MARMOTTA
non abita più qui. Ha cambiato pelliccia e si è trasferita in una nuova tana (sempre rosa).
INDIZIO #1
PALLINI
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Ah! Allora hai letto anche tu "La Rosa e il Plutonio" di Futogi Kazuyo?! ![]()
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Post N° 180THE LONGEST DAY Il 2 Novembre 2006 è stato in assoluto il giorno più lungo della mia vita. Saltando di fuso orario in fuso orario, è durato ben 32 lunghissime ore (il mio record precedente, risalente al 1988, era di 30 ore appena) e quando è scoccata la mezzanotte del 3 Novembre ho a malincuore apposto la parola FINE alla mia esperienza giapponese. Sono tornata in Italia. Ho DOVUTO tornare, giacché le mie condizioni di salute non mi consentivano di restare oltre. Soli due mesi di lavoro in Giappone hanno avuto il potere di trasformare una ragazzona sempre allegra e piena di salute in una AMEBA malaticcia, sciancata e depressa. Ma andiamo con ordine.... PROLOGO Ero stata assunta da un'azienda di panificazione e pasticceria in qualità di interprete tra lo staff italiano e quello giapponese (il giapponese medio non sa una sola parola di nessuna altra lingua a parte la sua! come l'italiano medio del resto...) Inoltre avrei svolto mansioni di assistente per l'altro pasticciere italiano che avevano assunto e avrei provveduto a produrre io stessa alcuni dolci tipici napoletani (essendo io una marmottella napoletana). Il problema è che questo sedicente pasticciere professionista è scappato dopo 3 giorni, lasciando la sottoscritta letteralmente nella cacca! La mia prima settimana di lavoro (ad Hamamatsu, nello Shizuoka) è stata una sorta di apprendistato: imparare le regole del posto, apprendere l'uso dei macchinari e degli attrezzi, conoscere la produzione attuale e pianificare la produzione futura, cose tutto sommato fattibili. Sì, certo, si faticava moltissimo (dalle 9 alle 10 ore al giorno) ma tutto sommato stavo bene, non avevo problemi di salute e avevo cominciato a organizzarmi la settimana in modo di avere spazi liberi per fare molte cose. Peccato che proprio in quel momento io sia stata trasferita in un'altra città (Yokkaichi, prefettura di Mie) e inserita nello staff di una tea-room con un compito ben preciso: rinnovare il menù di torte e dolci che si preparavano. Questo è stato il periodo più felice della mia permanenza in Giappone. Una cucina attrezzata, la possibilità di creare in libertà tutti i dolci che preferivo, colleghe simpatiche e ritmi di vita umani. E' vero che lavoravo 10 ore al giorno, ma ne dormivo altrettante ed ero sempre allegra e soddisfatta di quello che facevo, tantopiù che i clienti apprezzavano moltissimo tutto quello che preparavo (Tiramisù, Babà e Torta Caprese soprattutto). Poi, dopo aver insegnato alle mie colleghe giappiche come replicare i miei dolci, sono stata mandata a Osaka. La mia tomba. Hamamatsu e ancor di più Yokkaichi sono città piccole, non eccessivamente popolose o ricche, e i cui ritmi di vita sono assai più blandi rispetto ad Osaka, che è invece una megalopoli di 10 milioni di abitanti, opulenta, chiassosa, frenetica. Osaka non dorme mai, la gente ha sempre fretta e ogni giorno macina chilometri saltando da un vagone di metropolitana a uno di monorotaia e coprendo le distanze intermedie con la bicicletta. Nel senso che c'è gente che ENTRA nei vagoni mentre è ancora in sella, scende alla fermata uscendo PEDALANDO e poi si infila direttamente in un altro treno! Le due attività preferite dagli abitanti di Osaka sono GUADAGNARE e SPENDERE. In cosa spendono? ma ovviamente in CIBO! E, lo ammetto con una puntina di orgoglio, per i miei dolci arrivavano a spendere anche un bel po' Sempre stanca, sempre di fretta, sempre sola e ignorata (poi un giorno dedicherò un post anche a quelle tre merde dei miei colleghi italiani!), perennemente depressa. Sempre all'impiedi, sempre piegata per impastare, decorare, stendere, torcere, farcire... su dei tavoli baaaassi, il mio fisico non ha retto. Tralasciando il fatto che sembravo un cadavere (per 10 giorni di fila non ho mai visto il sole: per forza, mi svegliavo alle 3 e mezza di notte e rincasavo alle 9 di sera!) dai capelli perennemente arruffati e scomposti, le mani screpolate, la pelle asfittica e gli occhi infossati, poi ho cominciato a soffrire di dolori articolari, di mal di schiena e infine di cattiva circolazione agli arti inferiori. * * Il mio aereo partiva alle 10:25 dal Kansai International Airport. In linea d'aria da dove vivevo io erano circa 40 chilometri. Poiché nessuno degli automuniti si era dimostrato disponibile ad accompagnarmi fino all'areoporto, mi rimanevano due scelte: o prendere un taxi (minimo 80 euro!) o andare in metro e in treno (15 euro) Secondo voi, questa tirchissima marmottina per cosa ha optato? Il problema era che per arrivare fino all'isola dell'areoporto ci volevano almeno 90 minuti, e io dovevo essere lì almeno due ore prima della partenza. Aggiungete il fatto che avevo due pesantissime valigie con me (nessuno si era degnato nemmeno di accompagnarmi a piedi per aiutarmi a portare i bagagli), che dovevo cambiare due treni e che i giapponesi non aiutano una straniera figa figuriamoci una dall'aspetto da tossicodipendente, e avrete ottenuto ciò che mi è successo nella notte del 2 Novembre. Una scarpinata faticosissima alle 4:30 del mattino per trascinare le valigie sino alla metropolitana. Un chilometro e mezzo di scale (ovviamente in salita) fatto 5 scalini alla volta, una valigia per volta (mica potevo sostenere 38 chili tutti insieme!) dalla fermata della metro di Tennoji fino alla stazione delle JR che mi avrebbe portato al KIK. E un viaggio allucinato (non dormivo da 30 ore) con le unghie che artigliavano i bagagli per timore che qualcuno me li rubasse in un attimo di sonnolenza acuta. A un certo punto ho frainteso le parole dell'altoparlante e, temendo di essere giunta a destinazione, sono quasi scesa dal treno che stava ripartendo. In un modo o nell'altro, sono riuscita a raggiungere l'areoporto e lo sportello della mia compagnia aerea, dove, per pochi minuti, ho creduto di essere in salvo. Avevo stipato tutto nelle valigie, decidendo di portare nello zaino solo lo stretto indispensabile per il viaggio (fazzoletti di carta, spazzola, mentine, documenti, una rivista e il mio sciccosissimo ombrello rosa preso da Claire's ) per poter viaggiare leggera. Peccato che io non fossi stata informata di un PIIIIIIIIICCOLISSIMO dettaglio inerente le regole degli areoporti giapponesi... Ditemi un po', lo sapevate che quando entrate in Giappone potete portare con voi dall'Italia 46 chili di bagaglio da stiva e quando invece ripartite potete portarne massimo 22? E che per ogni chilo in più che imbarcate dovete pagare 32 euro di multa? Nel mio caso, si trattava di ben 512 euro di multa! A quel punto cosa credete che abbia fatto la vostra tirchissima marmottina? Mi sono fatta dare dall'impiegato più stronzo di tutto il Giappone uno scatolone di cartone con maniglia (la classica valigia di cartone) trasferendovi le cose più pesanti che avevo: quello sarebbe stato il mio bagaglio a mano, che avrei (e come infatti HO) allegramente scarrozzato su e giù per i terminal di Osaka, Francoforte e Roma! Oltretutto, poiché anche per il bagaglio a mano c'é un limite di peso di 8 chili (e io ovviamente lo superavo abbondantemente!), per evitare controlli dovevo anche fingere che fosse leggero. La maniglia mi segava il palmo della mano e io dovevo sorridere! Le gambe tremavano sotto il peso e io dovevo continuare a camminare, andare avanti, fino a raggiungere quel fottutissimo terminal che ovviamente era SEMPRE il più lontano di tutti! Non credo di aver mai sofferto tanto come il 2 Novembre di quest'anno, non foss'altro perché è stato un giorno estremamente lungo e quindi, avendo più ore a disposizione, hanno avuto l'occasione di presentarsi molti più fatti spiacevoli tutti insieme. CANZONE DEL GIORNO: John Denver - Country Road <<I hear her voice |
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