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La freccia nera

Post n°200 pubblicato il 04 Ottobre 2007 da LaDonnaCamel
 
Foto di LaDonnaCamel



Ti ricordi la Freccia nera? Non il libro di Stevenson che comunque era bellissimo e l’avevo letto e sognato quando ero proprio piccola, dico il telefilm in bianco e nero con Loretta Goggi vestita da maschio e Roberto Chevalier anche lui vestito da maschio, ovviamente. Lo trasmettevano a puntate la sera e per vederlo ogni volta erano scenate perché cominciava dopo Carosello e le regole di casa mi volevano a letto, ma io insistevo insistevo e insistevo e di solito ce la facevo.

Tutto questo perché io e la mia amica Beatrice eravamo proprio innamorate di Roberto Chevalier, che era un attore ragazzino di dodici, forse tredici anni, un po’ come il primo Harry Potter ma molto, molto più carino e senza occhiali. Nell’intervallo a scuola io e la Bea stavamo tutto il tempo a parlare di lui, a guardare e riguardare i ritagli di giornale con le sue foto e a progettare di scrivergli una lettera. Questa della lettera era stata una idea sua, che io non ci riuscivo quasi a credere che Robby, come lo chiamavamo confidenzialmente tra noi, era una persona vera alla quale si potevano scrivere lettere, una persona che magari avrebbe anche potuto rispondere alle nostre, di lettere. La Bea diceva che suo padre conosceva qualcuno alla televisione, non so se un regista o un produttore o forse un parente di quella che aveva inventato Topo Gigio e le aveva detto che si sarebbe fatto dare l’indirizzo di casa, di Robby, che abitava a Roma. Ma forse scherzava, o forse lo diceva così per dire, come fanno tante volte i grandi per tenerci buoni, dicono sì sì e poi si dimenticano, o fanno finta di niente sperando che ci dimentichiamo noi, visto che aspettavamo e aspettavamo e non ce lo diceva mai.

E così nell’intervallo provavamo a scrivere la brutta, nell’attesa. Eravamo già d’accordo che avremmo messo il mio nome come mittente, che suo padre non voleva che lei gli scrivesse, chissà perché poi. Era disposto a procurarle l’indirizzo ma poi le vietava di usarlo, però in compenso poteva stare su la sera quanto voleva a vedere la tele.
Noi pensavamo di firmare con tutti e due i nostri nomi, eravamo gemellate nell’amore e non avevamo nessun senso di rivalità. In fondo alla lettera, prima o dopo i saluti, gli avremmo scritto di rispondere al mio indirizzo, che a me nessuno mi aveva proibito di scrivere. Veramente non l’avevo chiesto espressamente, ma a casa lo sapevano tutti che amavo Robby e, a parte il fatto di andare a letto presto, nessuno aveva avuto da obiettare.
Poi le puntate erano finite, era arrivata la primavera, la Bea era stata a casa qualche giorno con la tonsillite e di Robby non avevamo parlato più tanto spesso, anche se io ci pensavo sempre, tutti le sere prima di dormire: era questo l’amore, no? Così non vi dico l’emozione quando la Dora, che era la tata tuttofare che stava da noi anche a dormire, mi aveva aspettata sulla porta al ritorno da scuola, mi aveva tirata in cucina tutta seria senza dire niente e mi aveva allungato una busta dalla tasca del grembiule. Sst, mi aveva fatto col dito teso davanti al naso. Cos’è? Avevo chiesto io girando la busta, che sul davanti aveva il mio nome e il mio indirizzo scritto a mano, oltre al francobollo e al timbro delle poste. Dietro c’era scritto “Roberto Chevalier – Roma”. Nient’altro. Avevo sentito un sudorino freddo tutto lungo la schiena e sulla nuca e mi sembrava che i capelli mi si staccassero dalla testa. Non ci credevo. Quella stronza della Bea gli aveva scritto senza dirmi niente! Vabbè che era stata malata, ma almeno mi poteva telefonare. Non avevo la forza di aprire quella busta, le mani erano diventate una semolina molliccia, per non parlare delle gambe. Il cuore poi andava per i fatti suoi, le orecchie mi bruciavano e davanti agli occhi avevo come una pioggia di coriandoli di brillantini d’oro e d’argento.

La giravo e rigiravo, non avevo quasi il coraggio di guardarla. Non la apri? Mi aveva chiesto lei. Eh, un attimo! Calma! Mi aveva dato un coltello e l’avevo tagliata con precauzione, stando ben attenta a non sgualcirla, che poi la sentivo la Bea, anche se non ero sicura che glie l’avrei fatta toccare, visto che aveva fatto tutto da sola senza avvisarmi e chissà cosa gli aveva detto.

Dentro c’era un foglio piegato in quattro. Non c’era scritto niente. C’era solo disegnato un grande pesce. In quel momento tutto il resto della mia adorata famigliola aveva fatto irruzione in cucina sghignazzando con gran rumore: era il primo aprile. Ma che carini, tutti avevano partecipato: papà aveva disegnato il pesce, la mamma aveva scritto l’indirizzo, mia sorella aveva falsificato il timbro delle poste e mio fratello aveva leccato il francobollo.

Che a guardarlo adesso, Roberto Chevalier, forse non ci uscirei nemmeno a bere una birretta.

 
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