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Ritorna ancora e prendimi

Ritorna ancora e prendimi
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Fotografia di mio padre

Post n°176 pubblicato il 14 Giugno 2007 da LaDonnaCamel
 
Foto di LaDonnaCamel

Gli stivaloni di mio padre erano di gomma verde militare con la suola a carroarmato marroncina. Erano veramente enormi, sia perché lui portava il 45 di piede che in confronto a me bambina era incommensurabile, sia perché erano altissimi, gli arrivavano a metà coscia e quindi erano un po’ più alti di me. Però erano molli e non stavano su da soli, me li ricordo sempre piegati in due o tre. In alto avevano dei gancetti che volendo si potevano usare per tenerli su, come una specie di reggicalze, accessorio che a quei tempi faceva ancora parte del guardaroba di tutti i giorni delle donne: la mamma e la nonna lo usavano e ho fatto in tempo a usarlo pure io per un po’: le prime collant le ho messe in terza liceo; ma papà non li agganciava, non so come ma in qualche modo gli stavano su da soli.
Qualche volta mio fratello aveva provato a infilarseli ma anche se si piegavano non riusciva ad arrivare in fondo col piede e non poteva fare nemmeno un passo, mica come pollicino che aveva rubato quelli dell’orco e gli stavano a pennello.

Mi par di vederlo, di spalle, in piedi in mezzo al torrente, pantaloni di velluto a coste marroni infilati negli stivali, la sua immancabile camicia scozzese di flanella con i taschini col bottone per metterci le sigarette, così se si chinava non gli cadevano in acqua, la canna in mano e il caratteristico rumore del mulinello: il frullo dei cuscinetti e poi lo scatto, tac, e poi ancora il ronzio leggermente diverso di quando recuperava: il tutto durava pochi minuti e via daccapo in un’altra buca.

E’ così che funziona la pesca nel torrente, si deve lanciare in continuazione, lo si deve andare a cercare il pesce. E’ qui che si vede l’esperienza del pescatore che a occhio sa indovinare le pozze buone, a seconda della confomazione del terreno, della disposizione dei sassi, della velocità della corrente e il sole e un sacco di altri fattori che io non so dire. E’ come un gioco a rimpiattino con le luci e le ombre dei rami e delle nuvole. La canna è corta per non impigliarsi negli alberi che spesso sono quasi dentro l’acqua. Pure il pescatore sta dentro l’acqua gelida, infatti mio padre si metteva due o tre paia di calze di lana dentro gli stivaloni. E camminava tutto il tempo, ogni due o tre lanci un passo. Forse solo nella pesca subacquea il contatto con il pesce è così stretto, quasi un corpo a corpo dove ci vuole l’astuzia ma anche la forza e la resistenza: quanti chilometri alla fine di un pomeriggio a risalire il torrente? sette, otto? anche venti!
E se aveva osservato bene le rive e la vegetazione e i fiori e gli insetti, indovinato il colore e la forma del cucchiaino, se aveva scovato la buca giusta e la trotella ingenua aveva mangiato, se era stato svelto col guadino e agile tra i massi, il suo cestino si riempiva.
Aveva cucito un pezzetto di metro da sarto sul coperchio, per controllare che le prede non fossero fuori misura: diciotto o venti centimetri, a seconda dei posti. Quelle piccole venivano slamate con delicatezza e ributtate dentro: arrivederci alla prossima volta, e mandami la mamma.

Fotografia di mio padre a ventidue anni

Ottobre. Qui in questa fetida, estranea cucina
studio la faccia imbarazzata di mio padre da giovane.
Un sorrisetto timido, in una mano tiene una sfliza
di persici gialli e spinosi, nell'altra
una bottiglia di birra Carlsbad.

In jeans e camicia di tela, sta appoggiato
contro il paraurti anteriore di una Ford del 1934.
Gli piacerebbe avere un'aria spavalda e cordiale per i posteri,
portare il suo vecchio cappello inclinato su un orecchio.
Per tutta la vita mio padre ha voluto essere un duro.

Ma gli occhi lo tradiscono, e le mani
che mostrano senza convinzione quella sfilza di persici morti
e la bottiglia di birra. Padre, ti voglio bene,
ma come posso dirti grazie, io che pure non reggo l'alcol,
e che non conosco nemmeno i posti buoni per pescare?

Raymond Carver

 
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