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Creato da black_rose_and_moon il 21/07/2011

Astral Night Reverie

Stargazers ride through virgin oceans...

 

 

Celtic Dream

Post n°50 pubblicato il 18 Aprile 2013 da fading_of_the_day
 
Tag: Passion

 

Timido mi nascondo tra il verde vivace
e ti vedo, nobile e silenziosa,
farti largo tra i cespugli della fenice
- come giglio tra le spine -
mentre ti immergi in laghi d'argento vestita di neve

Ti invito con lo sguardo a seguirmi,
piedi nudi che affondano nell'erba fresca

Finalmente, i nostri quattro occhi fissi sullo stesso orizzonte,
mentre nuvole grigie scorrono rapide sulla collina del druido
e il vento modella spigolose rocce nere senza tempo

Ti vedo nel saio lungo,
da luminosa regina dei bardi,
china ad accarezzare l'erba bagnata
ai piedi della runa dei vaticini

Mi sorridi divertita, mentre ricamo sulla tua pelle
anse di caratteri celtici.
Danzano i cristalli della brina notturna,
rallentano i cerchi delle tue mani
e giacciono immobili le onde delle tue anche.

Avverto
le tue dita intecciarsi tra i miei capelli,
e l'andare ed il venire del tuo respiro sotto la mia testa,
mentre percorro ad occhi chiusi le linee di sabbia della tua pelle.

Inspiro polvere di ametista
fuggita dalle labbra socchiuse,
abbandonandomi in uno spazio
a metà tra sonno e veglia

 Ma ben presto il vento disperderà l'eco di antichi canti
dopo l'ultimo volo del falco.
E così, esausto di lacrime,
adagiato su un letto di acque sulfuree
berrò il veleno di un serpente

E il dolore del distacco da te svanirà,
spazzato via dalla gelida corrente
che conduce al grande mare inferiore

 
 
 

Gazza Ladra

Post n°49 pubblicato il 22 Febbraio 2013 da oltre_ogni_suono

Nella penombra mattutina che avvolgeva la camera da letto, ho osservato più volte come ricopriva di stoffe delicate e leggere il suo corpo, con gesti rapidi e decisi: per non svegliarmi, come una ladra faceva tutto in silenzio. Ma prima che sgattaiolasse via, la afferravo dolcemente, leggevo la sorpresa nei suoi occhi divertiti, mi baciava e si scusava per avermi svegliato, "Ti perdono se fai colazione con me" le dicevo portandola in cucina. Un caffè al volo e scappava via verso una nuova giornata di lavoro e di spiegazioni.

Mi lasciava lì, appoggiato allo stipite della porta, con ancora la sua dolce fragranza di donna nelle narici... con ancora in bocca il sapore delle sue labbra profumate al caffè.
Penso a quelle labbra, rosse, che schiudeva sulle mie come petali di rosa delicati che soffiavano amore; penso alle sue mani, foglie pallide che stringevo delicatamente tra le mie e che scorrevano affettuose sulla mia pelle.
Il suo corpo di farfalla si posava sul mio cuore lasciando, sempre più profonde, le impronte delle sue ali, segni incancellabili colmi d'amore.

Per rubargli le coccole della notte, le più dolci, quante volte l'ho pregata di restare a dormire con me inondandola di baci per far nascere in lei desideri proibiti...
Ogni attimo che passavo con lei volevo viverlo sempre a fondo, come se il giorno dopo tutto dovesse sparire; ma nonostante questo, il tempo che trascorrevo in sua compagnia non mi bastava mai.

Poi un giorno il mio cellulare emise la sequenza di due brevissimi "bip", un suo messaggio: "Ho bisogno di vederti stasera per parlarti. Dopo il lavoro vengo da te". Non mi piacquero quelle poche parole prive di affetto e temetti la venuta della sera.
E la sera, insensibile, venne silenziosa e scura, portando con se un giro di chiave nella toppa della porta d'ingresso. La mia dea entrò, con uno sguardo triste ma pieno di sicurezza, senza nemmeno togliersi il cappotto si accomodò in salotto e mi ordinò di fare lo stesso.
Per un attimo abbassò lo sguardo come a voler raccogliere dal tappeto le parole che aveva da dirmi.
"Voglio innamorarmi di nuovo di Matteo" mi disse in un sol respiro. Le sue parole furono taglienti e penetranti e, come una lama, mi trafissero il cuore, mi tolsero il fiato, mi sigillarono le labbra. "Voglio farlo per nostro figlio... A pranzo mi ha mostrato un disegno che ha fatto a scuola in cui raffigurava me e Matteo in un grande cuore, poi mi ha detto che siamo i genitori più belli dell'universo" continuò a dire mentre la osservavo impietrito "E' lui la chiave del mio matrimonio".
Io restai lì, senza forze per proferire parola, in un attimo mi ritrovai completamente distrutto e, per la prima volta in vita mia, piansi per una donna. Lei si alzò, mi venne vicino, mi baciò le lacrime, mi donò un'ultima carezza, lasciò le chiavi di casa mia sul tavolino e andò via, silenziosa, così come era entrata nella mia vita.

Proprio quel silenzio, ora, è rimasto nel mio cuore e regna sovrano.
Per quella perdita non c'è stato nessun suono di passi attutiti dell'accettazione e nessun infrangersi di cristalli della pazzia. Il suo pugnale è ancora lì, nessuna donna è riuscita ad estrarlo.
Una sola volta ho provato ad estrarlo con forza, perdendomi con un'odalisca nel buio di una notte; la mia anima emise un acuto urlo di dolore: il pugnale aveva compiuto un giro e aveva premuto ancor più contro il mio cuore, lasciandomi ancora una volta senza fiato.

E sono qui a pensare a lei: dolce gazza ladra che ha rubato il bene più prezioso che custodivo nel cuore, l'amore.

 
 
 

Starting Fires

Post n°48 pubblicato il 17 Gennaio 2013 da fading_of_the_day
 
Tag: Passion

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Forse ti sembrerà folle. Forse neanche tu, sempre attenta nel dare importanza a chi ti stava intorno, sempre pronta a far sentire il prossimo un po' più amato dall'altra metà ostile del mondo, forse neanche tu saresti riuscita a cogliere quella miriade di piccole gocce di luce sulle quali scivolavano le tue labbra. Sfere di cristallo che riuscii a leggere tra i giochi di chiaroscuro proiettati da quel suggestivo falò di cera che donava al  locale un'atmosfera da bistrot parigino. A dividerci, quella sera, solo uno di quei tavolini bassi e un po' antipatici, che costringevano a protendersi in avanti per appoggiare il bicchiere.

Seduti  faccia a faccia, chiusi gli occhi e, per alcuni istanti, ritornai alla quiete di quella stanza, alla luce ramata che filtrava dalla finestra e scemava pian piano con il declinare del pomeriggio. Viaggiai indietro nel tempo, riassaporando il ronzio della lampada sul letto, il cigolio delle travi di legno, i granelli di polvere che galleggiavano nell'aria come insetti di vetro. Proprio quelle minuscole sfere di polline ed il loro ipnotico oscillare senza una meta apparente avrebbero accompagnato di lì a poco i rumori del nostro battagliare amoroso, fatto di gemiti, ritmici scricchiolii e grida soffocate. Sullo sfondo si affacciava la nostra stanza, adorna di quadri con paesaggi nebbiosi e lampade ad olio, segno che il tempo non passava invano da quelle parti.

-L'ultima volta che sono venuta qui è stato una vita fa...

I tuoi occhi chiari e un po' tristi come i cieli d'Irlanda mi risucchiarono da quel buco nero. Quegli occhi, in parte rassegnati, come un volo piumato ed impossibile verso il sole, mi estrassero da quel vicolo stretto di ricordi con la rapidità di una puntura di insetto. Riconobbi la grazia con cui entravi in scena in punta di piedi, come una ballerina dell’opera.

Ti guardai e mi sorridesti, trasmettendomi il brivido che la complicità di aver già vissuto qualcosa nel passato portava in sé. I tuoi sorrisi tornavano a stupirmi, perché sapevo quanto ti costavano. Erano sufficienti brevi momenti di assenza per far riaffiorare fratture arcaiche e definitive da deriva di continenti. Per te la nuvola del sonno si era sciolta troppo presto come zucchero filato, non appena lasciatoti alle spalle il parco delle illusioni.

Ma nonostante ciò eri viva. Molto più di me.

Eri viva, anche se portavi ancora dentro quel ticchettio di gigli bianchi che ti avrebbe perseguitato nel tempo come il vecchio baule invenduto di un orologiaio stanco. Tuttavia, dissimulavi bene il disagio ed avevi saputo rialzare la testa. Come mozzo con le mani sanguinanti, avevi ripreso ad azionare gli argani che muovevano la tua vita come se fossero fili di seta e non cavi taglienti di acciaio.

Presi coraggio respirando come il condannato a morte in bilico sul ponte dei pirati, speranzoso che le pietre legate ai piedi si sciolgano. Trovai quel coraggio che in precedenza mi era mancato e che avrebbe cambiato tante cose.

-Io non sono mai stato qui, ma ogni volta che l'ho sognato ero sempre insieme a te.

Di nuovo un sorriso ed una pausa, un sospiro appena nato e subito represso, sospeso sull'abisso che ti sosteneva. Con i secondi che, estranei alle pene degli uomini, si trasformavano inesorabilmente in minuti, come una matassa di  lana saltellante giù da un pendio scosceso.

Provai un nuovo affondo, con il bagliore che tu, dama di ghiaccio dai guanti di seta, lasciassi libero un varco in mezzo al petto

-Vorrei essere un viaggiatore del tempo, il capitano di un'armata che lotta contro gli automi del futuro. Vorrei tornare indietro per rapirti prima che le ferite ti lacerino. Portarti nella mia epoca e fare di te la mia regina del passato... Dimmi che è ancora possibile.

Un altro sorriso, stavolta solo accennato, appena cullato sulle labbra, ma subito domato come un cavallo inquieto. Le piume dei tuoi occhi che si agitavano distratte, alla ricerca di qualcosa che non c'era.

Eri ancora prigioniera di quella città vinta, di quel cielo crespo di fumo grigiastro, alimentato da decine di incendi che spuntavano dai comignoli in fiamme, come ceri votivi. Eri ancora schiava del tuo mondo, distrutto ed abbandonato al proprio destino. Una nave infetta dalla lebbra e condannata a vagare per l'eternità nell'oceano.

Ci guardammo un'ultima volta, sfiorandoci con una stretta di mano obbligata. Fra di noi,  le ultime parole adagiate sul dorso di un cigno incapace di volare.

Ci voltammo le spalle e vissi il lampo amaro di un bacio su labbra di marmo. 
E, guardandoti allontanare, una consapevolezza si distese di traverso nel mio stomaco.

La bellezza non sempre può essere capita.

O, almeno io, ancora non ci ero riuscito.

 

 
 
 

That Weight On His Legs

Post n°47 pubblicato il 10 Dicembre 2012 da oltre_ogni_suono
 

Era una situazione così assurda e impossibile che desiderò ardentemente che fosse un incubo. Ma i pezzi del puzzle andarono ognuno al proprio posto: Tom non aveva potuto testimoniare niente perché era morto proprio pochi giorni dopo aver scritto quella lettera. I suoi sospetti su qualcuno che lo seguiva erano fondati e alla fine lo avevano rapito, torturato e ucciso insieme alle due persone che più amava al mondo.

La rabbia di Charles affiorò in superfice dai meandri del cuore, e si fece tangibile e pesante come un enorme masso al pensiero che la piccola vita di Emily era stata stroncata senza rispetto, senza pietà e senza che nessuno potesse risparmiarle dolore. "Chissà cosa hanno fatto alla mia Emily" continuò a pensare per l'intera notte senza riuscire a prendere sonno. Si rifiutava di pensare ad un corpicino di angelo martoriato e senza vita... no, non voleva che quella visione gli si piazzasse nella mente. Voleva semplicemente ricordarla così bella e raggiante come l'aveva sempre vista.

L'indomani andò al cimitero: vedere le tre lapidi, una accanto all'altra, fissò nella mente di Charles che era tutto reale. Fino a quel momento non si era reso conto di quanto tutto fosse vero, quella era la prova schiacciate della veridicità dell'accaduto.
Ma ancora si chiedeva come era possibile che avesse visto Emily e Tom vivi, che vi avesse trascorso del tempo insieme e che avesse addirittura stretto la mano di Tom e preso tra le braccia la piccola Emily. Come era possibile tutto questo?

***

Quel pomeriggio stesso il campeggio venne inaugurato, partecipò assente a quella cerimonia andando via dopo poco più di un'ora con la scusa che doveva riposarsi per il viaggio del giorno dopo. Ma non riuscì a chiudere occhio. Di notte, quando ormai era sicuro che i festeggiamenti nel bosco fossero terminati, uscì di casa e andò nel bosco. Andò nel luogo in cui sorgeva quella grande quercia dove era stato con Emily l'ultima volta che l'aveva vista; si sedette sul terreno e appoggiò la schiena al forte tronco, alzò la testa e ammirò la luna che si intravedeva tra le chiome degli alberi. Tutto ciò che era accaduto era ingiusto, pianse ancora desiderando ancora una volta che fosse tutto solo un bruttissimo incubo e chiuse gli occhi.

Sentiva il vento accarezzargli la pelle e asciugargli le lacrime piano, poi sentì un peso che delicatamente si posava sulle sue gambe, aprì gli occhi di scatto e vide un sorriso immenso e due profondi occhi blu scrutarlo incorniciati da una nuvola di ricci dorati, le sue braccia si slanciarono per prendere e abbracciare forte Emily, la sua Emily. Incredulo di quella scena, delle sue azioni e dei suoi pensieri d'amore verso quell'angelo, Charles era lì immobile, piangeva, aveva il cuore dolorante ma l'anima in pace.
Tom, a pochi passi da lui, lo guardò dolcemente "Grazie per aver fatto ciò che non sono stato capace di fare"
Charles restò in silenzio a lungo, poi, con un groppo in gola, ritrovò le parole "No, io ringrazio te". Avrebbe voluto aggiungere tutti i perché ma venne zittito da un bacio di Emily.
Charles si sentiva in un altro mondo, sospeso in un torpore di serenità e solennità mentre Tom gli parlava dolcemente "Charles, la vita ti ha indurito il cuore, ma ora hai scelto di percorrere la strada giusta per cambiare e ritrovare te stesso e il tuo cuore, che per troppo tempo hai messo a tacere, sopprimendolo. Ora sai cosa significa amare davvero"
"Emily al mio fianco... mi ha insegnato cos'è... e anche tu"
"Ma solo tu hai saputo trovare in te il significato vero dell'amore puro"
Charles tacque e sentì bruciare le lacrime negli occhi e lungo le guance, sentì gonfio il suo cuore, guardò Emily, la abbracciò ancora una volta prima che lei si staccasse da lui. Charles si alzò e cominciò a camminare accanto ad Emily che stringeva la sua mano e quella del padre; quando giunsero al ruscello, il sole stava per sorgere colorando di bianco e azzurro l'acqua e le cime degli alberi e dei monti. I corpi di Tom ed Emily si dissolsero insieme alla nebbia mattutina di quei boschi.

***

Da quel giorno non ci sarebbe stato un solo momento in cui Charles non avrebbe sentito la presenza di Emily aleggiare intorno a se. Lei sarebbe stata sempre con lui e, al tramonto, quando lui avrebbe guardato l'immensità di New York dal suo appartamento sorseggiando whisky ghiacciato, Charles avrebbe sempre sentito posarsi sulle sue ginocchia quel piccolo angelo dalla corona di riccioli d'oro. Si sarebbero sempre abbracciati... con l'anima.

 
 
 

Research

Post n°46 pubblicato il 07 Novembre 2012 da oltre_ogni_suono
 

Lo sceriffo salutò Charles e aprì la scatola, dopo mezz'ora aveva letto e analizzato tutta la documentazione che essa conteneva e impartì ai suoi uomini ordini affinché partissero le indagini, lui, invece, non si unì subito ai colleghi e prese la cornetta del telefono per chiamare Charles, voleva porgli delle domande dato che poteva essere benissimo un sospettato, ma mentre stava componendo il numero dell'architetto il suo viso sbiancò e mise giù l'apparecchio.

***

Il giorno dopo aver consegnato la scatola allo sceriffo, Charles si ritrovò con il lavoro sospeso, ma ormai sapeva che non c'erano dubbi e che i lavori non si sarebbero più fatti, quindi poteva prepararsi a tornare a New York. Chiamò Victor per aggiornarlo sugli ultimi avvenimenti; tra le grida di rabbia del suo socio e una certa serenità nel proprio cuore, Charles chiuse la telefonata e uscì a cercare Tom. Non lo trovò e per i giorni successivi non ci fu traccia di lui, ma Charles non voleva andare via senza averlo prima salutato, si ricordò di un indirizzo trovato nella scatola che aveva poi trascritto distrattamente sulla sua agenda.

***

Le indagini confermarono ogni cosa che Tom aveva documentato. Lo sceriffo spiegò la situazione dapprima al signor Williams e poi alla cittadinanza. I signori Williams erano increduli e, in particolare, James deluso e furibondo per le azioni del padre. Confrontando le date, si rese conto che le operazioni illegali alla casa del guardaboschi erano cessate nello stesso anno in cui suo padre era deceduto per un infarto, John dunque  aveva trovato la sua punizione, ma nulla poteva eguagliare il dolore delle sue vittime e dei loro familiari. Quindi, senza un capo e senza una base, la società criminale si era disgregata o trasferita altrove.
Il terreno, con annessa la vecchia casa del guardaboschi fu restituita alla protezione del parco e a Charles venne affidato l'incarico di demolire la casa degli orrori e far sorgere in loco un campeggio.
Gli eventi si susseguirono rapidi, Charles ne fu travolto perché tutti volevano che finisse il lavoro al più presto dal momento che tutti volevano cancellare il peso di ciò che era accaduto fino a nove anni prima in quella casetta di legno. Fu travolto anche da una valanga di doni da parte della cittadinanza e soprattutto dalle torte delle donne della Forest Preserve. Inoltre, anche Susy Mayers si scusò, per le minacce velate rivoltegli al loro primo incontro, presentandosi alla porta della sua casetta con un cesto di frutta.
Il lavoro lo tenne occupato per cinque mesi, durante i quali non riuscì a vedere Tom e la piccola Emily, allora  si decise a fargli visita direttamente a casa, li avrebbe salutati con la promessa di tornare da loro per qualche weekend come aveva pensato quella sera di cinque mesi prima davanti alla sua cena. 

***

Così, il giorno dopo che i lavori per il campeggio vennero conclusi, Charles salì in auto (una 4x4 che Victor gli aveva inviato dopo la burrascosa telefonata), immise l'indirizzo di casa Parker nel navigatore satellitare e seguì le indicazioni della voce registrata fino ad una casetta poco lontana dal bosco. Parcheggiò l'auto vicino alla staccionata bianca, il cancelletto era aperto quindi camminò sul vialetto di ghiaia e salì i gradini che portavano al porticato prima dell'ingresso, suonò il campanello e dopo pochi secondi una donna aprì l'uscio, Charles le sorrise e la salutò porgendole un mazzo di fiori.
"Salve, sono Charles, un amico di Tom, sono passato a salutarlo prima di tornare a New York"
"Mi spiace signore, ma la famiglia Parker non abita più qui"
Charles si scusò mentre riceveva indietro i fiori "Saprebbe dirmi dove si sono trasferiti?"
La donna parve imbarazzata, arrossì "Mi spiace che lei sia all'oscuro degli avvenimenti"
Charles si accigliò mentre la donna continuava a parlare dopo averlo scrutato in volto e aver capito che non sapeva niente.
"Purtroppo" la donna fece una pausa, poi riprese a parlare scegliendo con cura le parole come se raccontare le procurasse un'immensa fatica "mia sorella Jennifer, Tom e la loro bambina, nel marzo del 1997, sono stati ritrovati senza vita in montagna, vittime del  mostro dei monti, forse lei non conosce la storia..."
La donna continuò a raccontare commossa, ma Charles non ascoltava più, era accigliato e per un attimo si illuminò pensando ad uno scherzo di Tom, ad una messa in scena, ma quando la donna scoppiò in lacrime Charles si scusò, la salutò e tornò a casa.
Una volta trovato il suo portatile tra i bagagli andò in cucina e lo accese: frenetiche, le sue dite percorsero i tasti alla ricerca di una lista delle vittime del "mostro dei monti", con orrore trovò i tre nomi che cercava: Tom Parker, Jennifer Parker, Emily Parker; vicino ad ogni nome c'era una foto, ormai non c'erano più dubbi: erano loro.
Charles si pietrificò all'istante e, per la prima volta da adulto, pianse.
Ma aveva ancora bisogno di un'ulteriore prova per convincersi che tutto ciò fosse vero.

 
 
 
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