Creato da LaDonnaCamel il 16/09/2006
Il diario intimo della Donna Camèl con l'accento sulla èl
 

 

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L'occhio del coniglio 8. Ogni volta

Post n°687 pubblicato il 03 Febbraio 2013 da LaDonnaCamel
 
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Un altro capitolo del mio romanzo: gratis!
 
 
 
Ogni volta che i Bertani partivano sfollati era un viaggio. Non erano poveretti coi materassi sul carro e il cavallino, andavano in treno o in corriera, a contentarsi circolava di tutto, più o meno. Amilcare era un funzionario di una grande tipografia di Milano, l’avevano fatto procuratore e per questo lui non poteva lasciare il lavoro. Ma la famiglia la mandava via ogni volta che poteva. Poi sembrava scampato pericolo e tornavano, anche se la guerra non era finita e quando c’erano due bombardamenti di fila Rina voleva andare via di nuovo, sempre in un posto diverso perché quello di prima aveva qualche difetto che le rendeva impossibile la vita. In tipografia stampavano i francobolli, le tratte e anche gli assegni e fogli filigranati. Forse stampavano perfino i soldi. Lavoravano anche in tempo di guerra, non chiudevano mai.
Nell’agosto del quarantatre a Milano bombardavano quasi ogni notte e l'azienda aveva deciso di spostare almeno gli uffici di via Filippetti. Avevano affittato una palazzina vicino a Omegna e pagavano le camere in una pensione per i dipendenti. Amilcare lo fece sapere a Rina tramite un conoscente che ogni domenica andava in bicicletta da Milano a Ghiffa a trovare la morosa.
Le fece sapere anche che li avrebbe raggiunti alla prima domenica possibile, ma passarono venti giorni senza una parola, detta, riportata o scritta. Allora Rina pensò di mandare Giorgio. Da Ghiffa dove erano loro a Omegna ci sono venticinque chilometri, il ragazzo era robusto, si fece prestare da un vicino una bicicletta e per invogliarlo gli promise dieci lire di mancia. Rina non voleva affrontare quel viaggio di persona per una serie di motivi, non voleva trovarsi faccia a faccia con la reticenza di Amilcare. Che non fosse uno stinco di santo lo sapeva da sé, ma il ventisette del mese portava a casa la busta e gliela metteva in mano tutta intera, le lasciava fare come voleva, non c'erano mai liti e discussioni con lui. Non erano i suoi silenzi che la sgomentavano, quando era in casa lui si chiudeva in stanza e leggeva, studiava, lavorava oppure ascoltava i dischi con l'opera lirica, tutto concentrato sul libretto. Era come non averlo. Poteva lasciar correre se andando a comprare le sigarette tornava il giorno dopo, del resto era successo una volta sola. Però era un bel pezzo che non aveva notizie precise, almeno le apparenze si dovevano salvare, come era sempre stato senza bisogno di dirlo.
Nelle due stanze ammobiliate che avevano preso in affitto non c’era il telefono, ce n’era uno nel bar in piazza e verso sera era tutto un andare e venire di donne a rispondere ai mariti e poi le novità venivano riportate di bocca in bocca, si sapeva tutto di tutti.
Amilcare non aveva chiamato e le donne la guardavano senza dire niente ma se li immaginava i bisbigli che le facevano dietro la schiena. Non le aveva nemmeno mandato l'indirizzo, le aveva solo detto che sarebbe partito di domenica e lei faceva come se niente fosse.
Giorgio non ci voleva andare, aveva dovuto insistere. L’aveva minacciato, l’aveva supplicato, aveva pianto e si era offesa. Poi aveva alzato da dieci a quindici lire la mancia e quando glieli aveva messi in mano, anticipati, lui aveva capitolato.
Giorgio era turbolento, dei tre figli era quello che ne aveva prese più di tutti. Luisa lo difendeva, quando gli toccavano andava a nascondere il battipanni e Rina si toglieva lo zoccolo dal piede per picchiarlo, ma non serviva a niente, era impossibile da raddrizzare. Già da piccolo voleva fare a modo suo.
Giorgio affrontò la discesa a tutta birra, rischiando di andar dritto a ogni curva - la bici non solo era da donna ma aveva anche i freni rotti. Era una bella mattina di agosto e il lago luccicava tra le foglie dei platani sulla riva. Non faceva caldo, sullo stradone basso pedalava adagio guardandosi intorno, si godeva l’arietta che gli accarezzava le orecchie, lumava le donne che tornavano dal mercato con le borse pesanti e il fazzoletto in testa. Aveva proprio voglia di farsi un giro e sogghignava ripensando alla lite con sua madre, riusciva sempre a farle fare come comandava lui.
Amilcare non fece una piega quando lo vide appoggiato a un palo, proprio di fronte all’ingresso degli uffici sfollati. Lo portò con sé in trattoria e gli versò anche mezzo bicchiere di rosso. Rimasero nella stanza della pensione Croce Bianca senza parlare o quasi fino al momento di rientrare a lavorare.  Gli disse di riferire alla mamma che stava bene e che sarebbe venuto a Ghiffa alla fine del mese, in corriera o in qualche modo.  Gli diede quindici lire di mancia, gli mise una mano sulla testa e gli disse di stare attento.
Giorgio bighellonò fino a che tutte le trenta lire furono spese. La guerra era un dato di fatto, ne sopportava come tutti le conseguenze ma non ci pensava, per lui era come se facesse parte del paesaggio. La fame vera non l’aveva ancora sofferta, i fascisti gli sembravano solo dei coglioni ridicoli, qualcosa di grottesco che non riguardava lui o quelli vicino a lui. Era troppo giovane per partire soldato ma non troppo per cercare di divertirsi a ogni occasione, sfuggendo se possibile al controllo di sua madre.
Si presentò a casa che cominciava a fare buio. Rina lo aspettava con le mani sui fianchi e il battipanni pronto in un cantone. Dove era stato tutto il giorno? Perché non era tornato subito? E come era sistemato suo padre? Cosa aveva detto? Quando sarebbe venuto? Perché non aveva chiamato?
Giorgio tenne un po’ il broncio sperando di ricavarci ancora qualcosa ma gli occhi di fuoco di Rina, le sopraciglia alzate ad angolo acuto e il battipanni alla mano gli sciolsero la lingua. Disse che papà stava bene, che erano andati in trattoria, che aveva una stanzetta piccola con due letti e gli toccava dormire con la sua segretaria perché non avevano abbastanza stanze per tutti e che sarebbe venuto presto a trovarli. Rina fece le labbra sottili e alzò un braccio per picchiarlo.
”Cosa stai dicendo? Non raccontare balle che le prendi da me e poi ancora da lui,” disse guardandolo fisso, con una voce così bassa e roca che perfino a Giorgio tremarono le ginocchia.
“E’ vero, ti giuro! Me l’ha detto lui e l’ho visto coi miei occhi che c’erano due letti nella stanza, non uno grande. E puoi stare tranquilla, mamma: in mezzo c’era il comodino.”
Rina cominciò a picchiarlo col battipanni e smise solo quando aveva finito. Lui se le prese tutte senza fiatare, per rispetto.
(continua)

Ghiffa

Già che faccio l'editore di me stessa, ho prodotto anche una versione digitale, mobi, epub e pdf. Se ti stanchi di leggere a schermo e la vuoi mettere nel tuo lettore eBook oppure se hai occasione di stampare a ufo e vuoi il pdf, scrivi a ladonnacamel@gmail.com e te la mando. Gratis e senza DRM!
(Però poi non venire qui a spoilerare il finale eh, t'ammazzo! Che, se non si era capito, le puntate qui continuerò a metterle, al ritmo di due a settimana, più o meno.)

 

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