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Capitolo quinto: Che caldo

Post n°54 pubblicato il 04 Dicembre 2006 da LaDonnaCamel
 
Foto di LaDonnaCamel

(Le puntate precedenti nel box in alto a sinistra)

Arrivò il momento dell'ultimo balzo: fin qui ragazzi abbiamo scherzato, nelle oasi non si stava poi tanto male e con quel secco 40° erano sopportabilissimi. Da El Golea a Tamanrasset ci sono più di 1700 km e una sola città intermedia, si chiama Ain Salah e è la città più calda del mondo. Decidemmo quindi di fermarci il meno possibile per arrivare al piu' presto sull'altipiano dell'Hoggar, 1000 metri sul livello del mare, dove le temperature si presupponevano meno proibitive.

Nel frattempo avevamo scoperto qualche trucchetto, che ci permetteva di sopravvivere durante questi lunghi trasferimenti. Ben presto abbiamo smesso di andare in giro seminudi, a parte l'impatto psicologico con la cultura locale che all'inizio avevamo sottovaluto, coprirsi ci riparava dal caldo. Per evitare di bere in continuazione ci bagnavamo i vestiti. Mentre uno guidava, l'altro gli rovesciava in testa un paio di bicchieri d'acqua. Bisognava stare attenti perche' a temperatura ambiente scottava, così la facevamo scendere piano piano e per qualche minuto eravamo a posto. I capelli e la camicia si asciugavano in dieci minuti, i jeans duravano anche un quarto d'ora, poi si ricominciava.

Un altro vantaggio dell'acqua calda a volontà era che si poteva fare il caffè mentre si andava: con il nescafè e due cucchiaini di zucchero ci tenevamo su senza doverci fermare troppo spesso. Del resto la velocità di crociera era piuttosto bassa, circa 60 km/ora: la strada era brutta, le invasioni di sabbia frequenti e col sovraccarico che avevamo bisognava evitare di far surriscaldare i motori.

Solo al ritorno abbiamo pensato di rinfrescare l'acqua da bere con l'effetto "ghirba". Infilavamo la bottiglia in una calza che tenevamo costantemente bagnata: l'intensa evaporazione raffreddava l'acqua rapidamente e la soluzione era più efficace del frigo, che a batteria o a gas non rendeva molto e poi era così piccolo che ci stavano giusto due lattine e quattro scatolette di carne.

Ain Salah era calda come previsto e il termometro arrivò a segnare 63°, questo perché è nel centro di una conca desertica che come il fuoco di un paraboloide attira i raggi del sole senza poterli dissipare in nessun modo. Ci fermammo a dormire alcune ore, non si riusciva nemmeno a stare nella tenda, così ci sdraiammo sul tetto della macchina, direttamente sotto le stelle. E' vero, come dicono, che l'escursione termica tra il giorno e la notte è notevole, però quindici o venti gradi in meno ti portano a 45°, anche se si sta un po' meglio non si dorme mica tanto bene e di certo non si soffre il freddo.

Dopo un'altra giornata di marcia arrivammo alle porte di Tamanrasset che era già buio. Ancora capofila noi, ci trovammo improvvisamente davanti una serie di barili che sbarravano la strada con sopra delle fiaccole accese e si sentiva in lontananza uno strano rullare ritmico, come se fusti di metallo fossero percossi con un bastone.

Porco giuda, i predoni del deserto.

(continua)

 
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