Creato da: giampi1966 il 13/03/2006
Questo blog si propone di promuovere la politica come servizio e la coerenza dei politici con gli obbiettivi programmatici. Troppo spesso l'agire del politico è distante anni luce dal suo programma e da ciò che professa. Per poter rinascere la politica deve sapersi imporre alle varie pressioni e deve guardare lontano.

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DECRETO DIGNITA' E DELATORI INDEGNI

Post n°1069 pubblicato il 08 Agosto 2018 da giampi1966
 
Foto di giampi1966

 

Premetto non avevo alcuna voglia di scrivere il presente articolo, ma le dichiarazioni che ho sentito dalla maggior parte dei partiti, dei sindacati, degli imprenditori e di quasi tutta la stampa, mi hanno indotto a scrivere.

Come ben sapete non sono grillino nè tantomeno leghista, ma a quanto pare sono tra i pochi sani di mente che guarda i fatti e non gli interessi di “borgata”.

Purtroppo l’articolo sarà necessariamente lungo per non cadere nella disinformazione imperante.

 

A destare maggiori preoccupazioni sono le modifiche “bolsceviche” alla disciplina del contratto di lavoro a tempo determinato.

La nuova disciplina sarà immediatamente applicabile sia ai contratti di lavoro a tempo determinato stipulati successivamente alla data di entrata in vigore del decreto, sia ai rinnovi e alle proroghe dei contratti in corso alla medesima data. Fanno eccezione i contratti stipulati dalle pubbliche amministrazioni ai quali continueranno ad applicarsi le disposizioni vigenti anteriormente alla data di entrata in vigore del decreto.

La durata

Al contratto di lavoro subordinato, spiega il provvedimento che modifica il d.lgs. 81/2015 (c.d. Jobs Act), potrà essere apposto un termine di durata, ma non superiore a 12 mesi. Inoltre, la durata complessiva del contratto scende da 36 a 24 mesi, con possibilità di proroghe (quattro e non più cinque).

La norma segna il ritorno delle c.d. causali, ovvero particolari circostanze che dovranno indicare gli imprenditori per giustificare la prosecuzione del contratto a tempo che, come precisato, ma che può essere liberamente prorogato solo per i primi dodici mesi senza la necessità di specificare la causale.

Le condizioni

Il contratto potrà avere una durata superiore, ma comunque non eccedente i 24 mesi, solo in presenza di almeno una delle seguenti condizioni: esigenze temporanee e oggettive, estranee all'ordinaria attività, ovvero esigenze sostitutive di altri lavoratori; esigenze connesse a incrementi temporanei, significativi e non programmabili, dell'attività ordinaria. Niente causali, invece, per i lavoratori stagionali contrariamente a quanto si era pensato in una prima bozza.

Le aziende adesso potranno assumere fino al 30% di lavoratori a tempo determinato, il decreto Poletti del 2014 fissava un massimo del 20%, questo particolare però non viene messo in evidenza da nessuno.

I contributi

 

La stretta sui contratti a termine si rispecchia anche dal punto di visto contributivo: infatti, in occasione di ciascun rinnovo del contratto a tempo determinato, anche in somministrazione e anche al di sotto dei 12 mesi, i contributi (ex art. 2, comma 28, L. n. 92/2012) sono aumentati di 0,5 punti percentuali, sommandosi così all'1,4% che la Riforma Fornero prevede vada a finanziare l'indennità di disoccupazione NASpI.

Gli indennizzi sui licenziamenti

La normativa, inoltre, stabilisce anche che i lavoratori avranno 180 giorni di tempo (non più 120) per impugnare il contratto a tempo determinato. Inoltre, è inasprito il costo dei licenziamenti illegittimi (da sottolineare illegittimi): sono aumentati del 50%, infatti, gli indennizzi, minimi e massimi, sui licenziamenti illegittimi nei contratti a tutele crescenti. Invece che dalle 4 a 24 mensilità previste dal Jobs Act si sale alle 6 e 36 mensilità, ma vi rendete conto? Renzi aveva imposto degli indennizzi RIDICOLI, umilianti per i lavoratori e assolutamente inutili per evitare i sopprusi.

Delocalizzazioni

 

Addio benefici e multe alle imprese che delocalizzano

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Il decreto introduce disposizioni importanti riguardanti le imprese destinatarie di aiuti di Stato e volte a contrastare le c.d. delocalizzazioni, ovvero i trasferimenti di attività economiche o di parte di esse dal sito produttivo incentivato a un altro sito, da parte della medesima impresa beneficiaria dell'aiuto o di altra impresa con la quale vi sia rapporto di controllo e collegamento.

 

Infatti, le imprese, italiane ed estere, operanti nel territorio nazionale e che abbiano beneficiato di un aiuto di Stato che prevede l'effettuazione di investimenti produttivi ai fini dell'attribuzione del beneficio, rischiano di decadere dal beneficio medesimo qualora spostino la loro attività fuori dall'Italia.

 

In particolare, l'addio ai benefici avviene qualora l'attività economica interessata dagli stessi oppure una sua parte venga delocalizzata in Stati non appartenenti all'Unione Europea, a eccezione degli Stati aderenti allo Spazio economico Europeo, entro cinque anni dalla data di conclusione dell'iniziativa agevolata.

Le sanzioni amministrative

In caso di decadenza, sarà l'amministrazione titolare della misura d'aiuto a irrogare all'impresa una sanzione amministrativa pecuniaria consistente nel pagamento di una somma in misura da 2 a 4 volte l'importo dell'aiuto fruito.

 

Inoltre, l'importo del beneficio da restituire per effetto della decadenza, sarà maggiorato di un tasso di interesse pari al tasso ufficiale di riferimento vigente alla data di erogazione o fruizione dell'aiuto, maggiorato del 5%.

 

Ove gli aiuti di Stato di cui abbia beneficiato l'impresa prevedono una valutazione dell'impatto occupazionale, scatta la decadenza laddove, nei 5 anni successivi alla data di completamento dell'investimento, siano ridotti i livelli occupazionali degli addetti all'unità produttiva o all'attività interessata dal beneficio, ove la riduzione superi il 10% e non sia riconducibile a giustificato motivo oggettivo.

 

In tal caso, la decadenza sarà disposta in misura proporzionale alla riduzione del livello occupazione e sarà totale, invece, qualora la riduzione superi il 50%.

Giochi e scommesse: pubblicità vietate

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Pugno duro anche per quanto riguarda le misure per il contrasto alla ludopatia: il decreto, infatti, dalla sua data di entrata in vigore, vieta qualsiasi forma di pubblicità, anche indiretta, relativa a giochi o scommesse con vincite di denaro, comunque effettuata e su qualunque mezzo, incluse manifestazioni sportive, culturali o artistiche, trasmissioni televisive o radiofoniche, stampa quotidiana e periodica, le pubblicazioni in genere, le affissioni e internet.

Dal 1° gennaio divieto di sponsorizzazioni

Dal 1° gennaio del prossimo anno, inoltre, il divieto si applicherà anche alle sponsorizzazioni di eventi, attività, manifestazioni, programmi, prodotti o servizi e a tutte le altre forme di comunicazione di contenuto promozionale, comprese le citazioni visive e acustiche e la sovraimpressione del nome, marchio, simboli, attività o prodotti.

Dal divieto sono fatti salvi solo la Lotteria Italia e le manifestazioni di sorte locali. Restano, inoltre, salvi i contratti in essere che saranno soggetti alla normativa anteriormente vigente fino alla loro scadenza e comunque per non oltre un anno data di entrata in vigore del decreto dignità.

Le sanzioni

L'inosservanza del divieto comporta sanzioni nella misura del 5% del valore della sponsorizzazione o della pubblicità e, in ogni caso, non inferiore a 50.000 per ogni violazione. Tali proventi saranno destinati ad alimentare il fondo per il contrasto al gioco d'azzardo patologico.

Per ovviare ai maggiori oneri derivanti dall'introduzione del divieto, stimati in 147 milioni di euro per l'anno 2019 e in 198 milioni di euro dall'anno 2020, si prevede una maggiorazione del prelievo erariale sulle vincite (Preu) di slot e videolotteries che passa al 19,25% e al 6,25%. Inoltre, al +0,25% dal prossimo settembre, seguirà un +0,25% aggiuntivo su entrambi dal maggio dell'anno prossimo.

Redditometro, spesometro e split payment

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Il decreto si dedica anche alla semplificazione fiscale introducendo diverse misure con riferimento soprattutto al redditometro, per il quale è prevista una totale revisione, allo spesometro, che al momento viene rinviato al 2019, e allo split payment, con l'abolizione del meccanismo per i professionisti:

 

Revisione redditometro

 

In primis, viene rivisto il c.d. redditometro, ovvero lo strumento di accertamento (di fatto accantonato già da diverso tempo) con cui il Fisco è in grado di determinare il reddito e il tenore di vita dei contribuenti verificando la sua capacità di spesa tramite un'analisi di compatibilità tra entrate e uscite.

 

Spesometro rinviato

 

Una seconda modifica, invece, riguarda il c.d. spesometro, meccanismo di invio dei dati delle fatture emesse e ricevute comunicate all'Agenzia delle Entrate: in particolare, i dati relativi al terzo trimestre del 2018 potranno essere trasmessi entro il 28 febbraio 2019, la scadenza viene dunque rinviata insieme all'invio dei dati riguardanti il quarto trimestre.

 

Addio split payment

 

Più rilevante per le casse pubbliche è la novità in materia di split payment, ovvero la c.d. scissione dei pagamenti per contrastare l'evasione, prevedendo che le pubbliche amministrazioni acquirenti di beni e servizi trattengano l'IVA presente in fattura per versarla direttamente all'Erario in luogo dei fornitori.

 

In particolare, il decreto dignità va espressamente ad escludere dal meccanismo dello split payment i professionisti che forniscono servizi alle amministrazioni pubbliche. Per attuare le disposizioni in materia, la Relazione tecnica al decreto stima oneri per 35 milioni per il 2018, che raddoppiano a 70 milioni per il 2019.

VI SEMBRANO MISURE DI ESTREMA SINISTRA?

DOVE SONO FINITI TUTTI QUELLI CHE SOSTENEVANO NECESSARIA UNA LOTTA CONTRO IL PRECARIATO?

COME MAI I SINDACATI NON SI ESPRIMONO FAVOREVOLMENTE, OPPURE, COME SOSTERREI IO, NON DICONO CHIARAMENTE CHE QUESTA RIFORMA VA NELLA DIREZIONE GIUSTA MA E’ INSUFFICIENTE?

COME MAI ANCHE I MEDIA DI SINISTRA CRITICANO LA RIFORMA E IPOTIZZANO UNA PERDITA NOTEVOLE DI POSTI DI LAVORO?

IL PRECARIATO E’ DIVENTATO INDISPENSABILE, UTILE E BELLO? NON PROVOCA PIU’ MAGGIORI INFORTUNI SUL LAVORO, COSTI SOCIALI INCREDIBILI, DANNI ALL’ECONOMIA E GRAVI MALATTIE PSICOLOGICHE?

La molla dell’indignazione me l’ha fatta scattare un’intervista sentita su radio popolare (sempre più simile a radio 24, senza offesa per radio 24 che a volte è più obiettiva). Il giornalista intervistando l’imprenditore campano, cercando di non urtare minimamente la sua sensibilità, gli rivolgeva domande innocue e non si è mai azzardato a contraddirlo.

La “caricatura” dell’intervista e la seguente:

telecronista: quanti posti di lavoro si perderanno con questo decreto?

Imprenditore: non si sa per certo ma sicuramente tanti perché gli imprenditori saranno disincentivati ad assumere.

Telecronista: quali sono i punti critici della riforma?

Imprenditore: questa è una riforma che va contro i lavoratori, prima potevo assumere un lavoratore licenziarlo senza motivo, riassumerlo prendendo degli incentivi, licenziarlo, riassumerlo, licenziarlo, riassumerlo ecc… in questo modo potevo capire se il lavoratore è competente così alla fine potevo licenziarlo definitivamente per assumere un altro precario.

Telecronista: ma la motivazione per voi appesantisce burocraticamente le imprese?

Imprenditore. Assolutamente si, ma poi adesso il povero lavoratore deve essere licenziato licenziato e riassunto solo con delle motivazioni, poi è costretto a fare ricorso, quando si sa che il lavoratore si sa far apprezzare per le sue qualità e mai viene licenziato in modo illegittimo.

Telecronista. Cosa ne pensa delle altre disposizioni del decreto e in particolare quelle che riguardano la delocalizzazione?

Le altre riforme non mi interessano, quella sulla delocalizzazione non è legittima, come fanno a vietare la delocalizzazione in un altro paese europeo? Non si può ingessare le aziende, queste hanno diritto a sfruttare i soldi pubblici, con questi soldi le imprese costruiscono le fabbriche assumo i lavoratori, gli tirano il collo, poi perché dovrebbero rimanere? Non si possono bloccare le aziende, solo l’Italia adotta queste misure antieconomiche.

In realtà penso di non aver dato in modo esaustivo l’idea dell’intervista, tra le righe i paradossi erano ancora più evidenti e l’inerzia e il tono dell’intervistatore, che in teoria dovrebbe essere di sinistra, ma che in pratica è del PD, erano veramente irritanti e facevano capire che a questa gente non interessano i precari e la loro dignità, non interessano i lavoratori e tantomeno i disoccupati.

SONO VERAMENTE INCAZZATO!!!!!

 
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