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L'occhio del coniglio 12. Mino baciò Luisa a capodanno

Post n°696 pubblicato il 17 Febbraio 2013 da LaDonnaCamel
 
Foto di LaDonnaCamel

L'occhio del coniglio sta entrando nel vivo, buona lettura e buona domenica.
 
 
Mino baciò Luisa a capodanno. Era passata da poco la mezzanotte, avevano sparato i petardi sul balcone e, come succede, gli amici erano rientrati in casa a uno a uno, erano rimasti da soli. Le aveva messo una mano dietro la nuca e l’aveva baciata. Deciso, senza una parola. Lei aveva ricambiato.
Luisa aveva un fidanzato ma nessuno lo sapeva. Era uno studente che aveva conosciuto sul tram andando al lavoro. Non l’aveva mai portato a casa e non erano mai andati da nessuna parte, lui non gliel’aveva mai chiesto. In ogni caso non poteva uscire la sera e di domenica lui doveva studiare.
Anche lei avrebbe preferito studiare, era brava a scuola, soprattutto in italiano. Alle elementari la sua maestra leggeva i suoi temi a voce alta a tutta la classe, la indicava come esempio di bambina diligente. Ma Rina l’aveva iscritta alle commerciali e poi un corso di dattilografia. “La tusa la se spusa” diceva, “non vale la pena di mandarla all’università”. Lei si sarebbe accontentata delle superiori, il liceo ma anche solo ragioneria come Danilo, che poi si era diplomato a pieni voti e la sua professoressa di diritto aveva insistito perché andasse avanti, che era dotato - sua madre non ci credeva che stesse parlando proprio di lui, di suo figlio. “E’ sicura?” le aveva detto, e poi aveva aggiunto che non avevano le possibilità, che doveva portare a casa i soldi. Rina avrebbe fatto studiare Giorgio invece, che era il più brillante e le possibilità, volendo, c’erano. Ma lui non aveva voluto.

Mino era un uomo fatto, molto più grande di Luisa. Era biondo, alto e con gli occhi azzurri come Humphrey Bogart. Mentre lo baciava non ci pensava proprio al ragazzo del tram. Mentre lo baciava non pensava a niente.
Per qualche tempo non ci furono cambiamenti. Lo studente l’aspettava davanti al portone dell’ufficio dove faceva l’apprendista segretaria. Si baciavano dentro un androne o si tenevano per mano passeggiando nei giardini di viale Maino e poi facevano insieme il tragitto verso casa. Lui scendeva una fermata prima.
Mino si presentava dopo cena per giocare a carte con Giorgio e qualche vicino. C’era sempre un’occasione per trovarsi sul pianerottolo o dietro una porta e lì si baciavano in piedi, col cuore in gola per la paura di essere scoperti. Davanti agli altri facevano finta di niente e quando erano soli non parlavano mai, si baciavano e basta. Avrebbe potuto continuare così all’infinito.
Una sera dopo cena Mino aspettava che arrivassero i vicini per il tresette col morto, Giorgio era andato a chiamarli e i genitori erano già a letto. Luisa aveva sparecchiato e stava lavando i piatti, Mino in tinello la teneva d’occhio di sguincio attraverso la porta aperta, chiacchierando girava e rigirava tra le mani un pezzo di fil di ferro che era rimasto sulla tovaglia ancora piena di briciole. Era la gabbietta di una bottiglia di spumante che aveva portato lui, l’avevano bevuta come aperitivo. Quando era uscita dal cucinino asciugandosi sul grembiule le prese una mano e le infilò l’anello che ne aveva fatto. Lei rise, disse che le stava largo. Lui lo lavorò un po’, piegandolo per adattarlo e questa volta le stava giusto. Risero ancora, lei disse che aveva un futuro come gioielliere, gli diede la buonanotte e andò a dormire, che la mattina prima di andare in ufficio doveva rifare tutti i letti e pulire la stanza, non si poteva saltare un giorno. Il sonno non le bastava mai. Lui prese il cerchietto e se lo mise in tasca, prima che arrivassero gli altri.
La primavera allungava le giornate e alleggeriva i vestiti, una sera di aprile Mino fece in modo di spingerla fuori sul balcone, l’aria era frizzante ma non fredda. Invece di baciarla le mise in mano una scatoletta senza dire niente. C’era dentro un anello d’oro vero con un grosso topazio.
Luisa non ci pensò nemmeno un momento e lo infilò all’anulare della sinistra. Le stava a pennello.
Dopo qualche giorno Mino le chiese se poteva andare a prenderla in ufficio, lei accettò.
Ci pensò su tutta la notte. Le era piaciuta l’idea di tenerli in ballo tutti e due ma non si poteva, bisogna rinunciare a qualcosa. Purtroppo.
All’uscita dal lavoro Mino era dall’altra parte della strada, un raggio di sole che gli illuminava i capelli. Gli andò incontro senza voltarsi, sorridendo. Lo studente li guardò andare via a braccetto e non si presentò più.

Una domenica mattina mentre Luisa stava lavando il pavimento della cucina Rina entrò nella sua stanza per controllare come aveva dato la cera sulle ante dell’armadio: voleva assicurarsi che non avesse tralasciato i bordi e le coste, soprattutto gli angoli tra le cerniere e il fondo erano ricettacolo di polvere che a trascurarla non veniva più via. Passò il dito anche sullo spigolo interno tra il fondo e la fiancata e si trovò in mano l’astuccio con l’anello.
Da quel momento non ne volle più sapere di Mino. Se la prese anche con Giorgio per averlo portato in famiglia, per essergli amico. Niente più festicciole a casa, controllo serrato degli orari, nemmeno il cinema alla domenica con i fratelli. Luisa andò a piangere da suo padre, fece la scena della povera ragazza che lavora tutta la settimana senza una distrazione e lui la portò alla Scala a vedere la Traviata con la Tebaldi.
Per fortuna Mino abitava nel portone accanto, il suo balcone si affacciava sullo stesso lato del viale Zara, abbastanza vicino perché potessero sentirsi senza urlare.
Una mattina, mentre Luisa era al lavoro, Rina fece venire un falegname a prendere le misure, gli spiegò che voleva chiudere una parte del balcone con una palizzata.
“Quanto la vuole alta?” chiese l’operaio. Aveva disegnato a matita uno schizzo di massima, riportando a parte i particolari della balaustra di cemento dove avrebbe potuto fissare gli attacchi per tenerla i piedi e lo spazio disponibile sul muro, al netto delle imposte che si appoggiavano ai due lati della portafinestra.
“La voglio alta più che si può”.
Nel pomeriggio portarono le tavole di abete grezzo e le fissarono ai muri. Non era una bellezza, Rina lo ammise con Giorgio che le aveva brontolato, ma faceva il suo servizio.
Luisa non parlava più a sua madre e nemmeno a suo padre. Non chiese spiegazioni: cosa c’era da capire? Si sfogava con Mino, quando andava da lei nella pausa pranzo.
“Se trovo un lavoro ti sposo” le diceva lui, e la baciava.
Lei ci credeva poco, le sembrava impossibile che si mettesse a cercare un lavoro, e anche ammesso, i suoi genitori, forse, non avrebbero voluto. È uno spiantato, un fallito, aveva detto sua madre, le pareva di sentirla. Vedeva tutto nero, un vicolo cieco con una palizzata in fondo.
Non si adattava alla sua mancanza, rimpiangeva tutte quelle serate in cui lui era a casa sua e lei se ne andava a letto come se non le importasse. I baci che si erano scambiati dietro le porte adesso le bruciavano, le carezze allargavano il groppo che sentiva nello stomaco, il ricordo le faceva più male che bene.
“Che cretina che sono stata”, pensava. Si dava la colpa per aver nascosto l’anello in un posto così prevedibile. Ma anche per non aver saputo godere in pieno dei momenti buoni, di aver sottovalutato Mino, di averlo dato per scontato come una cosa che c’è e basta.
“Non proverò mai più quei brividi e quella languidezza che illiquidisce tutto.”
Ma non era vero, sentiva nel ricordo il sapore della sua bocca, l’odore del tabacco, la ruvidezza della barba, il calore della sua mano a frugarle nel vestito e si illiquidiva ancora, con un dolore nel petto costante come la fame di quando saltava i pasti per dimagrire. Non se lo voleva togliere dalla testa e non voleva dargliela vinta.
Poi comunque si vedevano tutti i giorni. In segreto, anche solo pochi minuti, in cantina, in soffitta, al bar tabacchi, oltre alla pausa pranzo se Mino si svegliava abbastanza presto e aveva voglia di arrivare fino a là. Rina pian piano allentò il controllo oppure non aveva voglia di scendere di nuovo a comprare il latte se l’aveva dimenticato, Danilo non aveva voglia di andare a prenderla in ufficio, Amilcare non aveva voglia di impicciarsi, anche se nelle discussioni dava sempre ragione alla moglie.
Luisa era arrabbiata, stava sulle sue. Odiava i sotterfugi ma coglieva al volo ogni occasione. La mandarono in vacanza a Chiavari a casa di una zia. Amilcare la accompagnò fin sul treno mentre la madre dalla banchina guardava fisso tutti quelli che andavano e venivano, chi saliva e chi salutava da lontano. Le impartì le ultime raccomandazioni attraverso il finestrino.
“Non stare troppo al sole! Fatti il letto alla mattina! Aiuta la zia! Lava i piatti! Non leticare con tua cugina! Telefona quando arrivi!”
Mino era lì, nascosto dietro un giornale con i buchi. Fecero tutto il viaggio mano nella mano ma la zia era venuta a prenderla alla stazione, dovettero salutarsi in fretta e di nascosto.
Al mare andava a ballare tutte le sere, la zia era meno severa e anzi, la incitava a uscire. Si divertiva, non si può dire di no, ballava bene e aveva successo con i ragazzi che facevano la fila per farla volare in alto nei boogie-woogie.
Ma quando tornava a casa spesso pensava a lui e si arrabbiava di nuovo con sua madre.
Tornò l’inverno e Mino si fece assumere in una azienda grafica. Non aveva a che fare con il suo diploma di ottico ma lo stipendio era buono. Era un lavoro sicuro.
(continua)

 

Milano 1948

Già che faccio l'editore di me stessa, ho prodotto anche una versione digitale, mobi, epub e pdf. Se ti stanchi di leggere a schermo e la vuoi mettere nel tuo lettore eBook oppure se hai occasione di stampare a ufo e vuoi il pdf, scrivi a ladonnacamel@gmail.com e te la mando. Gratis e senza DRM!
(Però poi non venire qui a spoilerare il finale eh, t'ammazzo! Che, se non si era capito, le puntate qui continuerò a metterle, al ritmo di due a settimana, più o meno.)

 

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