, giovanilistiche e volgari, dal doppio senso che non ti lascia sorpreso. Vagamente surreale, ma non di quella surrealtà che ti fa fermare il cuore con un’extrasistole, come il Woody Allen dei primi tempi, ma semplicemente un gioco di parole che ti sembra già ascoltato durante un dialogo con un amico spiritoso, così poco potente che te lo sei già dimenticato.
Sembrano telenovelas, queste battute sciocche, che già quando iniziano sai dove andrà a parare la frase finale, su quale esito che vorrebbe essere esilarante terminerà. Sempre che non ci sia il tormentone, ormai vuoto di significato per il troppo ripetersi senza senso, urlato dal palco, possibilmente in dialetto. Eppure ancora mi rivedo su youtube quegli sketches anni ’70 con Cochi e Renato, Boldi ed Andreasi, il primo Villaggio che portarono forse per primi quell’umorismo mezzo inglese mezzo surreale poi perso nel tempo, nelle notizie dalla Val Trompia. Peccato. Anche perché forse è proprio in questa trasmissione l’inizio del tormentone televisivo.
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Sul giornale si legge di un’impresa di pompe funebri che sta pubblicizzando un servizio completo a partire da 99 euro al mese. Tante piccole rate per una spesa che, pare, si debba prima o poi lasciare insieme con l’eredità, ai parenti più stretti. Ne sta parlando il sito di Repubblica http://www.repubblica.it/cronaca/2012/01/30/foto/il_funerale_a_rate_l_agenzia_funebre_creativa-29041743/1/?ref=HRESS-38 e fin qui nulla di strano o di nuovo. Ci hanno giocato sopra anche parecchi film comici di tutto il mondo ed invariabilmente scatta quell’umorismo macabro che serve ad esorcizzare il trapasso.
Ci sono anche chiari riferimenti alla letteratura, considerate che dentro una bara principalmente ci dormono i vampiri o chi vuole imitarli. Proprio un vampiro che invece non muore. Anzi trae la sua immortalità dal cibarsi di sangue umano, ed in cambio dona alla malcapitata (pare che i colli femminili siano più saporiti) la stessa vita senza fine, condannandola però alla catena di S.Antonio del succhia-succhia-giugulare senza la quale si può trasformare in polvere.
E la cosa, oltre ad un accenno di sdegno, deve assolutamente colorarsi di umorismo, pena un enorme ricorso a grattamenti, toccate di ferro e simili gesti apotropaici liberatori. Ma questi discorsi li ho sempre sentiti fare in famiglia, dalle zie vecchissime. Avrete avuto tutti una zia di età indefinita, rinseccolita, presa ad esempio dalla famiglia? Quelle vedove o signorine quasi centenarie che erano tanto belle da giovani, magre e veloci in tutto quel che facevano, che quando ti venivano a trovare esordivano con un “Ma lo sai chi è morto?” e sciorinavano una lunga serie di nomi di persone mai sentite che però suonavano bene con i loro nomi di altri tempi, quelli che oggi non si usano più. E queste zie dicevano sempre “quando zia andrà all’alberi pizzuti (ai cipressi, ovvero al cimitero) voglio che mi mettano insieme al povero marito mio dentro la cappella di famiglia che c’è anche papà, mamma e i miei fratelli morti in guerra”. E noi ci immaginavamo templi enormi, tutti bianchi con statue di angeli dorati con relative spade fiammeggianti. Mausolei che spicchino con le loro forme avveniristiche tra le distese di povere croci di legno e fiori secchi.
Poi quando effettivamente toccava a loro, poverette, nessuno lo diceva in giro, anche perché tutti sapevano che uno dei loro nipoti, quello che giocava a carte, si era venduto tutto per ripagare i debiti di gioco, e dopo un funerale di prima categoria, per i quali erano stati messi i soldi da parte sul libretto postale, andavano a riposarsi per sempre in piccole bare, da sole in “fornetti” bui considerato che i parenti sfrattati erano già stati traslati nella zona “ossario”.
Beh, a parte le boutades pubblicitarie, tengo ben caro un simpatico portachiavi con una piccola bara, ricordo della zia che portava in casa, ogni volta che ci veniva a trovare, una sana macabra ventata di ottimismo.
Ah, dimenticavo, per non fare il solito maschilista, ho pensato anche alle mie affezionatissime lettrici, alle quali dedico la foto qui sotto degli allegri becchini di Miami:

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Per uno come me che è nato a Sparta ed ha combattuto alle Termopili, potete immaginare come Hervè Morin, ex ministro della difesa francese ed oggi candidato alle presidenziali non abbia detto niente di strano quando aveva dichiarato di essere stato presente “allo sbarco in Normandia” nonostante abbia solo 51 anni. Beh? Ed allora io che dovrei dire avendone 54? E posso affermare senza ombra di dubbio che lui c’era, in quanto l’ho visto durante i preparativi sulle navi da sbarco. Eravamo in pontoni separati, ma vicini, su quella spiaggia Omaha. Però non lo vidi più una volta sbarcati in quanto venni ferito ad una gamba, ed ancora ne porto le vistose conseguenze, con una bella scheggia di una bomba di mortaio che porto proprio sotto il ginocchio. I metal detector mi sono testimoni.
Se potessi raccontare tutto quello che ho passato, ne avrei di inchiostro da far scorrere sulle pagine bianche. Penso vogliate sapere come abbia fatto a sopravvivere alle Termopili? Semplice, ero ancora troppo giovane per combattere in prima fila contro Serse, e per un caso particolare ero piantone alle tende proprio quel giorno fatale.
Ma non fu così, o almeno quasi mai, quando mi ritrovai con la nona legione a difendere il Vallo di Adriano. Quanti turni di guardia su quelle mura, quante perlustrazioni nei boschi lì intorno alla ricerca dei barbari. Poi un bel giorno mi innamorai di una contadinotta bionda e mi allontanai dalla guarnigione… Bei tempi quelli in mezzo alla natura incontaminata. Ma dopo essere stato uno dei cavalieri della tavola rotonda mi stancai di quelle terre umide, anche perché dopo quella storiaccia tra Ginevra e Lancillotto non si parlava d’altro con quell’Artù che era sempre depresso e si faceva sempre fare le carte da Merlino: e Ginevra di qua e Ginevra di là, e quando ritorna e se faccio fuori Lancillotto poi ricomincerà a darmela o scapperà con Ivanhoe… Per uno come me abituato a tornei ed a spiccar teste di nemici, non potevo resistere.
Mi feci un viaggetto in Giappone, dato che mi piacevano quelle belle armature col gonnellino che se faceva caldo ti davano buone sensazioni in mezzo alle gambe con l’arietta circolante, e poi mi piaceva girare con la mia bella katana.
Nulla a che vedere con gli spadoni di qualche anno dopo, in quell’Europa che perdeva il gusto delle belle battaglie in mezzo alle pianure che si riempivano di morti e di sangue. Divenni perfino un intellettuale, e sì che ci voleva poco in Italia in pieno rinascimento, tra belle arti e belle scienze. Bastava stare in mezzo a quei cervelloni e diventavi capoccione anche tu.
Qualche anno dopo però me ne scappai dall’altra parte dell’oceano. Sui galeoni si poteva tornare a sparare, duellare e fare scorribande nei mari caldi dei Caraibi, a depredare navi commerciali e bere rhum e disseppellir tesori. Ma non poteva durare. Ogni tot centinaia di anni sento l’esigenza di ritirarmi a fare una vita bucolica, che sia pure quella di andare a caccia di bisonti e riscaldarsi sotto le pelli calde con una bella squaw durante gli inverni sull’altopiano. Bei tempi quando cavalcavo a pelle attaccandomi alla criniera, pregustando come un giorno mi sarei ritrovato tra le verdi praterie di Manitù con il mio bell’arco a tracolla. La domenica si andava ad attaccare le diligenze dei visi pallidi, ma giusto per passatempo.
Dello sbarco in Normandia ho già parlato. E chissà cosa mi dovrò aspettare in futuro. Per ora sto in ufficio a riposarmi prima della grandi battaglie future, ma non dite nulla a Morin perché se mi venisse a trovare per attaccar bottone e ricordare i bei vecchi assalti alla baionetta, poi chi me lo toglie di torno? Non per niente, ma è un po’ troppo ateniese per uno spartano come me.
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A volte uno non si accorge facilmente delle cose più in vista. Dopo 50 anni che ho iniziato a leggere Topolino mi sono accorto solo l’anno scorso di una cosa strana… Che il topastro da’ del “voi” a Basettoni, e non solo lui. Anche altri, tra non parenti, in quelle storie disegnate si danno la seconda persona plurale. Come ai tempi del fascio.
Di esempi cinematografici ce ne sono a bizzeffe, sia per prendere il giro quell’obbligo che ci sembra stantìo, come ne “il federale” con Tognazzi che risponde al professore che gli da’ del “lei”: “Lei chi? La mia fidanzata?”. O anche la sora Lella che parla con "er Principe":
Oppure Totò che diceva:
-Ah, se tornasse Galivoi!
-Galivoi?
-Sì, sa, il "lei" è abolito!
Che pare fosse ripreso da un disegnatore umoristico, Scalarini, direttore del Becco Giallo (c’entrava qualcosa Paperino?), rivista satirica del ventennio che sull’ultimo numero, per la sua soppressione, disegnò una tomba con su scritto (con correzione): Galileo Galivoi.
Ed è strano anche come, quando vado in giro e mi sento costretto a chiedere informazioni ad una persona anziana, mi venga spontaneo dargli del Voi. Strano davvero. Però se ci penso, direi che così sbagliato non è.
Anzi, sarei anche favorevole al suo uso invece del Lei che, in effetti, anche nel dialogo corrente può portare qualche inconveniente interpretativo.
Con quei balloons nei fumetti ambientati a Topolinia e Paperopoli (vedi la vignetta proprio qui sopra), si può capire come nelle giovani menti questo retaggio che a pensarci, sembra atavico, aiuti nella fruizione e comprensione della storia. Ed agli occhi del lettore passa quasi inosservato, cosa che non accade se ci sentissimo apostrofare così nella vita normale. Pensate se così si rivolgesse a noi un nostro capufficio! Basta però leggere attentamente anche altri fumetti, come Dylan Dog, dove se n'è discusso, e vediamo come quest’uso della seconda persona sia più marcato. E non ce ne accorgiamo, segno che è diventato normale ai nostri occhi. Probabilmente proprio per merito di Topolino & co.
Qualcuno dice che è colpa delle traduzioni dall’inglese, ma costoro dimenticano che i disegnatori italiani della Walt Disney sono tra i migliori, ed esportano storie a livello industriale. Forse allora è proprio per la motivazione opposta? Sono i traduttori dall’italiano a trovarsi in difficoltà nei dialoghi?
Ok che in inglese si dice sempre “you” ma è comunque una lingua semplice, ed anche per questo si è sviluppata in tutto il mondo come avrebbe dovuto fare l’esperanto. Farsi capire in quella lingua barbara con l’aggiunta di un po’ di gesticolazioni, non è poi difficile (basta non storpiare ze pronunsiescion).
Probabilmente il tempo porterà questi cambiamenti nel nostro linguaggio, e non sarà così difficile uniformarsi. Ci dobbiamo aspettare un futuro con il “voi”.
Io ci sto… e voi, cioè tu? Come dice il professor Sonquì della Settimana Enigmistica (quello col nasone con un foruncolone in punta): “Dite, dite” (ovviamente come se avessi voluto dire “dimmi dimmi”)…
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Degni lavoratori ai quali vanno tutti i nostri pensieri favorevoli, subito pronti ad imbracciare idranti ed irrorare case in fiamme, salvare gattini sugli alberi ed entrare dalle finestre quando uno chiude la porta di casa con le chiavi all’interno. Risparmiando. Che se uno chiama qualche pronto soccorso fabbro 24/24h, trovato sulle pagine gialle, rischia di rimetterci il conto in banca.
Ma dicevamo sui benemeriti… Qualche tempo fa dovevo attendere l’apertura di un vivaio per cercare del materiale atto ad esplicare le mie velleità agricolturali, tipo vasi sottovasi e scatolette di carne per le piante carnivore. Era pomeriggio, per cui essendo l’ora della pennichella, trovo un posto al sole (faceva freschetto) con l’auto, tiro giù il sedile reclinabile e tento una dormita ristoratrice, sistemando gli specchietti così che, nella nuova posizione, potessi riuscire a controllare quanto sarebbe accaduto nei paraggi, come qualcuno che volesse rubarmi le borchie o qualcun altro dalla prostata infiammata e la vescica sensibile che avesse l’intenzione di liberarsi dei liquidi in eccesso tra le macchine in sosta, come accade spesso.
Mentre sonnecchio, alzando una palpebra, vedo uno strano movimento a poppa. Una mezza dozzina di giovani e baldi pompieri che armeggiano attorno ad un suv parcheggiato come suo solito alla cazzodicane in mezzo ad un’aiuola spartitraffico. Meno male, penso, qualcuno gli aveva dato fuoco e lo stanno spegnendo (meno male per il fatto che gli avessero dato fuoco). Invece vedo che in mezzo a loro spicca una bionda vistosamente isterica, che gesticola e parla al telefonino e contemporaneamente con i baldi. Non so se avete presente quelle che stanno sempre col telefonino in mano o all’orecchio, anche se spento o se chiamano il servizio per capire il credito disponibile. Ecco, uguale, con minigonna e gambe depilate che riflettono il sole per quanto olio o crema o antizanzare spalmatoci sopra. E camminava in mezzo ai rappresentanti legittimi della pompa idraulica comunale che tra loro parlavano sogghignando del fatto che la bionda avesse lasciato le chiavi nella borsa chiusa in auto. Si capiva dal fatto che tutti, a turno, introducevano un fil di ferro storto e sagomato come un arpione per la caccia alle meduse, ondulato ed inutile per sollevare maniglie o tappetti della sicura.
La scena diventa sempre più emblematica. La ragazza parla non si sa a chi, gli altri, quelli più giovani, guardano, ridono e si danno di gomito indicando una coscia o uno sculettamento eccessivo della sfortunata, che per aumentare lo sprone, di tanto in tanto si inumidisce le labbra un tantino gonfiate, con la lingua. Il pompiere più anziano e con pancia, che deve averne viste tante nella sua carriera, continua a ravanare con il filo metallico sempre più storto e duttile che si trasforma in un qualcosa di informe a zigzag, come un uncino o un tentacolo inutile. Anche lui tira fuori la lingua, per prendere meglio la mira.
Stavo per uscire, per consigliare loro di prendere una mazzetta da cinque chili e sfondare un vetro, magari il parabrezza per sfogare meglio la pulsione sessuale che si stava impadronendo della squadra di soccorso con gli ormoni a mille anche perché nella foga oratoria al cellulare (ma con chi cacchio stava parlando?) si era sbottonata un altro po’ sulla scollatura siliconica.
Il vivaio apre, vi entro ancora assonnato per la pennica mancata, e quando ne riesco carico di vasi, semi e cibarie, il gruppetto sta sempre lì. Il fil di ferro è diventato un pupazzetto, a volte un cagnolino, altre un coccodrillo o il protagonista de “la linea”.
La bionda straparla al telefono poggiata sul cofano con le chiappe sostenute. I cinque giovani credo stiano scommettendo sul fatto che indossasse il perizoma o solamente l’idea di esso.
Me ne vado, col pensiero benevolo che quando servirà saprò chi chiamare, e con la speranza che almeno uno di loro (se non tutti, compreso il capo anziano) sia riuscito a farsi ringraziare degnamente dalla bionda.
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Non mi piace dire sfigati, visto che etimologicamente dovrebbe derivare da “ficus”, o da "fica" come antico amuleto anti sfortuna, per cui non essendo una parola inglese o swahili, manterrò la C. Ma questo è solo un problema inutile se ci mettiamo a ragionare sulle parole del viceministro al lavoro ed alle politiche sociali yuppi Michel Martone. Che poi lo chiamano Welfare. In pratica esso afferma che invece di insistere con la laurea a tutti i costi, sarebbe meglio scegliere le scuole professionali e trovarsi un lavoro, specie se uno per laurearsi impiega troppi anni.
Io sarei d’accordo in linea di massima con queste affermazioni, se pensiamo ad un ragazzo che non si applica appieno nello studio, ed ovviamente non lo sono se i ritardi sono dovuti al fatto che sia uno studente lavoratore o abbia avuto problemi. E lo dico perché ho vissuto sia la condizione di quello uscito dal liceo scientifico e studente a tempo pieno, sia la condizione dello studente lavoratore. Ed in entrambi i casi ho fallito. Non perché non mi impegnassi, ma proprio perché non avevo le capacità di studiare esclusivamente teoria.
Faccio un breve excursus storico. A chi mi avesse chiesto, da bambino, cosa avrei fatto da grande, rispondevo alternativamente “lo scienziato” e “l’astronauta”. Le altre professioni non mi interessavano, e nonostante non fossi stato una cima in matematica, seppure in fisica me la cavassi discretamente, optai di iscrivermi ad ingegneria per il percorso elettronica e poi aerospaziale. Questo perché fin da quando avevo 6-7 anni mi mettevo a costruire piccole radio e razzetti. Un bambino prodigio per modo di dire, diciamo una spiccata sensibilità per i lavori pratici. Purtroppo non ero uno che si buttava nello studio pazzo e disperato, ma a parte leggere un sacco di libri scientifici, non è che mi piacesse studiare. Meglio andare a giocare a pallone o pallacanestro o pallavolo o nuoto. Qualsiasi cosa pur di non studiare.
Diciamo che una volta scelta l’università per una sopravvalutazione delle mie capacità, mi scontro poi con il mondo del lavoro. Mi trovo a scrivere articoli di radiotecnica ed elettronica esclusivamente pratici per una rivista del settore, a 20 anni, ma col mal di testa per cercare di capire che cacchio sia un integrale o una derivata, che in fin dei conti non avevo mai visto né saldato in un circuito elettronico. Lascio quindi perdere e lavoro prima nella radiotecnica poi nell’hardware dei primi computer.
E quante volte mi sono chiesto se, invece di perdere tempo con il liceo e l’università, avessi fatto meglio a fare qualche cosa di diverso? Un bell’istituto tecnico per l’elettronica oppure scuole per imparare un lavoro artigianale come falegname o rilegatore di libri? E battere il ferro? Tipografo? Cartario? Riparatore di giocattoli? Massaggiatore? Clown? Quante attività mi sarebbe piaciuto fare…
Ed oggi lavoro proprio in un’università, e vedo che ci sono caproni che passano esami, che ogni tanto vado a vedere, con materie incredibilmente semplici, domande puerili che basta aver letto un po’ e passi l’esame. Corsi di studio che dici “ma che ci fai con una laurea così?” Ricordo una collega americana che aveva in ufficio appese al muro, un paio di lauree prese in un importante campus, appese al muro. Una era di “storia dell’arte” ed un'altra, mi sembra, di “economia domestica”. Ma che cacchio di lauree sono?
Ok, oggi lavoro, come ho sempre fatto, senza laurea, e come hobbies mi do da fare con l’elettronica digitale, progetto e costruisco razzi ed ho un sacco di interessi. Non mi chiamano ingegnere e mi va anche bene così, visto che mi sono accorto spesso di sapere molte più cose (pratiche) di un ingegnere…
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Ognuno ha le sue manie. Io ne ho tante, spero non pericolose, anche se ogni tanto mi interrogo e preoccupo che non si trasformino in patologia. Ad esempio, mi piacciono le scatole. Fortunatamente dicono che si tratti di simboli femminili, per cui non è che mi preoccupino troppo. Fossero birilli o uccelli impagliati, ci ragionerei sopra un po’ di più. Forse la mania mi nasce da bambino quando trasformavo i cartoni avanzati e gli imballi in elmi da crociato o da astronauta, mentre quelle più grandi venivano trasformate in navicelle spaziali, spazio in corridoio permettendo...
Quando vedo per strada una scatola di legno buttata da qualche parte, fuori di una grande drogheria, come ne ho una vicino l’ufficio, non ce la faccio a non fermarmi, prenderla dal cumulo di cartoni e plastiche, rimirarla e portarla via al sicuro. Bellissime quelle che contenevano bottiglie di vino, o meglio di spumante, che sono più ciccione. Che ci faccio poi? Ci metto dentro tutti gli “impicci” da mettere in cantina! Non sono infatti comode da tenere negli scaffali in vista. Al massimo ci suddivido gli attrezzi. Quelli che non si trovano mai, e per questi c’è la veranda piena di piante che coprono la diversità cromatica dei legni dei contenitori.
E fin qui uno penserebbe che non è una mania così grave. Passiamo alle scatole di latta? Sono belle ma si ammaccano se uno le sfrutta troppo mettendoci dentro qualcosa di pesante, e poi hanno forme troppo tondeggianti per contenere, che so, fogli o documenti o agendine. C’entrerebbero solo pallette o cilindri contenitori di qualcosa di piccolo. Però sono tanto carine e colorate. Ottime per i bottoni e i rocchetti di filo come facevano le vecchie zie sarte. Peccato che io non sia un sarto.
Mi fanno letteralmente impazzire le scatole usate per inviare i pacchi. Quelle gialle o blu che vendono negli uffici postali sono geniali! Per fortuna me le mettono da parte i miei colleghi dell’ufficio quando arrivano, invece di buttarle. Sono pieghevoli in modo che una volta non usate occupino pochissimo spazio, poi come per miracolo sposti delle alette di rinforzo e come un libro popup acquistano volume e spazio.
Io che ho un po’ di difficoltà a comprendere lo spazio tridimensionale, rimango ogni volta stupito dalla magia della trasformazione dimensionale. Mi aspetto prima o poi che con un’altra piegatura segreta, acquistino perfino la quarta dimensione, diventando un tesseract detto anche ipercubo.

E che dire di tutti gli involti che si inventano negli Usa per spedirti ogni ben di Dio come i libri? Strappi qua, pieghi là, rigiri e aderisci. Ecco pronto un imballo a prova di servizio postale. Se vengono però dall’Est, le studio semplicemente senza riutilizzarle, dato che sono molto bravi a costruirle con pezzi di cartone provenienti da confezioni di biscotti o crackers. Sono dei veri e propri artisti del cartoncino e del nastro adesivo. Fatte in casa molto bene, purtroppo non durano ma hanno tutta la mia ammirazione!
In effetti prediligo tutte le scatole e le scatolette che, vuote, non occupino spazio, che abbiano il fondo ad incastro che se ci metti un dito, si forma un buco e spingi e si apre del tutto ripiegandosi quasi automaticamente (su, non ho scritto niente di erotico, calma…) e poi le metto tutte insieme, in verticale dietro uno scaffale o una libreria, o perfino sopra, pronte a contenere qualsiasi cosa mi salti in testa. E poi organizzativamente, sono belle, specie quelle gialle formato A4, tutte in fila, con su scritto con il pennarello cosa contengono, in quello sforzo cognitivo ed esistenziale che metto in atto per fare ordine nel mio cervello. Ma ancora non ho trovato scatolette da incastrarmi nella testa, però sono ottimista e continuo a cercare…
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Cominciò domani e l'altroieri finirà
Mi preme avvertire che tutto quello che leggerete è frutto della mia mente, anche quelle cose che sembrano scopiazzate. Potrebbe essere che siano stati altri a scopiazzare me. Avverto che l'aggiornamento viene effettuato quando mi pare e piace, anche se, sembra, lo faccia tutti i giorni tranne il sabato, la domenica ed i giorni di festa, quando non mi piace accendere il computer, anche se continuo ad interessarmi ai fatti del mondo e strombazzare il mio malcontento. Con questo intendo dire che non sono un giornalista e che questa non è una testata giornalistica e bla bla bla. Le foto che appaiono negli articoletti di solito le prendo facendo una ricerca su google immagini, ritenendo che siano libere di essere prese e schiaffate sul blog. Se ritenete che io non debba pubblicare una di queste immagini, mandatemi un messaggio ed io la toglierò nel più breve tempo possibile. Non chiedetemi soldi che tanto non ce li ho. Aggiungo pure che non lo faccio per il bisogno che grazie a Dio di bisogno ne ho abbastanza (Petrolini)...
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