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Creato da black_rose_and_moon il 21/07/2011

Astral Night Reverie

Stargazers ride through virgin oceans...

 

 

The Veil of Grief

Post n°57 pubblicato il 15 Aprile 2014 da black_rose_and_moon
 

Si era appena svegliata, Alessia, anche se non era esattamente la cosa che più desiderava in quel momento.
Un sottile filo di luce filtrava da una stecca rotta della tapparella che le invadeva il viso. Una smorfia accennata. Pian piano infilò entrambe le mani sotto le estremità del cuscino: seguì un gesto lento e solenne come una processione religiosa, con il quale lo rivoltò in modo che la testa vi scomparisse al di sotto.
Mentre protraeva l'apnea ai limiti dell'asfissia, Alessia sentì un respiro lungo provenire dalla sua sinistra. Fu un rumore profondo ed ancestrale, inquietante, come il preistorico sibilo di un rettile assopito.
Il cuscino non la protesse da quel richiamo e,  lentamente, tanti minuscoli fili pendenti iniziarono ad annodarsi nella sua dolorante testa. Le salì su il sapore della tequila e dovette reprimere l'acida nausea che le ricordò i tanti margarita che avevano allietato la notte precedente. 

Sollecitata da quei bagliori di lucidità, si fece forza ed alzò il capo, sorreggendosi con i gomiti ben puntati nel materasso. Gli occhi ridotti a sottili fessure riuscivano a malapena a mettere a fuoco la figura che aveva accanto: un ologramma sfocato, inconsistente come uno spettro in fuga nelle segrete di un castello. Quella figura le apparve d'improvviso maledettamente reale. Una matrice ronzante di punti sul reticolo della sua mente che ora acquistava peso, ossa, carne e muscoli.

Si alzò facendo meno rumore che poteva, Alessia.  Per il momento non voleva preoccuparsi di quella sagoma senza padrone che occupava l'altra metà del suo letto. Aveva troppo bisogno di una pastiglia per il mal di testa. Passò davanti allo specchio del corridoio - tappa obbligata per recarsi in cucina - e quello che si riflesse nei suoi occhi chiari come vetro al sole, fu un fantasma stanco ed invecchiato.
Calò la pastiglia in tre dita d'acqua e lo sfrigolare la inghiottì, la portò indietro a quel giorno. O meglio al giorno prima di quel giorno.

Socchiuse gli occhi ed i fotogrammi di quel pomeriggio scorsero nitidi davanti al buio della sua mente. Si rivide sorridente provare l'abito bianco, mentre sua sorella sistemava i risvolti dello strascico. Poi suonarono alla porta e le facce lunghe che vide portarono via i sogni che si nascondevano nelle pieghe del suo vestito da sposa.

"Ti senti bene?"
Una mano le si posò sulla spalla. Alessia riaprì gli occhi e, nella breve frazione di secondo in cui vide gli ultimi granelli di aspirina sciogliersi, inesorabilmente vinti dalla prepotenza dell'acqua, ripercorse lo stesso viaggio nel tempo che la tormentava ogni sera prima di addormentarsi. L'abito da sposa si era disciolto nel nulla come la pastiglia. Non  più truccata come una star del cinema, ora si sentiva smunta e sciatta, con indosso una maglietta nera "oversize" con il pipistrello di "Batman" sul petto.
"Sisi sto bene"
Desiderava liquidare quella scomoda presenza in fretta ed in modo indolore. Non aveva voglia di ascoltare nessuno in quel momento, men che meno quel semisconosciuto che si era ritrovata nel letto.
"Ti lascio qui il mio numero. Chiamami appena puoi"
"Sisi ti chiamo" sospirò come un automa senza emozioni.

Alessia sospese l'irritazione di quegli attimi su ognuno di quei "sisi", rapidi come lame nel buio. Ogni "sisi" soffiato via era uno spintone che scacciava il malcapitato più vicino all'uscita. Ogni "sisi" che le cadeva dalle labbra era un sassolino che deglutiva per calmare il bruciore che le infiammava lo stomaco.
Ben presto il semisconosciuto capì che non era esattamente ben desiderato dalla padrona di casa. Così la porta si chiuse, risucchiando dietro di se una scia di silenzio.
 
Rimasta finalmente sola, si guardò attorno, nel tentativo di riordinare ulteriormente le idee. Sul lavello della cucina c'era una malinconica bottiglia di vodka, vuota per metà. Ed un bicchiere. Dal rossetto stampato sul bordo dedusse che era il suo. Se ne versò un po' ed avvicinò il naso. L'odore pungente le pizzicò le narici. Strinse gli occhi e si allontanò.

Con il palmo della mano a tapparle il naso, si accasciò sullo sgabello del lungo tavolo all'americana che occupava il centro della cucina. Si tirò su i capelli dal viso e l'occhio cadde su quello che in un primo momento riconobbe come un libro. Era aperto con il dorso della copertina verso l'alto, come se qualcuno lo avesse lasciato a metà di una ipotetica lettura. Mise a fuoco il titolo e lesse: "Ale & Marco".
Altri fili pendenti nella sua memoria, come per incanto, tornarono a legarsi.

Era passato già un anno da quel maledetto giorno.
Alessia stava riguardando l'album delle loro foto, le foto di lei e Marco insieme. Giunta a metà non aveva retto ed era ripiombata nell'ennesima crisi. Aveva iniziato a bere, come ormai le capitava troppo spesso ultimamente. Poi, ubriaca, si era preparata in quattro e quattr'otto ed era uscita per locali. In uno di questi aveva incontrato il tipo con cui era finita a letto. Ecco, era andata così. L'ennesima notte brava, l'ennesimo tentativo di fuga dal passato.

"Di alcool si muore"
Si era detta un giorno Alessia. Se lo era gridato forte nelle orecchie. Voleva svegliarsi da quel torpore, da quel senso di apatia che dipingeva di bianco le sue giornate. Voleva tornare la bella ragazza che era un tempo. Rimettere su i chili che aveva perso, cancellare le occhiaie, stendersi lo stomaco con una bella tisana. Ma non ci riusciva. Era prigioniera del nemico, dei segni sull'asfalto, del lenzuolo che copriva la moto e non solo. Lui stava venendo da lei quel pomeriggio per salutarla prima del gran giorno. Voleva vederla un'ultima volta prima che l'abito da sposa l'avvolgesse. Lei non gli avrebbe aperto. Al suono del campanello avrebbe riso. "Ora non puoi vedermi" gli avrebbe cinguettato.

Non ebbe il tempo di imprimere quella visione sulla carta carbone della realtà. Ci fu ugualmente un rintocco di campanello, ma fu tetro come note d'organo. Facce scure, uomini in divisa. Le mani sfilarono i cappelli dalla testa per rispetto del dolore che, di lì a poco, avrebbe invaso la stanza come un gas verde, denso e mortale.
"Signorina, dobbiamo darle una brutta notizia".
Non finirono di parlare che Alessia scoppiò a piangere.
Seduta al tavolo della cucina, Alessia si trovava di nuovo innanzi alla sua vita rigirata come un guanto, rivoltata come il suo stomaco che implorava pietà. 

Alessia, quella mattina, si ritrovò di nuovo sola con il suo album di foto tra le mani.

E la mezza bottiglia di vodka che le strizzava l'occhio, promettendole l'ennesimo bagno di oblio.

 
 
 

La Nebbia Purificatrice

Post n°56 pubblicato il 12 Marzo 2014 da oltre_ogni_suono
 
Tag: War

Una marea di individui era disposta ordinatamente in un’ampia sala circolare, ogni sguardo era rivolto al pulpito dal quale una figura li fissava, immobile e solenne, incappucciata in un mantello nero che la copriva interamente.

Quel mare di corpi aspettava il segnale. Fu quando la luna comparve al centro del foro della cupola, che i respiri di ognuno si fecero calmi e regolari, perfettamente sincroni. Dal pulpito la figura alzò lentamente un braccio, i respiri si fermarono; il tempo parve rallentare mentre il braccio teso disegnava un semicerchio perfetto che alla fine raggiunse lo zenit. Nella sala si levò una fitta nebbia bianca e tutti ne furono avvolti.

Il tempo e lo spazio si dilatarono e quell’enorme massa di gente comparve in una sterminata pianura, ognuno di loro iniziò a marciare lentamente mentre la nebbia si diradava, capeggiati dalla figura in nero che avanzava determinata. Dinnanzi a loro c’era un esercito di guerrieri vestiti di rosso, i visi attoniti per quello spettacolo che si apriva davanti ai loro occhi: un mare nero che sembrava divorare la valle come un nugolo di cavallette in un campo di grano.

Tutti udirono un suono di tamburi e i guerrieri neri iniziarono a correre intonando il loro canto di battaglia. La figura in testa al gruppo, con un unico gesto fluido del braccio, si tolse il mantello scagliandolo verso il cielo. Subito il tessuto prese forma e vita, cambiò colore e si tramutò in una fenice azzurra, mentre sotto di lei, la figura che l’aveva liberata, appariva in tutta la sua bellezza: una fanciulla fasciata in una lunga veste bianca che stringeva tra le mani una lancia dello stesso colore.
Tra le mani dei guerrieri neri apparvero spade finemente decorate ma dall’aspetto robusto e indistruttibile, mentre i guerrieri in rosso dell’altro schieramento furono attraversati da un brivido di terrore puro.

I due eserciti erano ormai a pochi passi l’uno dall’altro, nessuno poteva ritirarsi. Lo scontro ebbe inizio in un clangore di acciaio e grida.

***

I corpi stramazzarono al suolo con tonfi sordi, il rumore della battaglia coprì ogni suono. Il sangue e i volti squarciati dal dolore dei caduti appartenevano ad un unico schieramento, quello dalle tuniche rosse.

A poco poco, nel campo di battaglia, restarono in piedi solo i guerrieri neri. La fenice volava in circolo sopra le loro teste, ricoperta dalle ferite subite dai suoi, che in quel modo preservarono il corpo e le divise intatte, senza alcuna ferita, macchia o lacerazione.

Fu una strage cruenta, una vittoria schiacciante e totale. Alla fine, i guerrieri oscuri si fecero da parte e formarono un circolo che racchiudeva quei corpi devastati dalla loro furia, al centro di tutto la fanciulla. La tunica bianca era diventata completamente macchiata dal sangue nemico, la fenice si dispose in volo proprio su di lei. Nel silenzio più assoluto la ragazza puntò la lancia al cielo, trafisse la fenice che si tramutò in una nevicata di cenere, ma ogni singola particella si ricompose a ricreare il mantello nero sulle sue spalle.

 

Poi arrivò la nebbia: avvolse i vincitori e, quando si dissolse, di tutto ciò che era stato rimase solo una landa desolata disseminata dagli scheletri degli sconfitti.

 
 
 

Tides Of Times

Post n°55 pubblicato il 31 Gennaio 2014 da fading_of_the_day
 
Tag: Passion

 

 

Sai, ieri riguardavo quella foto, quegli occhi vivi.

E immaginavo.

Immaginavo cosa stessi guardando realmente oltre la macchina da presa. Calcolavo fin  dove potessero spingersi, se aldilà delle convenzioni spaziali, o dei limiti imposti dalla povertà della geometria. Provavo a cogliere  cosa solleticasse la tua mente mentre regalavi  quell’espressione assorta, con la mano che ti sosteneva il capo con leggerezza effimera, barocca, mentre sullo sfondo l’incantevole giardino di Francia impallidiva come un qualsiasi parchetto di periferia

E pensavo.

Pensavo a cosa si prova ad essere la sintesi perfetta della bellezza. Il principio assoluto di ogni teorema estetico. E  quale significato avesse per te. Se fosse un peso, un privilegio, o, semplicemente, un civettuolo esercizio di vanità.

Pelle bianca come il latte, labbra rosso carminio e una cascata bionda che incendiava le spalle, come una soffiata di braci in fuga. E quello sguardo fuori dalla cronologia del mondo, fuori dal tempo. Un tempo che non riusciva a possederti ma che si percepiva solo attorno a te, dalle foglie secche ai lati dei marciapiedi, dalle cicatrici che si rimarginavano sulle ginocchia dei bambini, dalla ruggine che si estendeva sui cancelli. E dai cuori che si stancavano.

Il tempo era attorno a te e tu non lo subivi.

E se il tempo non si subisce non è nulla, assolutamente nulla....

Osservandoti avrei voluto esserne il padrone, accarezzare la lunga leva di una macchina fatta di ingranaggi d’oro.

Avrei potuto cambiare l’ordine degli alberi, dipingere i fiori con altri colori o consumare qualsiasi altro delitto contro la natura, tutto, pur di avere la possibilità di insinuarmi nelle tue giornate.

Avrei potuto esaudire il desiderio di vederti passeggiare vaporosa come un gatto a piedi nudi sulla sabbia al tramonto, o guardarti bere caffè caldo in una rigida mattina d’inverno.

Avrei potuto curiosare, affacciarmi alla finestra e vederti assorta, seduta su una panchina al fioco bagliore di un lampione che illumina la sera.

Avrei potuto giocare con i tuoi pensieri, sbirciare nel tuo universo ed avere la sensazione di essere l’unico essere vivente ancora sveglio su questo pianeta.


Ma forse ciò che scrivo sono solo le fantasie di un viaggio impossibile.

Terminerò queste righe avvolto da quel momento che tanto seduce e terrorizza gli scrittori, quell’attimo in cui, imprimendo la prima parola su carta, si sceglie di abitare una storia e perdere tutte le altre.

Assaporerò quella libertà feroce, quella coscienza fugace, quell’arcaico stupore, lo stesso con cui si contempla la vastità del cielo stellato e innanzi al quale insignificanti appaiono le questioni degli uomini.

So che quello sarà solo un attimo rispetto al tempo del mondo.

Ma non temerò questa paura.
Perchè mi sarà bastato solo quell'attimo per vivere.

 
 
 

Ending

Post n°54 pubblicato il 21 Gennaio 2014 da oltre_ogni_suono
 

Il giorno seguente la mostra, Michael era di pessimo umore, entrò nel suo ufficio sbattendo la porta: era infuriato con se stesso per il fatto di aver creduto che, la sera precedente, Mya fosse andata alla mostra per vederlo. Era chiaro che la  sua solita amica giornalista le avesse chiesto il favore di partecipare alla mostra per recensirla per andare altrove. Anche quel giorno Mya sarebbe arrivata in ufficio, senza degnarlo di uno sguardo.
Michael al distributore prese con rabbia il secondo caffè chiedendosi se fosse ormai inutile farle ancora quella gentilezza: era chiaro che Mya non voleva saperne più nulla di lui. Per la prima volta, iniziò anche a pensare di lasciare il suo lavoro per dedicarsi completamente alla sua passione per l’arte, iniziò così a sperare che la mostra desse i suoi frutti: chissà, forse qualche riccone era rimasto colpito e voleva comprare qualche sua opera. Sarebbe diventato milionario e non avrebbe più dovuto lavorare accanto alla donna che non ricambiava i suoi sentimenti. Anzi, si sarebbe preso anche la soddisfazione di licenziarla.
Tornato in ufficio, e lasciato sulla scrivania di Mya il caffè, si mise a lavoro. Mya entrò poco dopo e si diresse verso di lui posando sulla scrivania una busta.
Continuando a lavorare al pc, Michael si rivolse alla collega “Sono le tue dimissioni?”
“Leggi tu stesso”
Michael aprì con apparente calma la busta, ma in realtà dentro di lui stava montando una forte rabbia come un’alta marea che trascina con se una forte tempesta dove i lampi sono lo spezzarsi in mille pezzi del cuore e ogni onda è un grido di dolore dell’anima. L’avrebbe persa sul serio allora, dopo mesi aveva deciso di dargli il benservito e andarsene.
Iniziò a leggere le parole vergate dalla calligrafia ordinata e leggermente inclinata di Mya e, in quel momento, il tempo e il mondo stesso parvero fermarsi.

Caro Michael,
Tutto ciò che mi hai scritto nella lettera che, mesi fa, mi hai lasciato sulla scrivania, l’ho capito solo adesso e mi rendo conto che è tutto vero: sì, ho paura di amare.
Quando, l’ultima notte che abbiamo passato insieme, mi sussurrassi di amarmi ho avuto paura di non sapere affrontare una vita insieme a te e sono scappata via. Ho avuto paura che, legando seriamente il mio cuore a te, le mi ali avrebbero smesso di spiccare il volo. Ho pensato che, possessivo come sei, mi avresti privata della libertà.
In quell’attimo mi chiesi se ero la donna adatta a te, pronta a viverti accanto per sempre, e decisi che non ero affatto pronta a tutto ciò che l’amore vuol dire.
Nei mesi passati insieme ero felice, lo eri anche tu, ma non ho saputo rispondere al tuo amore, non ho saputo reggere al fiume di emozioni di cui mi inondavi. Credevo che era il solito amore d’estate o una di quelle passioni passeggere che spesso lega i colleghi per brevi frammenti di vita. Mi sono limitata a lasciar scorrere sulla mia pelle ogni cosa bella proveniente da te per poi disfarmene e lasciarti solo.
Questa sera, alla tua mostra, ho potuto rivivere i momenti più significativi della nostra storia, la testa mi si è riempita di dolci e bellissimi ricordi, di te e di noi.
I tuoi quadri mi hanno fatta rendere conto ancora una volta che cerchi una storia d’amore vera e una donna che sappia amarti completamente. Io non sono capace di farlo, certamente non sono la donna che cerchi però, adesso, ho capito.
Ho capito che, la tua, non era possessività ma voglia di essere mio; i tuoi abbracci non erano cappi ma un modo di dirmi di non aver paura del male, perché accanto a te mi sarebbero successe solo cose belle.
Il difendermi a tutti i costi dall’amore vero, è la mia prigione, una gabbia dorata in cui mi sono rinchiusa per privarmi della libertà.
E ho capito un’altra cosa: quella donna che vuoi al tuo fianco voglio essere io.
Spero tu possa perdonarmi se troppo tardi mi rendo conto di tutto questo.
Voglio tornare ad essere tua, voglio imparare a credere in me e a credere in noi.
Spero che tutto ciò che provavi per me sia ancora vivo, ma se così non è, dammi la possibilità di ricostruire tutto.

Tua, Mya

***

Michael alzò gli occhi da quelle parole, ripose la lettera nella busta, si alzò e andò alla finestra; guardò il sole riflettersi sulla superficie delle auto in sosta nel parcheggio e notò come i rami degli alberi permettevano alle prime gemme di fare capolino su di loro, si chiedeva se amava ancora quella donna a distanza di mesi, mesi in cui aveva fatto di tutto per riconquistarla e si era rassegnato a mettere tutto da parte, mesi in cui aveva deciso di fare la mostra nonostante quasi tutte le creazioni parlassero della donna che lo aveva riempito di gioia.

Si girò verso di lei e se la ritrovò a pochi passi di distanza, incerto su cosa pensare e fare, la fissava senza saper dire nulla.
Mya all’improvviso scattò verso di lui e lo abbracciò con tutte le sue forze e lui, dopo un attimo di confusione, ricambiò quell’abbracciò forte sussurrandole tra i capelli un “Mi sei mancata” tremolante.
Mya alzò il viso dalla spalla di Michael e cercò quella scintilla nei suoi occhi; le parole le vennero, spontanee e sincere, alla labbra nel sussurro più dolce e vero: “Ti amo”.

 
 
 

Fears

Post n°53 pubblicato il 10 Novembre 2013 da oltre_ogni_suono
 

Tornata a casa con un treno notte, Mya si tolse gli abiti strada facendo dall'ingresso del suo appartamento alla camera da letto, non indossò nemmeno il pigiama ma si tuffò direttamente sotto le coperte.
Si sentiva distrutta: alla mostra di Michael molti quadri parlavano della loro storia d'amore e aveva capito che tutto ciò che avevano provato insieme, e lei stessa, erano stati fonte di forte ispirazione artistica. Lui non le aveva mai permesso di guardare in anticipo i suoi quadri, quindi non era preparata a rivivere i momenti più belli del loro rapporto, nè immaginava nulla.
Immersa in queste riflessioni, iniziò a pensare a un quadro che non era riuscita a capire ma che le ricordava qualcosa che ancora gli sfuggiva: un davanzale, della neve e un uomo riflesso nel vetro della finestra.
Fu un lampo che attraversò la sua mente quando all'improvviso capì: in fretta e furia scese dal letto e andò alla scrivania, prese una busta dal cassetto, andò a sedersi sul davanzale della finestra e rilesse la lettera che Michael le aveva scritto poco dopo essersi lasciati.

"Amore mio,
Seduto alla scrivania guardo fuori dalla finestra e vedo fiocchi candidi cadere dal cielo e imbiancare il davanzale. Mi chiedo che cosa stai facendo adesso... guardo l'orologio e capisco che sei quasi arrivata qui in ufficio. Immagino come, infreddolita, ti stai stringendo nel cappotto, sistemando un attimo i capelli e poi affondando le mani guantate in tasca...
Mi sarebbe piaciuto essere un raggio di sole che, penetrando le coltri di nubi cariche di neve, giunge a baciarti il viso; mi sarebbe piaciuto essere il cappotto che indossi, per stringermi attorno al tuo corpo e scaldarti fin dentro l'anima.
Accendo il computer e, mentre lui borbotta per accendersi, vado a pendere lo schedario sul quale devo lavorare e due caffè al distributore, anche lui borbotta.
Tornato in ufficio metto uno dei caffè sulla tua scrivania.
Ora ti vedo entrare ed è come se fossi già stanca: appendi il cappotto, la sciarpa e la borsa all'appendiabiti e vai alla tua postazione; guardi il caffè e mi mormori un grazie senza guardarmi, ti sorrido e torno a lavorare.

Vedi, nonostante hai deciso che la nostra storia finisse, al mattino ho mantenuto la stessa abitudine di pensare a te e farti trovare un caffè caldo e un sorriso ad accoglierti per farti rendere conto che sono sempre la stessa persona che conosci da quando lavori al mio fianco.
Quanto vorrei che pensassi seriamente che la vita può essere bella anche per te... Quanto vorrei che fossi felice e non rinchiusa nella tua gabbia buia.
Da sempre so che sei una persona molto confusa e indecisa, ma fidati: io non voglio farti del male. Ho capito che sei spaventata, che hai cercato una scusa qualunque per mettere fine a un amore che stava diventando sempre più forte. Hai avuto paura che poi un giorno qualcosa o qualcuno avrebbe potuto separarci, o che l'amore avrebbe potuto spegnersi, o che tu non fossi all'altezza di tutto. Nelle orecchie mi risuonano ancora le tue parole "E' uno sbaglio stare insieme".
Dammi una possibilità, dammi il modo di dimostrarti che l'amore è la cosa più bella che possa esistere, l'unica cosa in grado di renderci pieni di vita.
Voglio stringerti tra le mie braccia per sempre, voglio che la mia famiglia sia anche la tua e costruirne una insieme in un nido perfetto da chiamare "Casa".
Voglio affrontare con te tutte le paure che hai, ma credo di aver capito di cosa si tratta, la tua è paura di amare. Anche io ne ho una, che in questi giorni è diventata realtà, la mia paura è quella di perderti.

Torna con me Mya.

Tuo, Michael"

 
 
 
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