Creato da LaDonnaCamel il 16/09/2006
Il diario intimo della Donna Camèl con l'accento sulla èl
 

 

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L'abbraccio

Post n°177 pubblicato il 19 Giugno 2007 da LaDonnaCamel
Foto di LaDonnaCamel

Immagina una distesa di fiori. Non basta: più fiori, più profumi, più colori: esagera. Macchie gialle di ginestre tra il verde del mirto, macchie blu di gladioli selvatici fin sulla spiaggia, macchie rosse delle unghie di strega che strisciano sulla sabbia fino al mare: la Sardegna in primavera è un giardino inatteso, se ci sei stato d’estate non lo crederesti mai. D’estate è una specie di deserto grigio di elicriso e pieno di polvere e spini. D’estate è tutta ruvida di sole e di vento e le nuvole non stanno mai ferme. Anche il mare d’estate sembra morto: i pesci scappano a fondo, si vede che le onde dei motoscafi fan venire la nausea anche a loro.

Ma in aprile, oh qui aprile non è per niente il più crudele, immagina in aprile una giornata calma, una rara giornata senza vento a Caprera, Porto Palma. Immagina che stai camminando sul bagnasciuga e l’acqua è così trasparente e ferma che ti fa venire le vertigini a guardar giù come in un burrone. Ogni riccio, ogni scoglio, ogni alga è lì a portata di mano con la definizione di una fotografia digitale. Hai gli stivali gialli con la suola bianca perché sei sceso da una barca: non è che ti volevi allontanare, solo stare un po’ per conto tuo a respirare fiori. Magari hai i pantaloni della cerata che un paio d’ore fa era fresco, anche se a mezzogiorno l’aria è già diventata tiepida. Stai camminando su quella sabbia a grana grossa, son pezzetti gibbosi, rosati come gli scogli tutt’intorno: marmo o granito, troppo duri per essere levigati fini fini o forse troppo pesanti per essere portati via dalla schiuma che si scatena brutale quando il vento è incazzato, cioè quasi sempre da queste parti.

E tutto questo silenzio - che per la stagione nemmeno le cicale - e questo profumo che attacca in gola - le ginestre sovrastano invadenti - e l’azzurro troppo chiaro per essere vero, tutto, tutto quanto ti fa pensare a niente mentre cammini e anche l’onda sta quieta per non disturbare. Con i piedi nell’acqua ti fermi a guardare il Porco, che è un isolotto di scogli appena fuori dal golfo e non lo vedi arrivare. Il polipo. Più che nuotare fluttua, vola elastico e muto. Si avvicina, allunga un tentacolo e bussa allo stivale, un solo tocco curioso. Poi, e questo è amore!, ti abbraccia. Con tutte le sue otto gambe ti si arrotola al piede, non fa male perché è gentile, sembra ti voglia baciare. Dura solo un momento, come un amico che ti saluta dopo tanto tempo si stacca per guardarti - ma non lo giureresti, non lo sai dove diavolo hanno gli occhi i polipi, vorresti ricambiare in qualche modo ma come? ci sono tante cose che vorresti dirgli, sono attimi troppo brevi: danzando si allontana adagio. Ti resta il tempo di richiudere la bocca, scuotere piano la testa e ricominciare a respirare prima di vederlo sparire verso il largo.

Tu gli appartieni e non lo sai.
Sei lui, ti credi te.

 
 
 
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